Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe

.

Sogno di un paese dove parole come cultura, leggi, rispetto, uguaglianza, civiltà, umanità e pietà non siano soltanto delle belle ma purtroppo inutili parole ma rappresentino invece le basi di un popolo che ha fatto di quel sogno, di quello stupendo sogno che si chiama Costituzione Italiana, le sue fondamenta.

"C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". Paolo Borsellino da "Lezione sulla mafia" del 1989

"Il nostro è un Paese senza memoria e senza verità"
Pier Paolo Pasolini

martedì 30 novembre 2010

Ciao Mario

da Redazione Articolo21

CIAO MARIO

"Quello che in Italia non c'è mai stato, una bella botta, una bella rivoluzione, Rivoluzione che non c'è mai stata in Italia... c'è stata in Inghilterra, c'è stata in Francia, c'è stata in Russia, c'è stata in Germania, dappertutto meno che in Italia. Quindi ci vuole qualcosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto..." Vogliamo ricordare Mario Monicelli attraverso le sue parole in una delle sue ultime apparizioni, a Raiperunanotte, il 25 marzo scorso. L'ultimo gigante del cinema italiano. Fra i suoi grandi successi, Guardie e ladri (due premi a Cannes nel '51), nel pieno del suo sodalizio con Toto'; I soliti ignoti (nomination all'Oscar), La Grande guerra (1959) trionfatore a Venezia con il Leone d'oro; L'armata Brancaleone (1965).

IL VIDEO

(29 novembre 2010)


domenica 28 novembre 2010

La selezione di Arcore

28 nov 2010

E’ possibile che anche Nadia Macrì faccia parte del complotto internazionale contro l’Italia. Così come è possibile che spari una frottola dietro l’altra.

Ma se così non fosse, se insomma raccontasse la verità, ci sarebbe parecchio da riflettere sul suo racconto a Skytg24. Perché la “macchina della selezione”, da Lele Mora a villa San Martino passando per Emilio Fede, è decisamente illuminante.

Se chiedessimo lumi ad un antropologo, probabilmente direbbe che il tutto ricorda sinistramente il rito di una tribù primitiva, con le ancelle offerte dai capitribù allo sciamano del villaggio. Se invece interrogassimo uno storico, farebbe notare che il meccanismo somiglia a quella dei docili funzionari Ancien régime che conducevano a corte la villana più bella per compiacere il monarca annoiato.

In entrambi i casi, il piacere, le donne, la gioia di vivere non c’entrano un benemerito nulla. Al contario. La “macchina della selezione” dimostra che tra le tante bugie di Berlusconi, la più grossa è quella sulla sua passione per l’altro sesso.

Al premier non piacciono affatto le donne, se non come subordinata. La sua vera passione è che “gli si portino” le donne. Sono due cose molto diverse. Ed è meglio non dire cosa ne dedurrebbe uno psicanalista.

fonte: http://bracconi.blogautore.repubblica.it/2010/11/28/la-selezione-di-arcore/


martedì 23 novembre 2010

Grazie a Fazio e Saviano a nome dei 55mila rifugiati in Italia. Spesso trattati come “indesiderati”, come “abusivi”, come “clandestini”. Come “troppi”

23 novembre 2010

Ieri sera sul tardi ho ricevuto una chiamata dall’Italia. Era una mia collega: “Sai Laura, la trasmissione di Fazio e Saviano è stata veramente bella, mi sono commossa quando il rifugiato congolese ha fatto l’elenco delle cose che gli mancavano del suo paese..”

Credo sia la prima volta che una trasmissione televisiva di prima serata, con un pubblico così ampio, dedichi uno spazio ad un rifugiato che può parlare di sé, dei suoi sentimenti, della sua cultura, della sua condizione di persona costretta a vivere lontano dal proprio paese, dei suoi affetti, della sua stessa vita.

Grazie a Fazio e Saviano a nome dei 55mila rifugiati che vivono in Italia. Spesso trattati come “indesiderati”, come “abusivi”, come “clandestini”. Come “troppi”.

Oltre 40 milioni di persone nel mondo sono costrette a vivere lontano dalle proprie case, da tutto quello che avevano a causa di guerre e violazioni dei diritti fondamentali. Dove trovano rifugio tutte queste persone? L’80% sta nel Sud del mondo, nei paesi poveri vicini a quello da cui sono fuggiti. Nella sola Siria vi sono 1,2 milioni di rifugiati iracheni mentre nei 27 paese dell’Unione Europea ve ne sono 1,4 milioni. In Italia 55mila, ossia lo 0,9% della popolazione. Oggettivamente pochi, ma trasformati in troppi dai cosiddetti “imprenditori della paura”.

link dell'articolo: http://boldrini.blogautore.repubblica.it/2010/11/grazie-a-fazio-e-saviano-a-nome-dei-55mila-rifugiati-in-italia/


Rifiuti, La Russa litiga e se ne va dal Tg

da Repubblica.it del 23 novembre 2010

Scintille tra il ministro e il direttore di Europa, Stefano Menichini a Linea Notte (Rai 3): una riflessione del giornalista fa saltare i nervi all'esponente del Pdl che abbandona lo studio. Ecco il video


Napoli pattumiera del nord

Berlusconi ha detto 7 volte che l'emergenza era finita. Ma la Campania è invasa dalle ecoballe. Ci vorranno 56 anni per smaltirle tutte. Problemi dal '94. Un'incapacità pagata 780 milioni l'anno, 8 miliardi in 10 anni

di ROBERTO SAVIANO, da Repubblica.it del 23 novembre 2010

IL MONTE più alto d'Europa è il Monte Bianco: 4810 metri. Il più alto del mondo è l'Everest, con i suoi 8848 metri. Ma se noi immaginassimo una montagna fatta con i rifiuti illegali supererebbe la somma dei due: qualcuno ha calcolato che avrebbe una base di tre ettari e sarebbe alta più di 15mila metri. Quest'immensa mole è una preziosa fonte di reddito per la criminalità organizzata.

Questo spiega perché in Campania la storia dell'immondizia lasciata a marcire per strada è, purtroppo, una storia infinita. Gli ispettori europei sono arrivati a Napoli e ci hanno detto quello che i napoletani sapevano già: e cioè che nulla è cambiato rispetto a due anni fa. In realtà è peggio. L'emergenza dura dal 1994. È moltissimo tempo. Vuol dire che un ragazzo che oggi ha 16 anni è cresciuto con l'idea che i sacchetti di plastica abbandonati sui marciapiedi sono la normalità, come lo è il caldo d'estate e il freddo d'inverno. I cassonetti regolarmente svuotati, invece, sono un'eccezione.

In questa terra la raccolta differenziata è un sogno. Tranne che in piccole isole felici, non viene fatta mai. Quella non differenziata dovrebbe essere - per legge - al massimo il 35%. Qui arriviamo all'84%. E pensare che erano stati per primi i Borbone a lanciare la diversificazione dei rifiuti. Sembra incredibile, ma così recita un editto di Ferdinando II: "Gli abitanti devono tenere pulita la strada davanti alla casa usando l'avvertenza di

ammonticchiarsi le immondezze al lato delle rispettive abitazioni e di separarne tutt'i frantumi di cristallo o di vetro che si troveranno riponendoli in un cumulo a parte".

Quello che i Borbone sapevano, le giunte di centrosinistra e di centrodestra, i commissari straordinari, da Rastrelli, a Bassolino, da Bertolaso a De Gennaro, non hanno più saputo. Tutti hanno provato a risolvere il problema, ma nessuno ci è riuscito. A Napoli sembra impossibile ciò che riesce a Milano, Bologna e Genova perché la regione è prigioniera di un gigantesco circolo vizioso. Il ciclo è basato sull'occupazione del territorio: si mettono i rifiuti in una discarica, la discarica si riempie, viene chiusa o sequestrata per versamenti di materiali tossici, i camion si fermano, si cerca l'ennesima discarica, la popolazione protesta, la spazzatura resta a terra e spesso viene addirittura bruciata, con pericoli serissimi per la salute. I clan pagavano 50 euro per ogni cumulo di immondizia messo al rogo.

Si è tentato di risolvere il problema con gli inceneritori, che dovrebbero per legge produrre energia, ma per funzionare al meglio devono essere alimentati da ecoballe che nascono dalla raccolta differenziata, in cui l'umido è eliminato. Non è così, naturalmente, e la Campania è invasa dalle ecoballe, che ne hanno addirittura modificato la geografia e che sono potenziali bombe ecologiche. Ci vorranno 56 anni per smaltirle tutte. Sempre che sia possibile.

Tutta questa incapacità è costata ai cittadini 780 milioni di euro all'anno, in emolumenti, consulenze, affitti degli immobili: circa 8 miliardi di euro in 10 anni, quasi una finanziaria. Tutti hanno perso, ma qualcuno ha guadagnato, e parecchio. Nel 2009 le ecomafie hanno fatturato oltre 20 miliardi di euro: un quarto dell'intero fatturato della criminalità organizzata.

Il grande business dei clan è quello dei rifiuti tossici: hanno trasformato la Campania nel secchio dell'immondizia delle imprese del Nord. (La monnezza di Napoli è la monnezza di tutta l'Italia. Ricordiamocelo, ogni volta che il Nord chiude le porte come se fosse un problema del Sud). Smaltire un rifiuto speciale costa moltissimo, fino a 62 centesimi al chilo, i clan sono capaci di offrire un prezzo di 9/10 centesimi. Un risparmio dell'80 per cento che mette a tacere la coscienza di tanti imprenditori. Il trucco è nella bolla di accompagnamento che viene falsificata, per cui il rifiuto come per magia non è più tossico, o nel miscelare i veleni ai rifiuti ordinari, in modo da diluirne la concentrazione tossica. Il meccanismo è talmente malato che a volte il composto viene trasformato in fertilizzante: così la malavita incassa i soldi due volte con lo stesso veleno.

