Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe

.

Sogno di un paese dove parole come cultura, leggi, rispetto, uguaglianza, civiltà, umanità e pietà non siano soltanto delle belle ma purtroppo inutili parole ma rappresentino invece le basi di un popolo che ha fatto di quel sogno, di quello stupendo sogno che si chiama Costituzione Italiana, le sue fondamenta.

"C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". Paolo Borsellino da "Lezione sulla mafia" del 1989

"Il nostro è un Paese senza memoria e senza verità"
Pier Paolo Pasolini

martedì 31 agosto 2010

Ecco le notizie che non hanno prezzo e che fanno tanto bene al cuore:“Fuori la mafia dallo Stato”. A Como Dell’Utri contestato, abbandona il palco







di Gianni Barbacetto, da Il Fatto Quotidiano del 31 agosto 2010

Il senatore azzurro era ospite del Parolario. Il suo intervento doveva ruotare attorno ai presunti diari di Mussolini

Gran pieno di pubblico, dentro e fuori il tendone nel centro di Como dove Marcello Dell’Utri avrebbe dovuto parlare dei suoi, probabilmente falsi, diari del Duce. Erano tutti lì per lui. Ma non tutti per ascoltarlo. Alcuni, giovanissimi, erano arrivati perché avevano visto su Facebook il gruppo “No a Dell’Utri a ParoLario”. Massimo e i suoi amici avevano mandato una pioggia di email e avevano autoprodotto un po’ di volantini, piccolissimi, su cui era riportata la parte finale della condanna a Dell’Utri in appello, a sette anni per “concorso nelle attività dell’associazione di tipo mafioso denominata Cosa nostra”.


Armando Torno, giornalista, saggista e amico del senatore Pdl, ha preso la parola in perfetto orario. Ma quando ha passato la parola, è partito il primo intervento non programmato dal pubblico: “Ma vi sembra giusto aver invitato qui un condannato in appello a sette anni per mafia?”. Si scatena un applauso e poi cori, slogan, canti che si fermeranno solo mezz’ora più tardi, quando Dell’Utri, sconfitto, scende dal palco e se ne va. Doveva essere uno dei tanti incontri di fine estate in riva al lago di Como, organizzato dall’associazione “ParoLario”. Invece si è tramutato in una clamorosa sconfitta per il senatore. Subito sette ragazzi del gruppo Facebook si sono schierati: avevano indossato magliette bianche su cui avevano scritto, con il nastro adesivo nero, una sola lettera dell’alfabeto. Ma visti insieme, componevano una parola: “Mafioso”. Fermàti e identificati, insieme a un amico colpevole di avere indosso una maglietta rossa. Un altro gruppo di ragazzi stende il suo striscione: “Marcello, baciamo le mani”. Un ragazzo intanto si è fatto sotto il palco sventolando un libro che voleva regalare al senatore: “Dossier Mangano” (Kaos editore). L’Anpi (l’associazione nazionale partigiani) di Como distribuiva un volantino in cui criticava la scelta di “aver invitato un condannato per mafia, noto per le sue numerose dichiarazioni a sostegno del fascismo e di Mussolini”.

Il locale Comitato per la difesa della Costituzione, invece, nel suo volantino non lo nominava neppure, Dell’Utri, ma faceva un elenco dei morti ammazzati, da Giorgio Ambrosoli a Carlo Alberto Dalla Chiesa, contrapposti al mafioso Vittorio Mangano, sotto il titolo “Felice il popolo che non ha bisogno di eroi”. Qualcuno di Rifondazione comunista fa partire il coro: “Bella ciao”, che unisce giovani e vecchi, antimafiosi e antifascisti. Stupiti loro stessi di essere così tanti. Rigorosi ma pacifici. Nessun gruppo organizzato da catalogare come “estremisti dei centri sociali”, solo ragazze e ragazzi in t-shirt e canottierina, o cittadini più maturi, sorridenti e felici, per questo pomeriggio di sole in riva al lago di Como.

Da Il Fatto Quotidiano del 31 agosto 2010


venerdì 20 agosto 2010

Macri': ''Sms a 'Quelli che il calcio' diretti a boss''

da Antimafiaduemila

logo-queli-che-il-calcio.jpg

20 agosto 2010
Catanzaro. Sms inviati alla trasmissione televisiva «Quelli che il calcio» per comunicare messaggi cifrati ai boss detenuti al 41 bis...

...è quanto ha riferito l'ex procuratore nazionale antimafia aggiunto, Enzo Macrì, nel corso di un'audizione alla Commissione parlamentare antimafia. Macrì, secondo quanto scrive il Quotidiano della Calabria, ha detto che la segnalazione circa l'invio di sms apparentemente innocenti che in realtà rappresentavano messaggi per i boss è giunta alla Procura nazionale antimafia da un carcere ed è adesso oggetto di approfondimenti investigativi. I responsabili di 'Quelli che il calciò, è stato precisato dal magistrato, sono totalmente all'oscuro dell'utilizzo improprio della possibilità di inviare gli sms alla trasmissione che vengono pubblicati attraverso un rullo che scorre sul video. L'audizione nel corso della quale Macrì ha fatto la segnalazione risale allo scorso mese di maggio. Oggetto del colloquio di Macrì, delegato dal procuratore nazionale, Piero Grasso, con la Commissione antimafia è stata la situazione dei detenuti al 41 bis di cui il magistrato, oggi Procuratore generale ad Ancona, era responsabile per la Dna. «Certo - ha detto Macrì all'ANSA - quello degli sms alle trasmissioni televisive, e nel caso specifico a 'Quelli che il calciò, è solo uno degli strumenti che vengono utilizzati per inviare messaggi ai detenuti al 41 bis. Messaggi che i boss recepiscono ed interpretano attraverso il loro contenuto ed il mittente. Si tratta di messaggi dal contenuto spesso banale che, in realtà, nascondono importanti 'comunicazioni di serviziò ai boss».

ANSA


giovedì 19 agosto 2010

Il Senatur e la 'ndrangheta

Milano, 17.08.2010 | articolo di Lorenzo Frigerio, da Libera Informazione

Le mafie al Nord, tra rivelazioni e semplificazioni della Lega

Pontida
Pontida

Ferragosto di lotta e di governo per gli uomini della Lega Nord, sugli scudi e in prima pagina mentre gli italiani si crogiolano al sole. Il ministro dell’Interno Maroni, insieme al collega alla Giustizia Alfano, da Palermo snocciolava i dati della vittoria del Governo Berlusconi contro le mafie italiche. A dire il vero, si tratta di una vittoria presunta tale perché, nonostante l’ottimismo ministeriale, siamo molto lontani dall’aver debellato il cancro mafioso nel nostro Paese, purtroppo. Da quello che è ormai il suo buen retiro di Ponte di Legno in Val Camonica, invece, il leader della Lega Nord Umberto Bossi rilasciava dichiarazioni sulle infiltrazioni delle mafie al nord e sulle difficoltà incontrate dal suo movimento nel cercare di trovare proseliti anche nelle regioni meridionali. Tra una canzone eseguita al pianoforte con i villeggianti e una battuta al vetriolo contro Napolitano ad uso dei militanti e dei giornalisti che lo tallonano giorno e notte, il Senatur ha trovato il tempo per lanciare l’allarme sull’aggressione mafiosa alle regioni del Nord: “Arrivano da tutte le parti. La Brianza ha molte infiltrazioni, perché c’è la possibilità di costruire”. Il riferimento alla Brianza non è casuale: la maggior parte degli arresti nell’ambito dell’operazione denominata “Il crimine”, portata a termine a metà luglio sull’asse Milano-Reggio Calabria, hanno riguardato questo territorio, fino ad un paio di anni fa parte della provincia milanese e oggi assurto a provincia autonoma di Monza e Brianza.

“Li tengo fuori dalla porta”


