Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe

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Sogno di un paese dove parole come cultura, leggi, rispetto, uguaglianza, civiltà, umanità e pietà non siano soltanto delle belle ma purtroppo inutili parole ma rappresentino invece le basi di un popolo che ha fatto di quel sogno, di quello stupendo sogno che si chiama Costituzione Italiana, le sue fondamenta.

"C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". Paolo Borsellino da "Lezione sulla mafia" del 1989

"Il nostro è un Paese senza memoria e senza verità"
Pier Paolo Pasolini

venerdì 31 dicembre 2010

Messaggio di fine anno 2010 di Beppe Grillo

giovedì 30 dicembre 2010

Auguri a tutti per un Sereno e Felice 2011: Auguri di cuore



Solidarietà ai pastori sardi

da: "Lettere dalla Rete" da La Rete del Grillo del 30 dicembre 2010

di C.A.

Il comitato cittadino aquilano 3e32 esprime solidarietà al Movimento dei Pastori Sardi, che ieri a Civitavecchia si sono visti ancora una volta negare il diritto a manifestare il loro disagio economico e sociale. E' inammissibile che duecento manifestanti provenienti dalla Sardegna, imprenditori del comparto agropastorale che fornisce più della metà del latte ovocaprino consumato in Italia, vengano picchiati dalla Polizia e letteralmente sequestrati all'interno del porto di Civitavecchia per un giorno intero. E' inaccettabile che non siano stati fatti neanche avvicinare a Roma. E' deprecabile che la notizia venga relegata nelle ultime pagine dei giornali. E' insopportabile che venga impedito ai cittadini di manifestare il proprio dissenso nella capitale, divenuta ormai una gigantesca zona rossa. L'Aquila ha subito tale repressione sulla propria pelle lo scorso luglio, quando persino gli anziani furono manganellati perché non era 'concesso' il presidio sotto i palazzi del potere, che decidono delle nostre vite. Abbiamo sinceramente ringraziato il popolo sardo per esserci stato vicino nel periodo immediatamente successivo al sisma, anche con pratiche pastorizie come «sa paradura»: ora è il momento di far fronte comune. E' necessario ribellarsi una logica repressiva sempre più dura e alla totale ignoranza delle nostre problematiche, divenute di importanza nazionale. Uniamo le lotte per dire basta. Riprendiamoci il futuro, insieme e ora.


mercoledì 29 dicembre 2010

Domanda un po’ diretta, ma non infondata

da Pioviono rane di Alessandro Gilioli del 29 dicembre 2010


«Caro Fassino io ho le mani indolenzite perchè tutto il giorno ho tenuto in mano una smerigliatrice da 8 kg. A te non fa male la bocca per le stronzate che dici?»

Arresti preventivi: quando Bob Kennedy si scontrò con lo sceriffo

Per vedere il filmato clicca qui !

Il ministro Gasparri ha chiesto "arresti preventivi" per evitare le violenze in strada.

Chissà se Gasparri conosce l’episodio in cui Robert Kennedy - allora Ministro di Giustizia - si trovò a confrontarsi con lo sceriffo della contea di Kern, in California, durante le udienze di un comitato senatoriale sullo sciopero dei lavoratori.

Articolo e filmato tratti dal sito: http://www.luogocomune.net


domenica 19 dicembre 2010

Se la risposta è la zona rossa

dal BLOG di Alberto Puliafito, su Il Fatto Quotidiano.it del 19 dicembre 2010

Studenti medi e appena entrati all’università, i veri soggetti nuovi del movimento, sono radicali nei comportamenti e nell’espressione di piazza perché hanno afferrato la radice della questione: o si trasforma tutto, o la crisi la pagheremo noi. Insomma, a bruciare sulle barricate dei palazzi assediati è la fiducia non solo in questo o quel governo ma nella speranza, che – come Monicelli ci ha insegnato – è una trappola dei padroni.

Lo scrive Gigi Roggero, che, in un pezzo dal titolo Il fuoco della conoscenza, fotografa in maniera spietata e realistica una classe politica – ma anche giornalistica – impreparata e sorpresa di fronte agli eventi del 14 dicembre a Roma.

