Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe

.

Sogno di un paese dove parole come cultura, leggi, rispetto, uguaglianza, civiltà, umanità e pietà non siano soltanto delle belle ma purtroppo inutili parole ma rappresentino invece le basi di un popolo che ha fatto di quel sogno, di quello stupendo sogno che si chiama Costituzione Italiana, le sue fondamenta.

"C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". Paolo Borsellino da "Lezione sulla mafia" del 1989

"Il nostro è un Paese senza memoria e senza verità"
Pier Paolo Pasolini

venerdì 17 maggio 2013

Omofobo : "miettete scuorno" (mettiti vergogna!). Spot contro l'omofobia


giovedì 16 maggio 2013

D’Alema disse a Bersani: “Proponi Rodotà premier”. PRIMA DEL PRE-INCARICO IL LÌDER MAXIMO CHIESE ALL’EX SEGRETARIO DI RINUNCIARE


di Fabrizio d’Esposito, tratto da Il Fatto Quotidiano del 16 maggio 2013

Massimo D'Alema Ansa


   Pier Luigi Bersani ha sempre sostenuto, durante il suo preincarico, fatto di lunghi giorni sospesi nel vuoto e sul vuoto, che il tentativo di fare un governo di minoranza non era una “questione personale”, che per lui non cambiava fare “il comandante o il mozzo”. Eppure i frammenti di verità che emergono adesso che a Palazzo Chigi c’è Enrico Letta vanno nella direzione contraria a quella indicata dall’ex segretario del Pd. La conferma più autorevole arriva da Massimo D’Alema. Interpellato dal Fatto su una sua strategia dell’attenzione per Stefano Rodotà nei due funesti giorni del disastro democratico sul Quirinale (giovedì 18 e venerdì 19 aprile), l’ex premier e ultimo leader carismatico dei postcomunisti fa sapere che “qualcosa di vero” c’è. Ma non riguarda il Colle, bensì Palazzo Chigi.
   ECCO la ricostruzione della mossa di D’Alema, in cui si ritrovano i tratti tipici della sua abilità politica, impastata con quel metodo togliattiano (realismo e intelligenza) che ha contribuito alle fortune di Giorgio Napolitano, altro ex comunista. Tutto si consuma a ridosso dell’ultima decade di marzo, racchiusa tra due date limite: il preincarico al leader del Pd e la successiva decisione di Napolitano di “riassorbire il mandato” affidato a Bersani e di insediare una commissione di saggi per fare melina e arrivare all’elezione del nuovo capo dello Stato. D’Alema si muove alla vigilia delle consultazioni del Colle, quando capisce che Bersani non andrà da alcuna parte con i suoi calcoli impossibili sul governo di minoranza, basati su una spaccatura dei grillini e su una manciata di assenze pilotate del centrodestra. Calcoli più da amministratore che da politico, avrebbe detto sempre Togliatti, per il quale gli emiliani non dovevano guidare il “Partito” ma occuparsi solo delle feste dell’Unità. Il ragionamento dalemiano è lineare: serve un disegno vero per neutralizzare l’ostilità del Quirinale, per cui l’unica via d’uscita sono le larghe intese, e costringere Grillo a scoprire le sue carte.
   COSÌ D’Alema incontra Bersani riservatamente. Un colloquio teso tra due compagni-amici che sono ormai vicini alla rottura. Dice l’ex premier: “Caro Pier Luigi secondo me devi valutare anche un’altra possibilità”. “Pier Luigi” ascolta, tortura un mozzicone di sigaro tra i denti e intuisce dove “Massimo” vuole arrivare. Prosegue D’Alema: “Fai un passo indietro, vai dal capo dello Stato e proponi il nome di Stefano Rodotà come premier incaricato. Vediamo cosa fanno i grillini”. La risposta di Bersani è no: “Massimo io me la voglio giocare fino in fondo”. È qui che si apre la faglia tra la nomenklatura del Pd e il suo segretario e che porta al fallimento totale della “ditta” nel cupio dissolvi di aprile, quando i franchi tiratori bruciano nelle votazioni per il Quirinale prima Marini poi Prodi (che ieri ha peraltro lasciato intendere che non rinnoverà l’iscrizione al Pd). Una fase che i detrattori interni di Bersani indicano come “l’autismo di Pier Luigi”, con l’allora segretario rinchiuso sempre più nel suo “tortello magico”, al punto da chiudere i canali persino con quasi tutti i suoi fedelissimi, salvo Errani e Migliavacca.
   LA MOSSA del riformista e pragmatico D’Alema, che si ritrova sulle posizioni di Civati e della Puppato, farà comunque proseliti nel partito, soprattutto tra i giovani turchi come Andrea Orlando e Matteo Orfini. Ma sino alla fine non ci sarà nulla da fare. Anche se lo schema di Rodotà premier circolerà ancora, soprattutto nel M5S, durante gli scrutini per il Quirinale. Al Fatto, un’altra fonte vicinissima a D’Alema confida che “Massimo propose Rodotà per il Quirinale nella notte tra giovedì 18 e venerdì 19 aprile, prima che venisse ufficializzata la candidatura di Prodi”. Ma D’Alema, appunto, fornisce una versione diversa. Per lui la convergenza su Rodotà andava a fatta a monte (consultazioni per Palazzo Chigi) e non a valle (elezione del nuovo capo dello Stato). Una strategia, la sua, che rivela il vuoto bersaniano e culmina pure in uno scontro personale tra i due. Accade subito dopo il plebiscito per il Napolitano-bis. Di mattina presto, alle sette, un giornalista di “Piazzapulita”, programma di La7, ferma D’Alema per strada, che si lascia scappare: “Tutta questa vicenda è stata gestita male”. Bersani s’infuria e lo fa sapere a “Massimo”, che a sua volta scrive un biglietto e lo spedisce al segretario, per chiarirsi. Oggi, all’ex premier resta solo tanta amarezza, compresa quella di non aver fatto il ministro degli Esteri in un governo di larghe intese. Colpa del Pdl: quando Berlusconi ha visto il suo nome e ha proposto Brunetta e Schifani per riequilibrare un eventuale esecutivo di big, lui, D’Alema, si è tirato indietro: “Se andavo agli Esteri era per le mie competenze e la mia esperienza, a prescindere, non perché loro mettevano Brunetta”.

giovedì 25 aprile 2013

L'ultimo comunista, Achille Occhetto: "Altro che 101, l'inciucio arriva da lontano"




articolo di Enrico Fierro, tratto da Il Fatto Quotidiano del 25 aprile 2013

Ha ragione Michele Serra: i nemici della sinistra sono dentro la sinistra. Solo così si spiegano gli eventi di questi giorni, il tradimento di cui è stato vittima Romano Prodi, il no assurdo a Stefano Rodotà, la rielezione di Napolitano, il governo che chiamano delle larghe intese e la resurrezione politica di Silvio Berlusconi”. Parla Achille Occhetto, l’ultimo segretario del Partito comunista italiano, il regista della Bolognina, “un grande processo storico, altro che le cosette di questi giorni, il tentativo di uscire da sinistra dal crollo dell’impero sovietico e dalla crisi del comunismo” .

