Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe

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Sogno di un paese dove parole come cultura, leggi, rispetto, uguaglianza, civiltà, umanità e pietà non siano soltanto delle belle ma purtroppo inutili parole ma rappresentino invece le basi di un popolo che ha fatto di quel sogno, di quello stupendo sogno che si chiama Costituzione Italiana, le sue fondamenta.

"C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". Paolo Borsellino da "Lezione sulla mafia" del 1989

"Il nostro è un Paese senza memoria e senza verità"
Pier Paolo Pasolini

venerdì 23 marzo 2012

Il senso comune e il buon senso...ieri come oggi


Riporto una frase tratta dai "Promessi Sposi" dove Alessandro Manzoni, narrando la vicenda degli untori e della peste, fa questa osservazione: “C’è pur qualcuno che non credeva agli untori, ma non poteva ssotenere la sua opinione contro l’opinione volgare diffusa. Il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune.”



domenica 18 marzo 2012

Il governo Monti e il ''male italiano'' (da leggere assolutamente se vogliamo comprendere quali sono i mali oscuri del nostro paese e quindi "o ci solleviamo al di sopra di noi stessi o rischiamo di restare vittime di un destino che, così come è avvenuto in Grecia, rischia di compiersi "democraticamente")

articolo di Roberto Scarpinato (Procuratore Generale di Caltanissetta)
tratto da antimafiaduemila.com 