Una classe politica che sembra scendere dalla montagna del sapone, sconnessa dalla realtà, si accorge dei giovani solo quando questi escono dal seminato di bontà e buonismo e ignora quanto sia priva di prospettive, oggi, la vita per le generazioni dai trenta in giù.
Una classe politica sorpresa, come se la violenza di un giorno fosse esplosa immotivatamente da un momento all’altro, senza preavviso, in un Paese dov’è tutto perfetto. E così, molti a rincorrersi nel predicare la condanna all’atto violento. Pochi a chiedersi quale violenza a monte abbia generato, negli anni, esasperazione e tensione sociale. Praticamente nessuno a fare una riflessione autocritica. Praticamente nessuno a chiedersi cosa significhi, se la piazza si incattivisce; se chi si incattivisce trova consensi anche in chi non commetterebbe mai atti violenti. Sarà solo colpa della piazza? O potrebbero esserci responsabilità altre, politiche? Da dove nasce, questa violenza? Cosa si può fare per fermarla, oltre che reprimere?

Politica deriva da “polis”, che in greco significa città, comunità dei cittadini. La risposta della politica – che dovrebbe occuparsi del bene collettivo – a un dissenso pacifico è stata la chiusura al dialogo. Quella al dissenso violento, la condanna acritica e decontestualizzata dalla situazione storico-sociale in cui si trova l’Italia oggi. E’ una risposta fatta di parole obsolete e di strategie fatiscenti, per nulla affine a quel che, giustamente, auspica Travaglio quando dice che occorrono parole nuove e luoghi non comuni per comunicare.

La risposta della politica nostrana al dissenso è la zona rossa. Magari, la tessera del manifestante, a pareggiare i conti con quella del tifoso: non sorprenderebbe, visto che la politica si è ridotta a tifo e calciomercato.

Ignorare invece di comprendere. Difendere la contingenza e lo status quo invece di distendere e pianificare il futuro. Militarizzare invece di dialogare.
E’ una risposta vecchia e impreparata, esasperante, che potrebbe avere conseguenze sociali pesanti.
E quando le conseguenze sociali arriveranno, la classe politica potrà di nuovo osservarle sorpresa, chiedersi come sia stato possibile, continuare a non capire, condannare e lavarsene le mani.

venerdì 17 dicembre 2010

Assalto. Incursione. Tortura. "Le truppe di Santoro invadono casa Scilipoti: la madre colta da malore". Bene, era tutto falso. Guardate.

Fonte: Non leggere questo Blog!

16 dicembre 2010
Cercavano le prove della corruzione del deputato ex Idv. Invece hanno solo spaventato la mamma 91enne del parlamentare ... Davanti a microfoni, telecamere, domande a raffica e fari puntati ha un mancamento. Un grande spavento con un piccolo malore, da cui si è fortunatamente ripresa in breve senza avere ben capito che cosa le fosse successo ... Anche lui (Scilipoti) si è preso un bello spavento quando, verso mezzogiorno, ha ricevuto la telefonata dei familiari che gli hanno raccontato la brutta avventura capitata alla mamma anziana. "Se la sono presa con una donna di 91 anni".

Il Giornale - lunedì 13 dicembre 2010

Scilipoti: è stata una vera e propria "aggressione". Cicchitto: questa è "tortura verbale". Butti, Pdl: "Un'incursione: fare giornalismo significa raccontare i fatti, non spaventare le vecchiette con incursioni minacciose".

Corriere della Sera, lunedì 13 dicembre 2010.

Scilipoti: "Ho appena saputo che quelli di Annozero sono andati ad infastidire, ad importunare mia mamma di 91 anni, e questo è veramente mortificante.

Tg4, domenica 12 dicembre 2010
Annozero va all'"assalto" di mamma Scilipoti. 91 anni, colta da malore ... Talmente invasati dalla furia ideologica hanno letteralmente invaso l'abitazione di Domenico Scilipoti ... Se per costruire un servizio degno di questo nome si deve mandare all'ospedale una povera donna , significa che la Rai e i santoriani hanno superato ogni limite.