Decine di inchieste giudiziarie testimoniano l'avvelenamento delle terre del Sud. Ne elenco alcune: nel 2003 si scopre che ogni settimana 40 Tir ricolmi di rifiuti sversano cadmio, zinco, scarto di vernici, fanghi da depuratori, plastiche varie, arsenico e piombo nel napoletano e nel casertano; nel 2006 la Procura di Santa Maria Capua Vetere accerta che tra Villa Literno, Castelvolturno e San Tammaro, vengono scaricati i toner delle stampanti d'ufficio della Toscana e della Lombardia. Il terreno è pieno di cromo esavalente. L'inchiesta "Eldorado" del 2003 ferma un traffico illecito di rifiuti pericolosi, che da Sud sono spediti in Lombardia per essere "miscelati" con terre di spazzatura delle strade milanesi e altri materiali, per passare poi come rifiuti non pericolosi smaltiti in una discarica pugliese. La Procura di Napoli ordina nel 2007 il sequestro di 5 aziende del Nord per traffico illecito di residui di lavorazioni siderurgiche.

Così il sottosuolo della bella, dolce, fertile Campania è diventato un fango nauseabondo e pericoloso: a Giugliano della Campania,, ci sono 590 mila tonnellate di fanghi e liquami contenenti amianto e tricloruro di etilene; a Pianura tra il 1988 e il 1991 sono stati sversati i seguenti rifiuti provenienti dall'Acna di Cengio: 1 miliardo e 300 milioni di metri cubi di fanghi; 300 mila metri cubi di sali sodici; 250 mila tonnellate di fanghi velenosi a base di cianuro; 3 milioni e mezzo di metri cubi di peci nocive contenti diossine, ammine, composti organici derivanti dall'ammoniaca e contenenti azoto; nelle campagne di Acerra tra il 1995-2004 sono stati nascosti 1 milione di tonnellate di fanghi industriali provenienti da Porto Marghera e 300 mila tonnellate di solventi clorurati.

E questo solo per citare alcuni esempi. Non c'è da meravigliarsi se l'agricoltura è crollata a picco, se i frutti spuntano malati, se le terre diventano infertili. Soprattutto non c'è da meravigliarsi se aumentano malattie e tumori. È quello che succede, nel silenzio generale. Il cancro, in Campania, non è una sventura, una tragedia ineliminabile, ma il frutto di una scelta sciagurata dell'imprenditoria criminale.

Le malattie legate alla presenza di rifiuti tossici sono una piaga silenziosa, difficile da monitorare ma assolutamente evidente. Una ricerca del 2008 dell'Istituto superiore di Sanità nelle province di Napoli e Caserta certifica un aumento della mortalità per tumore del polmone, fegato, stomaco, rene e vescica e di malformazioni congenite. Questi sono più numerosi vicino ai siti di smaltimento illegale. Anche l'Organizzazione Mondiale della Sanità parla di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro in questa zona: la percentuale è più alta del 12% rispetto alla media nazionale.

Ecco, questo è lo stato in cui 16 anni di impotenza dello Stato e di potere criminale hanno ridotto la Campania. Eppure la fine dell'emergenza è stata annunciata per ben sette volte dal nostro capo del governo: era già risolta nel luglio di due anni fa.

Dopo decenni di crisi dei rifiuti, di napoletani identificati con la spazzatura, della perdita di ogni speranza di veder cambiare la propria città, mi viene in mente Eduardo che recitava: è cos 'e niente. Ci siamo abituati a dire sempre è cos 'e niente. Ci levano il diritto della vita, ci tolgono l'aria, e è cos 'e niente". Temo che a forza di sentircelo dire rischiamo di diventare anche noi cose 'e niente.

Il testo è una sintesi del monologo trasmesso a "Vieni via con me"

(23 novembre 2010)

sabato 20 novembre 2010

Il premier sotto ricatto..."Così dunque stanno le cose. La ricattabilità del premier è di assoluta evidenza".

di GIUSEPPE D'AVANZO, da Repubblica.it del 20 novembre 2010

Inaspettatamente in un solo giorno, anzi in poche ore, emergono dal passato e dal presente le relazioni pericolose di Silvio Berlusconi con le mafie. La liaison allontana da lui anche la fedele e fidata Mara Carfagna. Annuncia altri sismi per il suo governo. Apre nuove crepe nella già compromessa affidabilità del capo del governo. Le cose, a quanto pare, vanno così.

Infuriati per la nomina a commissario per i rifiuti di Stefano Caldoro, governatore della Campania, decisa dal Consiglio dei ministri, due politici indagati per mafia Nicola Cosentino e Mario Landolfi si presentano a Palazzo Grazioli. Affrontano Silvio Berlusconi a brutto muso minacciandolo di non votare la fiducia se non avesse annullato il decreto legge che, assegnando alla Campania 150 milioni di euro, consente al governatore anche l'adozione di "misure che prevedono poteri sostitutivi" nei confronti degli enti inadempienti. Il capo di governo che, entro il 14 dicembre, ha bisogno di voti in Parlamento come dell'aria che respira li rassicura. Promette una rapida retromarcia. La notizia si diffonde e il ministro Mara Carfagna - molto si è data da fare per quel decreto legge che sottrae l'emergenza all'opacità dei potentati locali - annuncia che, dopo la fiducia, lascerà il governo e il partito del presidente.

Così dunque stanno le cose. La ricattabilità del premier è di assoluta evidenza. La sua debolezza politica - e ormai di leadership - lo espone a ogni pressione, alle più imbarazzanti coercizioni, a umilianti inchini dinanzi a personaggi non solo discussi, ma decisamente pericolosi.

È imbarazzante l'imposizione che il capo del governo subisce da Nicola Cosentino, 51 anni, da Casal di Principe, salvato dall'arresto per mafia solo dal voto della maggioranza. L'uomo ha il controllo pieno di quattro delle cinque Province campane (Napoli, Caserta, Salerno, Avellino). Sono queste istituzioni che amministrano i flussi della spazzatura e governano le società di gestione che hanno sostituito i consorzi infiltrati da ogni genere di illegalità, malaffare, prepotenza criminale (il consorzio di Caserta è costato fino all'aprile scorso, 6,5 milioni di euro al mese). Tutta la parabola politica di Cosentino si può spiegare e raccontare dentro l'emergenza rifiuti. Quelle crisi - indotte e cicliche - hanno convogliato in quella disgraziata regione un fiume di denaro (dal 2001 al 2009 tre miliardi e 546 milioni di euro) e proprio nei consorzi - e oggi nelle società di gestione - la politica ha incontrato il potere mafioso e ha messo a punto la distribuzione di benefici, rendite, utili, organizzando un "sistema della catastrofe" che, da quella rovina, ha spremuto influenza, consenso e ricchezza. A farla da padrone la camorra, a cominciare dalla camorra dei Casalesi. Hanno guadagnato e guadagnano sull'affitto delle aree destinate a discarica e dei terreni dove vengono stoccate le ecoballe. Lucrano sul noleggio dei mezzi e soprattutto nei trasporti.

Nicola Cosentino rappresenta il punto di equilibrio - oscuro e ambiguissimo - di questo "sistema" che oggi appare sfidato, dentro il Popolo della Libertà, dall'asse Caldoro-Carfagna e, dentro la maggioranza, da Futuro e Libertà, in Campania diretto da Italo Bocchino. Il decreto legge che assegna al governatore poteri commissariali può essere considerato il successo di questo schieramento. Il passo indietro di Berlusconi ripristina ora le gerarchie di un "sistema" che ha in Cosentino il leader e nel potere intimidatorio della camorra la sua forza. Si sapeva che l'uomo di Casale di Principe ha sempre avuto un'arma da puntare alla tempia del governo. In qualsiasi momento poteva far saltare gli equilibri che hanno permesso a Berlusconi di rivendicare le capacità tecnocratiche di eliminare i rifiuti dalla Campania con un miracolo che ha liquidato quella disgrazia con una magia. L'illusionismo manipolatorio aveva in Cosentino il suo garante. Un garante di cui oggi Berlusconi non può liberarsi. Per due motivi: Cosentino gli farebbe mancare i suoi voti il 14 dicembre e, peggio, nella prossima e vicina campagna elettorale seppellirebbe l'immagine del Cavaliere sotto l'immondizia e i miasmi.

Come non può fare oggi a meno di Cosentino, il Cavaliere non ha potuto liberarsi in passato di quel Marcello Dell'Utri che, si legge nelle motivazioni della Corte d'Appello che lo ha condannato a sette anni di reclusione, fu "mediatore" e "specifico canale di collegamento" tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi. Dell'Utri, scrivono i giudici, è l'uomo che ha consentito ai mafiosi delle "famiglie" di Palermo di "agganciare" "una delle più promettenti realtà imprenditoriali di quel periodo che di lì a qualche anno sarebbe diventata un vero e proprio impero finanziario ed economico".

È questa allora la scena che abbiamo sotto gli occhi. Un capo del governo che, nella sua avventura imprenditoriale, è stato accompagnato - per lo meno fino al 1992 - dalla presenza degli uomini di Cosa Nostra e, oggi, per proteggere la maggioranza che sostiene il governo deve chinare il capo dinanzi alle pretese del politico considerato dalla magistratura il più compromesso con gli interessi dei Casalesi. È uno stato di dipendenza, di oscurità, di minorità politica che nessun arresto di latitante, confisca di bene miliardario, statistica e classifica di successi dello Stato potrà ribaltare. Le vittorie dello Stato contro le mafie non riescono a diventare il riscatto personale di Berlusconi - e della sua storia - da quei poteri criminali con cui egli si è intrattenuto negli anni della sua impresa economica e ancora oggi si deve tener vicino per sopravvivere nel suo crepuscolo politico.