15 marzo 2012

“Le misure di austerità, inevitabili e necessarie sono irrealizzabili senza una 
democrazia funzionante e una classe politica incorrotta. Ambedue le cose mancano 
in Grecia, a causa di una storia postbellica caratterizzata da profonda sfiducia nello 
Stato e da una cultura della legalità inesistente”. Con queste parole, riportate da 
Barbara Spinelli in un suo articolo,  Alexis Papahelas, direttore del quotidiano 
Kathimerini, nel giugno 2010  pronosticava l’irredimibilità della crisi del suo paese,
individuandone le cause in un male interno – sfiducia nello Stato e illegalità dilagante 
– giunto ormai alla sua fase terminale.
Per questo motivo, secondo Papahelas, la lotta all’impunità era un fattore 
indispensabile della ripresa; la vera cura consisteva “nell’approvazione da parte di 
tutti i politici di un emendamento costituzionale che annulli l’immunità garantita a 
ministri o parlamentari passati e presenti, e che porti davanti alle corti o in prigione 
i truffatori e gli evasori fiscali”
Il caso greco offre importanti spunti di riflessione per l’Italia, paese nel quale la 
cultura della legalità è pure pressoché inesistente come attestano, tra i tanti indicatori, 
le dimensioni  di massa della corruzione e dell’evasione fiscale, e, soprattutto, lo 
statuto impunitario garantito a corrotti ed evasori   da una successione di leggi che nel 
loro sapiente e  progressivo  stratificarsi hanno dato vita a un sistema che, come ha 
recentemente dichiarato   il Ministro della Giustizia  Paola Severino, “scoraggia gli 
investitori premiando i corrotti e chi non paga, penalizzando le persone oneste”.
Rispetto alla Grecia, l’Italia annovera un male in più: una mafia che ha compiuto un 
salto di qualità. Mentre i media e l’industria culturale  continuano a puntare il focus
dell’attenzione sulla mafia del racket e del traffico degli stupefacenti, le nuove 
aristocrazie mafiose, dismessa la vecchia pelle del serpente, si stanno pacificamente 
integrando con l’economia legale, colonizzando anche il centro Nord all’insegna del 
sacro principio secondo cui “ Business are business”. 
Da un capo all’altro della penisola, le indagini penali aprono spiragli su mille segreti 
matrimoni di interessi - celebrati sui  terreni infetti  della corruzione e di una 
economia sempre più deregolata  - tra i colletti bianchi delle mafie e segmenti  delle 
nomenclature del mondo  economico e politico.
Chi conosce la storia italiana sa che corruzione ed evasione fiscale sono componenti 
risalenti e stabili della costituzione materiale del paese, con le quali, il sistema Italia 
ha imparato a  convivere pagando prezzi altissimi. Analoghe considerazioni valgono 
per il male di mafia che, oggi come ieri, nonostante i successi ottenuti nel contrasto 
alla mafia militare,  continua purtroppo a restare pressoché  intangibile nel suo cuore 
di tenebra che si annida all’interno della c.d. borghesia mafiosa, vecchia e nuova,
nucleo duro e stabile di un potente blocco sociale in grado di aggregare e orientare 
quote rilevanti di consenso sociale nel libero gioco democratico.            
Siamo tuttavia entrati in una fase storica nuova nella quale  le vecchie strategie di 
sopravvivenza  messe a punto  nella prima repubblica, sono divenute impraticabili, 
sicché il paese, a meno che non si ponga in essere una brusca inversione di tendenza, 
rischia di  avviarsi sulla via della grecizzazione, nonostante le nuove politiche di 
austerità.
Nell’Italia degli anni del boom economico, i costi globali di corruzione, evasione 
fiscale e mafie furono  metabolizzati e riassorbiti  grazie ad un ciclo economico 
espansivo talmente elevato da consentire di accumulare comunque le risorse fiscali 
necessarie  per impiantare lo Stato sociale e per garantire una redistribuzione dei 
redditi  che finanziava la capacità di spesa e di consumo delle masse popolari,
contribuendo alla crescita del mercato interno nazionale.
Dopo la chiusura di  quella fortunata parentesi storica, iniziò una seconda fase, 
protrattasi sino agli inizi degli anni Novanta, nella quale  per compensare il mancato 
introito fiscale dovuto all’evasione, per finanziare gli enormi costi della corruzione e 
per continuare  a gestire la spesa pubblica come instrumentum regni,  si fece ricorso 
sempre più massiccio all’inflazione. Il ricorso alle svalutazioni competitive della lira 
consentiva inoltre di rimettere in pari il bilancio del commercio estero,  e costituiva 
una facile scorciatoia per un  mondo imprenditoriale che in buona parte  si era ormai 
adagiato sui  guadagni facili garantiti  da rapporti collusivi con il ceto politico,
dispensatore di commesse e finanziamenti  pubblici.  
Si trattava di un’economia in buona misura drogata che teneva a galla un  paese che 
aveva messo a punto  una ricetta di breve termine per coniugare  illegalità di massa 
ed economia all’interno di un sistema domestico che poteva autogestirsi contando su 