La Padania, martedì 14 dicembre 2010
Subito dopo l'esplosione dello scandalo, un'inviata di Annozero aveva pure provato a spiegare l'accaduto: "Mentre giravamo in piazza, ci siamo accorti per caso della signora, ci siamo avvicinati con garbo e lei ha risposto alle domande senza alcuna tensione". Maffiguriamoci, perché darle retta, conosciamo Annozero. Bene, ecco finalmente le immagini dell'intollerabile violenza perpetuata dallo staff di Santoro, ecco finalmente il video dell'assalto, della minaccia, della furia, della tortura, dell'invasione, dell'incursione, dell'aggressione subita dalla mamma dell'Onorevole Scilipoti.





mercoledì 15 dicembre 2010

Per l’Italia - di Fabio Granata

15 dicembre 2010 | di Fabio Granata

“Lasciate che chi non ha voglia di combattere se ne vada.
Dategli dei soldi perché acceleri la sua partenza, dato che non intendiamo morire in compagnia di quell’uomo.
Non vogliamo morire con nessuno ch’abbia paura di morir con noi”

Enrico V – William Shakespeare

Queste parole immortali non per raccontare una sconfitta ma per rivendicare il valore del coraggio, della lealtà e della coerenza.

Contro il potere del Dio Denaro e la miseria di piccoli uomini e piccole donne.

Per l’Italia.


CONDIVIDO E SOTTOSCRIVO!!!


"Il profeta d'illusioni ha vinto solo un turno, nella storia che stiamo vivendo"

di BARBARA SPINELLI, da Repubblica.it del 15 dicembre 2010

C'E' CHI DIRA' che l'iniziativa di sfiduciare Berlusconi era votata a fallire: non solo formalmente ma nella sostanza. Perché non esisteva una maggioranza alternativa, perché né Fini né Casini hanno avuto la prudenza di perseguire un obiettivo limpido, e hanno tremato davanti a una parola: ribaltone. Parola che solo per la propaganda berlusconiana è un peccato che grida vendetta al cospetto della Costituzione. Hanno interiorizzato l'accusa di tradimento, e non se la sono sentita di dar vita, guardando lontano, a un'alleanza parlamentare diversa. Hanno ignorato l'articolo 67 della Costituzione, che pure parla chiaro: a partire dal momento in cui è eletto, ogni deputato è libero da vincoli di mandato e rappresenta l'insieme degli italiani. Non manca chi già celebra i funerali per Fini, convinto che la sua scommessa sia naufragata e che al dissidente non resti che rincantucciarsi e pentirsi.

Per chi vede le cose in questo modo Berlusconi ha certo vinto, anche se per 3 voti alla Camera e spettacolarmente indebolito. Il Premier ha avuto acume, nel comprendere che la sfiducia era una distruzione mal cucita, un tumulto più che una rivoluzione, simile al tumulto scoppiato ieri nelle strade di Roma. Neppure lontanamente gli oppositori si sono avvicinati alla sfiducia costruttiva della Costituzione tedesca, che impone a chi abbatte il Premier di presentarne subito un altro.

A ciò si aggiunga la disinvoltura con cui il capo del governo ha infranto l'etica pubblica, esasperando lo sporco spettacolo del mercato dei voti. Il mese in più concesso da Napolitano, lui l'ha usato ricorrendo a compravendite che prefigurano reati, mentre le opposizioni l'hanno sprecato senza neanche denunciare i reati (se si esclude Di Pietro). Eugenio Scalfari ha dovuto spiegare con laconica precisione, domenica, quel che dovrebbe esser ovvio e non lo è: non è la stessa cosa cambiar campo per convinzione o opportunismo, e cambiarlo perché ti assicurano stipendi fasulli, mutui pagati, poltrone.