(20 novembre 2010)

venerdì 19 novembre 2010

"Le mafie scommettono sul federalismo"

Le mani sul federalismo

di Gianluca Di Feo, da l'Espresso

"Sì, la 'ndrangheta corteggia la Lega. E investe in Lombardia. Ma c'è un fenomeno più inquietante di cui dovrebbe occuparsi Maroni: le mafie puntano su un'Italia divisa". Così Roberto Saviano risponde al ministro

(18 novembre 2010)


La 'ndrangheta al Nord? "Certo, cerca di interloquire con la Lega, ma le inchieste mostrano come in tutte le Regioni si stia manifestando un fenomeno molto più inquietante, quello sì che dovrebbe indignare il ministro dell'Interno: le mafie scommettono sul federalismo".

Roberto Saviano non è per niente pentito del monologo di "Vieni via con me" che ha segnato il record di ascolti, anzi a sorprenderlo è la veemenza della reazione di Roberto Maroni: "Quello che ho detto è documentato. L'incontro tra il consigliere regionale leghista e gli uomini delle cosche è negli atti dei pm Ilda Boccassini e Giuseppe Pignatone. E ricordo al ministro che l'unico direttore di una Asl arrestato per 'ndrangheta è quello di Pavia, dove comune, provincia e regione sono amministrati anche dal suo partito: stiamo parlando di una Asl che gestisce strutture di eccellenza e fa girare 700 milioni di euro l'anno. E ricordo che l'ultimo sindaco arrestato in un procedimento per collusioni con le cosche calabresi è quello di Borgarello: un paese alle porte di Pavia non una cittadina della Locride".


Il ministro Maroni sostiene che l'incontro tra il consigliere leghista e le persone poi arrestate per 'ndrangheta non ha nessuna rilevanza penale. E nel centrodestra c'è chi ritiene che accostare la Lega alle cosche su questa base equivalga a usare gli stessi metodi della macchina del fango che lei ha denunciato.
"La mia frase era chiara, chiunque può riascoltarla: "La 'ndrangheta al Nord, come al Sud, cerca il potere della politica e al Nord interloquisce con la Lega". Non si tratta di illazioni, ma di elementi concreti che emergono dalle indagini e che devono essere sottoposti all'attenzione dell'opinione pubblica: in Lombardia la Lega è forza di governo e oggi gli uomini delle cosche calabresi, attivi nella regione da decenni, puntano a investire i loro capitali nei cantieri dell'Expo 2015. È un'analisi della Superprocura antimafia, lungamente discussa nella commissione parlamentare proprio perché per entrare negli appalti loro hanno bisogno della politica e soprattutto della politica che controlla la spesa sul territorio. Per questo tutta la criminalità organizzata guarda con favore a una riforma federalista del Paese: vogliono centri di costo alla loro portata".

Alle mafie piace il federalismo?
"Piace un certa idea di federalismo, quella che potrebbe consegnargli gran parte del Sud. In passato Cosa nostra l'ha cavalcata per contrastare la prospettiva di un potere centrale troppo forte: meglio la secessione dell'isola che dovere fare i conti con uno Stato deciso a cancellare la mafia. E la stessa istanza è stata riproposta dall'ala dura dei corleonesi negli anni delle stragi, quando di fronte al crollo della prima Repubblica Gianfranco Miglio, il "padre nobile" della Lega, benediceva la nascita al Sud di tanti partitini autonomisti intrisi di massoneria e amici degli amici: sono fatti acclarati, non illazioni. Oggi la prospettiva è semplice: la mentalità delle mafie è essenzialmente predatoria, puntano a divorare le risorse ed è molto più facile farlo nelle capitali regionali che non a Roma: possono fare pesare il loro controllo del territorio, la loro violenza, i loro voti e i loro soldi. Per questo con il livello di infiltrazione che c'è nelle regioni del meridione, il federalismo potrebbe finire con l'essere un regalo e far diventare Campania, Calabria e Sicilia davvero "cose nostre", un nome che non è stato scelto a caso. Perché oggi la forza delle mafie non è più nella capacità di usare la violenza ma nella disponibilità quasi illimitata di capitali, affidati a facce pulite e capaci di condizionare la politica soprattutto a livello locale".

E questi capitali sembrano muoversi verso Nord. Una rotta indicata da oltre venti anni con gli investimenti in aziende venete, lombarde e piemontesi e la penetrazione nei cantieri di tutte le grandi opere: quelle di ieri e quelle di domani, come svelato nell'inchiesta de "L'espresso" citata durante la trasmissione. Non è un caso se il più importante pentito di 'ndrangheta operava a Milano, alternando attività manageriali a omicidi.

"Quelli che vanno ad incontrare il consigliere leghista non indossano coppola e lupara: sono un imprenditore e un manager pubblico, che al telefono parlano come killer ed evocano "di far saltare con le bombe quelli che non vogliono capire" e si vantano "di essere primitivi, come in Calabria". Ma sono persone che sanno muoversi negli uffici del Pirellone".

Oggi le indagini sulla capacità dei clan di infiltrare le amministrazioni regionali del Sud mostrano situazioni raccapriccianti. Lei ha raccontato come i casalesi avessero interlocutori nella maggioranza di Bassolino. In Calabria è stato assassinato il vicepresidente Francesco Fortugno e come mandante del delitto è stato arrestato un altro consigliere regionale di centrosinistra. In Sicilia il governatore Totò Cuffaro si è dovuto dimettere per i processi di mafia e il suo successore Raffaele Lombardo, leader di un movimento autonomista che ricalca alcune delle istanze di Umberto Bossi, è sotto inchiesta. Questo dimostra che il Sud non è maturo per il federalismo?
"Il federalismo, a partire da quello fiscale, potrebbe anche dimostrarsi un'occasione, un punto di partenza per una rinascita del Sud. Ma a due condizioni, e cito l'analisi del magistrato Raffaele Cantone: creare controlli rigorosi sulle uscite di denaro pubblico e fare una selezione sulla classe dirigente politica e burocratica. Le istituzioni regionali dovrebbero rispondere in prima persona del denaro, che oggi invece alimenta consorterie, sprechi e arricchisce le nuove mafie, che - come evidenziano le indagini condotte in Calabria, in Sicilia ma anche quelle sulle infiltrazioni dei clan a Milano - stanno spostando il cuore del loro business dai cantieri alla sanità. Oggi però il quadro generale è desolante: si amplificano le retate e i sequestri di beni, presentandoli come la panacea contro la criminalità organizzata mentre non c'è nessuna strategia per contrastare il dilagare di questa nuova imprenditoria mafiosa, che investe i suoi capitali soprattutto al Nord. Credo che questa dovrebbe essere la preoccupazione di Maroni, leader di un partito che fa del progetto federalista la sua ragione d'essere: creare un sistema di controlli che prevenga questa minaccia, emersa con chiarezza nelle inchieste dei magistrati e nelle analisi delle forze dell'ordine che rispondono al suo dicastero".

Lei però proprio nella prima puntata di "Vieni via con me" impugnando il tricolore nazionale ha duramente criticato le "balle che racconta la Lega quando chiama il suo centro di ricerche Carlo Cattaneo".
"Quanto è lontano il federalismo di Cattaneo dagli slogan di Pontida? Cattaneo sognava un federalismo solidale, un federalismo che unisse l'Italia: non voleva una secessione che abbandonasse il Sud al suo destino. La sua visione e quella degli altri pensatori federalisti risorgimentali voleva fare delle diversità italiane una ricchezza: renderle cerniera tra Mediterraneo e Mitteleuropa. Come si fa a credere che spaccare il Paese serva a renderlo più forte? Un'ideologia del genere per me è miope e insostenibile, perché farà sì che a decidere il nostro futuro saranno altri. E se la Padania rischia di tornare ad essere la periferia di altre potenze, come lo erano il NordOvest sabaudo nei confronti della Francia e il Lombardo-Veneto dominato dall'Austria, invece il Mezzogiorno potrebbe precipitare nel baratro di un'economia in mano ai capitali di mafie che si trasformerebbero in potere legale. Un incubo, la tomba di un sogno di emancipazione e di giustizia nato centocinquanta anni fa con l'Unità d'Italia".

E a quel punto, per restare nel tema della trasmissione che lei ha creato assieme a Fabio Fazio, l'unica scelta sarebbe andarsene via?
"Io non mi arrendo. Il risultato di pubblico di "Vieni via con me" mi ha stupito e convinto di quanto sia importante continuare su questa strada. La gente vuole sapere, è avida di informazione, domanda verità ma non trova risposte dalla televisione e si abbandona nella sfiducia che è l'elemento di cui si compone la palude in cui il Paese rischia di affondare: fango, solo fango, niente altro che fango".


Napolitano e gli scimpanzé: considerazioni su una morte politica prematuramente annunciata

Il presidente del consiglio si aggiudica un mese di tregua prima di affrontare il voto in Parlamento e in tanti gli si avvicinano vai a capire bene con quali intenzioni. Nel frattempo a sinistra non si contano più le occasioni ormai perdute. Ma altrettanto perduto è il primo inquilino di Palazzo Chigi? Presti attenzione il capo dello Stato.

18-11-2010

di Norberto Lenzi, da domani.arcoiris.tv

In uno dei rari spot pubblicitari divertenti si vedeva un automobilista che arrestava l’auto e scendeva precipitosamente per dirigersi verso uno scimpanzé che giaceva riverso sull’asfalto apparentemente esanime. Ma quando il soccorrevole automobilista era arrivato vicino lo scimpanzé con un balzo repentino correva verso l’auto e si allontanava sgommando, lasciandolo incredulo e sgomento. Lo spot era forse diseducativo perché disincentivava i buoni sentimenti e incoraggiava la egoistica propensione individuale alla omissione di soccorso.