Quasi a mettere le mani avanti e ad anticipare ogni possibile replica, Bossi ha quindi affermato che le infiltrazioni criminali sono impossibili nella Lega Nord, perché ad esercitare il più ferreo controllo è lui, in prima persona: “Li tengo fuori dalla porta. È difficile che faccia passare uno che non è da anni nella Lega”. A chi gli ricordava il nome di Angelo Ciocca, consigliere leghista in Regione Lombardia, eletto nell’ultima tornata con ben 18.000 preferenze e il cui nome è finito nelle carte dell’inchiesta coordinata dal pm Ilda Boccassini, il leader leghista ha avuto buon gioco nel rispondere che “non fa l’assessore. È lì bloccato. La magistratura seguirà il suo corso. Se lo butto fuori è condannato anche se innocente”. L’espulsione dal partito di chi non è nemmeno indagato – ha continuato il ministro delle Riforme – equivarrebbe ad una “condanna a morte” e poi, “non è chiaro se abbia commesso un reato, c'è solo una fotografia”. La fotografia cui fa riferimento Bossi è un fermo immagine di una ripresa effettuata dalle forze dell’ordine nel corso dell’inchiesta che, a metà luglio, ha visto la DDA di Milano e quella di Reggio Calabria sferrare un duro colpo alle cosche della ‘ndrangheta che, muovendo dalla Calabria, hanno stabilito in Lombardia un presidio economico e militare di tutto rispetto. In piazza Petrarca a Pavia, con Ciocca – vero enfant prodige della nuova generazione di quadri dirigenti leghisti – vengono ripresi l’avvocato tributarista Pino Neri, finito poi in galera per concorso in associazione mafiosa, il costruttore Antonio Dieni e il candidato nelle liste di “Rinnovare Pavia” Francesco Del Prete. Il contesto è quello delle elezioni amministrative del 2009 ma non solo, sul piatto ci sono anche gli interessi legati ad alcune compravendite di immobili e ad appalti pubblici. Una matassa quindi che risulterà ben più difficile da districare nei prossimi mesi; altro che dare semplici spiegazioni per la fotografia di cui parla Bossi. Le esternazioni del Senatur in tema di mafia non sono finite qui e si sono poi arricchite di una ulteriore rivelazione, giunta in piena nottata, come riportato da alcuni quotidiani. Infatti il leader maximo della Lega ha avuto modo di ricordare anche le difficoltà di esportare il verbo padano in terre lontane: “Al sud è difficile andare. Ho dato la concessione per aprire una sede della Lega in Calabria e due giorni dopo c'era uno della 'ndrangheta”. Le cronache non ci dicono se qualcuno dei presenti, all’udire questa notizia, sia trasalito o abbia chiesto spiegazioni. Sta di fatto che uno scoop di questa portata è stato liquidato come se niente fosse, in poche ore, nei pastoni politici di tg e giornali dedicati alla situazione politica. Ci sarà almeno un magistrato che vorrà chiedere conto e ragione al ministro di questa uscita, dai contorni assolutamente inquietanti? Anche le reazioni politiche non sono sembrate all’altezza della gravità di quanto denunciato. Nel vuoto di queste ore, si registra solo la dura dichiarazione del capogruppo PD in commissione antimafia, Laura Garavini che ha biasimato l’atteggiamento del ministro: “Non si può chiedere ai semplici cittadini di denunciare chi chiede il racket e poi non dare il buon esempio, facendo nomi e cognomi degli 'ndranghetisti che si sarebbero presentati alla Lega. A meno che questa non sia una sparata per coprire il maldestro tentativo di minimizzare il ruolo del consigliere regionale lombardo Ciocca e il grave imbarazzo di Bossi per i suoi rapporti con personaggi che rappresentano la 'ndrangheta al nord".

Saviano vs Castelli


A luglio di quest’anno, dopo il blitz congiunto dei magistrati milanesi e calabresi, lo scrittore Roberto Saviano si era permesso di far notare il disagio dei dirigenti della Lega di fronte all’avanzata delle cosche al nord: “La Lega ci ha sempre detto – ha dichiarato l'autore di Gomorra a Vanity Fair – che certe cose al nord non esistono, ma l'inchiesta sulle infiltrazioni della 'ndrangheta in Lombardia racconta una realtà diversa. Dov'era la Lega quando questo succedeva negli ultimi dieci anni laddove ha governato? E perché adesso non risponde?”. Reazioni veementi e in qualche caso sopra le righe erano venute in quel frangente da diversi dirigenti della Lega Nord. Il più duro di tutti l’ex ministro alla Giustizia Castelli: “Saviano è accecato e reso sordo dal suo inopinato successo e dai soldi che gli sono arrivati in giovane età. Unica sua scusante rispetto alle sciocchezze che dice sulla Lega è che, quando noi combattevamo contro la sciagurata legge del confino obbligatorio che tanti guai ha portato al nord, aveva ancora i calzoni corti. Se nulla sa della storia della Lombardia, vada a rileggersi la storia della battaglia che la Lega fece a Lecco a iniziare dal '93 contro i clan della 'ndrangheta. Atti amministrativi precisi, fatti concreti”. A parte il fatto che la legge sul confino produsse i suoi effetti nefasti soltanto qualche decennio prima che Bossi e i suoi fondassero la Lega Nord e quindi c’è perlomeno una incongruenza cronologica che sfugge all’ingegnere Castelli, sarebbe stato interessante capire a quali atti amministrativi precisi, a quali fatti concreti, l’attuale viceministro abbia inteso riferirsi nel ricordare la concretezza della battaglia antimafia condotta dalla Lega Nord. Crediamo, molto verosimilmente, che Castelli, nella polemica con Saviano, abbia inteso soltanto rimarcare quanto già espresso anche nel corso di altre interviste televisive e giornalistiche rilasciate in questi anni. Il succo di queste esternazioni sarebbe la sottolineatura della concretezza leghista nel contrasto alle mafie: vale a dire la confisca dei beni alle cosche della ‘ndrangheta che in quel di Lecco erano comandate da Franco Coco Trovato. “Atti amministrativi precisi, fatti concreti”: cioè i provvedimenti delle amministrazioni comunali di Lecco, dove la Lega aveva un ruolo rilevante e Castelli un posto di primo piano come segretario cittadino prima e capogruppo in Consiglio comunale poi, che avrebbero consentito l’utilizzo a fini istituzionali e sociali dei beni confiscati alle mafie. Anche in questo caso sono necessarie due piccole precisazioni. Intanto i beni non vengono confiscati dai comuni ma il loro intervento è cruciale solo all’esito del procedimento che parte con il sequestro. La partita dei sequestri è merito che va attribuito a magistratura e forze dell’ordine che nel corso delle inchieste ricostruiscono il valore dei patrimoni criminali e consentono la loro individuazione. Concediamo però a Castelli il beneficio del dubbio e le possibili confusioni sul tema, visto che per lo stesso ministro dell’Interno Maroni, collega di partito, sequestrare un bene equivale a confiscarlo e ad arrestare i mafiosi sono i ministri… Secondariamente, Castelli è male informato oppure trascura colpevolmente il fatto che alcuni dei beni confiscati a Coco Trovato e recepiti con atto amministrativo da quella giunta che governava Lecco in quegli anni, in pieno 2010 sono ancora inutilizzabili e non destinati. Per informazioni il viceministro potrebbe chiedere all’attuale amministrazione comunale di Lecco che sconta gli errori del passato, ancora oggi invece rivendicati come meriti dalla Lega Nord.

Clandestini criminali e mafiosi impuniti


In attesa di capire meglio nei prossimi giorni i contorni della pubblica denuncia di Bossi o in attesa di una smentita successiva – non sarebbe una novità per il ministro delle Riforme, che in passato ha più volte utilizzato lo strumento della dichiarazione ad effetto, salvo puntualmente rettificare quanto aveva detto – giova, senza dubbio, ricordare che per la Lega Nord la questione mafia è sempre stato un tasto dolente, nonostante i proclami lanciati da Pontida. La Lega da decenni va soffiando sul vento dell’intolleranza, predicando rigore e pugno duro contro i clandestini e facendo diventare scorrettamente una vera emergenza criminale l’immigrazione, che resta comunque un problema sociale. Quest’azione politica ha assunto anche il ruolo di una vera e propria campagna culturale che ha finito per spostare l’enfasi della repressione giudiziaria e poliziesca sui reati commessi dagli stranieri. Il risultato è che parlare di mafie al nord è ancora oggi un tabù, soprattutto per quella larga fetta di cittadinanza che vota centrodestra e Lega in particolare. Per costoro le mafie sono un problema dei “terroni”, tanto da spingere nel 2009 il sindaco leghista di Ponteranica (BG) a revocare l’intitolazione della biblioteca locale a Peppino Impastato perché “non è uno dei nostri morti”. Per costoro le mafie sono un problema del sud, un fenomeno deviato tanto da arrivare a proporre la costituzione della Sicilia in repubblica autonoma gestita dalla mafia. Era stato il professor Miglio, l’allora ideologo della Lega, a proporre di realizzare un porto franco nel Mediterraneo; eravamo tra il 1992 e il 1994, quando le bombe di Cosa Nostra facevano saltare per aria magistrati e monumenti. Forse anche su questo aspetto sarebbe opportuno un approfondimento in sede giudiziaria. Sull’onda di queste pericolose sottovalutazioni, fenomeni quali la mafia e la ‘ndrangheta sono oggi pienamente inserite – altro che infiltrate! – nel tessuto economico e sociale di quella che i dirigenti e i militanti leghisti si ostinano a chiamare, contro ogni logica e contro la storia, Padania. Ha ragione Saviano quando chiede dove era la Lega mentre le mafie si insinuavano al nord. Suggeriamo ai dirigenti leghisti di studiare le carte e di ripresentarsi più preparati, perché oggi la partita antimafia si sta già giocando al nord da tempo e, facendo così, corrono il rischio di essere superati drammaticamente dai fatti.

Art.21, appello pro-Napolitano Hacher devastano il sito

da l'Unità.it del 19 agosto 2010

«Da quando il sito di Articolo21 ha lanciato l'appello a sostegno del presidente Napolitano e per promuovere una grande mobilitazione per la legalità, si è scatenata contro il sito la peggiore illegalità: quella dell'oscuramento, della manipolazione, della cancellazione delle riflessioni, delle idee, delle critiche». lo comunica in una nota il direttore di articolo 21 Stefano Corradino.