Ma forse le cose non stanno così, e la vittoria del Cavaliere è in larga misura apparente. Non solo ha una maggioranza esile, ma è ora alle prese con due partiti di destra (Udc e Fli) che ufficialmente militano nell'opposizione. Il colpo finale è mancato ma la crisi continua, come un torrente che ogni tanto s'insabbia ma non cessa di scorrere. Quel che c'è, dietro l'apparenza, è la difficile ma visibile caduta del berlusconismo: caduta gestita da uomini che nel '94 lo magnificarono, lo legittimarono. È un Termidoro, attuato come nella Francia rivoluzionaria quando furono i vecchi amici di Robespierre a preparare il parricidio. Non solo le rivoluzioni terminano spesso così ma anche i regimi autoritari: in Italia, la fine di Mussolini fu decretata prima da Dino Grandi, gerarca fascista, poi dal maresciallo Badoglio, che il 25 luglio 1943 fu incaricato dal re di formare un governo tecnico pur essendo stato membro del partito fascista, responsabile dell'uso di gas nella guerra d'Etiopia, firmatario del Manifesto della Razza nel '38.

Un'uscita dal berlusconismo organizzata dal centro-destra non è necessariamente una maledizione, e comunque non è il tracollo di Fini. Domenica il presidente della Camera ha detto a Lucia Annunziata che dopo il voto di fiducia passerà all'opposizione: se le parole non sono vento, la sua battaglia non è finita. Sta per cominciare, per lui e per chiunque a destra voglia emanciparsi dall'anomalia di un boss televisivo divenuto boss politico, ancor oggi sospettato di oscuri investimenti in paradisi fiscali delle Antille. Il successo non è garantito e se si andrà alle elezioni, Berlusconi può perfino arrestare il proprio declino e candidarsi al Colle.

Non è garantita neppure la condotta del Vaticano, che ha pesato non poco in questi giorni, facendo capire che la sua preferenza va a un patto Berlusconi-Casini che isoli Fini, ritenuto troppo laico. A Berlusconi, che manipola i timori della Chiesa e promette addirittura di creare un Partito popolare italiano, Casini ha risposto seccamente, alla Camera: "La Chiesa si serve per convinzione, non per usi strumentali".

Resta che il futuro di una destra civile, laica o confessionale, si sta preparando ora.

È il motivo per cui non è malsano che la battaglia avvenga in un primo tempo dentro la destra. Sono evitati anni di inciuci, che rischiano di logorare la sinistra e non ricostruirebbero l'Italia, la legalità, le istituzioni. Il Pd sarebbe polverizzato, se la successione di Berlusconi fosse finta. Un governo stile Comitato di liberazione nazionale (Cln) sarebbe stato l'ideale, ma tutti avrebbero dovuto interiorizzarlo e l'interiorizzazione non c'è stata. Anche tra il '43 e il '44 fu lento il cammino che dai due governi Badoglio condusse prima al riconoscimento del Cln, poi al governo Bonomi, poi nel '46 all'elezione dell'assemblea che avrebbe scritto la Costituzione.

Oggi non abbiamo alle spalle una guerra perduta, e questo complica le cose. Abbiamo di fronte una guerra d'altro genere - il rischio di uno Stato in bancarotta - e ne capiremo i pericoli solo se ci cadrà addosso. L'impreparazione del governo a un crollo economico e a pesanti misure di rigore diverrebbe palese. Anche la natura dei due regimi è diversa: esplicitamente dittatoriale quello di Mussolini, più insidiosamente autoritario quello di Berlusconi. Il suo potere d'insidia non è diminuito, soprattutto quando nuota nel mare delle campagne elettorali o quando mina le istituzioni. Subito dopo la fiducia, ieri, ha anticipato un giudizio di Napolitano ("Il Quirinale vuole un governo solido") come se al Colle ci fosse già lui e non chi parla per conto proprio.