Onorevole, lei parla di resurrezione di Berlusconi, ma il potere del Cavaliere nasce nel 1994, quando sconfisse la sua“gioiosa macchina da guerra”.
Storicamente sbagliato, quella fu una vittoria di Pirro, il vero potere di Berlusconi nasce quando dall’interno dell’Ulivo viene distrutto l’Ulivo e inizia l’inciucio. Sono stanco di questa semplificazione. Presto leggerete tutta la verità su quei giorni in un mio libro, il titolo sarà proprio La gioiosa macchina da guerra.

Ma l’inciucio si materializza oggi.
Sì, ma viene coltivato da ampi settori del Pd. Quello che è avvenuto in queste settimane non è frutto del caso. Vista l’evoluzione degli eventi, posso dire che il tutto era preparato da tempo. Bersani riceve l’incarico ma ha un mandato limitato e non può sperimentare anche per il governo il metodo che ha portato all’elezione di Piero Grasso alla presidenza del Senato. Il secondo passaggio è la proposta di Franco Marini per il Quirinale, la personalità più adatta per arrivare a un governo col Pdl. Fallisce e spunta la soluzione Prodi, subito impallinato da 101 franchi tiratori del Pd. Non si tratta di cani sciolti, Bersani sbaglia quando denuncia l’anarchia dentro il suo partito, quei 101 sono il frutto di una organizzazione forte e con un obiettivo preciso: il governo con Berlusconi.

Praticamente il suicidio del Pd.
Chi ha innescato questi processi non ha affatto a cuore le sorti del Pd, della sinistra e del centrosinistra. Chi ha manovrato per un governo con Berlusconi sa che il Pd è destinato a perdere e a perdersi, ma non è preoccupato di questo. Perché ci sono interessi superiori, la conservazione di quote di potere personali o di corrente, lo stare dentro un sistema di potere forte.

C’è una parte del Pd ricattabile, ci faccia dei nomi?
I nomi me li tengo per me, diciamo che sono le stesse figure che storicamente hanno impedito, dopo la fine del Pci e la svolta della Bolognina, la creazione di un grande partito di sinistra. Gli stessi che nello scontro col
vecchio sistema hanno fatto da freno alla trasformazione dei partiti e della politica. É il male oscuro che ha accompagnato la storia della trasformazione del Pci.

Qualcuno paragona questa fase con quella del compromesso storico berlingueriano.
Ma mi faccia il piacere! Quello era un compromesso tra forze e culture diverse in una fase drammatica della vita del Paese, ma era limpido trasparente, chiaro, qui siamo all’opacità totale, al compromesso sotto banco.

Un nome, Beppe Grillo.
Grillo è la febbre del sistema, chi si lamenta della febbre dovrebbe curare la malattia. Noto che molti dei giovani che ha portato in Parlamento avrebbero potuto militare a sinistra, si battono per la giustizia, per l’equità sociale, per la pulizia della politica, temi nostri.

Altro nome, Matteo Renzi.
Lo vedo bene per la voglia di cambiare radicalmente i gruppi dirigenti, sono diffidente sulla sua visione politica tendenzialmente moderata.

Il Pd è finito?
Diciamo che è nato malissimo. Perché è stato il frutto della fusione di due apparati e non la contaminazione di
culture diverse.

E adesso Barca, Vendola, Cofferati, la sinistra riparte da qui?
Adesso si apra una fase costituente, facciamo le primarie sulle idee, confrontiamoci su quali devono essere i
pilastri di una nuova aggregazione politica. Solo così daremo una speranza a questo Paese. Per non affondare nell’inciucio e per non morire berlusconiani.

domenica 17 marzo 2013

Devo dire la verità, il video sono riuscita a vederlo sono fino a metà, dura pochissimo ma il mio stomaco non regge più a sentir parlare e con che faccia poi, certi politicanti...comunque posto lo stesso il video per i più coraggiosi e per tutti quelli che hanno uno stomaco meno delicato del mio! "Siete impresentabili" e Alfano sbrocca in diretta


«Siete impresentabili». Due parole di Lucia Annunziata scatenano la reazione del segretario del Pdl Angelino Alfano. Durante la trasmissione «In mezz'ora» in onda su Rai Tre la giornalista risponde all'ex ministro di Giustizia che il motivo per cui il Pd non vuole fare un governo di larghe coalizioni con il centrodestra è perché «Forse non siete presentabili». 

Pubblico con vero piacere il post scritto oggi da Alessandro Di Battista, neo eletto del M5S, perché chiarisce tutto quello che è accaduto ieri e soprattutto fa capire che per cambiare le cose bisogna guardare lontano e smetterla di pensarla nell'ottica del meno peggio a cui siamo stati abituati, me compresa, per così tanto tempo

post di Alessandro Di Battista (neo eletto del movimento 5 stelle alla Camera dei deputati), tratto dalla sua pagina facebook del 17 marzo 2013

definire "esempio dittatoriale" il post nel quale Beppe in modo duro (giustamente) invita al rispetto di alcune regole che abbiamo accettato liberamente e' una stronzata megagalattica (scusate il turpiloquio ma a volte solo certe parole rendo l'idea). Le regole del codice comportamentale io le ho accettate perche' le condivido, non per rimediare una poltrona. Le condividevo da cittadino elettore e le condivido ancor di piu' da cittadino eletto. Si puo' discutere sulle scelte che vengon prese miliradi di ore per carita' (per questo rispetto il pianto dei nostri senatori, per me un pianto bellissimo) ma quel che non si puo' discutere nel 5 stelle e' la sovranita' popolare. Noi siamo portavoce e basta e i cittadini devono conoscere per filo e per segno quel che succede nelle Istituzioni. E' vero, umanamente c'e' differenza tra Grasso e Schifani (per lo meno per me c'e') ma c'e' molta piu' differenza tra quel che vogliamo costruire con questo meraviglioso progetto a 5 stelle e quello che invece costruiremo se non verranno rispettate le regole e se ragioneremo con la logoca del "meno peggio". Vi invito sempre a ragionare per processi a lunga gittata e non soltanto per scelte giornaliere. Abbiamo la possibilita' di cambiare il mondo ma occorre coraggio e occorre non sottostare ai ricatti dell'emergenza (alla lunga tutte le scelte "emergenziali" si dimostrano errate perche' tolgono energia alla battaglie di sistema). Poi un'ultima cosa ragazzi, errori ne faremo, siamo umani (lo siete anche voi) quindi d'accordo, "siate duri, ma senza perdere la tenerezza". A riveder le stelle!