risorse illimitate, grazie alle carte truccate di cui si è detto. E fu soprattutto a causa di 
tali carte truccate che il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo passò da 
quota 62, 4% del 1979 a quota 124, 2 % nel 1994. 
Il libero mercato fondato sulla concorrenza garantita dal rispetto di regole legali era 
stato progressivamente sostituito, in molti comparti importanti,  da un arcipelago 
nazionale di mercati protetti,   soggetti a barriere di ingresso, e che si autoregolavano 
secondo codici illegali alternativi, finalizzati a eliminare i costi ed i rischi della  
concorrenza, scaricando  enormi oneri economici  sul bilancio statale.
La tempesta di Tangentopoli mise a nudo  nel settore  dei pubblici appalti, una delle 
tante declinazioni  di una economia assistita ed illegale che aveva eliminato la 
selezione meritocratica nel mondo delle imprese,  rendendo superfluo l’investimento 
in innovazione e ricerca.
Tutto si giocava sul terreno degli accordi collusivi, chi entrava a farne parte aveva 
una rendita di posizione garantita. Nel meridione, a differenza che nel centro Nord, 
esisteva una variante locale che blindava ancor di più il sistema.
Come hanno certificato decine di sentenze penali definitive, nelle cabine di regia che 
regolavano i  mercati protetti, oltre che politici, imprenditori, liberi professionisti 
erano entrati a far parte anche i vertici della borghesia mafiosa e della mafia militare. 
La suddivisione delle tangenti e dei ricavi di tale sistema tra tutti i suoi componenti
avveniva secondo regole codificate che venivano  puntualmente rispettare al Nord 
come al Sud, a testimonianza  della forza cogente di tali regole e, quindi,  
dell’esistenza di una costituzione materiale dotata di effettività normativa, alternativa 
alla costituzione  formale priva di effettività.
Anche l’evasione fiscale  di massa faceva parte della costituzione materiale del paese 
sulla base di tacito patto collusivo tra classe politica e imprenditoriale secondo cui si 
chiudevano entrambi gli occhi sulle tasse evase sui profitti di impresa  che venivano 
utilizzati, oltre che per  finanziare le tangenti per la corruzione, anche per compensare 
l’esborso degli oneri fiscali sui costi del lavoro subordinato e per garantire  il livello 
delle retribuzioni.
Il sistema Italia così descritto consentiva  anche la coesione Nord - Sud  all’insegna di 
reciproche convenienze. La spesa pubblica, alimentata pro quota anche con i prelievi 
fiscali effettuati al Nord del paese, veniva utilizzata al Sud per finanziare  enormi reti 
clientelari, garanzia di un voto di scambio fidelizzato che  assicurava  il consenso 
elettorale ai partiti di maggioranza. Si trattava del c.d. management del sottosviluppo 
consistente nella  consapevole scelta politica  di  riprodurre  catene di sudditanza 
economica  in  alternativa alla promozione dello sviluppo economico. Lo sviluppo 
infatti determina  la progressiva  emancipazione economica  delle masse popolari  e 
promuovendo lo statuto della cittadinanza al posto di quello della sudditanza, 
trasforma il  voto di scambio fidelizzato in libero e ingovernabile voto di opinione, in 
grado di sconvolgere l’equilibrio  generale del sistema.      
Il finanziamento del management del sottosviluppo garantiva un ritorno economico, 
sempre a spese dell’erario, anche per i distretti produttivi del Nord, compensativo del 
prelievo fiscale pro quota operato in quei territori, in quanto finanziava la capacità di 
spesa e di consumo del ceto medio meridionale. Il mercato interno del Sud sosteneva 
quello del Nord all’interno di un circuito che, tuttavia, non  era autosufficiente 
necessitando di essere continuamento alimentato con la spesa pubblica.
Dalla metà degli anni Novanta siamo  entrati in una terza fase storica estremamente 
pericolosa perché  da una parte la corruzione, l’evasione fiscale, il  management del 
sottosviluppo e le mafie restano realtà costanti e anzi  ingravescenti, dall’altra sono 
venute meno tutte le leve alle quali il sistema Italia aveva affidato la sua strategia di 
sopravvivenza per coniugare illegalità di massa ed economia.     
Il punto di svolta si è verificato a seguito dell’adesione dell’Italia al trattato di 
Maastricht    che ha posto fine alle svalutazioni competitive e, imponendo rigorosi 
vincoli ai bilanci statali dei paesi aderenti, ha impedito di finanziare la continua 
lievitazione della spesa pubblica tramite il ricorso all’inflazione.
Come si fa allora a sostenere gli enormi costi macroeconomici generati dal male 
italiano? Come finanziare un debito pubblico che nel 2011  ha toccato l’ennesimo 
record arrivando a quota 1890,60 miliardi di euro,  47  miliardi in più dell’anno 
precedente, 283 miliardi in più in più rispetto al  2006? 
Dove  reperire  i fondi necessari per compensare il mancato introito annuo di 120 