«Nella giornata di oggi - chiarisce - un pesante attacco hacker ha letteralmente devastato il sito eliminando definitivamente articoli, interviste, editoriali, commenti. tra l'altro, anche oggi, come è successo per altri attacchi hacker l'operazione chirurgica contro il nostro giornale on line si è scatenata in coincidenza con la pubblicazione di un nuovo intervento di Roberto Morrione, direttore di Libera informazione».

«Sporgeremo denuncia alla polizia postale e in tutte le sedi preposte perchè non intendiamo cedere. In una fase politica così delicata e difficile nella quale si vogliono far saltare le regole democratiche e i principi costituzionali noi non abbassiamo la guardia».

19 agosto 2010

“Presidente recuperi anche me!!” - di Fabio Granata

da il Blog di Fabio Granata, su Il Fatto Quotidiano.it del 19 agosto 2010


Caro Presidente Berlusconi,

ho letto della sua volontà di recupero, sotto la sua ala magnanima e protettrice, dei ‘finiani moderati’… a parte che lei (ed è la sua parte, mi creda, che maggiormente apprezzo) non è mai stato moderato in niente e riconoscendo in questo qualcosa che ci accomuna profondamente, so per certo che i moderati non le stanno simpatici neanche un po’.

E allora, mi ascolti, recuperi i falchi. Mi recuperi!!!

In fondo basta poco: inizi convincendosi che Dell’Utri (con annessi eroi) Cosentino e famiglia, Verdini e commensali non le sono esattamente di grande utilità lungo il difficile percorso di costruzione di una grande forza europea e modernizzatrice.

Mi ascolti. Li faccia dimettere e li reimpieghi in altre delle sue molteplici attività: hanno capacità e relazioni, seppur pericolosissime, utili a quasivoglia impresa, tranne alla più nobile: quella politica.

Poi ci proponga una riforma della giustizia che velocizzi i processi, senza farli andare in prescrizione, dando giustizia sia alle vittime che agli innocenti e dia risorse ingenti e nuove professionalità e strumenti alle Procure e alle forze dell’ordine, magari smettendo di insultare le prime e trovando i soldi per gli straordinari alle seconde.

Metta definitivamente da parte scudi, lodi e leggi ad personam: vada, invece, alla fine del suo mandato, a difendere davanti ai giudici il suo onore e la sua sacrosanta volontà di rivendicazione della sua trasparenza.

Il 19 luglio, poi, lasci stare il Premio Aznavour e venga con noi in Via D’Amelio a ribadire all’Italia chi sono gli eroi, senza se e senza ma!

Inoltre applichi alla politica del suo Governo il suo indiscutibile amore per la bellezza italiana, espellendo senza bisogno di probiviri, chiunque proponga condoni e sanatorie, avviando la più grande azione di ripristino della bellezza e del paesaggio di tutti i tempi, bloccando cemento, pale eoliche e speculazioni edilizie, con buona pace di cricche e mafie.

Non le chiedo, pur non essendo moderato, di sostituire i triumviri con Bocchino, Briguglio e Granata poiché con questa operazione perderebbe molte colombe finiane e non sarebbe un buon consiglio, ma almeno sostituisca gli attuali attraverso un sorteggio tra tutti i parlamentari del Pdl: se esclude gli ex An (che, oggettivamente, potrebbero aggravare la situazione) non potrà che rilanciare il partito, chiunque venga sorteggiato.

Oppure, con decisionismo schimttiano nomini Fabrizio Cicchitto: è leale senza essere servile, è uno dei pochi ad aver letto qualche migliaio di libri, è ironico e, mi perdoni Presidente, è anche romanista come me (quindi abituato anche alle sconfitte)!

Sostituisca poi, la prego, Capezzone… lo mandi al Grande Fratello e metta al suo posto Mara Carfagna: bella, onesta, di buona famiglia, intelligente.

Due ultime richieste: richiami Kakà e Sheva e ridia il Milan a Leonardo, riconquistando così, oltre il falco padre, la falchetta Andrea, milanista che non gliele ha mai perdonate.

Infine, vada a trovare Gianfranco Fini (dopo aver spostato Feltri a dirigere Chi, dove farà cose egregie) e gli chieda scusa per tutto, iniziando a pensare che in politica la discussione, il confronto, la trasparenza, la legalità non sono il demonio ma l’unico metodo per far diventare un grosso partito, un grande partito per “far bene cose di interesse comune”.

Presidente, in attesa della sua risposta, ho il dovere però di sottolinearle l’unico rischio della mia piattaforma: ‘ritrovarci’ con un Pdl fatto da 34 deputati e 10 senatori. Sono i rischi dell’audacia!

Contro tutti i moderati e i moderatismi, hasta la Victoria Presidente.

Fabio Granata (falco)

Premiata norcineria Pdl

di Maurizio Calò e Shukri Said*, da Articolo21

Da qualche tempo è messa in evidenza sulla stampa la contrapposizione tra Costituzione formale e costituzione materiale. La differenza viene evocata nella prospettiva autunnale di una crisi di governo, quando si dovrebbe decidere se andare immediatamente alle urne o condurre previamente una verifica parlamentare da cui potrebbe emergere il sostegno a un governo tecnico con pochissime incombenze tra cui fare una nuova legge elettorale.

Essendosi il centrodestra già espresso contro la modifica dell’attuale legge elettorale, il supporto ad un governo tecnico siffatto verrebbe dalle attuali opposizioni che, però, conquisterebbero la maggioranza solo se unite ai finiani transfughi dal centrodestra, dando luogo a quello che viene definito ora un ribaltone, ora il tradimento della maggioranza uscita dalle ultime elezioni.

Questo tradimento sarebbe oggi ancor più offensivo di sempre perché, si afferma, gli elettori hanno scelto nella scheda elettorale dell’aprile 2008 il Primo Ministro nella persona di Silvio Berlusconi cosicché, se questi non potesse più governare, non vi sarebbero alternative alle elezioni anticipate rispetto alla scadenza naturale del 2013. Tanto meno, poi, si potrebbe affidare la guida dell’Italia a forze politiche risultate perdenti alla prova del voto, fosse pure al solo fine di cambiare la legge elettorale.

Dall’altra parte, rileggendo la Costituzione del 1948, si ricorda che spetta solo al Presidente della Repubblica sciogliere le Camere ed indire nuove elezioni che presuppongono l’assenza di maggioranze idonee a sostenere un governo alternativo a quello divenuto incapace di guidare il Paese. Si rammenta, inoltre, che spetta al Presidente della Repubblica la nomina del Primo Ministro e non al popolo in sede di elezioni dove ci si limita alla sola scelta del capo della coalizione.

Se questi sono i termini della questione, occorre soffermarsi su alcuni aspetti per non perdere la bussola delle nostre istituzioni.

Nella Legge 270/2005 - la vigente legge elettorale - è previsto che, con il simbolo, venga depositato il programma elettorale e il nome e cognome del capo della forza politica. Le coalizioni tra le forze politiche sono favorite perché, alla Camera dei deputati, la coalizione più votata ottiene in premio la maggioranza (Occhio! La ottiene indipendentemente dalla percentuale conseguita cosicché, in caso di grande frammentazione delle forze politiche, si potrebbe avere la maggioranza della Camera dei deputati, in ipotesi, anche con il 20% dei suffragi se nessun’altra coalizione arrivasse a tanto).

Le forze politiche che si presentano insieme devono però indicare un unico programma ed un unico capo, appunto, della coalizione.

Dunque, al momento di nominare il capo del governo, il Presidente della Repubblica dovrà rivolgersi, prima di tutto, al capo della coalizione che abbia conseguito il maggior numero di voti e da questa ineluttabilità nasce la “costituzione materiale” che si sarebbe affermata con l’attuale legge elettorale sostituendosi al dettato della Costituzione del 1948.

Sennonché l’attuale legge elettorale, definita una “porcata” proprio dal suo principale autore (il leghista Roberto Calderoli), fu votata solo dalla maggioranza di centrodestra che, all’epoca, comprendeva anche l’Udc di Casini, mentre non fu votata da nessun partito del centrosinistra.

Proprio per queste caratteristiche originarie, il solo accostare la faziosa “porcata” alla regina delle leggi, che nacque da un’intesa costituzionale tra tutte le forze politiche tanto che fu votata da 453 costituenti contro 62, è un’opera di sviamento inaccettabile.

E’ stato lo stesso Berlusconi a smentire, con famosi tentativi di shopping parlamentari ampliativi della sua maggioranza, che l’attuale legge elettorale vincoli il Premier alla coalizione che lo ha eletto. E, del resto, ancora è in vigore il dettato costituzionale secondo cui ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. Norma tanto più incisiva quando il parlamentare non viene eletto, ma solo nominato dalle segreterie dei partiti con manifesta attenuazione del rapporto con l’elettorato.

La legge elettorale adottata nel 2005 è, né più né meno, che una legge elettorale di rango incomparabile con la nostra Costituzione (per bocca del suo stesso Autore) e che, in tanto può essere letta, interpretata ed applicata, in quanto ciò avvenga nell’ottica della Costituzione repubblicana alle cui disposizioni è nettamente sottoposta.

Ipotizzare che la Legge Calderoli possa aver dato vita ad una costituzione materiale equiparabile, se non addirittura superiore, a quella formale è, dunque, totalmente fuori luogo e fuorviante, è un modo per tentare di dare dignità ad un porcellum deforme, è un’opera di norcineria politica che serve solo a stuzzicare palati rustici.