p.s. sto andando a lavorare, e' domenica ma lavoriamo. ve lo dico non per mostrarci bravi (lavorare e' un nostro DOVERE) ma solo per informarvi del fatto che stiamo dando tutto.

venerdì 15 marzo 2013

Il Movimento 5 stelle fa paura alla Casta & C. (semmai non si fosse ancora capito)


dal blog di beppe grillo del 14 marzo 2013
"In un Senato semideserto Lamberto Dini dice* a Beppe Pisanu: "Se i grillini arrivano in commissioni delicate come l'Antimafia o il Copasir è un problema. E tu lo sai.". "Eccome", risponde l'ex ministro, "se avranno un questore renderanno pubblici i costi di qualsiasi cosa qui dentro. Caramelle comprese"."
Dini, fai outing! Se credi che il M5S al Copasir sia un problema, racconta subito tutto quello che sai.
*fonte: la Repubblica

mercoledì 13 marzo 2013

IL LODO NAPOLITANO

articolo di Salvatore Borsellino, tratto da la pagina facebook di Salvatore Borsellino 

13 marzo 2013


Avevo sperato che qualcosa fosse cambiato. 
Avevo sperato che a fronte della spudorata aggressione messa in atto dai parlamentari del PDL con l'occupazione dei Palazzo di Giustizia di Milano, a fronte di questo inaudito attacco all'indipendenza della magistratura, l'attuale presidente della Repubblica, in procinto di fare le valigie e lasciare libero il Quirinale dopo uno dei peggiori settennati che la storia del nostro paese ricordi, avesse avuto un sussulto capace di modificare il pessimo ricordo che ci resterà di questi anni. 
Spero che chi verrà chiamato a ricoprire quella carica riesca a restituire la dovuta dignità alla più alta Istituzione della nostra Repubblica, purtroppo oggi appannata da chi, mettendo la Consulta, il supremo organo costituzionale del nostro paese, davanti ad un dilemma insanabile, se sconfessare il suo operato o forzare ai suoi desiderata l'interpretazione della carta Costituzionale, ha legittimato il sospetto che le intercettazioni di cui richiede affannosamente la distruzione possano contenere elementi, se non penalmente rilevanti, eticamente disdicevoli per la figura di chi dovrebbe essere il presidente di tutti gli italiani e non soltanto degli italiani indagati o con carichi pendenti come l'ex ministro Nicola Mancino o l'ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Era una speranza vana, dopo le parole di ieri, che avevo commentato quasi con un sospiro di sollievo, "Era ora….", in cui sembrava avesse condannato come una "iniziativa senza precedenti" la manifestazione degli eletti del PDL fino all'interno del Palazzo di Giustizia e richiamato al "più severo controllo di legalità, un imperativo assoluto da cui nessuno può considerarsi escluso in virtù dell'investitura popolare ricevuta", è venuta la convocazione del CSM, salutata, e già questo avrebbe dovuto metterci sull'avviso, dal fedele servitore Angelino Alfano come una "ottima iniziativa"
E dopo la riunione con il CSM è venuto un nuovo comunicato dal quale risulta evidente quali erano le effettive intenzioni del Quirinale: fornire a Berlusconi quel "illegittimo impedimento" che gli è stato giustamente negato dai magistrati nei processi attualmente in corso dove è chiamato a rispondere dei suoi reati e dai periti chiamati a controllare il suo effettivo stato di salute a fronte dei certificati fornitogli da medici compiacenti e da lui più o nemo indirettamente stipendiati.
"Fiducia e speranza riguardo le annunciate prossime pubbliche valutazioni del presidente della Repubblica" esprimeva Alfano in una nota e chissà se questa speranza non gli fosse stata già garantita nell'incontro che il prestanome della segreteria del PDL aveva ottenuto, insieme a Cicchitto e a Gasparri, dal presidente Napolitano, nonostante l'evidente gioco delle parti in cui Berlusconi finge di non volere, perchè "rispettoso delle Istituzioni", la marcia sul palazzo di Giustizia, dopo averla invece più volte evocata e minacciata, e un branco di parlamentari prezzolati e di Olgettine miracolate, che senza un suo ordine non uscirebbero neanche da casa per andare dall'estetista o dal lattaio, fingono di disubbidirgli andando a fare una foto di gruppo e il karaoke dell'inno di Mameli sulle scalinate del palazzo di Giustizia.
Ci aveva provato in tutti i modi Silvio Berlusconi, da presidente del Consiglio a farsi confezionare dei "LODI" che gli assicurassero l'impunità, leggi ad personam, legge Cirielli, lodo Schifani, lodo Alfano, lodi questi tutti inesorabilmente bloccati dalla Consulta ma che avevano egualmente ottenuto l'effetto sperato grazie al contemporaneo accorciamento dei tempi di prescrizione. 
Ora che finalmente la normalità sembrava ristabilita, ora che Silvio Berlusconi era nudo di fronte ad una legge che finalmente era arrivata a chiedergli il conto dei suoi reati, ora che si era ridotto a trincerarsi come ultima impossibile difesa in una stanza d'ospedale simulando indisposizioni via via crescenti, dai disturbi intestinali alla congiuntivite agli sbalzi di pressione, ora che le giustificazioni firmate dai medici non bastavano più perchè contraddette dai periti nominati dal tribunale, arriva, provvidenziale, il comunicato del Quirinale che, piuttosto che condannare gli autori di una inaudita azione eversiva che non si era mai verificata nella nostra storia, mascherandolo con il consueto "auspicio all'abbassamento dei toni" e invitando i giudici ad evitare "interferenze tra vicende processuali e vicende politiche" assicura di fatto a Berlusconi quella impunità che gli era stata giustamente negata dagli organi costituzionali.
Ai tentativi non riusciti dei precedenti "lodi" di sovvertire quello che è il principio fonfamentale della Giustizia, quello che viene ricordato a grandi lettere in ogni aula di tribunale, "LA LEGGE E' EGUALE PER TUTTI", ha rimediato l'ultimo, quello che viene dall'istituzione più alta, il "LODO NAPOLITANO".