Credo che in questi giorni l’incredibile scenario si stia ripresentando sul piano politico. Un Berlusconi, sul quale incauti analisti stanno componendo compunti epicedi per le sue oggettive difficoltà, ha ottenuto un mese di tregua prima di affrontare in parlamento il voto di fiducia. Alcuni suoi compassionevoli avversari stanno già scendendo dall’auto, con un piede sull’infausto predellino, per verificare da vicino se è morto o moribondo. Spero che qualcuno di loro, per prudenza o reminiscenza, abbia la accortezza di estrarre la chiave dal cruscotto.

Dico questo perché mi pare che la storia della sinistra, come quella dell’umanità, sia una interminabile successione di occasioni perdute. È stato detto che la raffigurazione più precisa dell’animo umano sia il labirinto. Probabilmente il Pd ci si è perso. Sono state troppe le situazioni intricate dalle quali Berlusconi è uscito per sottovalutazione, per ignavia o per corrività dei suoi avversari.

Una volta perché il conflitto di interessi non appassionava gli elettori, un’altra perché non appariva corretto far cadere un governo con una “spallata giudiziaria” (le virgolette sono mie, il copyright è di D’Alema). Senza riflettere su quale grave colpa sia stata da parte della opposizione il non trovare e il non saper comunicare i sostanziosi e decisivi argomenti per accendere un interesse che non pare tanto stravagante se è vero che in tutti gli altri Paesi esiste ed impedisce che sia proponibile ciò che in Italia è stato tollerato.

Chiamare poi spallata giudiziaria il normale esercizio della attività giurisdizionale, solo perché diretta verso un esponente politico, corrisponde a una concezione autoreferenziale della politica che mina consapevolmente alla base la secolare separazione dei poteri e, mentre rifiuta le spallate, consente o tollera i numerosi sgambetti ai giudici perpetrati con la legislazione degli ultimi anni. Oggi, con una opposizione disposta ad approvare la legge di stabilità in pochi giorni, il Governo paradossalmente ha chiesto e ottenuto un mese di tempo prima di affrontare il voto di fiducia (Berlusconi, in uno dei suoi rari slanci di sincerità, dice: è proprio quello che volevo).

La memoria dovrebbe correre a quanto è riuscito a fare Berlusconi nelle campagne elettorali 2006 e 2008 con i mezzi televisivi e con le emerse compravendite di parlamentari. Non so se anche il Capo dello Stato sia convinto, come troppi altri, che ormai Berlusconi sia confinato all’isola d’Elba. Vorrei però che riflettesse sul fatto che dopo l’Elba non sempre e non necessariamente c’è Waterloo. Dipende dalla consistenza degli eserciti.


mercoledì 17 novembre 2010

Giudici da vivi e da morti

da Antimafia Duemila



di Gian Carlo Caselli - 12 novembre 2010

Le parole di Roberto Saviano su Giovanni Falcone, inserite nel discorso di Vieni via con me contro i “fabbricatori di fango”, hanno suscitato polemiche ingiustificate. Falcone e Borsellino - è bene ripeterlo - osannati da morti, sono stati ostacolati e alla fine umiliati, umanamente e professionalmente, da vivi. Ho fatto parte del Csm (1986-90) che ripetutamente dovette occuparsi di loro.

Il primo caso, poco dopo la conclusione del Maxi-processo a Cosa Nostra, riguardò Paolo Borsellino, quand’egli fece domanda di trasferimento dal Tribunale di Palermo (pool dell’ufficio istruzione specializzato in indagini su “Cosa Nostra” ) per essere nominato procuratore capo a Marsala.

La spaccatura all’interno del Csm riguardò i criteri di nomina dei dirigenti degli uffici giudiziari in terre di mafia. Concorrente di Borsellino era un magistrato molto più anziano ma inesperto di criminalità organizzata. All’interno del Consiglio si crearono due fronti, uno a favore dell’anzianità di servizio, allora principale criterio di assegnazione degli incarichi “ordinari”, un altro a favore delle specifiche attitudini antimafia di Paolo Borsellino. Questo secondo orientamento poggiava su una delibera adottata dal Csm il 15 maggio 1986, contenente l’impegno di nominare i dirigenti degli uffici interessati nella lotta alla mafia in modo “mirato”, tenendo conto del criterio della professionalità specifica. Alla fine, la maggioranza del Csm si espresse in favore di Borsellino. Sembrava tutto finito. Invece scese in campo il Corriere della Sera. Il maggiore quotidiano italiano pubblicò un editoriale di Leonardo Sciascia, intitolato “I professionisti dell’Antimafia”. Sciascia è un gigante, in assoluto uno dei miei scrittori preferiti, ma questo articolo fu un errore clamoroso, causa di danni permanenti. Parlare di Borsellino come di un “professionista dell’antimafia” nel senso di un arrivista che sgomita per buttare fuori dalla carreggiata colleghi più meritevoli è cosa assurda, destituita da ogni plausibilità. Tanto più se i meriti del concorrente erano (oltre all’anagrafe) il non aver mai fatto neppure un processo di mafia e ammetterlo “con schiettezza e lealtà” da “magistrato gentiluomo” (così nell’articolo di Sciascia). Anni dopo, proprio parlando con Borsellino, Sciascia riconoscerà di essere stato male informato (e che ci sia stato un “informatore” interessato lo si intuisce dall’incipit dell’articolo, che cita il “Notiziario straordinario n. 17 del 10 settembre 1986 del Csm”, che certo non era in vendita nelle edicole di Regalbuto...). Ma tant’è , l’autorevolezza dell’autore e della testata avevano centrato l’obiettivo e fatto male. Difatti, la polemica sui “professionisti dell’antimafia” non tardò a produrre altri effetti, e a farne le spese fu Giovanni Falcone. Nel 1987 Antonino Caponnetto decise di rientrare a Firenze. Aveva dato molto. Quattro anni di vita “blindata” a Palermo gli erano bastati per mettere a punto il pool (completando il lavoro avviato da Rocco Chinnici) e ottenere lo straordinario risultato del Maxi-processo, la fine del mito dell’impunità di “Cosa Nostra”. Lasciò la Sicilia nell’assoluta convinzione che il suo successore naturale alla guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo sarebbe stato Giovanni Falcone, uomo di punta del pool. Non fu così.

Alla candidatura di Falcone si contrappose (come nel caso Borsellino) quella di un magistrato di ben maggiore anzianità ma digiuno di processi di mafia. L’articolo di Sciascia ebbe un peso fortissimo e venne ampiamente strumentalizzato. Nel Csm, spesso richiamandosi proprio a tale articolo, molti di quelli che avevano votato per Borsellino cambiarono idea, pur in una situazione tutt’affatto identica. Risultato: questa volta la maggioranza si espresse non per il più bravo nell’antimafia, ma per il più anziano, anche se non esperto di mafia. E dire che il concorrente di Falcone aveva ben chiarito al Csm come la pensasse: lui del pool, del “metodo Falcone”, non sapeva che farsene; se fosse stato nominato avrebbe subito cancellato la collaudata squadra di specialisti che ormai da tempo si occupava soltanto di “Cosa Nostra” accumulando esperienze sempre più preziose; i magistrati del suo ufficio avrebbero dovuto occuparsi di tutto un po’.

Detto fatto: il magistrato preferito dal Csm a Falcone una volta nominato frantumò le inchieste su “Cosa Nostra” e le parcellizzò in mille rivoli, senza alcuna comunicazione o circolazione di dati. La specializzazione e la centralizzazione (parametri vincenti nel contrasto del crimine organizzato) furono relegate in soffitta. A un passo dalla vittoria, si rinunziò a combattere e si ricominciò a sparare a salve, mentre sul Palazzo di Giustizia di Palermo presero a volare corvi e corvacci che spandevano veleni di ogni sorta su Giovanni Falcone, calunniato per nefandezze varie (ovviamente inesistenti) fino a costringerlo ad emigrare da Palermo.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Saviano: "La Lega dica perché tace sulla mafia infiltrata al Nord"

Lo scrittore dopo le accuse di Maroni: "Inquietante, mi sfida come Sandokan. Se Berlusconi vuole venire a fare un elenco come gli altri, nessun problema. Il nostro successo? Un miracolo"

di GOFFREDO DE MARCHIS, da Repubblica.it del 17 novembre 2010

ROMA - "Un attacco del tutto immotivato". Roberto Saviano risponde al ministro dell'Interno Maroni che ha definito "infame" la ricostruzione sulle infiltrazioni di mafia in Lombardia, terra della Lega. "Vieni via con me", alla sua seconda puntata, ha registrato un pazzesco record di ascolti. "Un miracolo", dice Saviano e la sua voce si accende. Ma c'è anche la polemica frontale con il Carroccio. Maroni e lo scrittore si stimano. Ora forse meno. Soprattutto per colpa di un passaggio nelle dichiarazioni del titolare del Viminale. Lì dove sfida Saviano a ripetere le accuse di lunedì "guardandolo negli occhi". Dice Saviano: "Una frase che mi ha molto inquietato".

Perché?
"Mi ha ricordato un altro episodio. Su Repubblica scrissi una lettera a Sandokan Schiavone dopo l'arresto del figlio. Lo invitavo a pentirsi. L'avvocato di Schiavone mi rispose: voglio vedere se Saviano ha il coraggio di dire quelle cose guardando Sandokan negli occhi. Per la prima volta, da allora, ho riascoltato questa espressione. E sulla bocca del ministro dell'Interno certe parole sono davvero inquietanti".

Si può accettare lo stesso la sfida di Maroni?
"La mia risposta è: dove e quando vuole. Posso guardare negli occhi tutti".