Resta integro, quindi, il dettato dell’unica Costituzione - che non ha, né ammette equipollenti - la quale attribuisce al Presidente della Repubblica la prerogativa di nominare il Presidente del Consiglio dei ministri se questi riscuote in Parlamento una maggioranza idonea a sostenerne il programma. Perché, è bene chiarirlo a tutti, compresi i non udenti dall’orecchio destro, la nostra Carta costituzionale prevede una Repubblica parlamentare in cui è il Parlamento che nomina il Presidente della Repubblica ed è questi, a sua volta, che nomina il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ma un tanto chiarito, il nodo di tutti i problemi attuali non è tanto stabilire se, una volta aperta la crisi – e solo Berlusconi potrebbe deciderlo - si andrebbe o non andrebbe ad elezioni anticipate perché solo l’esito delle consultazioni presidenziali potrà fornire indicazioni in tal senso, quanto piuttosto nello stabilire quale legge elettorale dovrebbe essere adottata da un governo tecnico qualora si riuscisse a stendere una rete programmatica, così limitata e finalizzata, che andasse dai finiani ai simpatizzanti di Vendola nel Pd.

Noi abbiamo già segnalato che l’unica legge elettorale capace di competere con lo strapotere televisivo che assicura a Berlusconi di padroneggiare le province (e quindi la maggioranza degli elettori), sarebbe l’uninominale maggioritario con collegi di piccole dimensioni, ma su questo tema ancora non si vede accendersi la scintilla di alcun dibattito.

E d’altra parte, se oggidì si è capaci di accostare il porcellum alla Costituzione con noncuranza e senza ombra di raccapriccio, di che legge elettorale vuoi parlare …

*Associazione www.migrare.eu


mercoledì 18 agosto 2010

A settembre l’Italia ha 52 miliardi di euro in titoli di Stato in scadenza.A fine anno saranno 170 considerando quelli scaduti e in scadenza ad Agosto

Il ministro Giulio Tremonti ha ben chiaro il quadro: il debito pubblico può diventare un problema se torna il panico sui mercati (LAPRESSE)

L'OMBRA DEL DEBITO

di Stefano Feltri, da Il Fatto Quotidiano del 18 agosto 2010


A settembre l’Italia ha 52 miliardi di euro in titoli di Stato in scadenza. Altri 16 in ottobre, 36 in novembre, 30 in dicembre. In totale fanno 134 miliardi, si arriva a quasi 170 considerando anche quelli scaduti e in scadenza ad Agosto. Questo significa che il ministero del Tesoro deve rimborsare titoli arrivati allo scadere previsto dal contratto (in gran parte Bot e Btp), e trovare sul mercato investitori disposti a comprare altri titoli per somme analoghe. Visto che l’Italia non può certo ridurre all’improvviso il proprio debito per decine di miliardi.

IL PROBLEMA, COME sempre, è il prezzo. L’Irlanda stava per scatenare il panico sui mercati, come la Grecia tra marzo e maggio, perché fino a ieri c’era il diffuso sospetto che gli investitori avrebbero comprato il suo debito solo a caro prezzo, indicando così che le finanze pubbliche di Dublino erano al collasso. E, soprattutto, rendendo il fardello del debito sempre più difficile da sostenere (se i mercati decidono che un certo debito è rischioso e deve pagare interessi più alti, questi vengono poi richiesti anche alle aste successive . Invece è andato tutto bene. L’Irlanda ha piazzato senza problemi mezzo miliardo di euro di buoni del Tesoro. Quelli con la scadenza ravvicinata, 2014, a un tasso accettabile di 3,6 percento, quelli a 10anni al 5,4 percento. Prezzi nella norma, poco coerenti con l’etichetta di “nuova Grecia” che gli analisti di Citigroup avevano affibbiato all’Irlanda. La richiesta
degli investitori è stata due volte superiore all’offerta. Dunque, dov’è il problema? Il segnale poco rassicurante – come ricorda il blog The Source del Wall Street Journal – è che mentre gli occhi di tutti erano puntati su Dublino, i titoli di Stato tedeschi a dieci anni venivano prezzati dai mercati ai livelli massimi, come nei giorni peggiori della crisi greca. Come è possibile che mentre gli investitori fanno a gara per compare i rischiosi titoli irlandesi, siano così diffidenti verso quelli tedeschi? La risposta è ben chiara ai trader e anche al ministero del Tesoro italiano: c’è in giro un sacco di liquidità, soldi immessi nel sistema dalle banche centrali, e gli investitori approfittano di questo momento di relativa calma per investirli là dove rendono di più. Il ragionamento di chi si è tuffato sui bond irlandesi è questo: “Visto che hanno salvato la Grecia, salveranno anche l’Irlanda quindi, per ora, compro il suo debito. Se poi, un domani, il prezzo di queste obbligazioni dovesse crollare, i rendimenti alle nuove aste impennarsi, si può sempre tornare sui tranquilli bund tedeschi”.

L’EQUILIBRIO, però, è fragile. Basta un niente a scatenare di nuovo il panico di fine maggio, quando anche l’euro sembrava a rischio. Proprio la valuta europea è stato il paracadute in questi mesi: anche grazie alla crisi greca
, si è indebolita nei confronti del dollaro. Le imprese europee hanno ricominciato ad esportare e le differenze tra l’andamento (e quindi la capacità di far fronte ai debiti) dei Paesi più dinamici – come la Germania – e di quelli più in difficoltà, come l’Italia, è diventata meno evidente. Ma dal minimo dell’otto di giugno (1,19 europerdollaro) siamo già tornati intorno a quota 1,3. L’Italia, quindi, ha davanti un duplice rischio. Il primo: che il tasso di cambio, combinato con gli effetti della manovra di risanamento da 25 miliardi, rallenti la crescita. Il secondo: che la crisi politica interna alla maggioranza renda i mercati pessimisti sulla capacità del governo di gestire questa fase delicata. Anche per questo Tommaso Padoa-Schioppa, che è un ex ministro dell’Economia ma anche un ex banchiere centrale, ha scritto sul Corriere che non possiamo permetterci né un governo tecnico né le elezioni anticipate in autunno. Entrambi gli scenari confonderebbero le idee ai mercati, rendendoli molto diffidenti. “Il rischio di perdere improvvisamente la fiducia dei mercati l’Italia lo corre a causa della sua debolezza e ambiguità politico-istituzionale, non della sua condizione economico-finanziaria”, scrive Padoa-Schioppa. Per l’Italia non c’è però solo il rischio apocalittico di trovarsi all’improvviso come la Grecia, con i manifestanti armati di molotov e i mercati che chiedono interessi del 20 per cento (roba da usura) per i finanziamenti a due anni. Ci sono problemi molto più immediati da risolvere, di cui i tecnici del dipartimento del debito pubblico al Tesoro, guidati da Maria Cannata, sono ben consapevoli. Nelle“Lineeguidadella gestione del debito pubblico anno 2010” si legge che lo scorso anno “a fronte di un progressivo miglioramento delle contrattazioni sul mercato secondario, il Tesoro si è prontamente avvalso del mutato contesto per introdurre sul mercato anche strumenti il cui lancio è notoriamente più complesso”. Il ministero, cioè, approfitta di ogni momento di calma per vendere obbligazioni a lunga scadenza, 15-30 anni, che solo certi investitori sono interessati a comprare. Se la tensione resta sempre alta, queste operazioni diventano impraticabili. E quindi si vive giorno per giorno, esponendosi in ogni asta al giudizio degli investitori senza avere nessun cuscinetto.
Negli ultimi anni la strategia del Tesoro è stata simile a quella delle famiglie che comprano casa con un mutuo a tasso fisso mentre tutti puntano su quello variabile: si spende di più ma si guadagna in sicurezza. La durata media dei
titoli di debito italiani è superiore a sette anni (alcuni, come i Bot, vanno rimborsati nel giro di pochi mesi ma c’è un congruo pacchetto di titoli con durate di diversilustri).Questo ha contribuito a salvarci dal destino greco, perché nei momenti di massimo panico l’Italia poteva – e per ora può – permettersi di fare poche aste, di aspettare che passi la bufera. Ma nel 2011 scadono oltre 150 miliardi di titoli, nel 2012 quasi 200. E’ chiaro che se il governo resta instabile – o lascia spazio a un esecutivo tecnico, oppure al vuoto pre-elettorale – la prudenza sconsiglierà di offrireall’asta anche quei titoli a lunga scadenza che servono a mettersi in sicurezza, perché gli investitori chiederebbero prezzi (cioè interessi) proibitivi. E nel giro di due anni l’Italia si ridurrebbe come l’Irlanda: a trattenere il respiro ad ogni piccola asta di titoli, temendo di fare la fine della Grecia.