lunedì 11 marzo 2013

LA VOLONTA' POPOLARE RIPOSA IN PACE...in 5 anni 27 proposte di legge di iniziativa popolare, ma una sola arriva in aula, erano un antidoto alla casta, sono state affossate insieme a un milione di firme.VIENE DA CHIEDERSI, facendo questo elenco, se tutto questo sia normale. Se sia cioé accettabile e legittimo che cittadini chiamati a rappresentare il popolo italiano ne seppelliscano poi le volontà infondo al pozzo dell'attività parlamentare

  


di Thomas Mackinson, da Milano (articolo tratto da Il Fatto Quotidiano del 11 marzo 2013)


 Come entra in Parlamento è già morta, riposi in pace la volontà popolare. Ripristino delle preferenze, criteri di eleggibilità, taglio ai costi della politica, finanziamento pubblico ai partiti sono i temi forti dell’ultima campagna elettorale. Selezionati, depositati e stampati su programmi zeppi di impegni e promesse: vota con fiducia, li porteremo in Parlamento. Così le rinnovabili, la cancellazione di Equitalia e il salario sociale. A ben vedere quei temi in Parlamento c’erano entrati da un pezzo, sospinti da altrettanti disegni di legge d’iniziativa popolare che i cittadini hanno sperato di portare all’attenzione dei partiti, sotto il peso di un milione e mezzo di firme. Una fatica inutile, perché agli onorevoli cinque anni non son bastati per esaminarle, portarle in aula e approvarle. La XVI Legislatura si chiude con 27 proposte presentate, una sola approvata e tutte le altre sepolte nel cimitero della volontà popolare, sotto l'insegna “stati non conclusi”. Per l'esattezza: 15 sono state assegnate alle competenti commissioni senza mai essere discusse, nove hanno iniziato l’esame e lì si sono fermate, una è ancora da assegnare.

   SI DIRÀ CHE QUELLE PROPOSTE erano strampalate, lontane dal dibattito pubblico e dall'interesse generale. Tutto il contrario: andavano dritte al cuore di problemi che i partiti, avendo accuratamente evitato di affrontare, hanno potuto riproporre agli elettori come nuovi ed emergenti in campagna elettorale. Il solito slogan: vota con fiducia che li porteremo in Parlamento. Tra le vittime eccellenti di questa perversione spiccano la riforma della legge elettorale e la questione degli impresentabili in lista. Quanto se n’è parlato! Eppure cinque anni fa un disegno di legge impegnava il Parlamento a riformare i “criteri di candidabilità ed eleggibilità, decadenza e revoca del mandato e reintroduzione delle preferenze”. Era tutto lì - perfino il limite di due mandati - scritto in cinque articoli di poche righe ciascuno che il senso comune avrebbe sottoscritto al volo. Per gli onorevoli, però, doveva essere aramaico perché ne hanno discusso per anni senza venirne a capo. E non è colpa della burocrazia parlamentare: il testo è stato presentato all’ufficio di Presidenza il primo giorno della XVI legislatura (29 aprile del 2008), l’indomani viene trasmesso al Senato e il giorno successivo è puntualmente assegnato alla commissione Affari Costituzionali. Pronti, via. E invece no. Il testo inizia il rimpallo delle commissioni e finisce per perdersi nel porto delle nebbie. Dopo cinque anni è ancora “all'esame della commissione”. Stesso destino per un secondo disegno di legge che chiedeva la reintroduzione del voto di preferenza: presentato a gennaio 2009, dopo un mese viene assegnato alla commissione competente. Che fine ha fatto? A distanza di quattro anni l’esame non è neppure cominciato. Così la proposta che vaneggiava di “riduzione degli stipendi, emolumenti, indennità degli eletti negli organi di rappresentanza nazionale e locale”. Idem per la revisione del sistema di riscossione e di Equitalia, entrata nel paniere della propaganda di tante forze politiche. Macera dal 2009 in commissione Lavoro il disegno di legge per introdurre un salario sociale che - quattro anni dopo, nel 2013 - diverse forze politiche hanno riproposto come nuovo per stringere un patto nell'urna con gli elettori. E ancora: difesa dell’acqua pubblica, sostegno economico ai comparti delle energie rinnovabili, della ricerca, dell'istruzione.
   L’unica proposta di iniziativa popolare approvata nella legislatura che si chiude a giorni è divenuta la legge 96/12, quella con cui i tecnici hanno dato una sforbiciata ai contributi pubblici in favore di partiti e movimenti politici. Ma il testo originale, accompagnato da 50mila firme, parlava di “abrogazione”, non di “riduzione”. Il giro in commissione ha aggiustato il tiro.
   VIENE DA CHIEDERSI, facendo questo elenco, se tutto questo sia normale. Se sia cioé accettabile e legittimo che cittadini chiamati a rappresentare il popolo italiano ne seppelliscano poi le volontà infondo al pozzo dell'attività parlamentare. Recentemente il M5S ha posto il tema, raccogliendo storiche battaglie di democrazia rimaste orfane. Molti giuristi, del resto, ritengono quel comportamento un abuso del diritto. “Il nostro ordinamento - spiega il costituzionalista Antonio D'Andrea - assegna un ruolo rilevante agli istituti di iniziativa popolare anche oltre il referendum abrogativo. Ciò, a ben vedere, si ritrova puntuale nei regolamenti parlamentari, laddove prevedono speciali misure di salvaguardia rispetto alla decadenza delle proposte di legge”. Quelle di iniziativa parlamentare o governativa non approvate, infatti, decadono automaticamente e devono essere ripresentate da capo nella nuova legislatura. “Quelle di iniziativa popolare (e regionale) non decadono ma vengono incamerate automaticamente senza il bisogno di una formale riproposizione. In pratica hanno uno speciale corridoio di salvaguardia rispetto all’interruzione dei lavori e al valore delle firme raccolte che verrebbero altrimenti dispersi. Per rafforzare l’istituto popolare, del resto, non sarebbe necessaria una modifica costituzionale, basterebbe agire sui regolamenti parlamentari prevedendo l'obbligatorietà di una deliberazione entro un termine stabilito”.
   RESTA IL DUBBIO, infine, che la morte delle leggi popolari per “inedia” parlamentare sia ben lontana, se non contraria, ai principi della Carta Costituzionale . Quella, per intenderci, su cui giurano il Capo dello Stato e i membri del governo, presidenti di regione e forze armate prima di assumere le loro funzioni, ma non i parlamentari che - agli albori della Repubblica - avevano già imparato l'arte di affossare quel che a loro non conviene. Era il 19 settembre del 1946 quando la commissione costituente iniziò a discutere del giuramento di fedeltà dei deputati alla Carta e alle leggi della Repubblica. Un anno e 15 sedute dopo, tra veti incrociati e obiezioni irriducibili, i padri costituenti gettarono la spugna e approvarono l'articolo 51 senza impegni. Da allora, a quanto pare, il parlamentare italiano rimane fedele soprattutto a se stesso e la volontà popolare riposa in pace.