Quindi gli sarà concesso il diritto di replica?
"Posso dire questo. Non so che trasmissione abbia visto Maroni. Io non ho fatto altro che raccontare l'inchiesta condotta dalla Boccassini e da Pignatone. Se il ministro deve appellarsi a qualcuno, lo faccia all'Antimafia. Ho segnalato che il politico leghista incontrato dal boss Pino Nieri non è stato arrestato. Ho raccontato che la penetrazione della 'ndrangheta a Milano è gigantesca. Ho citato un'intervista di Miglio, il Professùr come lo chiamavano loro, in cui si propone di costituzionalizzare la mafia. Ma ho riconosciuto il contrasto culturale di Maroni e della Lega, in particolare quella degli esordi, verso la criminalità organizzata. Ho dato atto al ministro di un'operatività vera nei confronti della camorra. Dopo di che, dire, a ogni blitz, "stiamo sconfiggendo le mafie" è un'ingenuità, una miopia".

Anche la denuncia della politica contro i rom e contro gli immigrati era un duro attacco alla politica del Viminale.
"Noi sogniamo un'Italia diversa. Ma non facciamo un programma politico, tantomeno una tribuna politica: è narrazione. Non cerco lo scontro ideologico, non sono entrato nel merito della vicenda politica. Certo, ho raccontato una storia dal mio punto di vista. La logica secondo cui si debba, in ogni occasione, dare spazio anche al punto di vista contrario è tutt'altro che democratica. In questo modo si cerca il litigio, non il racconto. Ciascuno ha la possibilità di rispondere nei propri spazi, il pluralismo è determinato dalle diverse voci".

Non diceva che Maroni era uno dei migliori ministri dell'Interno degli ultimi anni?
"L'ho visto al lavoro nel Casertano e mi è piaciuta la sua capacità operativa. Ma la mia analisi rimane la stessa. Continuo a criticare la serie di proclami ripetuti a ogni arresto. E critico il silenzio culturale sull'infiltrazione della mafia in Lombardia. È un problema cruciale che imprenditori e politici lombardi rimuovono perché non vogliono rinunciare ai capitali del narcotraffico investiti nella regione. Il mio compito è rompere questo silenzio".

Maroni invece tace?
"Si potrebbe fare molto di più anziché prendersela sempre con chi racconta. Si dovrebbe guardare i fatti, andare oltre, non limitarsi a tirare un sospiro di sollievo perché il consigliere regionale leghista non è stato arrestato. Chiedersi perché gli 'ndranghetisti cercano di interloquire con la Lega. Dire la verità, ossia che c'è un nord completamente infiltrato. Io voglio parlare anche a quella parte dell'elettorato leghista che si fa condizionare dai dirigenti e sembra vedere tutto il bene al Nord e tutto il male al Sud. Non è così. Far finta che la 'ndrangheta sia sporca quando spara e pulita quando investe è un problema enorme".

Come spiega il clamoroso successo del programma?
"Non sono un televisivo. Non so come questo miracolo avvenga. Fabio Fazio costruisce la grammatica della trasmissione, gran parte del merito è suo. Credo che a premiarci sia il pubblico giovane, la differenza vera la fanno loro"

Fa piacere strappare spettatori al Grande fratello?
"Sono contento che i giovani possano spostarsi su Raitre divertendosi e ascoltando delle storie. È la dimostrazione che si può rendere concreto il sogno di una tv diversa".

Ci saranno politici il prossimo lunedì?
"Credo di no".

Berlusconi lo inviteresti?
"Se vuol venire a fare un elenco come tutti gli altri, nessun problema".

(17 novembre 2010)

Via dal teatrino della televisione

di CURZIO MALTESE, da Repubblica.it del 17 novembre 2010

"Vieni via con me" era la più bella canzone italiana ed è ora il titolo di una trasmissione piena di difetti, come ha notato la critica laureata. Ma chi se ne frega. È un evento storico, segnala la morte del berlusconismo televisivo.
Il prodromo, l'archetipo, l'ideologia, il fondamento degli ultimi vent'anni di politica. Un programma che batte il Grande Fratello non soltanto con uno strepitoso Benigni, che sarebbe comprensibile, ma con don Gallo e le storie dei rom o della 'ndrangheta dell'hinterland milanese, non è un fenomeno di costume, ma la spia di una svolta della società italiana.

Il teatrino della televisione è l'antefatto del teatrino della politica, bersaglio preferito di Berlusconi. Nel bene o nel male, nel teatrino della politica stanno accadendo cose importanti e nuove, come la crisi finale del berlusconismo. Nel teatrino televisivo è invece tutto immobile da vent'anni, almeno all'apparenza. Il berlusconismo impera, dal Tg1 ai quiz, all'ultimo programma per casalinghe del mattino o del pomeriggio. Tutti i talk show, anche quelli alternativi e "contro", sono monopolizzati da una compagnia di giro formata al massimo da venti persone che campano negli studi congiunti Rai-Mediaset e trasmigrano da un canale all'altro, da Vespa a Santoro a Ballarò, formando un'unica marmellata. Dal punto di vista stilistico, non dei contenuti per carità, questo rende Annozero altrettanto bolsa di Porta a Porta. L'operaio in sciopero, la cittadinanza in rivolta, il disoccupato napoletano sono soltanto la scenografia esterna, le comparse di contorno dell'interminabile, incomprensibile e in definitivo inutile pollaio da studio.

Il primo merito di "Vieni via con me" è di rompere questa rappresentazione. Non c'è teatrino. Si possono vedere e ascoltare davvero personaggi e temi espulsi da anni dalla televisione. Ligabue e i rom, Benigni e la laicità dello Stato, don Gallo e la prostituzione da strada, Paolo Rossi e l'immigrazione. Non a caso, i meno efficaci l'altra sera erano i temutissimi Fini e Bersani. La solita guerra censoria del berlusconismo è stavolta particolarmente grottesca e inefficace perché è chiaro a tutti, anche agli elettori del centrodestra, che "Vieni via con me" a differenza di altri programmi "proibiti" non conduce battaglie politiche, ma sociali. Ed è un'altra ragione per cui rappresenta un'oasi dal teatrino politico-televisivo.

Non saprei neppure dire se è televisione nuova o vecchissima, post berlusconiana o magari pre berlusconiana, con sapori di Rai d'una volta, Barbato e Biagi, TvSette e "Non è mai troppo tardi". È piena di difetti, si diceva. Lenta, a tratti pedante, ossessionata dagli elenchi, politicamente troppo corretta. Roberto Saviano spiega la 'ndrangheta in Lombardia come il maestro Manzi spiegava la grammatica, in maniera quasi ingenua, che può far ridere i giornalisti che si occupano di questi argomenti da decenni. Ma siccome Saviano porta queste conoscenze da specialisti a nove milioni d'italiani, come con Gomorra a decine di milioni di lettori, siamo noi a far ridere. L'unica cosa che si può fare con Saviano è di ringraziarlo, volergli bene e proteggerlo con la popolarità dalla ferocia dei suoi nemici. Quelli con i kalashnikov e gli altri in doppiopetto.

Roberto Maroni è un buon ministro degli interni, seriamente impegnato nella lotta alle mafie. Ma quando per amore di bandiera nega il dato storico dello sviluppo della 'ndrangheta anche nella Lombardia leghista e rifiuta anche soltanto di discuterne, non diciamo d'indagare, si comporta da politicante da quattro soldi.
Il successo di "Vieni via con me" va comunque oltre queste polemiche e i tentativi di censura. È l'epifania di un cambiamento negli umori del Paese. Con una tv di servizio pubblico da anni Settanta, il programma d'arte varia di Fazio e Saviano ha intercettato paradossalmente un bisogno di nuovi codici e linguaggi; ha ricondotto alla platea Rai un pubblico giovane e colto che da tempo aveva abbandonato disgustato le reti pubbliche per fuggire ovunque, da Mentana a Sky. È stata una piccola, imprevedibile rivoluzione televisiva. Dopo tanti anni, certo. Ma non è mai troppo tardi.

(17 novembre 2010)

Nessuno deve sapere

di Gianni Barbacetto, da Il Fatto Quotidiano del 17 novembre 2010


“La giustizia vuole più dolore che collera”, scriveva Hannah Arendt. Ma resta solo la collera, di fronte a una giustizia che non riesce a fare giustizia e a dare un senso al dolore. Dopo 40 anni dalla madre di tutte le stragi italiane, quella di Piazza Fontana, dopo 20 anni dalla caduta del Muro di cui le stragi sono figlie, ora cade anche l’ultima speranza di ottenere una verità giudiziaria su quella storia nera: assolti tutti gli imputati del terzo processo per la bomba in Piazza della Loggia a Brescia. Insufficienza di prove, dice la sentenza. Come dicevano i verdetti che mandavano assolti, un tempo non troppo lontano, i mafiosi. La Corte d’assise ha dunque creduto a ciò che un imputato, Maurizio Tramonte, ha detto in aula, smentendo se stesso e ritrattando le proprie confessioni, rese durante l’istruttoria del giudice Gianpaolo Zorzi. Tramonte
era la “fonte Tritone” dei servizi segreti, che aveva già nel 1974 raccontato al Sid ciò che sapeva della strage. Il servizio si guardò bene dal passare quelle notizie ai magistrati e coprì i responsabili. Poi, negli anni Novanta, “Tritone” era stato scovato da quel cacciatore di stragisti che è il giudice Guido Salvini e aveva riempito centinaia di pagine di verbali in cui raccontava le responsabilità del gruppo neofascista Ordine nuovo. In aula, però, Tramonte è tornato “Tritone”. Vedremo ora se le motivazioni della sentenza, che dichiara l’impossibilità di stabilire con certezza le responsabilità penali individuali, ci permetteranno almeno di poter affermare una verità storica. Come le motivazioni per Piazza Fontana (1969) e per la strage alla Questura di Milano (1973), che sostengono comunque che per quelle “operazioni” è certa la paternità di Ordine nuovo e sicura la presenza di apparati dello Stato che depistarono le indagini e sottrassero prove e testimoni. Certo non è consolante vedere come negli ultimi anni sia stata di molto ampliata l’area coperta dal segreto di Stato e l’impunibilità per i servizi segreti. Sembra proprio che l’Italia non voglia imparare nulla dalla propria storia.