Sarò onesto, Cossiga non mi mancherà - di Nando dalla Chiesa

di Nando Dalla Chiesa, da Il Fatto Quotidiano.it del 18 agosto 2010

Certo non si porterà nell'aldilà solo i segreti veri di questa Repubblica. Si porterà anche i segreti da lui inventati, le trame inesistenti fatte intravedere, le panzane spacciate per misteri

Sarò onesto: non mi mancherà. Guai se la pietà per la morte offuscasse la memoria e il giudizio che la memoria (viva, ben viva) porta con sé. Non esisterebbe più la storia. E dunque, parlando di Francesco Cossiga, rifiuterò il metodo che gli fu alla fine più congeniale: quello di ricordare i morti diffamandoli, dicendo di loro cose dalle quali non potevano difendersi. Fidando nel fatto che i familiari una cosa sapevano con certezza: che se avessero osato replicargli lui avrebbe inventato altri episodi sconvenienti ancora e poi li avrebbe dileggiati, forte della sua passata carica istituzionale e della compiaciuta docilità con cui la stampa ospitava ogni sua calunnia. Fece così con Moro, con Berlinguer, con il generale dalla Chiesa. Fece così con altri. Era nato d’altronde un autentico genere giornalistico, l’intervista a Cossiga, che consisteva nel mettergli davanti un microfono o un taccuino e ospitare senza fiatare le sue allusioni, le sue bugie.

Da trasformare in rivelazioni storiche, provenienti dal loro unico e inesauribile depositario. Mi atterrò dunque ai fatti che tutti possono pubblicamente controllare. Perché ai tempi fui tra parlamentari che ne chiesero l’impeachement, anzitutto. Perché io il sistema politico di allora, quello che chiamavo il regime della corruzione, lo volevo cambiare per davvero. Ma per renderlo conforme alla Costituzione e a un decente senso delle istituzioni. Perciò mi scandalizzavo nel vedere un capo dello Stato giocare soddisfatto al picconatore, conducendo una massiccia attività di diseducazione civica. Quando poi Cossiga si mise alla testa della lotta contro i giudici, minacciando, lui presidente del Csm, di farlo presidiare militarmente dai carabinieri avvalendosi delle sue prerogative di Capo supremo delle Forze armate, pensai che la misura era colma. Che l’uomo esprimeva una cultura golpista e che era nella posizione istituzionale per tradurla in realtà politica.

Le chiavi di casa e i giudici ragazzini
Perché titolai la storia di Rosario Livatino “Il giudice ragazzino”. Esattamente in polemica con lui, che delegittimava i giovani magistrati che in Sicilia sfidavano la mafia. A questi giudici ragazzini non affiderei neanche le chiavi di una casa di campagna, aveva detto. E Livatino, morto a trentotto anni, aveva compiuto le sue prime coraggiosissime inchieste quando di anni ne aveva ventotto. Avevo imparato dai racconti di mio padre che quando si ha a che fare con la mafia chi ha un grado superiore protegge chi sta sul posto, ci passeggia insieme in piazza perché tutti capiscano. Che non è solo, che ha dietro lo Stato. Lui, capo dei magistrati, aveva invece umiliato sprezzantemente proprio i giudici più esposti negli anni della mattanza. Perchémi astenni, unico nel centrosinistra, sulla fiducia al primo governo D’Alema. Non per oltranzismo ulivista, ma perché non ero certo entrato in parlamento per fare un governo con Cossiga e con ciò che lui rappresentava nella vita del paese e nella mia vita personale. Il testo dell’intervento pronunciato in quell’occasione è agli atti. Allora mi valse richieste di interruzione da sinistra e qualche stretta di mano (tra cui quella di Gianfranco Fini). Perché l’ho spesso citato – ma non quanto avrei voluto – nei libri, negli articoli o negli interventi che avevano per oggetto la vicenda di mio padre.


Veleni attorno a un sacrificio
Perché ho sempre trovato maramaldo quello spargergli veleno intorno dopo il suo sacrificio. Non ho mai capito se fosse il seguito dell’isolamento che il sistema aveva inflitto al prefetto dopo l’ annuncio che sarebbe andato in Sicilia per combattere la mafia per davvero. Ricordo però con certezza che Cossiga iniziò a colpirne l’immagine in vista del maxiprocesso presentandolo con naturalezza come iscritto alla P2. I giudici che avevano indagato a Castiglion Fibocchi, Gherardo Colombo e Giuliano Turone, mi garantirono che loro nella lista quel nome non l’avevano trovato. Lui insisté contro ogni atto giudiziario e parlamentare (della storia ho reso i particolari su “In nome del popolo italiano”, biografia postuma di mio padre, nel 1997). Finché anni dopo ancora raccontò la sua pazzesca verità: per proteggere mio padre Colombo e Turone, giudici felloni, avevano strappato un foglio dall’elenco. Non smise mai di raccontarlo. Così come, per sminuire il lavoro di Giancarlo Caselli e di mio padre contro il terrorismo, sostenne un giorno, poco dopo l’avviso di garanzia per Andreotti a Palermo, che il vero merito del pentimento di Patrizio Peci fosse di un maresciallo delle guardie carcerarie di Cuneo. Costui venne da lì lanciato pubblicamente in orbita giornalistica e televisiva per seminare nuove e inverosimili calunnie su mio padre, alcune delle quali si sono ormai purtroppo depositate negli atti giudiziari (tra i quali rimane però anche, a Palermo, il testo della controaudizione da me richiesta).

Altro verrebbe da dire, dalla memoria di Giorgiana Masi uccisa in quella famigerata manifestazione del ‘77 zeppa di infiltrati in armi, al contrasto avuto con lui in Senato, dai banchi della Margherita, sui fatti della Diaz, che lui, sedicente garantista, avallò senza scrupoli. Come e più che con Giovanni Leone, che non ebbe comunque le sue colpe, avremo probabilmente un mieloso coro di elogi. Poiché l’uomo ha incarnato alla perfezione la qualità media della nostra politica questo è assolutamente naturale. Certo non si porterà nell’aldilà solo i segreti veri di questa Repubblica. Si porterà anche i segreti da lui inventati, le trame inesistenti fatte intravedere, le panzane spacciate per misteri. Riposi in pace, e che nessuno faccia a lui i torti che lui fece alle vittime della Repubblica.


martedì 17 agosto 2010

Io, Cossiga, e un auspicio per riparare agli errori - di Gioacchino Genchi

Blog | di Gioacchino Gench, da Il Fatto Quotidiano.it del 17 agosto 2010


Francesco Cossiga è morto. Con lui si chiude una pagina della storia d’Italia ancora avvolta da tanti misteri.
Ricordo ancora la telefonata di solidarietà che mi fece il 28 gennaio dell’anno scorso, anticipandomi la dichiarazione che aveva rilasciato sul mio conto alle agenzie.

ARCHIVIO GENCHI: COSSIGA, CONSULENTE HA RISPETTATO LA LEGGE
(ANSA) – ROMA, 28 GEN – ”Dopo aver ascoltato in tv Gioacchino Genchi ed avere letto tutto quanto e’ stato scritto su di lui e sulla sua attivita’ sia di funzionario della Polizia sia di consulente di numerosissime procure, mi sono convinto che egli ha agito sempre nel rispetto della legge e secondo il
mandato conferitogli dai vari magistrati delle procure interessate”. Lo afferma il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. (ANSA).
COM-FLB
28-GEN-09 12:32

L’ho ringraziato sul mio blog per il suo intervento:

ARCHIVIO GENCHI: CONSULENTE SU BLOG RINGRAZIA COSSIGA
(V. ”ARCHIVIO GENCHI: COSSIGA, CONSULENTE…” DELLE 12:32)
(ANSA) – PALERMO, 28 GEN – Gioacchino Genchi risponde attraverso il suo blog al presidente Francesco Cossiga che e’ intervenuto oggi sulla sua vicenda. ”Lei mi conosce dal 1992 – scrive il consulente – quando il prefetto Vincenzo Parisi, capo della polizia, ci ha presentato, in una circostanza tragica per la storia del nostro Paese”.
”Ho apprezzato la lucidita’ del suo ricordo – si legge nel blog – e le considerazioni che mi ha voluto esternare nella sua telefonata di questa mattina. Ero sicuro che prima o dopo sarebbe intervenuto in questa vicenda, che mi vede involontario protagonista. Spero, anche col suo autorevole contributo, che gli uomini delle istituzioni e della politica sappiano
riflettere su questa mostruosa mistificazione”.
”Lei sa bene – aggiunge – che io, nella modestia delle mie funzioni, sono stato sempre e soltanto dalla parte dello Stato e non sono mai venuto meno al giuramento di fedelta’ alla Costituzione ed alle sue Leggi. Ho operato solo al servizio di valenti magistrati, giudici e pubblici ministeri, nell’esclusivo fine di ricerca della verita’ e di affermazione dei principi di Giustizia, anche nei confronti di chi e’ stato ingiustamente accusato di delitti che non aveva commesso”.(ANSA).
COM-ABB
28-GEN-09 16:50

Dopo mi ha richiamato e mi ha voluto incontrare.
Sono andato a trovarlo nella sua abitazione di Roma. Non ero mai entrato nella casa di un Presidente della Repubblica.
Mi ha ricevuto nel tinello, attiguo alla cucina.
Dalla semplicità di quella casa, dall’arredamento, dalle foto e dai cimeli che mi ha mostrato ho capito tante cose.
Insieme abbiamo ripercorso la comune passione di radioamatori.
Insieme abbiamo commentato le pagine buie della storia della nostra Repubblica, che ci avevano fatto conoscere ed incontrare per l’ultima volta nella primavera del 1992, qualche settimana prima delle sue dimissioni.
Nelle fasi della stesura del mio libro, “Il caso Genchi“, più volte ho cercato di convincerlo a confermarmi alcune circostanze. Mi ha rinviato di una settimana e poi non l’ho più sentito.