mercoledì 13 febbraio 2013

- Un film riapre il caso di Carlo Giuliani - ..."Purtroppo il proiettile che ha ucciso Carlo Giuliani è rimasto nella sua testa e non è mai stato repertato...Pensandoci meglio: non è stato mai repertato? Avete presente un qualsiasi film su un delitto? Qual è una delle prime cose che vengono fatte? L'autopsia e l'analisi dei proiettili...Haidi Giuliani ci disse in proposito: «Quando si trattava di fare il funerale a Carlo ci suggerirono che, siccome non c'era posto, la cosa migliore era cremarlo. Ci suggerirono una cosa subdola: "Se voi non foste credenti potreste cremarlo". All'epoca eravamo sconvolti. Non riflettemmo sulle conseguenze di quella scelta. E così demmo l'assenso. Oggi, grazie a quella scelta, e a quel suggerimento, non è più possibile fare autopsie. E il proiettile non è stato repertato».

articolo di Checchino Antonini, tratto da globalist syndication

13 febbraio 2013


Pum! Pum! Due spari e poi un grido disperato: «Nooo! Bastardi! L'avete ucciso!». E poi, ancora, due carabinieri sosia. Un bossolo mai analizzato. L'assalto a una camionetta. La paura degli occupanti. Anzi, la paura di chi si trovava là intorno. Un estintore di troppo. Un sasso apparso dal nulla. Un viaggio in ospedale. E, infine, una pistola avvolta dal mistero. Questa è la storia di una trappola per un ragazzo minuto e per tutti quelli come lui. E' la storia di Carlo Giuliani che dodici anni dopo viene raccontata di nuovo e le domande che pone meriterebbero risposte da un tribunale. Ben altro che l'archiviazione posticcia disposta due anni dopo. 

A raccontarla di nuovo è un docu-film che verrà presentato alla stampa domani, in contemporanea a Roma e Milano, prima di prendere la via delle sale. Franco Fracassi e Massimo Lauria, cineasti e giornalisti di Popoff, hanno lavorato più di tre anni a "The summit", presentato in anteprima a Berlino dove la critica ne apprezzò la carica dirompente delle immagini inedite e delle decine di interviste. 

Genova, 20 luglio 2001. Ore 17.27. Due colpi di pistola venivano sparati a brevissima distanza temporale da una pistola che si trovava all'interno del Defender. Carlo Giuliani si trovava a oltre cinque metri dalla jeep. Troppo lontano per essere realmente minaccioso. Uno dei due proiettili colpì il volto del ragazzo allo zigomo sinistro. 

«Due colpi sparati ad altezza d'uomo - dirà il perito balistico Claudio Gentile ai due filmaker - sul muro della canonica della chiesa di piazza Alimonda venne rinvenuta una traccia da proiettile. Vennero effettuati dei prelievi d'intonaco. Esaminati al microscopio elettronico venne stabilito che c'erano le tracce di piombo e di altri metalli, per cui sicuramente era l'impatto di un proiettile. Anche quel colpo era passato ad altezza d'uomo, ma in una direzione completamente diversa rispetto a quello sparato a Giuliani».

Chi c'era a bordo? 

In una foto del Defender si vedeva chiaramente un carabiniere che si teneva la testa tra le mani girava le spalle a Giuliani. Si è sempre detto che si trattava del carabiniere Dario Raffone, al momento dello sparo a bordo del Defender. Ma se fosse stato il carabiniere Mario Placanica, colui che si è auto accusato di aver ucciso Carlo? In questo caso l'omicida sarebbe stato qualcun altro. Seppure ferito, Raffone si presenterà al pronto soccorso solo la mattina seguente. 

Secondo Giuliano Giuliani, il padre di Carlo, «i carabinieri hanno impiegato la notte per trovare un sosia di Placanica per poter inscenare un finto scenario, che vedeva Placanica come assassino e Raffone come comprimario innocente». A sparare era stato un ufficiale dell'Arma, che andava protetto. Anche perché in questo caso non avrebbe sparato certamente per legittima difesa. Si voleva il morto».

Il perito principale della famiglia Giuliani si chiama Roberto Ciabattoni, lavora all'Istituto centrale per il restauro come fisico diagnostico. Ciabattoni ha un'indole analitica. Ed è anche molto bravo a spiegare le cose: «Se questo nella foto non è Raffone, ma Placanica. Se lui stava sopra, chi stava sparando?». Il balistico Gentile osserva la pistola con Fracassi e Lauria: «Ecco la pistola in atto di sparo. Per svariato tempo, per parecchi secondi, è in questa posizione. Non è certo una posizione di impugnatura istintiva o di persona presa dal panico, ma è molto più assimilabile ad una posizione di tiro consolidata da chi ha una certa esperienza».

Ciabattoni osserva nel film che la persona che spara indossa un passamontagna in dotazione ad alcuni corpi dei carabinieri, «e comunque solo ed esclusivamente agli ufficiali e non agli uomini ordinari di truppa».

Il numero degli occupanti del mezzo era importante: Massimiliano Monai, manifestante genovese, si trovava vicino a Carlo al momento dello sparo ricorda solo di aver visto Placanica ma lo vide «accucciato che si teneva la testa con le mani, inerme». Jim Mattews, no global inglese: «È difficile dirlo. Penso fossero quattro o cinque». Ufficialmente su quella jeep c'erano tre carabinieri: Filippo Cavataio (l'autista), Raffone e Placanica. Forse non è il numero giusto. 