Lo scioglimento ad personam

di Stefano Rodotà, la Repubblica - 15 novembre 2010 (tratto da liberacittadinanza)

Berlusconi ci ha abituato ad ogni genere di forzatura

L´uomo che aveva sempre accusato gli avversari di indietreggiare di fronte alla prova democratica delle elezioni, l´uomo che aveva sempre dileggiato il Parlamento per la tortuosità dei suoi percorsi, improvvisamente cerca di costruirsi una strada.
Una via che lo ponga al riparo dalle incognite di un voto, mettendo così a nudo il suo vero modo d´intendere democrazia e sovranità popolare. Ma ogni sorpresa è fuori luogo. Berlusconi dovrebbe averci abituati ad ogni genere di forzatura. Messo ormai alle corde dalla scomparsa della sua maggioranza politica, dall´incapacità di governare, dal discredito personale, intravvede uno spiraglio nella possibilità di andare alle elezioni rinnovando solo la Camera dei deputati. Una strategia per la sopravvivenza personale, che rischia di aggravare ancora di più la crisi che stiamo attraversando. Una conferma dell´irresistibile sua propensione ad un uso congiunturale delle istituzioni, piegate al soddisfacimento dei suoi immediati interessi.
Analizziamo fatti e regole. Nell´articolo 88 della Costituzione è scritto che «il presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camera o anche una sola di esse». Non vi sono precedenti significativi in materia. Anzi, gli scioglimenti anticipati del solo Senato ebbero la semplice funzione «tecnica» di far coincidere la durata delle due Camere, tanto che alcuni conclusero che, parificata la durata nel 1963, veniva meno la ragione che aveva indotto i costituenti a prevedere lo scioglimento di uno soltanto dei rami del Parlamento. Ma, essendo comunque evidente che nel nostro sistema la decisione sullo scioglimento non può in nessun caso essere ricondotta alla volontà del presidente del Consiglio, bisogna chiedersi quali finalità ed effetti avrebbe oggi lo scioglimento della sola Camera.
Berlusconi vuole far sopravvivere il governo anche dopo la fine della sua maggioranza politica e non vuol correre il rischio di trovarsi, all´indomani di eventuali elezioni anticipate, vincitore alla Camera e minoritario in Senato. Questa è una possibilità concreta, come hanno ripetutamente messo in evidenza gli studiosi della materia elettorale, ed è una conseguenza diretta della legge elettorale da lui voluta nel 2006 proprio per azzoppare al Senato Prodi, del quale si dava per certa la vittoria. Si confezionò così il «porcellum» calderoniano, una vera trappola, nella quale ora può cadere lo stesso Berlusconi. Se, infatti, dopo le elezioni anticipate, la sua coalizione non avesse la maggioranza al Senato, il presidente della Repubblica, non potendo certo procedere ad un altro immediato scioglimento, dovrebbe affidare l´incarico di trovare una maggioranza e di formare il governo ad una personalità diversa da Berlusconi. Esattamente ciò che il presidente del Consiglio non vuole. Pretende, allora, di blindare il Senato, congelarlo nella composizione attuale e votare solo per la Camera, sperando di avere anche qui una maggioranza sicura. E se avvenisse il contrario? Questa inedita modalità di voto renderebbe più acuta la crisi. L´inammissibilità della scioglimento della sola Camera discende proprio dal fatto che esso non garantisce il superamento delle difficoltà attuali, anzi può accrescerle, e comunque si configura come uno strumento per sfuggire alle conseguenze della legge elettorale in vigore e per sanzionare i comportamenti politici dei finiani. Finalità costituzionalmente inammissibile.
Inoltre, per arrivare al risultato desiderato, Berlusconi ha bisogno di un´altra forzatura: la discussione sulla fiducia prima al Senato e solo dopo alla Camera. Se, infatti, si votasse prima alla Camera, con un prevedibile voto di sfiducia, Berlusconi dovrebbe subito dimettersi senza avere la possibilità di giocare la carta, sia pure impropria, di una maggioranza al Senato a lui favorevole, derubricando il successivo voto della Camera come semplice «incidente di percorso»: conclusione politicamente e istituzionalmente inammissibile.
Lo scioglimento della sola Camera, dunque, accrescerebbe pericolosamente la deriva personalistica del sistema istituzionale, ne aumenterebbe l´instabilità, e soprattutto confermerebbe nell´opinione pubblica la distruttiva versione di istituzioni che hanno la sola funzione di cucire un vestito sulla misura dei potenti. In tutto questo vi è un elemento di violenza che va denunciato e impedito. Con le sue ripetute dichiarazioni, Berlusconi usurpa le funzioni del presidente della Repubblica. Lo minaccia, anzi, qualora si discosti dalla linea da lui enunciata, parlando di “guerra civile” (dichiarazione ai limiti del codice penale) e pretendendo di dettare tempi e modi di gestione della crisi.
È una grande fortuna per questo sfortunato paese che la difesa della Costituzione sia oggi affidata ad una persona come Giorgio Napolitano. Ma questa fiduciosa consapevolezza deve essere accompagnata da altrettanta consapevolezza di tutte le forze politiche di opposizione della forza distruttiva dell´attuale legge elettorale, ben al di là dell´espropriazione dei cittadini della possibilità di scegliere i loro rappresentanti. Qui deve soccorrere la politica. O eliminando prima del voto il «porcellum». O realizzando un sistema di alleanze che risponda all´emergenza democratica che stiamo vivendo, con una intesa comune che ci liberi non da un uomo, ma da un modo d´intendere e esercitare il potere che sembra non esitare di fronte al rischio di trascinare tutti nella sua caduta.

lunedì 15 novembre 2010

Dal 2000,da una ricerca del quotidiano El Pais,su 180 nazioni solo Haiti ha fatto peggio dell'Italia.Tutti,tranne Haiti,si sono sviluppati più di noi

dal blog di Beppe Grillo, del 3 novembre 2010

Il decennio perduto

Dove eravate? Fini e Bersani, De Benedetti e Tronchetti, D'Alema e Prodi, Berlusconi e Geronzi, Tremorti e Visco, Bossi e Casini, Marcegaglia e Benetton mentre l'Italia veniva depredata giorno dopo giorno della sua ricchezza e del suo futuro? E di quanto è cresciuto negli ultimi dieci anni il vostro patrimonio personale? Voi che ci spiegate l'economia sui giornali e televisioni? Mentre voi e i vostri compari avete vissuto dieci anni alla grande, alle spalle del Paese, l'Italia è sprofondata. La crescita ha subito un infarto. Dal 2000, da una ricerca del quotidiano El Pais, su 180 nazioni solo Haiti ha fatto peggio dell'Italia. Tutto il mondo si è sviluppato più di noi tranne Haiti, uno dei Paesi più poveri, devastato da un terremoto apocalittico.
Dal 2000 al 2010 si sono alternati nei governi di sinistra o di destra, alla guida della Confindustria e del sistema bancario, tutti i responsabili del nostro declino che è ormai irreversibile per almeno una generazione. Siamo i peggiori del pianeta, non solo del Burkina Faso, 44°, o del Montenegro, 115°. Tutti hanno fatto meglio, senza distinzione, tranne un'isola caraibica. E' arrivato il momento di decretare il fallimento di una classe dirigente, la peggiore degli ultimi 150 anni, senza fare alcuna distinzione, senza fare prigionieri. La collusione, più ancora della corruzione, è stato il male oscuro che ha infettato il corpo del Paese. I migliori si sono adeguati con ricche buonuscite o ruoli onorifici di prestigio, i peggiori hanno divorato l'economia di comune accordo, dalla svendita di Telecom, al disastro Alitalia, alle esequie di Italtel e Olivetti.
Un debito pubblico sempre più forte bussa alle nostre porte con centinaia di miliardi di euro da collocare all'inizio del 2011 pena il default. Non si tratta di essere allarmisti, ma realisti, di guardare la realtà in faccia. Il debito arriverà a 1900 miliardi entro pochi mesi. Il debito però non può crescere per sempre. Ci sarà, è inevitabile, un punto di non ritorno. Il debito cresce mentre l'economia è ferma da un'eternità. Le malate d'Europa, i cosiddetti PIGS, si sono sviluppate in questi dieci anni più di noi. L'Irlanda è al 131° posto, la Grecia al 132° e il Portogallo, 178°, un solo posto prima di noi e da tempo di fronte al baratro.

diecianni_bonds.jpg

Portogallo e Irlanda stanno seguendo la stessa traiettoria della Grecia, per collocare i loro titoli devono pagare interessi sempre maggiori per giustificare il rischio di investimento. L'Italia però è ottimista, pur con la peggior crescita del mondo e il debito pubblico più grande d'Europa, nega, nega sempre. E sarà così fino alla fine. Mistero di Tremorti. Alla catastrofe con ottimismo.