miliardi evasione fiscale, buona parte della quale  è evasione totale o derivante dall’ 
economia sommersa, il cui fatturato ammonta a 300 miliardi di euro?
I capitali italiani illecitamente  esportati all’estero e sui quali i proprietari non hanno 
pagato un centesimo al fisco si aggirano tra i 500 e i 700 miliardi. Nelle casse dello 
Stato sono venuti a mancare 230 miliardi di introiti fiscali, tutta liquidità immediata 
che se correttamente investita per sostenere lo stato sociale e per rilanciare la politica 
industriale, ci avrebbe consentito di restare alla pari della Germania, paese che non 
essendo zavorrato dagli enormi costi macroeconomici dell’illegalità di massa,  ha 
brillantemente superato la crisi internazionale  garantendo la piena  occupazione e 
salari per il lavoro dipendente  doppi rispetto a quelli italiani. 
E  dove trovare i fondi necessari per compensare  i costi macroeconomici di 60 
miliardi di euro della corruzione, in gran parte impunibile  grazie alla legalizzazione 
del conflitto di interessi, cioè dell’interesse privato in atti di ufficio, e alla costruzione 
di un vero e proprio  scudo impunitario per il vastissimo   universo sociale che vive 
dell’indotto della corruzione?
Uno scudo impunitario realizzato con l’enervazione del reato di abuso di ufficio  
ridotto a un cane che abbaia ma non può mordere, con la depenalizzazione o il 
depotenziamento dei reati fiscali e della criminalità economica, con la   prescrizione 
garantita per la gran parte dei reati di corruzione grazie alla combinazione micidiale
di tre fattori: 1) termini di prescrizione dei reati che decorrono non dal momento in 
cui i reati sono accertati  ma da quelli in cui sono stati segretamente consumati 2) 
termini  ridotti da quindici anni alla metà; 3) termini che, per di più, a differenza di 
quanto previsto da altri paesi europei, non vengono interrotti con l’esercizio 
dell’azione penale o con la sentenza  di primo grado  ma continuano a decorrere sino 
alla sentenza di terzo grado della Cassazione.  Il tutto in un processo penale che,
unico caso al mondo, ha ben tre gradi di giudizio e dunque una durata inevitabilmente 
superiore a quella degli altri paesi.
Una corruzione che a parte i suoi costi economici, sta facendo pagare al  paese il 
prezzo elevatissimo del crollo della fiducia internazionale  nel sistema Italia e  della  
caduta  della credibilità dello Stato dinanzi ai suoi stessi cittadini  per la sua 
impotenza a debellare il fenomeno.
Una corruzione che condanna al rachitismo  il mercato interno  ed  il tessuto 
imprenditoriale nazionale perché premia e rende vincente la parte più spregiudicata 
del mondo imprenditoriale: quella  che sbaraglia la concorrenza e abolisce la 
selezione meritocratica utilizzando le carte truccate delle relazioni collusive  con il 
mondo politico e ammnistrativo, per ottenere commesse pubbliche, finanziamenti, 
erogazioni del credito, le licenze necessarie per avviare e gestire l’attività.
Così come negli anni Ottanta e Novanta, la corruzione resta la madre della creazione 
di mercati  protetti, della costruzione di oligopoli, della ibridazione tra colletti bianchi 
del mondo politico-imprenditoriale e quelli della mafia.
Non è certo un caso la nuova stagione antimafia di Confindustria sia stata inaugurata  
in Sicilia da imprenditori come Antonello Montante e Ivan Lo Bello che operano in 
settori di mercato (costruzione di ammortizzatori e prodotti dietetici) per i quali non è 
necessario passare attraverso le forche caudine e le sabbie mobili dei potentati locali e 
delle burocrazie.
Non è un caso che nel meridione il settore della produzione  dell’ energia eolica che 
necessita del rilascio di  numerose autorizzazioni, abbia visto emergere personaggi 
legati alla mafia e a potenti  referenti politici, come attestano vari processi penali.
Non essendo possibile  intervenire per debellare la corruzione, divenuto purtroppo un 
rimosso e  spinoso affare di famiglia trasversale alle classi dirigenti nazionali,  non 
essendo  altresì  possibile intervenire  incisivamente sull’evasione fiscale e su altre 
illegalità di massa perché ritenuto penalizzante sotto il profilo del ritorno elettorale, si
così  è scelta una terza via: invece di tagliare i costi dell’illegalità, si sono tagliati i 
costi dello Stato sociale e gli investimenti  destinati a innovare e rendere competitivo 
il sistema imprenditoriale del paese.
Tagli alla scuola pubblica, ai fondi per la ricerca, ai servizi degli enti locali,  alla 
sanità, riduzioni e congelamenti di stipendi  eccetera.
Strategia perdente che rischia di strangolare il paese con la corda dei suoi vizi storici,
avviandolo sulla strada di  una occulta grecizzazione.
Il taglio lineare delle provvidenze dello Stato sociale, al netto della razionalizzazione 
delle risorse e della eliminazione degli sprechi, ha determinato  infatti  come 
immediato contraccolpo l’impoverimento del ceto medio e delle masse popolari la cui 