Ma allora perché nascondere il quarto uomo? Era forse stato lui a sparare? «La posizione è di una persona che sta sotto, adagiata su eventuali cose che ci sono, perché abbiamo visto dalle foto di repertazione del Defender che era pieno di oggetti - riprende Ciabattoni - quindi, la persona adagiata su queste cose, sta in posizione contratta perché non può stare stesa. E' leggermente rannicchiata con i piedi che si alzano verso il vetro posteriore. E c'ha una persona sopra che lo copre quasi completamente, e questa persona sta in posizione di alzare la testa, con la mano sinistra scoprirsi il volto. Questo è visibile in una foto della consulenza e spara senza però vedere dove sta sparando. Spara per forza a una altezza che non può essere in aria, perché sennò avrebbe bucato il tetto della camionetta».

Forse Giuliano Giuliani potrebbe aver ragione. Però, per il momento prove decisive non sono state trovate. Troppo indaffarati a trovare elementi per l'archiviazione. 

Cominciano a esserci troppe stranezze

C'è, però, ancora un'altra cosa curiosa. Ed è già la terza. Mario Placanica, dopo essere stato assolto per legittima difesa (per essere precisi il procedimento era stato archiviato in fase istruttoria), e dopo essersi dimesso dall'Arma, ha deciso di far riaprire il procedimento penale. Placanica ha già fornito sei versioni diverse della stessa storia. Sulla sua credibilità, quindi, ci sono forti dubbi. Però, resta il fatto che è disposto a rischiare la galera pur di far verificare da un giudice l'attendibilità delle sue affermazioni. 

Il suo avvocato è Carlo Taormina, che tra l'altro nel periodo del G8 era sottosegretario all'Interno. Anche lui risponde alle domande di Fracassi e Lauria per dire che, se il proiettile estratto dal capo di Carlo fosse di tipo non "camiciato", non rivestito, allora «non è proveniente dalla pistola di Placanica». 

E il balistico Gentile concorda, senza saperlo, con Taormina: «Si capisce se un proiettile è stato sparato da un'arma se le righe che porta quel proiettile sono riconducibili alla canna di quella stessa arma. Purtroppo il proiettile che ha ucciso Carlo Giuliani è rimasto nella sua testa e non è mai stato repertato». Quindi non si può sapere se apparteneva all'arma di Placanica. 

Pensandoci meglio: non è stato mai repertato? Avete presente un qualsiasi film su un delitto? Qual è una delle prime cose che vengono fatte? L'autopsia e l'analisi dei proiettili. Lo sa anche un bambino che se c'è il proiettile piantato nel cranio del morto va estratto ed analizzato. Ebbene, la scientifica in questo caso se l'è semplicemente scordato nella testa di Carlo. 

Haidi Giuliani ci disse in proposito: «Quando si trattava di fare il funerale a Carlo ci suggerirono che, siccome non c'era posto, la cosa migliore era cremarlo. Ci suggerirono una cosa subdola: "Se voi non foste credenti potreste cremarlo". All'epoca eravamo sconvolti. Non riflettemmo sulle conseguenze di quella scelta. E così demmo l'assenso. Oggi, grazie a quella scelta, e a quel suggerimento, non è più possibile fare autopsie. E il proiettile non è stato repertato».

Le sorprese non sono finite. 

«Proiettile e bossolo vanno considerati come due entità separate». Il primo fornisce dice ancora Gentile». Sul primo, infatti si leggono le righe della canna. Il bossolo si può ricondurre a una specifica arma se porta tutte le impronte balistiche primarie, delle quali tre sono impresse sul carrello otturatore, che può essere totalmente interscambiabile, ed una deriva dall'espulsore che è calettato. Il fusto su cui è montato l'espulsore può essere smontato per cui, mantenendo il contrassegno del fusto originario, può essere montato un espulsore diverso. Questo espulsore ha in mezzo due spine. Di queste due spine, quella più piccola che sembra un cilindretto non può sfuggire, anche se rimaneggiata, perché è elastica e si espande all'interno del suo foro. L'altra, invece, è trattenuta in sede perché viene ribattuto leggermente il metallo del fusto sulla testa di quel chiodo. Ma se questa ribattitura non è fatta bene, o addirittura si dimenticano di farla, siccome non entra a pressione, cade giù, semplicemente per forza di gravità».

Durante lo "smontaggio di campagna" (fatto manualmente, senza attrezzi), è successo proprio questo. La spina che ha la funzione di espellere il bossolo lontano dall'arma, è caduta, per semplice gravità, invece doveva rimanere fissa. «E' una cosa anomala», ripete il perito. «Ci ha fatto subito pensare che su quell'organo si fosse intervenuti». La pistola in questione venne consegnata dai carabinieri al magistrato solo molti giorni dopo. L'Arma spiegò che la pistola, prima di Genova, era nello stock spedito alla Fabbrica d'armi di Terni per una revisione generale. Lì si sarebbe verificato l'errore dell'armaiolo. Ma lì non vengono registrate le operazioni effettuate. 

È una spiegazione plausibile? «No». 

Le è mai capitato un caso del genere? «Una sola volta nella mia carriera. In un altro caso di omicidio i periti riscontrarono che la spina, la stessa spina che nel caso Giuliani era caduta liberamente, lì era trattenuta da ribattute anomale, che erano state fatte successivamente. In quel caso l'imputato fu accusato di aver modificato la propria arma per non farla identificare come l'arma dell'omicidio, e venne condannato».

La storia di Carlo non è un cold case, le giornate del luglio genovese ci dicono quanto fu a rischio la vita dei manifestanti e la democrazia di questo Paese. E gli attori di quel luglio sono ancora lì. Eccetto Carlo.

Ecco il trailer del film, in uscita nelle sale dal 21 febbraio.

martedì 5 febbraio 2013

Se il nostro fosse un paese civile dovremmo essere tutti uniti e solidali, a partire dai politici che dovrebbero dare per primi l'esempio e comportarci tutti come in quella vecchia pubblicità di un preservativo....dovremmo dire tutti: " Anch'io sono gay"





Omofobia, se tutti dicessero “Anch’io sono gay”



di Antonio Padellaro, 5 febbraio 2013
In quale Paese civile quello stesso leader corre questo assurdo rischio non per le sue idee politiche (e già sarebbe aberrante), ma a causa del suo orientamento sessuale?