Classifica crescita 2000-2010 di El Pais da Italiafutura:
1 -73 esima posizione, pdf
74 - 180 esima posizione, pdf
(rielaborazione dal documento del Fondo Monetario Internazionale - FMI, pdf )


venerdì 12 novembre 2010

Ieri, ad Annozero: CARO LUCA TI RINGRAZIO DI CUORE, SEI STATO UN GRANDE!!!

dal BLOG di Luca Telese, da Il Fatto Quotidiano del 12 novembre 2010


Ieri, come il titolo del libro della Kristof. Il mio Ieri, Annozero. Emozione e rabbia mentre sono seduto in studio, vedendo quei cinque ragazzi sulle gru. La brava gente di Brescia che protesta per il disagio, il prete che dice: “Devono scendere: io gli do da mangiare, ma non condivido la loro scelta”. E’ meno di un attimo: l’idea di parlare, raccontare la storia del padre che vedevo la mattina. All’inizio mi pareva un gioco lieto: si fermavano all’angolo, il bambino correva da solo. Poi un giorno parlargli, e scoprire che non se la sente di portare suo figlio fino all’ingresso dell’asilo, perché adesso è un clandestino, un fuorilegge, non si sa mai. E poi una storia che conosco molto da vicino, quella di una mia amica che si è dovuta sposare in un carcere, con i secondini come testimoni. Posso fare il suo nome? No, perché non le ho parlato. Ma posso raccontare che cosa ha subito, visto che il suo ragazzo era diventato un clandestino per effetto di un decreto, dalla mattina alla sera, con la mannaia di una espulsione imminente sulla testa, una condanna a otto mesi di carcere e il comune che si rifiutava di esporre le pubblicazioni.

I nuovi don Rodrigo giocano con le vite impugnando i codicilli della Bossi-Fini. Ho visto la mia amica il giorno prima di andare in trasmissione. Lei, lui, la loro bambina, che non piange la notte e ascolta musica reggae. Ho pensato ai viaggi per il carcere, ai soldi per l’avvocato… E allora ho pensato che non si poteva far dire a Casini che la protesta sì, forse aveva un senso, ma per piacere che scendessero, perché stavano provocando disagio. Una botta di adrenalina. Vado in televisione da almeno dieci anni, ma ci sono momenti in cui non puoi controllare cosa dici. Parli. Santoro mi ascolta, ma non capisco cosa gli passi per la testa. Quando finisce il programma il mio amico Roberto Rao, portavoce di Casini mi sussurra: “Guarda che sembravi un pazzo…”. Accendo il telefonino. Non ho ricevuto nemmeno un messaggio da chi mi guardava a casa. Che abbia ragione lui? Con l’i-phone controllo Facebook. Il primo messaggio che leggo è questo:

La fortuna di questo paese è che le leggi sull’immigrazione le fanno Bossi e Berlusconi, non la gente come lei”.

Un colpo al cuore. Non sono stato capito? Il secondo è questo:

Stavo vedendo anno zero ma ho cambiato canale perchè non posso sentire la propaganda faziosa, strumentale e scorretta pagata con i soldi dei cittadini e non mi è piaciuto vederla lì,mi scusi, ma seguo le sue trasmissioni su La7 e condivido solo perchè non pago il canone ma si sente da che parte sta lei e vorrei dirle una cosa: prima di parlare, provi a informarsi”.

Il terzo, nemmeno a farlo apposta:

Ma lei lo sa quanto stanno soffrendo i commercianti per quella protesta? E gli studenti, a cui vengono controllati i documenti se attraversano la piazza?

Ecco, vedi, non c’è più nulla da fare. Penso: però valeva la pena di dirlo comunque. Poi, come se la rete sollevasse un’onda, mi arrivano novantatrè (93!) messaggi, tutti di seguito. Corro su Google Analytics. Sul mio sito 2013 persone. E il tenore di tutti i messaggi, dopo quei primi tre insultanti o dissenzienti è questo:

Ciao Luca, su quella gru ci sono salito l’altra notte con la telecamera, un po’ perchè è il nostro mestiere, un po’ perchè pensavo fosse giusto fare il possibile per dare la maggiore visibilità possibile a quei ragazzi. Per questo grazie per aver alzato la voce di fronte al buonismo del ‘si va bene protestare, anche se avete ragione, ma non date troppo fastidio’”.
Emilio

BRAVO, mi è piaciuto molto il tuo intervento, ieri, da Santoro. Bella grinta, bravo veramente!!!!!!
Claudio

Ciao Luca, ieri sera ti ho visto ad Annozero e ho apprezzato molto la tua posizione a proposito degli immigrati di Brescia che protestano sulla gru. Ti scrivo perchè voglio ringraziarti per aver levato una voce forte e chiara sull’assurdità del reato di clandestinità e sulla “tassa di schiavitù”, cose che dovrebbero farci vergognare…

Quando hai raccontato la storia del padre che lascia suo figlio un po’ distante dalla scuola per paura di essere riconosciuto come clandestino, ho pianto perchè lavoro in un asilo nido e purtroppo storie come quelle per me hanno un nome e un volto e a volte vorrei sprofondare per il dolore e la rabbia che provo…

Grazie per aver gettato in faccia a Belpietro, Casini e a tutti quelli che si permettono di giudicare quella proptesta, la passione della verità…
Un abbraccio, Mariarosa

Salve Luca, ho veramente apprezzato il tuo intervento ad Annozero. Sono italiano, ma non ne ero molto fiero quando accompagnavo la mia ragazza in Questura per il permesso di soggiorno; una volta ho visto un agente di polizia deridere urlando un padre cinese di fronte ai figli e alla moglie, per non parlare poi delle interminabili file al freddo, o della kafkiana burocrazia che ti constringe a perdere decine di giornate in pratiche inconcludenti. Anche io sarei lì sulla gru, se fossi nella loro situazione”.

Sono un ragazzo di 19 anni che sogna di fare il giornalista e ancora di più di diventare come uno dei suoi miti: lei. Sono un lettore appassionato del Fatto, per due essenziali motivi. In ordine di pagine il primo è Marco Travaglio, il giornalista cattivo. Il secondo è Luca Telese, il giornalista buono. E così, pagato l’euro e venti più ben speso della giornata, prendo il giornale, leggo il fondo di Travaglio e poi vado a cercare lei, i suoi pezzi politici o le interviste”.

E ancora:

Ad Annozero mi è proprio piaciuto; era da tanto che non sentivo qualcuno accalorarsi per delle idee, degli ideali, ma sempre e solo di cose utili nell’immediato o di interessi di corto respiro. Mi ha stupito – piacevolmente – il suo infervorarsi; ero abituato a vederla a “In onda” tranquillo e pacato addirittura, a mio avviso, disinteressato lasciando il campo alla Costamagna (che ha purtroppo il vizio odioso di fare le domande e non aspettare le risposte)“.

E via così, decine e decine. Tre negativi subito, come uno spurgo, e tutti positivi dopo, come un’onda che si solleva, infrangendosi sulla riva. Quindi non è vero che siamo rassegnati, quindi non è vero che non si può incazzarsi, quindi non è vero che si fa la figura del matto se ci si oppone ai luoghi comuni del nuovo alfabeto razzista. Questo post inizia come un racconto triste di Agota Kristof, e finisce come La vita è meravigliosa di Frank Capra, uno dei miei film preferiti. Mica vero che vincono sempre i cattivi.


La musica è finita

tratto da: Dekoder di Antonio Dipollina del 12 novembre 2010

La musica è finita

Michele Santoro

Passa, eccome, anche in tv il crepuscolo in corso. Passa nella combattività-zero dei campioni di opinionismo del centrodestra, passa dal Belpietro che ad AnnoZero fa una sorta di atto di presenza tirando un paio di colpetti in due ore e niente di più. Passa nella tristezza epocale del Porta a Porta successivo, aria di commemorazione imbarazzata, Cicchitto e altri con facce di circostanza. Ma soprattutto passa nella precedente serata officiata da Vespa, con una lunga scena consacrata da Blob, Urso e Quagliariello che si danno sulla voce e Vespa, con l’aria di quello in preda a vera disperazione, che si prende la testa tra le mani, nel senso che l’appoggia sulla mani disposte a coppa e resta così a lungo, con l’espressione consacrata a suo tempo da Mogol-Battisti, tipo “Dio mio, no”, anche se Mogol e Battisti parlavano d’altro. Quelli di Blob ci aggiungono il carico, abbassano le parole dei due e mandano in sottofondo la Vanoni della Musica è finita.


martedì 9 novembre 2010

Una firma per Raphael e la sua schiena dritta - di Marco Travaglio

Raphael Rossi, esperto di sistemi di raccolta differenziata, scopre che l'azienda che si occupa di rifiuti di Torino stava acquistando un macchinario inutile e costoso. Gli offrono tangenti per il suo silenzio ma lui rifiuta e denuncia tutto alla magistratura che arresta l'ex presidente e altre sei persone. Ha fatto risparmiare 4 milioni di euro ai cittadini torinesi. Ma il Comune di Torino ha deciso di non costituirsi parte civile e lo ha lasciato solo. E per questo che il Fatto online ha lanciato una petizione per chiedere all'amministrazione di ripensarci

di Marco Travaglio, da Il Fatto Quotidiano del 9 novembre 2010


Un mese fa, nella rubrica di Report “C’è chi dice no”, Milena Gabanelli raccontava la storia di un italiano con la schiena dritta: Raphael Rossi, 35 anni, specializzato nella progettazione di sistemi per la raccolta differenziata, fino a quattro mesi fa vicepresidente dell’Amiat (l’azienda municipale per la raccolta dei rifiuti a Torino) indicato da Rifondazione comunista. Essendo incredibilmente competente in materia, tre anni fa Raphael ha scoperto che i vertici aziendali stavano brigando per acquistare (anzi per far acquistare dagli ignari cittadini torinesi) un macchinario inutile e costoso: una cosina da 4 milioni di euro. Incurante di sollecitazioni, ammiccamenti e lusinghe, Rossi ha tenuto duro e con i suoi rilievi tecnici ha bloccato l’acquisto. Allora s’è fatto vivo con lui l’ex presidente Amiat, Giorgio Giordano, facendogli balenare una bella tangente se non si fosse presentato in Cda a dire no all’acquisto. Rossi ha fatto ciò che ogni buon cittadino dovrebbe fare, infatti quasi nessuno fa: s’è rivolto alla Procura della Repubblica. I magistrati e la polizia giudiziaria l’hanno invitato a fingere di accettare la proposta indecente e, grazie a lui, hanno smascherato e incastrato i tangentari, arrestandoli e chiedendo il rinvio a giudizio di sette persone per reati che vanno dalla corruzione alla turbativa d’asta.