capacità di spesa e di consumo è stata sempre più compressa dalla triplice tenaglia 
della riduzione delle retribuzioni ( le più basse in Europa), dell‘incremento del carico 
fiscale diretto e da quello indiretto (IVA,  tasse sulla benzina e sull’energia), e infine, 
della necessità di pagare  servizi prima  gratuiti o garantiti a prezzo politico dallo 
Stato sociale (dagli asili nido, all’assistenza agli anziani, dall’aumento del ticket 
sanitario ai costi dei trasporti pubblici e via elencando).  
La riduzione coatta  dei consumi di massa determina  la conseguente riduzione degli 
ordinativi ed  il calo della produzione. Producendo meno le imprese versano minori 
imposte allo Stato, innescando così un avvitamento recessivo sempre più pericoloso.
Tutto ciò rischia di avere  ricadute negative anche per la coesione nazionale. 
La    progressiva riduzione dei fondi pubblici  trasferiti dal centro alla periferia, ha
infatti accelerato ed aggravato la crisi dell’economia meridionale,  elevando a picchi 
mai raggiunti prima la disoccupazione, contraendo bruscamente la capacità di spesa 
del ceto medio meridionale e  contribuendo a divaricare  ulteriormente  la forbice 
economica tra Nord e Sud.
L’ulteriore conseguenza è che il meridione  perde sempre più  appeal come mercato 
interno per i prodotti del Nord, risultando meno remunerativo  rispetto a nuovi 
mercati emergenti come quello cinese dove 250 milioni di nuovi ricchi aspirano a 
modelli di vita di tipo occidentale e  acquistano  beni di lusso e voluttuari  ormai 
interdetti a quote sempre  crescenti dell’impoverito ceto medio nazionale.
Componenti significative delle classi dirigenti nordiste da tempo considerano quindi 
la questione meridionale come una partita perduta dalla quale disinvestire.
Prova ne sia la che la questione meridionale è stata cancellata dall’agenda politica ed  
è stata completamente soppiantata dalla questione settentrionale.
E in questa direzione sembra muoversi anche la scelta strategica delle Ferrovie dello 
Stato di fermare le linee  ferroviarie di alta velocità sino alla linea Maginot del 6
centro- Italia, tagliando fuori dal sistema dei trasporti veloci tutto il Sud, le cui linee 
interne sono state per di più drasticamente ridotte.
Nessuna meraviglia dunque se autorevoli commentatori da tempo sostengono che il 
Sud deve essere  restituito al suo destino ed affidato ad una economia  autoportante 
alternativa del tipo “porto franco”.
Quando si chiede di specificare cosa in concreto ciò significhi, ci si sente rispondere 
con  soluzioni  del tipo: liberalizzazione delle  case da gioco, defiscalizzazione della 
benzina, detassazione dei profitti di impresa in cambio di una totale 
deregolamentazione delle relazioni industriali e via elencando.
Insomma una sorta di Singapore del Mediterraneo, libera prateria per gli  animal 
spirits di una capitalismo deregolato all’interno del quale la criminalità organizzata 
avrebbe aggio di fare la parte del leone.
E certo  corrono  i brividi lungo la schiena, ricordando che una delle richieste di 
Salvatore Riina contenute nel famoso papello per trattare con lo Stato  la fine delle 
stragi del 1992, consisteva proprio nella defiscalizzazione della benzina.
All’interno di questo nuovo panorama macropolitico - che  a sua volta  potrebbe 
inscriversi in un più ampio progetto diretto  a suddividere l’Europa in una zona euro 
uno per i paesi forti e in una zona euro due per quelli deboli - il centro Nord, 
liberatosi della  zavorra meridionale e ottimizzando il reinvestimento delle risorse 
prodotte nel territorio in opere infrastrutturali,  potrebbe aspirare a  integrarsi  nella 
zona euro, lasciando il Sud alla zona euro due.
Si tratta della versione colta e prudente  di un progetto di secessione economica 
nazionale soft affidata al naturale decorso degli eventi; lo stesso progetto  che 
l’impaziente  Lega Nord vorrebbe affidare a indebite e pericolose forzature della 
Storia.     
L’impossibilità, per  i motivi che si è detto,  di porre fine allo statuto impunitario di 
cui gode il vastissimo popolo che vive dell’indotto della corruzione e del 
managemenent  del sottosviluppo, vota all’insuccesso anche quel residuo di politica 
keynesiana  che mira al rilancio dell’economia mediante nuovi  investimenti nelle 
opere pubbliche e nel sostegno allo sviluppo delle imprese, anche grazie all’utilizzo 
dei fondi comunitari.
Come la lezione dell’esperienza, insegna, immettere  soldi pubblici in canali 
istituzionali infestati da enormi ragnatele corruttive e clientelari, equivale infatti  a 
pompare acqua in un sistema idrico le cui condutture sono fuori controllo e lungo il 
cui percorso è costante il pericolo di emungimenti ed allacci abusivi, sicché alla fine 
del percorso l’acqua che arriva a destinazione è troppo  scarsa  per irrigare i campi, 
per dissetare la popolazione  e, talora, è pure infetta.   