Da tempo i giornali pubblicano messaggi e dichiarazioni omofobe che da destra alcuni individui vanno rivolgendo a Nichi Vendola. Si tratta di spazzatura che prende di mira l’omosessualità del leader di Sel e non meraviglia che l’ultima mascalzonata provenga da un candidato di CasaPound a Roma.
Spazzatura, tuttavia, che resta impunita e che può contare sull’assoluta indifferenza della cosiddetta classe politica italiana. Così, mentre a Parigi e a Londra i rispettivi Parlamenti approvano i matrimoni gay o ne fanno oggetto di storici dibattiti, all’ombra del Campidoglio la discriminazione diventa vera e propria minaccia fisica.
Sarebbe bello cari Bersani, Berlusconi, Monti, Casini, Fini, Grillo, Ingroia che come nel film In&Out i leader della politica italiana esprimessero la loro solidarietà a Vendola dichiarando:“Io sono gay”. Sarebbe bello, ma poi il Vaticano che dice?
tratto da Il Fatto Quotidiano, 5 Febbraio 2013

venerdì 1 febbraio 2013

Falconi e avvoltoi


di Marco Travaglio - 31 gennaio 2013

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Conosco Antonio Ingroia da 15 anni e non l’ho mai sentito paragonarsi a Falcone o a Borsellino. Semplicemente gli ho sentito ricordare due dati storici: nel 1988, neomagistrato, fu “uditore” di Falcone; poi nell’89 andò a lavorare alla Procura di Marsala guidata da Borsellino, di cui fu uno degli allievi prediletti. Nemmeno l’altro giorno Ingroia s’è paragonato a Falcone.
S’è limitato a ricordare un altro fatto storico: appena Falcone si avvicinò alla politica (e di parecchio), andando a lavorare al ministero della Giustizia retto da Martelli nel governo Andreotti, fu bersagliato da feroci attacchi, anche da parte di colleghi, molto simili a quelli hanno investito l’Ingroia politico. Dunque non si comprende (se non con l’emozione di un lutto mai rimarginato per la scomparsa di una persona molto cara) l’uscita di Ilda Boccassini che intima addirittura a Ingroia di “vergognarsi” perché avrebbe “paragonato la sua piccola figura di magistrato a quella di Falcone” distante da lui “milioni di anni luce”. Siccome Ingroia non s’è mai paragonato a Falcone, la Boccassini dovrebbe scusarsi con lui per gl’insulti che, oltre a interferire pesantemente nella campagna elettorale, si fondano su un dato falso. Ciascuno è libero di ritenere un magistrato migliore o peggiore di un altro, ma non di raccontare bugie. Specie se indossa la toga. E soprattutto se si rivolge a uno dei tre o quattro magistrati che in questi 20 anni più si sono battuti per scoprire chi uccise Falcone e Borsellino. Roberto Saviano tiene a ricordare che “Falcone non fece mai politica”: ma neppure questo è vero. Roberto è troppo giovane per sapere ciò che, in un’intervista per MicroMega, Maria Falcone mi confermò qualche anno fa: nel '91 suo fratello decise di usare il dissidio fra Craxi e Martelli per imprimere una svolta alla lotta alla mafia dall’interno del governo Andreotti, pur sapendo benissimo di quale sistema facevano o avevano fatto parte quei politici. Difficile immaginare una scelta più politica di quella. Ora però sarebbe il caso che tutti – politici, magistrati e giornalisti – siglassero una moratoria su Falcone e Borsellino, per evitare di tirarli ancora in ballo in campagna elettorale. Tutti, però: non solo qualcuno. Anche chi, l’estate scorsa, usò i due giudici morti per contrapporli ai vivi: cioè a Ingroia e Di Matteo, rei di avere partecipato alla festa del Fatto, mentre “Falcone e Borsellino parlavano solo con le sentenze”. Plateale menzogna, visto che entrambi furono protagonisti di centinaia di dibattiti pubblici, feste del Msi e dell’Unità, programmi tv, libri, articoli. Queste assurde polemiche dividono e disorientano il fronte della legalità, regalando munizioni a chi non chiede di meglio per sporchi interessi di bottega. Ma vien da domandarsi perché né la Boccassini né la Falcone aprirono bocca due anni fa, quando Alfano, ministro della Giustizia di Berlusconi, si appropriò di Falcone per attribuirgli financo la paternità della controriforma della giustizia. Né mai fiatarono ogni volta che politici collusi o ignavi sfilarono in passerella a Palermo negli anniversari delle stragi, salvo poi tradire la memoria dei due martiri trattando con la mafia, o tacendo sulle trattative, o depistando le indagini sulle trattative. Chissà poi dov’erano le alte e basse toghe che ora si stracciano le vesti per la candidatura di Ingroia quando entrarono in politica Violante, Ayala, Casson, Maritati, Mantovano, Nitto Palma, Cirami, Carrara, Finocchiaro, Carofiglio, Della Monica, Tenaglia, Ferranti, Caliendo, Centaro, Papa, Lo Moro, su su fino a Scalfaro. E dove spariscono quando si tratta di dedicare a Grasso le critiche riservate a Ingroia. Se poi Ingroia deve espiare la colpa di aver indagato su mafia e politica, di aver fatto condannare Contrada, Dell’Utri, Inzerillo, Gorgone e di aver mandato alla sbarra chi trattò con i boss che avevano appena assassinato Falcone e Borsellino, lo dicano. Così almeno è tutto più chiaro.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

martedì 29 gennaio 2013

Berlusconi e il giorno della memoria

post di Roberto Saviano, tratto dalla sua pagina di facebook del 28 gennaio 2013:

"Berlusconi, dando un giudizio positivo su Mussolini, ha strizzato l’occhio a certa parte di Paese. Ha utilizzato in maniera macabra e superficiale l’Olocausto per intercettare voti di estrema destra. E per mostrare un desiderio: poter anche lui ricevere poteri totali. Unica condizione per far bene questa volta. Come tutti i ridicoli aspiranti caudillo, Berlusconi incolpa la democrazia di concedere troppi pochi strumenti di cambiamento. Triste Paese che ancora ha nostalgie mentre, nello stesso giorno, Angela Merkel parla di "responsabilità perenne" dei tedeschi per la Shoah senza che questa frase faccia sentire i suoi concittadini diffamati, insultati o condannati. Ma solo invitati alla responsabilità della memoria. Che in Italia c’è molto poco".

domenica 27 gennaio 2013

Nicola Gratteri a "che tempo che fa" del 25/10/2009...riporto un passaggio dell'intervento del magistrato alla trasmissione di Fazio, passaggio illuminante, anche se tutto quello che ha detto è stato davvero illuminante