L’udienza preliminare inizia il 13 dicembre. Ma, come lui stesso ha raccontato a Report e poi ad Annozero, anziché ricevere complimenti e incoraggiamenti dall’Amiat e dal Comune di Torino (retto dal sindaco Pd Sergio Chiamparino) per il servigio reso alla collettività, Raphael è stato cacciato dall’Amiat (unico membro del vecchio Cda a non essere riconfermato) e isolato dalla politica, anche dal suo partito. Come nella migliore cultura mafiosa, chi collabora con la giustizia si rende inaffidabile nel suo ambiente. E diventa un ingombro, un appestato. Di più. Nel comunicato emesso dopo il servizio di Report, il Comune di Torino annuncia che l’Amiat si costituirà parte civile contro l’ex presidente Giordano (ma non contro il direttore dell’ufficio acquisti, pure lui imputato e tuttora in servizio) e curiosamente minimizza i reati contestati citando solo la turbativa d’asta, non la corruzione.

Perché non si costituisce parte civile anche il Comune? E, soprattutto, perché né l’Amiat né il Comune hanno offerto a Rossi l’assistenza legale? E’ dal 2007, quando sventò la tentata corruzione facendo risparmiare ai torinesi 4 milioni che Raphael si paga l’avvocato e continuerà a farlo per tutto il processo in cui, ovviamente, è lui stesso parte lesa. Poi certo, fra una decina d’anni, se gli imputati verranno condannati, gli saranno rimborsate le spese legali e forse anche qualche euro di risarcimento. Ma intanto viene lasciato solo, mandato allo sbaraglio senza coperture politiche e istituzionali.

Forse il sindaco Chiamparino e l’Amiat hanno altro a cui pensare, ma è bene che sappiano qual è il messaggio che trasmettono alla società: chi denuncia un caso di corruzione lo fa a suo rischio e pericolo, insomma deve sapere che si ritroverà solo in tutte le fasi della sua battaglia. Che è e rimarrà solo sua. Le istituzioni non c’entrano, anzi ne farebbero volentieri a meno. Così magari, la prossima volta, il Raphael Rossi di turno chiuderà un occhio, conserverà il posto e magari si metterà in tasca qualche migliaio di euro. Poi, naturalmente, tutti a scandalizzarsi se l’Italia scivola al 67° posto nella classifica di Transparency International, ultima in Europa, scavalcata pure dal Ruanda; e se il presidente dell’Antimafia Pisanu denuncia “disinvoltura nella formazione delle liste, gremite di persone indegne di rappresentare chiunque”. Un gruppo di cittadini ha lanciato un appello al Comune di Torino perché si costituisca parte civile e non lasci solo Raphael Rossi. Lo pubblichiamo sul sito del Fatto Quotidiano. Le firme della redazione del Fatto sono assicurate. Quelle degli amici lettori, speriamo, anche.

"Vieni via con me" una trasmissione da Oscar, una trasmissione fatta con il cuore, una trasmissione da vero servizio pubblico!!! GRAZIE!!!

da Rainews24.it
Roberto Benigni e Roberto Saviano

Roberto Benigni e Roberto Saviano

Roma, 08-11-2010

"Perche' questa storia di uccidere, Sandokan? Quest'uomo non ha la pistola, ha una biro...ha scritto un libro e se davvero vale 'occhio per occhio-dente per dente' scrivi un libro pure tu, 'ammazzalo' con un libro allora, altro che ucciderlo con la pistola". Cosi' Roberto Benigni dai microfoni di 'Vieni via con me' a proposito delle minacce di morte della camorra nei confronti di Saviano.

"Come e' possibile che in un Paese come il nostro una persona non possa scrivere un libro e si adiri contro il male? Questo ragazzo ha scritto un'opera bella - ha detto ancora il comico toscano -. Dai Sandokan, scrivi un libro pure te e via. Anche perche' quando si uccide una persona si uccide due volte: l'uomo che si voleva eliminare e se'stessi. Non e' che uccidendo muore anche l'ideale".

Poco prima Roberto Saviano aveva dedicato un lungo monologo a Giovanni Falcone e alla situazione politica italiana.

"Da un po' di tempo vivo come una sorta di ossessione, che riguarda la macchina del fango, il meccanismo che arriva a diffamare una persona": per questo "la democrazia e' letteralmente in pericolo"

"La democrazia e' in pericolo - ha detto Saviano - nella misura in cui se tu ti poni contro certo poteri, contro questo governo, quello che ti aspetta e' un attacco della macchina del fango, che parte da fatti minuscoli della tua vita privata".

"C'e' differenza - ha detto ancora Saviano - tra inchiesta e diffamazione", perche' "la diffamazione usa un solo elemento e lo costruisce contro la persona che decide di diffamare". Lo scopo del meccanismo e' "poter dire: siamo tutti uguali" e invece "dobbiamo sottolineare le differenze".

L'autore di Gomorra ha poi citato "la storia della casa di Montecarlo di Fini, che e' stato intimidito", poi la vicenda di Boffo, "direttore cattolico che inizia a criticare governo da un giornale cattolico (Avvenire, ndr). E la macchina del fango lo mostra come una specie di criminale perche' omosessuale: impensabile, incredibile". E ancora la vicenda della "presunta omosessualita' di Caldoro" diventata "l'arma usata da un suo collega di partito, Cosentino".

Lo scrittore si e' poi rivolto direttamente ai giovani: "Mi piacerebbe raccontarvi di una persona che e' riuscita a resistere a una macchina del fango gigantesca, Giovanni Falcone". Di qui un lungo excursus, scandito da brani di articoli di quotidiani - in parte letti anche dall'attrice Angela Finocchiaro - sulle accuse e sui tentativi di delegittimazione del giudice e dell'intero pool antimafia siciliano.



"E' tutto mio cari italiani"...Benigni canta le proprietà di Berlusconi

da Repubblica.it del 8 novembre 2010

Roberto Benigni ospite a 'Vieni via con me' conclude il suo monologo con una riedizione della canzone sulle proprietà di Berlusconi che cantò per la prima volta nel suo spettacolo TuttoBenigni a metà degli anni '90: nel nuovo testo numerose new entry, dal 'partito dell'amore' a Minzolini


lunedì 8 novembre 2010

Scorie nucleari

da: lettere dalla rete, tratta dalla Rete del Grillo del 7 novembre 2010

di A.G.

Ciao Beppe,
mi chiedo: se non sappiamo come smaltire l'immondizia, come faremo a smaltire le scorie nucleari?
Come mai la protezione civile che gestisce ingenti capitali si interessa dei grandi eventi e non mette le risorse per opere che mettano in sicurezza il territorio?
Chiediamolo al governo!
Grazie
Saluti


Per risanare il debito pubblico

da: lettere dalla rete, tratta dalla Rete del Grillo del 7 novembre 2010

di A.G.

Ciao Beppe,
se invece di dare i soldi ai partiti per vedere le facce stampate sui manifesti che insozzano le nostre città, li dessimo per risanare il debito pubblico e se togliessimo i privilegi ai parlamentari, fino a quando non sarà ripianato il debito pubblico, forse faremmo qualcosa di utile per il nostro paese. Inoltre la riforma delle pensioni dovrebbe iniziare dalle pensioni dei parlamentari per togliere loro privilegi e renderli uguali agli altri cittadini. Ci sono troppi soprusi di un sistema a spese del popolo (si fa per dire) sovrano.
Grazie
Saluti



Dalla censura alle bugie sui compensi, la sfida di "Vieni via con me". Stasera su RaiTre in onda la prima puntata del programma con Fazio e Saviano.

Saviano: "Così racconterò i segreti della macchina del fango"

Dalla censura alle bugie sui compensi, la sfida di "Vieni via con me". Oggi in prima serata su RaiTre va in onda la prima puntata del programma con Fazio. "Nella tv italiana il diritto a parlare lo conquisti con gli ascolti. E questo, soprattutto la tv pubblica, è ingiusto"

di ROBERTO SAVIANO, da Repubblica.it del 8 novembre 2010

Io vorrei rivolgermi ai giovani, stasera, nella prima puntata di "Vieni via con me", per spiegare che la macchina del fango non è nata oggi, ma lavora da tempo. Quando si dà fastidio a chi comanda si attiva un meccanismo fatto di dossier, di giornalisti conniventi, di politici faccendieri che cercano attraverso media e ricatti di delegittimare i rivali.

Qualunque sia il tuo stile di vita, qualunque sia il tuo lavoro, qualunque sia il tuo pensiero, se ti poni contro certi poteri questi risponderanno sempre con un'unica strategia: delegittimare. Delegittimare il rivale agli occhi della pubblica opinione, cercare di renderlo nudo raccontando storie su di lui, descrivere comportamenti intimi per metterlo in difficoltà, così che le persone quando lo vedono comparire in pubblico possano tenere in mente le immagini raccontate e non considerarlo credibile.
Questa è disinformazione, più sottile della semplice calunnia che agisce soprattutto con i nemici. La disinformazione invece punta a distruggere le vittime nel campo degli amici, seminando quei dubbi e quei sospetti che proprio gli amici debbono temere.

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