L’esperienza fallimentare dei fondi erogati dalla legge n. 488 e di quelli comunitari, è 
solo uno dei capitoli più recenti di una storia che con  infinite varianti dal dopoguerra 
sino ai nostri giorni, si replica sempre  identica a se stessa  nei suoi esiti finali: 
sistematica dispersione-predazione delle risorse destinate allo sviluppo,  
irresponsabilità politica dei gestori dei flussi di spesa,  eterna impunità  penale 
garantita a tutti i principali protagonisti delle vicende corruttive.7
La corruzione impedisce  anche di programmare e quantificare la spesa per opere 
pubbliche, costringendo talora a rinunciarvi per ragioni di prudenza contabile.
In altri termini come si fa ad avere la garanzia che  il costo preventivato  di cinque 
miliardi di euro di  un’opera pubblica, oggi compatibile con le risorse di bilancio, non 
lieviti nel tempo  del doppio o del triplo a causa del moltiplicatore occulto e 
incontrollabile della corruzione?
Esiste dunque in Italia una inscindibile correlazione tra questione economica e 
questione dell’illegalità che consente di replicare per il nostro paese la stessa diagnosi 
che nel 2010  Alexis Papahelas formulò per la Grecia.
Non per problemi etici, né per problemi di giustizia, ma  per evitare che la sindrome  
greca continui a pregiudicare e forse  a  compromettere definitivamente la ripresa 
economica  del paese, precipitandolo in una spirale di declino irreversibile, la vera 
sfida  con la quale deve misurarsi oggi il governo Monti, e con la quale dovrà 
misurarsi domani chiunque avrà la guida del paese, si muove dunque sul terreno 
ineludibile del ripristino della legalità e del principio di responsabilità, coniugando 
legalità e sviluppo, stato regolatore e libero mercato.
La nascita del governo tecnico ha aperto una pausa di sospensione e ha determinato 
una temporanea  aperura di credito internazionale pagata a caro prezzo con una 
manovra lacrime e sangue che ha ulteriormente compresso la già ridotta  capacità di 
spesa delle masse popolari, schiacciata tra l’incudine della diminuizione delle 
retribuzioni e il  martello dell’aumento delle imposte e dei prezzi.
Sotto la coltre del  tempo sospeso,  il male italiano intanto  continua, giorno dopo 
giorno, a erodere  la polpa viva della residua ricchezza del paese e a impedirne la 
ripresa mentre il potere interdittivo delle forze politiche  impedisce di varare le 
riforme necessarie  per imporre una inversione radicale del senso di marcia: la 
riforma delle tante norme che hanno sinora garantito lo statuto impunitario dell’Italia 
illegale, l’introduzione di norme necessarie per restituire credibilità allo Stato 
mediante la regolazione del conflitto  di interessi e il ripristino della selezione 
meritocratica nei posti pubblici, l’introduzione di norme dirette ad eliminare indebite 
posizioni di oligopolio  e mercati protetti in settori strategici dell’economia, e molto 
altro che la brevità di questo intervento non consente di elencare.
In tutti questi terreni si procede  ancora  con estenuanti trattative che rischiano 
continuamente di arenarsi nelle sabbie mobili dei rinvii, di soluzioni minimaliste e 
inefficaci, nella sostituzione dell’esibizione mediatica di muscoli rispetto alla 
concreta ed incisiva azione legislativa.
Ci si sente ripetere che la politica si nutre di realismo. Ma è bene assumere 
consapevolezza che oggi di realismo il paese rischia di morire, se per realismo si 
intende la necessità di adattarsi alla situazione esistente per l’impraticabilità politica 
di soluzioni alternative.
Forse è tempo di gettare il cuore oltre l’ostacolo, di elevarsi al di là dei limiti della 
nostra storia, che, per molti  versi, assomiglia a quella greca.
Siamo stati proiettati nella modernità del xx° secolo  ancora impreparati, quando 
eravamo ancora  un  popolo di ex contadini, di  servi e padroni,  che  delegavano la 8
soluzione salvifica dei loro mali ai padri salvatori, agli uomini della provvidenza, ai 
duci, agli unti dal signore.
Dopo  lo sprint degli anni Sessanta realizzato  in parte  con la cinesizzazione 
dell’economia italiana ed in parte grazie alla genialità innovativa della nostra 
migliore imprenditoria, siamo ricaduti nei nostri vecchi vizi andando    avanti con 
l’economia magliara e assistita degli anni Ottanta,  nella quale  la  risalente  cultura 
contadina  della roba si è saldata  con quella del nuova cultura del  profitto  senza 
regole e senza rischi.
Ce lo siamo potuti permettere perché giocavano in casa all’interno di un’ economia 
domestica. Oggi le sfide della postmodernità e della competizione globale non ci 
consentono più di adagiarci nei nostri vizi e di restare prigionieri dei nostri limiti.
La ricreazione è finita, o ci solleviamo al di sopra di noi stessi o rischiamo di restare 
vittime  di un destino che, così come è avvenuto in Grecia,    rischia di compiersi
“democraticamente”.