L'opposizione del Pd è a questo punto decisiva, se non allenta la propria tensione e non considera una disfatta la battaglia condotta per un governo vasto di responsabilità istituzionale. Anche se incerte, le due destre d'opposizione sanno che senza la sinistra non saranno in grado di compiere svolte cruciali. Un Termidoro fatto a destra è un vantaggio in ogni circostanza. Se il governo dovesse estendersi a Casini e Fini e riporterà l'equilibrio istituzionale che essi chiedono, la sinistra potrà dire di aver partecipato, con la sua pressione, alla restaurazione della legalità repubblicana. Il giorno del voto, potrà ricordare di aver agito non per ottenere poltrone, ma nell'interesse del Paese. Se la destra antiberlusconiana non si emanciperà, se inghiottirà nuove leggi ad personam, la sinistra potrà dire di aver avuto, sin dall'inizio, ragione. Con la sua costanza, avrà contribuito alla fine al berlusconismo. Potrà influenzare anche la natura, più o meno laica, della destra futura. Potrà prendere le nuove destre d'opposizione alla lettera ed esigere riforme della Rai, pluralismo dell'informazione, autonomia della magistratura, lotta all'evasione fiscale, leggi definitive sul conflitto d'interessi. Per questo il duello parlamentare di questi giorni è stato tutt'altro che ridicolo o provinciale.

I partiti di oggi non hanno la tenacia dei padri costituenti: proprio perché il passaggio è meno epocale, i compiti sono più ardui. Ma non sono diversi, se si pensa allo stato di rovina delle istituzioni. L'unico pericolo è cadere nello scoramento. È farsi ammaliare ancora una volta dal pernicioso pensiero positivo di Berlusconi. Quando le civiltà si cullano in simili illusioni ottimistiche la loro fine è prossima. Lo sapeva Machiavelli, quando scriveva che con i tiranni occorre scegliere: bisogna "o vezzeggiarli o spegnerli; perché si vendicano delle leggieri offese, ma delle gravi non possono". Lo sapeva Isaia, quando diceva dei figli bugiardi che si cullano nell'ozio: "Sono pronti a dire ai veggenti: 'Non abbiate visionì e ai profeti: 'Non fateci profezie sincere, diteci cose piacevoli, profetateci illusioni'".

Il profeta d'illusioni ha vinto solo un turno, nella storia che stiamo vivendo.

(15 dicembre 2010)

sabato 4 dicembre 2010

"... Se ci fate caso, forse per lo stress dell’avvicinarsi della fine, un po’ tutti stanno dimostrando quello che sono e quello che realmente pensano"

La nostalgia squadrista di Verdini

di Gioacchino Genchi, da Il Fatto Quotidiano del 4 dicembre 2010


La nostalgia squadrista di Verdini L’espressione noi ce ne freghiamocon cui Denis Verdini ha replicato alla corretta rivendicazione delle prerogative del Capo dello Stato non è solo un’espressione screanzata. Il tono e il contenuto non voleva nemmeno rappresentare un esercizio del diritto di critica che – per come ritengo – chiunque, in uno stato democratico, può esercitare anche nei confronti del Capo dello Stato. Verdini, per una volta, si è espresso con sincerità e naturalezza, dimostrandoci quello che è e quello che pensa e di questo gli dobbiamo essere grati.

Nei momenti di difficoltà, infatti, si riducono i freni inibitori e si evidenziano gli aspetti più originali e reconditi del pensiero e del carattere di ogni essere umano. Verdini, se ricordate, aveva già dato il meglio di sé in occasione della conferenza stampa del 28 luglio scorso. I toni e i modi delle risposte fornite alla giornalista dell’Unità Claudia Fusani anche allora fecero emergere il suo cipiglio, anche se Giorgio Stracquadanio, che da tempo compete con lui, ha cercato di superarlo. Pure Giuliano Ferrara, nel tentativo di misurarsi con entrambi, ha contribuito alla caciara per impedire che fossero poste domande imbarazzanti all’intervistato.