"...io sono in magistratura da quasi venticinque anni e mi sono fatto quest'idea che chiunque è al potere, sia esso di destra o di sinistra, non vuole un sistema giudiziario forte e una scuola che funzioni. Perché un sistema giudiziario forte vuol dire poter poi controllare il manovratore, una scuola efficiente vuol dire avere della gente colta, dei ragazzi colti, gente dotta e quindi gente pensante che non può accettare o assuefarsi a certi modi di vivere o a certe situazioni o condizioni". (Nicola Gratteri)


Mps imbarazza la sinistra e il Pdl tace: tutti gli interessi di B. con la banca di Siena. Berlusconi ha più legami finanziari personali nell'istituto del segretario Pd Bersani. Il banco ha accompagnato il Cavaliere dagli esordi di Milano 2 fino ai misteriosi bonifici a Dell'Utri, alla vigilia della condanna dell'amico siciliano


di  | da Il Fatto Quotidiano del 26 gennaio 2013
Mps imbarazza la sinistra e il Pdl tace: tutti gli interessi di B. con la banca di Siena
C’è un filo che lega il Monte dei Paschi al Pdl di SilvioBerlusconi e DenisVerdini. Il leader e il coordinatore del Pdl hanno più interessi e legami finanziari personali nella banca senese del segretario Pd Pier Luigi Bersani. Almeno stando a quel che si sa finora. Infatti il Pdl, che dovrebbe cavalcare lo scandalo senese, lo sta facendo poco. É difficile per Berlusconi puntare il dito su quel Monte dei Paschi di Siena che lo ha accompagnato dai primi passi con Marcello Dell’Utri nei cantieri milanesi fino agli ultimi bonifici misteriosi, sempre a Dell’Utri, alla vigilia della condanna dell’amico siciliano di sempre. “Grazie a Mps – ha ammesso il Cavaliere – potei costruire Milano 2 e Milano 3, era l’unica banca che concedeva mutui premiando la puntualità dei pagamenti”. Erano due le banche (Bnl e Mps, entrambe con presenze della massoneria nei vertici) che finanziavano in quegli anni generosamente il Cavaliere. Forse troppo.
Nell’inchiesta del sindacato ispettivo del Monte dei Paschi del 9 ottobre 1981 si legge: “La posizione di rischio verso il gruppo Berlusconi ha dimensioni e caratteristiche del tutto eccezionali e dimostrano l’esistenza di un comportamento preferenziale accentuato”. Mps, nella sua filiale di Milano 2, ha custodito per 40 anni i segreti del Cavaliere. Un muro di riservatezza nel quale ogni tanto si apre una finestra solo grazie alle indagini milanesi. Come è successo di recente con i bonifici con causale prestito infruttifero alle Olgettine del ragionier Spinelli. O a metà degli anni Novanta, quando i finanzieri scoprirono alla solita filiale del Monte libretti al portatore per circa 28 miliardi di lire per i quali Berlusconi poi affrontò un processo per falso in bilancio (annientato da una legge ad personam).
Anche Verdini non può criticare troppo l’ex presidente Mps, Giuseppe Mussari, per gli accordi con la banca Nomura nascosti in cassaforte per truccare il bilancio del 2009. Proprio in quel periodo Mussari finanziava generosamente gli amici di Verdini. Il 15 gennaio 2010 la Procura di Siena registra due chiamate di Verdini a Mussari. “Senti, ti posso disturbare due minuti?”. E poi: “É un favore, eh, quello che ti chiedo”. La questione è quella del prestito da 150 milioni di euro garantito da un pool di banche nell’ottobre 2008 all’amico Riccardo Fusi in quei giorni alla ricerca disperata di liquidità.
Verdini anticipa a voce una mail che inizia così: “Carissimo Giuseppe, con riferimento alla conversazione telefonica odierna ti illustro i motivi della mia chiamata”. Verdini chiede a Mussari di concedere a Fusi 10 milioni in più, oltre ai 60 già accordati da Mps, sui 150 totali. Il Monte doveva sostituirsi nel pool di finanziatori proprio al Credito Cooperativo Fiorentino di Verdini, poi commissariato. A Verdini che chiede lumi sul prestito da 10 milioni, Mussari replica: “Sto aspettando un riscontro”. Verdini insiste: “Ti prego, dammi una mano”. Mussari resiste: “Ci proviamo, non è l’esercizio più semplice del mondo, come potrai capire”. Verdini non si arrende: “Mi devi dare una mano, via, se te la chiedo”. Solo allora Mussari capitola: “Va bene, d’accordo, proviamo”. Alla fine il finanziamento di 10 milioni non passa. Due settimane dopo partono le perquisizioni per l’inchiesta G8 che non favoriscono i contatti con Verdini, allora indagato per quelle questioni.
Ma Verdini, da quell’operazione fallimentare per il Monte dei Paschi di Siena, avrà comunque un utile. Gli avvocati che seguono il finanziamento da 150 milioni sono i due Olivetti Rason, il padre Gian Paolo e il figlio Pier Ettore. E Niccolò Pisaneschi, fratello di Andrea, allora membro del cda di Mps e presidente di Antonveneta. Più Marzio Agnoloni. A parte la questione tra i due fratelli Pisaneschi, (Andrea pagato come consigliere di chi presta, Nicola consulente di chi li prende), lo studio Olivetti Rason e Marzio Angnoloni si appoggiano a Verdini. Lo studio Olivetti Rason paga false fatture (per l’accusa) a Verdini per 260 mila euro e Agnoloni versa in più tranche altri 157 mila euro.
Interessante l’esito delle indagini su Pier Ettore Olivetti Rason. Nella camera da letto di questo avvocato di 39 anni i Carabinieri trovano una lettera di Licio Gelli, il maestro della loggia P2. Nel verbale del sequestro si legge: “Busta gialla avente mittente conte Licio Gell, Santa Maria delle Grazie 14, Villa Wanda, Arezzo, destinatario l’Avv. Pier Ettore Olivetti Rason, contenente libro dal titolo “L’abito del dolore”, scritto da Licio Gelli riportante dedica manoscritta dell’autore”. Lo stesso Olivetti Rason che è stato intercettato mentre parlava di affari (il salvataggio della Sasch di Prato) con Nicolò Querci, manager del gruppo Mediaset e segretario di Berlusconi, nonché figlio di Carlo Querci, fino a pochi anni fa consigliere del Monte dei Paschi. Arcore e Siena non sono poi così lontane.
da Il Fatto Quotidiano del 26 gennaio 2013