Al telefono mi hanno sempre detto che il Presidente stava male.
In occasione dell’ultimo incontro gli avevo comunque anticipato che non sarei stato tenero con lui, per via di certe sue amicizie.
Ricordo ancora la sua reazione. Mi ha dato uno schiaffetto sula guancia e sorridendo, mentre gli vibravano le guance, mi ha detto: “Caro Genchi tu sei uno dei pochi che con la tua onestà puoi anche permetterti di parlare male di me“.
L’ho ringraziato e gli ho ribadito che non stavo scherzando.
Al termine del colloquio, dopo aver sorbito un ottimo caffè, ha voluto che lo aiutassi ad alzarsi dalla sua vecchia poltrona. Con un braccio si è appoggiato sulle mie spalle e, camminando a stento, ha insistito a volermi accompagnare fino all’ingresso.

Ci siamo congedati con un arrivederci. Dopo qualche mese ho apprezzato le sue considerazioni sul mio conto, nel suo ultimo libro.
Dopo non ho avuto più possibilità né di vederlo, né di sentirlo al telefono.
Ho avuto sue notizie e suoi messaggi per il tramite di alcuni comuni amici giornalisti.

Oggi è morto.

Con la morte di Francesco Cossiga si chiude l’ultima speranza di disvelare molti segreti sui tanti misteri della storia d’Italia.
Fra questi, i più importanti, riguardano l’omicidio di Aldo Moro, la strage di Ustica, le infinite trame dei servizi deviati, fino alla fine del suo mandato e le origini della II Repubblica.
Cossiga ha preferito portare con sé questi segreti, nella tomba.
La sua morte, peraltro, coincide con una delle pagine più buie della II Repubblica, che volge al declino.
Nella crisi dei partiti, mentre ritornano a trionfare la corruzione, gli inciuci e l’affarismo, occorre un rilancio dei valori fondanti della Costituzione.
Ben oltre i partiti e le ideologie, occorre prima di tutto recuperare il primato della politica.
In tutto questo provo a immaginare quale sarebbe oggi il più bel regalo che il Presidente Napolitano potrebbe fare agli italiani.

Mi riferisco allo scranno parlamentare di senatore di vita che, con la morte di Cossiga, è rimasto vuoto.
Ebbene sì. Non ho paura a dirlo.
Io, come tanti italiani liberi, auspico che il Presidente della Repubblica proceda immediatamente alla nomina di senatore a vita di Marco Pannella.
Lungi da condizionamenti ideologici (per quello che ancora valgono le ideologie), ritengo che oggi Marco Pannella sia uno dei pochi politici che potrebbe contribuire al recupero del primato della politica.
La sua nomina a senatore a vita – per quello che è stato il suo impegno per la democrazia e per i diritti civili – ci farebbe sentire tutti più orgogliosi di essere italiani.
Con Marco Pannella senatore a vita potremmo ritornare a sperare che si riporti in Parlamento il dibattito sugli autentici temi della politica, del buon governo e delle aspettative della gente.
Capisco che questo non fa piacere a quanti vogliono tacere sui veri problemi degli italiani e preferiscono intrattenerci ancora sulle cronache delle camere da letto, del tinello o della cucina di qualche Vip. Se Pannella sedesse al Senato al posto di Cossiga, forse anche Giorgiana Masi da lassù ritornerebbere a sorridere.


lunedì 16 agosto 2010

Beppe Grillo contro Maroni e Alfano: “No a governo tecnico? Studiate la Costituzione”

da Il Fatto Quotidiano.it del 16 agosto 2010

Dopo le dichiarazioni di Bossi, Alfano e Maroni sull’illegittimità di governi tecnici, Beppe Grillo risponde ironico dal suo blog: “La Costituzione dovrebbe essere insegnata per legge ai parlamentari. Come l’esame della patente. E sarebbe una strage”.

Sull’esecutivo di transizione, ieri, durante la riunione del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, aveva dato la sua personale interpretazione costituzionale: “L’articolo 1 della Cosituzione dice che la sovranita’ appartiene al popolo. Non e’ possibile una lettura differente di quella secondo cui il popolo sovrano sceglie chi governa. Ogni programma per un governo o la formazione di un governo che prevedesse che chi ha vinto le elezioni stia all’opposizione, sarebbe una violazione dell’articolo 1 della Costituzione”. Alla stessa riunione il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, aveva aggiunto: “Non c’e’ altra maggioranza possibile di quella che ha vinto le elezioni. Non ci sono giochini di palazzo che possono impedire al popolo sovrano di scegliere chi governa. Se non ci fosse piu’ la maggioranza, l’unica strada sarebbe tornare al popolo sovrano”.

Oggi Beppe Grillo dal suo blog risponde: “La Costituzione è come la mamma, ognuno ha la sua. Secondo Maroni e Alfano la Costituzione, di cui hanno fatto carne da porco per anni con la legge elettorale Calderoli, il Lodo Alfano e il legittimo impedimento, non permetterebbe un governo tecnico. La Costituzione dovrebbe essere insegnata per legge a ogni parlamentare, in particolare a Zanna Bianca Maroni e a Alfano, il segretario di mavalà Ghedini, con relative domande e risposte prima dell’incarico. Un po’ come l’esame per la patente. Sarebbe una strage. La Costituzione assegna al presidente della Repubblica la scelta del possibile candidato alla presidenza del Consiglio, che può essere anche un personaggio estraneo alla politica. Chi riceve l’incarico si presenta a Camere riunite con un programma e, se la maggioranza lo vota, governa. Questo dice la Costituzione. In passato è avvenuto più volte. Invece, il popolo invocato da Boss(ol)i nelle piazze per condizionare Napolitano, che è già condizionato di suo, non è costituzionale, ma eversivo, anche se è formato da lui, dalla Trota e da qualche compagno di grappino”.

Sempre ieri, infatti il segretario della Lega Nord, Umberto Bossi, aveva dichiarato: ”I governi tecnici sono come l’anguria: verdi fuori e rossi dentro”. “Come l’anguria hanno i semi che devi sputare e noi continueremo a sputarli” aveva aggiunto il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli.


sabato 14 agosto 2010

Buon ferragosto. Ma presidiamo le piazze reali e virtuali a difesa della Costituzione

di Giuseppe Giulietti, da Articolo21

Buon ferragosto a tutti,ma se potete non distraetevi del tutto, tenetevi pronti a quella che un tempo si chiamava"vigilanza democratica..", mettete in conto che forse sarà necessaria una grande mobilitazione sulle piazze reali e virtuali per difendere la Costituzione. Inutile allarmismo? Magari fosse. Dopo gli atti di straordinario squadrismo politico e mediatico compiuti contro Fini, adesso nel mirino è finito il presidente della repubblica, reo di aver ricordato che la Costituzione italiana prevede regole precise per gestire le crisi, per sciogliere le camere, per indire le nuove elezioni.

Non aveva ancora finito di parlare che Cicchitto e soci evocavano la mobilitazione di piazza,l'appello al popolo contro le istituzioni e contro la Costituzione, perchè di questo si tratta, per altro assolutamente in linea con un antico progetto che ha non ha mai nascosto il desiderio e l'obiettivo di sovvertire l'ordinamento attuale per sostiturilo con una sorta di presidenzialismo autoritario fondato sulla concentrazione del potere, sul controllo dei media, e sulla drastica riduzione di ogni forma di autonomia del parlamento, di ogni assemblea elettiva, della magistratura, di quello che ancora resta della libera informazione, della stessa contrattazione aziendale e nazionale.

Chiunque osi contrastare questo disegno, da Fini a Napolitano, per citare solo le massime cariche istituzionali ,viene sottoposto ad una eccezionale campagna di delegittimazione morale e politica.
I dossier hanno preso il posto del manganello e dell'olio di ricino.
Berlusconi sente la possibile fine politica e vuole bruciare tutto e tutti, confida nel voto subito perchè dovrà svolgersi con la vecchia legge elettorale e senza la minima possibilità di un confronto ad armi pari nelle principali tv nazionali, per la ennesima volta saremmo in presenza di una competizione alterata, con i blocchi di partenza disposti in modo diversa a seconda dei concorrenti.

Per queste ragioni, comunque vadano le cose, sarebbe ora e tempo che quanti amano la Costituzione e non intendono assistere passivamente alla cancellazione della legalità repubblicana hanno oggi il dovere morale e politico di stringere un pubblico patto, di dichiarare la loro disponibilità a stare insieme, non solo nelle liste elettorali, ma anche nelle piazze, dovunque sarà necessario per tutelare le istituzioni e la Costituzione.

Mai come in questo momento sarà necessario deporre rancori, ripicche, distinguo, gelosie, personalismi che potrebbero rivelarsi esiziali per l'interesse generale.
Articolo 21, come sempre, parteciperà a tutte le iniziative che saranno promosse da chiunque abbia a cuore questi valori e ci auguriamo che a questo appello risponda anche quella destra che ha già manifestato una profonda avversione a questa deriva plebiscitaria, fondata sui servizi deviati, sui dossier, sulla ricomparsa di inquietanti figure legate alla P2 e già al centro delle piùi inquietanti trame della storia nazionale.