Esercizi di memoria

tratto da: 
Servizio Pubblico: Esercizi di memoria - Autore: Giulia Cerino - Data: 18 Marzo 2012

In occasione della giornata della memoria delle vittime delle mafie, abbiamo fatto un giro all'università la Sapienza. Abbiamo chiesto agli studenti cosa ricordassero delle stragi del '92-'93 e della morte di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Ecco il risultato...




sabato 10 marzo 2012

Sentenza Cassazione Dell'Utri...parafrasando Pasolini potremmo dire che, pur non avendo le prove, sappiamo quasi tutto quello che si deve sapere.


Impunità e salvacondotti 
articolo di  Giulietto Chiesa, tratto da Il Fatto Quotidiano  | 10 marzo 2012 

Parafrasando Bettino: da oggi siamo tutti un pò più mafiosi. Anche se, dopo la decisione della Cassazione, si può affermare che la mafia non esiste. Perché se non esiste il concorso esterno (o se “non ci crede più nessuno”) ciò equivale a dire che non esiste nemmeno la mafia, che è tutta un “concorso esterno”, salvo quando ti fa saltare in aria con le bombe, o ti spara un colpo in bocca e ti incapretta.

Certo, nostro malgrado, ma è così.

Parafrasando Pasolini potremmo dire che, pur non avendo le prove, sappiamo quasi tutto quello che si deve sapere.

Qualche giornale ha scritto che ieri il cellulare di Dell’Utri parlava spagnolo, lasciando intendere che, forse, il braccio destro di Berlusconi stava aspettando la sentenza fuori dai confini patrii. Io penso che quella segreteria telefonica fosse una interferenza casuale. Volete che non sapesse come sarebbe andata a finire? Quello, citando Leonardo Sciascia, è un “vero uomo”, mica un “quaqquaraqquà” qualunque.

L’eroe del nostro tempo, liberato dalla mafia, è un signore, Francesco Iacoviello, che, nella sua qualità di Procuratore Generale delle Cassazione, (grazie alla ferrea memoria di Travaglio, che ha fatto l’elenco) ha nel suo curriculum “la richiesta e l’ottenimento dell’annullamento delle condanne di Squillante per IMI-Sir e di De Gennaro per il G8, e la conferma dell’assoluzione di Mannino e della prescrizione per Berlusconi nel caso Mondadori”. Giustizie sono state fatte.

Resterà nei libri di storia, meritoriamente. Nei libri di storia scritti dai vincitori. Solo in quelli, naturalmente, ma poiché sono quelli che contano, buon per lui. Arriverà alla pensione con tutti gli onori.