Se ci fate caso, forse per lo stress dell’avvicinarsi della fine, un po’ tutti stanno dimostrando quello che sono e quello che realmente pensano. Ed è così che il reale spirito squadrista che li anima li porta ad esprimersi con i motti che più gli sono congeniali. L’espressione “me ne frego”, correttamente riportata al plurale da Verdini, altro non è che il nostalgico ricordo del motto fascista, rielaborato in una filastrocca del dopoguerra di cui riporto alcuni brani.

Me ne frego è il nostro motto,
me ne frego di morire,
me ne frego di Togliatti
e del sol dell’avvenire.

Ce ne freghiamo della galera,
camicia nera trionferà.
Se non trionfa sarà un macello
col manganello e le bombe a man!

Ecco, non mi pare sia necessario aggiungere altro per commentare l’espressione di Verdini che, visto che non parlava solo per lui, non a caso si è espresso al plurale: “Noi ce ne freghiamo!”.

mercoledì 1 dicembre 2010

Hanno picchiato anche oggi

fonte: pubblicato da Giandonato De Cesare su Facebook il giorno venerdì 26 novembre 2010

Hanno picchiato anche oggi. Che potevamo fare. Dovevamo obbedire. Faccio parte della Polizia di Stato. Si, anch’io ho una figlia all’università che protestava. Mi sono messo in malattia. Non c’ero. Ho protestato anch’io.

Hanno picchiato anche oggi. Ma non dovevamo fare male. Fare finta, come nei film. Caricare e adagiare il manganello. Sei feriti. “Per Bacco!!!”.

Anche mio figlio c’era oggi e non potevo chiedere malattia. Che orrore, mi ha visto. Il kefiah !!! Noi, in famiglia, siamo comunisti.

Io ho sempre adorato il corpo di Polizia.

Gli ho mandato messaggi per spostarsi, per evitargli il casino.

Sono rimasto fermo. Il mio superiore lo sa. Ho visto ragazzi che ci credono. Ho visto ragazzi che lo fanno solo per moda.

Ho visto altri ragazzi che sperano davvero che il 14 dicembre, Berlusconi si dimetta. Ma si sa, si faranno operazioni al naso, lifting, mal di pancia, diarrea, mal di testa, vomito, febbre, cause di divorzio.

Tanto non cade.

Hanno picchiato anche oggi.

Luigi, col tamburo della banda musicale, Maria Luisa col flauto. Gli hanno picchiati perché davano fastidio. Il regime dice che si deve stare in silenzio. Però col mio collega gli avevamo appena regalato sorrisi.

Erano pacifici, e che cazzo!!! Fischio d’attacco. Ordine superiore.

“Attaccooo!!!” Non era Mazinga Zeta, eravamo noi.

Il flauto di Maria Luisa è volato, il labbro insanguinato. Il tamburo di Luigi, bucato. Ma che fastidio dava. Dava fastidio al regime. Ai suoi ultimi giorni di Pompei.

Pompei, Gela, Napoli, ma quante città stanno nella merda quotidiana? Pensava Marco mentre manganellava. Ci tolgono soldi, e noi manganelliamo. C’inchiniamo allo stato, perché poi, perdiamo il posto. E c’è crisi. E poi non rientro più nel corpo di Polizia.

Che faccio?

Sarebbe bello rimettere in funzione la gelateria di mia madre. Torno a Castrovillari e ogni giorno vado a trovare mio padre al cimitero.

Hanno picchiato anche oggi.

Mentre il governa era battuto sugli emendamenti e c'era un caos tale che persino il ministro della Pubblica Istruzione votava contro la sua riforma. Che ridere. Non lo diranno al Tg1, lo diranno al tg3. Il 13 dicembre qualcuno spera in una cena avvelenata e alcuni deputati saranno in missione. Alcuni si sposeranno.

Ad altri morirà il cugino di terzo grado, non potrà mancare all'evento funebre. Deve scegliere, quello dalla quale si guadagna di meno. No?

I tuoi occhi con chi saranno il 13? A chi penseranno il 13?

Intanto una nuvola ha coperto il sole. Ho scoperto un paese dove fanno cento gusti di gelato diversi. Forse vedrò il mare da sud a nord. Hai un cannocchiale? :)

g.