La destra berlusconiana ha annunciato che, se Napolitano non si adeguerà al suo volere, chiamerà il suo popolo in piazza, a noi spetta il compito di stare pronti, di non prenderli sotto gamba, di non liquidare il tutto con qualche cinica battuta, di cominciare a presidiare il territorio reale e quello virtuale.

Le centinaia di feste di partito già convocate saranno una straordinaria occasione per raggiungere e mobilitare migliaia e migliaia di persone, nel frattempo sarà necessario presidiare anche le piazze virtuali, dando vita ad un coordinamento simile a quello che, tutti insieme, siamo riusciti ad animare ontro la legge bavaglio e contro i tanti bavagli che proveranno a metterci nelle prossime settimane.

Per queste ragioni,restando in attesa di altre proposte e di altre iniziative,da oggi promuoveremo una raccolta di firme sotto questo testo: "Grazie Presidente Napolitano perchè sta difendendo la nostra costituzione,sappia che in questo impegno non è solo perchè ciascuno di noi la pensa come Lei e proprio per questo dichiariamo sin d'ora la nostra disponibilità a promuovere e a partecipare a tutte le iniziative nazionali e locali che saranno promosse per tutelare la legalità repubblicana.."

Non vi chiediamo solo di firmare, ma anche di promuovere ovunque iniziative unitarie, le più larghe possibili, capaci di mettere insieme partiti, associazioni, comitati, sindacati, cittadini e cittadine che abbiano a cuore la Costituzione.
Godiamoci, dunque, il ferragosto, ma dal giorno 16 non diamogli tregua, questa volta non vogliono solo farsi gli affari loro e gli interessi del capo, ma vogliono anche farsi gli affari nostri, sfigurando la Costituzione e la legalità, dimezzando i diritti sociali e di libertà, insomma vogliono cancellare tutti gli interessi politici, economici, etici, in contrasto con il conflitto di interesse.

Berlusconi ha annunciato che a suo favore scenderanno in campo anche gli studenti del Cepu, proviamo a convincere tutti gli altri, sono la maggioranza, anzi siamo la maggioranza, ma spesso troppo spesso siamo riusciti a restare vittime del cosiddetto "fuoco amico..", sarà il caso di non riprovarci...

Stalking: una domanda al ministro Mara Carfagna

da La vera cronaca

Dalle pagine di questo giornale avevamo precedentemente illustrato, in modo esaustivo, come la neonata legge sullo stalking sia caratterizzata da estrema incompletezza e genericità: caratteristiche che, nonostante le recenti dichiarazioni di un’entusiasta Mara Carfagna, stanno determinando numerose denunce strumentali da parte di chi ricorre al reato per ottenere risultati o risolvere contenziosi civili di varia natura, che con gli atti persecutori non hanno alcuna attinenza (come dimostra anche la crescita esponenziale di denunce che poi vengono infatti ritirate).
Dalle nostre precedenti inchieste era inoltre emerso come i centri antiviolenza presenti sul territorio, il vero supporto in grado di fornire assistenza alle vittime che decidono di uscire dai circuiti della violenza subita, stiano paradossalmente chiudendo per mancanza di fondi e finanziamenti, in un’indifferenza delle istituzioni preposte che va dal parlamento alle amministrazioni locali (come denunciato dai referenti stessi di numerosi centri antiviolenza). Alla luce di tutto questo risulta allora particolarmente singolare la campagna informativa antistalking rilanciata dalla Presidenza del consiglio dei Ministri e dal Ministero per le Pari Opportunità e relativa a uno spot televisivo che, dal 1 al 14 Agosto, è andato in onda sulle reti televisive della Rai come capillare tentativo di informazione studiato per sensibilizzare, e per portare a conoscenza dei telespettatori, l’importanza della legge sullo stalking. Lo spot tv mostra l’inquadratura ravvicinata di una giovane donna, seduta in preda all’angoscia nel salotto di casa, ossessionata dalle incessanti telefonate del suo persecutore. Lentamente l’inquadratura si allarga, rivelando come la stanza si sia tramutata in una vera e propria gabbia che imprigiona la donna.“Denuncia chi ti perseguita. Riprenditi la libertà” sono gli “inviti” e il “consiglio”che chiudono lo spot.


Vale la pena dedicare qualche minuto di riflessione a questa campagna di informazione poiché essa rappresenta un ennesimo farsesco tentativo di far passare questa legge come un successo dell’esecutivo, fuorviando la realtà relativa al vero operato del Ministero in questione nonché le vere caratteristiche del fenomeno, assai più complesso e delicato rispetto a ciò che trasmette lo spot, relativo alla violenza subita dalle donne italiane in modo diffuso e ancora sottostimato.
Come continuano ad affermare gli esperti del settore, dai pm ai rappresentanti dei centri di assistenza alle vittime, denunciare “chi ti perseguita” non è sufficiente a tutelare la vittima e a contrastare il fenomeno se poi vengono a mancare i supporti dei presidi sociali e sanitari. I finanziamenti destinati a tali centri sono però spariti come rivelato da Alessandra Bagnara, presidente nazionale della storica associazione Dire (che raccoglie 57 centri-antiviolenza e 35 case rifugio in una rete che solo nel 2009 ha accolto 12 mila donne in difficoltà) : “i maltrattamenti, lo stalking e gli omicidi di cui sono vittime le donne sono un bollettino di guerra, ma di quei soldi ipotizzati per il Piano Nazionale contro la violenza alle donne non c’è traccia”.
Sempre nello spot televisivo, inoltre, la vittima è alle prese con un telefono dal quale è ossessionata incessantemente. Nella legge sulle intercettazioni il reato di Stalking, che andrà prossimamente in discussione alla Camera, figura tra quelli per i quali non potranno essere disposte intercettazioni. “Siamo sconcertate da quello che accade in Italia – dichiara Valeria Ajovalasit, Presidente nazionale di Arcidonna – prima istituiscono il reato di stalking e poi impediscono di poterlo scoprire con una legge che non consente intercettazioni. Le molestie telefoniche, considerate Stalking, come potranno mai essere scoperte senza intercettazioni? È ridicolo! L’ennesima contraddizione della maggioranza ma ancor peggio l’ennesima beffa a danno delle donne, le principali vittime del reato”.
Le conferme di come questa legge non sia incisiva nel contrastare il fenomeno della violenza contro le donne , nonostante campagne mediatiche e dichiarazioni politiche seguitino a sostenere il contrario, continuano a palesarsi in modo evidente, parallelamente alle lacune del Ministero preposto.
A questo punto ci piacerebbe rivolgere una domanda al Ministro Mara Carfagna, la stessa presentata da un’interrogazione parlamentare del Pd alla fine di luglio e alla quale non è stata ancora data una risposta.
Di quei 20 milioni di euro stanziati come fondo per il Piano Nazionale Antiviolenza il governo ne ha utilizzati attualmente solo 2: che fine hanno fatto gli altri 18?

Martina Lacerenza


La rabbia di B. e quel richiamo alla piazza

Lorsignori di Il Congiurato, da l'Unità.it del 14 agosto 2010

Berlusconi è molto amareggiato per le cose dette da Napolitano a L’Unità, spiegano in ambienti vicini al premier. Pensava che il Presidente fosse intenzionato a rinunciare alle proprie prerogative costituzionali, a cominciare dal potere di scioglimento delle Camere. Era convinto che, in caso di caduta del governo in Parlamento, il Colle avrebbe automaticamente indetto le elezioni anticipate. E invece ha letto nell’intervista al Capo dello Stato uno stop al suo piano. Le regole sono altre, almeno fino a quando sarà in vigore la Costituzione che gli italiani hanno difeso bocciando a maggioranza assoluta nel 2006 la riforma di Lorenzago. Ma Berlusconi vuole lo stesso il presidenzialismo, di fatto. Per questo chiede il voto e pensa di mettere il suo nome al posto del Pdl sulla scheda elettorale (oltre che per l’impossibilità di usare fino al 2014 quel simbolo senza il consenso di Fini). Il premier vuole che sia chiaro chi dovrà essere il successore di Napolitano al Quirinale. Le parole del Capo dello Stato, raccontano dal suo entourage, gli sono andate di traverso: fin dalle prime anticipazioni dell’intervista del Presidente ha messo in moto la sua reazione. Il presidente del Senato Schifani, colui che quando l’inquilino del Colle è all’estero ne fa le veci (aspetto non secondario nel segnale inviato al Quirinale), dice che «c’è un problema tra il rispetto della Costituzione e le ragioni di opportunità politica, di legittimazione popolare». “Un problema”, dice Schifani. Per chi? Forse per Napolitano? Il messaggio della seconda carica dello Stato alla prima non poteva essere più chiaro. Ma a Palazzo Grazioli devono aver pensato che non bastasse. Così ieri il capogruppo Pdl al Senato Gasparri e Giorgio Stracquadanio (il deputato che ha chiesto ed ottenuto per Fini il trattamento Boffo), sottolineando come Napolitano abbia dato «un’intervista al giornale del suo ex partito», hanno voluto mettere in dubbio l’immagine super partes del Presidente di fronte all’opinione pubblica, intimandogli poi l’aut aut: o governo Berlusconi, o elezioni anticipate. Altrimenti? Altrimenti, ha detto l’espertissimo Fabrizio Cicchitto, il Pdl ricorrerà alla piazza contro il Presidente della Repubblica. Cosa significa tutto questo? Quale fase è iniziata con l’attacco al Capo dello Stato?