Noi, che siamo saltati in aria – moralmente – insieme a Falcone e a Borsellino, non dobbiamo lamentarci o piangere. Questo è il risultato dei rapporti di forza politici in cui si trova questo nostro disgraziato paese. L’unica cosa che dobbiamo proporci è di rovesciare questi rapporti di forza, sempre che ne abbiamo ancora l’intenzione e il coraggio.

giovedì 8 marzo 2012

Due fratelli disoccupati e da un mese chiusi al Cie: ma sono nati e cresciuti in Italia


articolo tratto da Il Fatto Quotidiano, 8 marz0 2012
Di origine bosniaca, hanno perso il lavoro. E così anche il permesso di soggiorno, ma non hanno nessuna patria in cui tornare. L'avvocato: "Una situazione paradossale"
Sono nati e cresciuti in provincia di Modena.Hanno studiato in una scuola di Sassuolo e tifano la squadra locale. Eppure da quasi un mese sono rinchiusi al Cie. È la storia di due fratelli, Andrea e Senad S., rispettivamente 23 e 24 anni, figli di immigrati di origine bosniaca fino a qualche tempo fa regolarmente residenti in Italia. La loro vita è cambiata da quando i genitori, venditori ambulanti, hanno perso il lavoro e insieme il permesso di soggiorno, nel 2007. In quel momento per il nostro ordinamento i due ragazzi sono diventati meno che apolidi, non avendo un chiaro status giuridico. Ed è per questo che il 10 febbraio, dopo un controllo, sono stati portati nel centro modenese per stranieri in attesa d’identificazione ed espulsione, dove vivono tuttora.

Il problema è che pur essendo provvisti di documento di identità, non hanno né un passaporto, né una patria in cui fare ritorno. Allo stesso modo se le autorità italiane volessero espellerli, non ci sarebbe alcun paese estero a cui consegnarli. Questo perché i genitori non li hanno mai registrati all’ambasciata bosniaca (si dovrebbe fare entro i 18 anni), e loro non sono mai usciti dall’Italia. “Una situazione kafkiana” l’ha definita l’avvocato, Luca Lugari, che si è rivolto al giudice di pace per dirimere la matassa di una questione che sembra non avere né capo né coda. “Per lo Stato sono due clandestini di vaghe origini balcaniche, quindi non godono di nessun diritto civile. Sono due fantasmi rinchiusi al Cie dopo un controllo che ha dimostrato la disoccupazione dei genitori, a cui è seguito un provvedimento di espulsione notificato dal questore. Provvedimento che non potrà essere però eseguito”.

La prima udienza è stata fissata per il prossimo 12 marzo, davanti al giudice di pace. Anche se l’avvocato si dice dubbioso sull’esito della vicenda. Il caso, secondo Lugari, potrebbe essere il primo di una lunga lista di episodi simili, ancora senza nome né volto. E potrebbe fare giurisprudenza, diventare un precedente, proprio a pochi giorni dalla chiusura della campagna “L’Italia sono anch’io”, che in tutta la penisola ha raccolto oltre 200.000 firme per chiedere il riconoscimento della cittadinanza agli immigrati di seconda generazione. I due ragazzi hanno anche mandato un appello alla Corte europea per i diritti dell’uomo e a Giorgio Napolitano. Solo poche settimane fa infatti il presidente della Repubblica aveva definito “un’autentica follia” il fatto che i bambini nati nel nostro territorio non diventino italiani.

“Siamo nati e vissuti sempre in Italia – scrivono Andrea e Senad -. Sebbene i nostri genitori non abbiamo ottenuto il rinnovo del permesso di soggiorno perché attualmente disoccupati, ci sentiamo profondamente italiani: abbiamo frequentato le scuole dell’obbligo in Italia, conosciamo usi e costumi italiani e tifiamo il Sassuolo Calcio. In questa specie di carcere ci chiamano ‘ospiti’, ma noi non siamo né ospiti, né intrusi. Siamo bloccati al Cie, a spese dei contribuenti, in attesa di un provvedimento che non potrà mai essere eseguito”.

Intanto, le associazioni modenesi hanno organizzato per lunedì mattina un presidio di protesta. “Chiediamo la liberazione di Andrea e Senad S. rinchiusi in un luogo, il Cie, economicamente e umanamente inutile – ha dichiarato Cécile Kyenge, del Comitato 1 marzo e responsabile regionale del Pd per l’immigrazione – i ragazzi sono finiti in una anomalia della legge italiana, sono nati e vissuti in Italia, quindi avrebbero diritto a ottenere la cittadinanza italiana. Chiediamo a tutte le associazioni che si sono impegnate per la campagna l’Italia sono anch’io, e per Lasciateci entrare di intervenire e mobilitarsi, perché questa storia si chiuda velocemente e in maniera positiva”.