14 agosto 2010

Perché i palazzi in Italia hanno i capelli?

Blog di Ernesto Salvi , tratto da Il Fatto Quotidiano.it del 14 agosto 2010

Ernesto Salvi Ernesto Salvi


Mia figlia Claire aveva meno di 4 anni, eravamo nel Maggio 2003 e, dal Canada, tornavamo in Italia per il matrimonio in Abruzzo di mia sorella. Eravamo sul treno che collega Fiumicino a Termini quando la mia bambina, con il naso al finestrino, osservando degli strani aggeggi arrugginiti sugli edifici di Roma mi chiese: “Papa’ perche’qui in Italia i palazzi hanno i capelli?”
“Claire -risposi dopo un attimo di esitazione- qui siamo in una citta’ molto vecchia e tanti anni fa anche in Canada le case avevano i capelli”.
Penso spesso a quell’illuminante episodio. Ci penso ogni volta che rifletto su quanto siamo fortunati qui in Canada. Mentre voi discettate sul DTT qui siamo arrivati alla TV 3D, la TV tridimensionale è già una realtà. Ho l’alta definizione da più di 2 anni, 50 canali compresi la CNN, le tv locali e quella nazionale. Soprattutto, sono libero di scegliere. La TV posso vederla su Shaw (cavo), Bell Canada (satellite), Star Choice (satellite), Telus (telefono). Il Canada ha separato la distribuzione dei segnali TV dalla produzione dei medesimi. La distribuzione qui a Vancouver (Shaw, Telus, Star Choice, Telus) e’ separata dalla produzione (CBC, Global, CTV etc.).Tutti fanno tutto: Telus fa telefonia ma anche televisione ed internet, Shaw fa cavo ma anche telefonia ed internet.Il mio cellulare e’con Rogers (Star Choice), il telefono arriva grazie a Telus, la TV ed Internet grazie a Shaw. Sono collegato a banda larga 24 ore su 24 su cavo ottico.
Nel frattempo mia madre ad Avezzano ha l’antenna di Marconi collegata alla scatoletta di Gasparri, un carretto a cui hanno aggiunto il motore, un carretto motorizzato ma pur sempre carretto. Sempre la mia povera madre in Abruzzo ha un collegamento ballerino ad Alice, non ha cavo e, se vuole il satellite di Murdoch, paga più di quello che io pago per vedere 235 canali di cui una cinquantina analogici ed altrettanti in alta definizione. Con il cavo, inoltre, ho anche a disposizione una cinquantina di radio digitali.
La cosa è sorprendente in quanto voi in Italia vivete nel Paese a democrazia televisiva più avanzato del mondo, un Paese in cui la TV è sempre accesa e in cui il suo Padrone è anche il Padrone dell’Italia.
Un Paese di tacchi, trucchi e di parrucchini, un Paese in cui capelli vecchi, catramati ed arrugginiti sono rimasti sui tetti dei palazzi. E non solo.

venerdì 13 agosto 2010

Berlusconi e la voglia di cambiare la Costituzione

Blog | di Riccardo Pangallo, da Il Fatto Quotidiano.it del 13 agosto 2010


La barzelletta sull'ergastolo di Berlusconi

di Carmelo Musumeci*, da Articolo21

La barzelletta sull'ergastolo di Berlusconi

Nell'attesa dell'arrivo del Capo dello Stato all'inaugurazione dell'anno giudiziario, Silvio Berlusconi racconta una barzelletta ai presidenti delle Camere e ad alcuni magistrati:


- Dio è preoccupato per la degenerazione regnante sulla terra,e invia Gesù in missione.
Dopo 33 anni, però, suo figlio ancora non ritorna.
Passa qualche altro decennio e di Gesù nessuna traccia.
Dopo 100 anni sente alle porte del paradiso un imprevisto "toc toc".
Dio apre le porte del Paradiso. "Papà" esclama Gesù.

"Figlio mio, che cosa è successo?
Ti aspettavo 60 anni fa".
E Lui: "Papà in terra è successo di tutto, non c'è più la pena di morte e mi hanno dato l'ergastolo".
(Fonte: Corriere della Sera sabato 30 gennaio 2010)

Signor Silvio Berlusconi, poche volte ho sentito una barzelletta di così pessimo gusto, forse perchè, per l'appunto, sono un ergastolano.
Forse lei non sa, se lo faccia spiegare dai suoi famosi e bravi avvocati, che in Italia esistono due tipi di ergastolo.
Uno normale, che ti da la speranza, ma non la certezza, un giorno di poter uscire, mentre con l'altro, l'ergastolo ostativo, non hai nessuna speranza se non passi il tuo ergastolo a qualcun'altro.

Io non so che tipo di ergastolo aveva il suo Gesù della barzelletta che ha raccontato, ma le assicuro che se aveva quello ostativo non sarebbe mai uscito se anche lui non avesse fatto come Giuda.
L'ergastolano ostativo per tornare ad essere un uomo libero può solo donare la sua vita alla morte.
Signor Silvio Berlusconi, raccontare barzellette sugli ergastolani è come ridere sui morti, perchè in Italia con l'ergastolo ostativo non c'è speranza.

E non hai scelta!
Hai solo la scelta di togliere la libertà ad un altro per avere la tua.
Signor Silvio Berlusconi, se siamo uomini non possiamo vivere senza speranza, solo gli animali ci riescono.
La criminalità organizzata non si sconfigge solo con il pentitismo, si sconfigge soprattutto con l'abolizione dell'ergastolo ostativo.

L'ergastolo è una pena di morte a gocce ed è sbagliato dire che assomiglia alla pena di morte perchè è molto peggio, in questo modo continui a vivere, ma smetti di esistere: ti lascia la vita, ma ti ammazza il futuro.
Signor Silvio Berlusconi, lo sa che cosa è la cosa più brutta della giornata dell'ergastolano?
Che domani inizia tutto daccapo, che sarà un giornata come ieri, come sarà domani e dopodomani, come sarà per sempre...

Un ergastolano ostativo non può fare altro che prepararsi a morire.
Signor Silvio Berlusconi, è già così dura la nostra vita, se può, non ci prenda per il culo raccontando barzellette sugli ergastolani.

Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto febbraio 2010

Genchi: «In azione network informativo che si avvale di 007»

di Claudia Fusani,da l'Unità.it del 11 agosto 2010

Penso che ormai l’abbiano capito anche i bambini: c'è un organizzato e collaudato network informativo che opera per neutralizzare e colpire gli avversari pericolosi e favorire chi deve essere rilanciato. Questa centrale si avvale anche di apparati dei servizi segreti. Non hanno altra spiegazione le perle dell'ultimo periodo, dal caso Boffo alle case a Montecarlo di proprietà di An e finite al cognato di Fini, passando dal caso Marrazzo. Prima ancora possiamo ricordare il caso Sircana (Silvio, portavoce del governo Prodi, ndr) e se so ancora leggere gli avvertimenti, posso prevedere qualcosa anche per Tremonti. Comunque, nei confronti di chiunque possa dar fastidio al conducente».

Gioacchino Genchi, poliziotto in aspettativa, consulente di numerose procure messo all’indice quando il suo lavoro, un archivio con migliaia di informazioni, ha cominciato a creare preoccupazioni, è osservatore attento di cosa si sta muovendo dietro i casi che segnano la scena politica. «L'origine di questi dossier - spiega Genchi - si basa sempre su fatti con un fondamento di verità, debolezze in cui possono cadere tutti. L'aspetto patologico sta nella montatura che ad arte viene fatta di circostanze vere, infarcite di autentiche falsità che vengono amplificate a dismisura». La cabina di regia è «unica»: «Se guardiamo bene i palinsesti di certi reti televisive e le scalette di alcuni telegiornali, così come l'organizzazione di titoli e articoli di alcuni giornali, riusciamo a cogliere in controluce la strategia di chi ha deciso le notizie di prima pagina». L’ultimo «caso» sospetto, l’appartamento a Montecarlo, conferma questo modello-sistema. Genchi esclude che Fini abbia avallato dei «raggiri», da censurare semmai «un comportamento troppo disinvolto» con la famiglia Tulliani. «Prevedo però - aggiunge Genchi - altri sviluppi visto che il tesoro di An è cospicuo e in più di una indagine alla quale ho collaborato abbiamo trovato precisi riferimenti. Gli attacchi a Fini arrivano dall’interno del suo partito. Chi li ha fatti però ha trascurato che quella della casa di Montecarlo potrebbe non essere la sola operazione sospetta. Nel Pdl ci sono ex di An che conoscono bene queste cose. Insomma, più che dalla casa di Monaco, ne vedremo delle belle quando saranno noti i soci delle società off shore che hanno acquistato l’immobile».

In questa guerra di dossier l’informazione può giocare un ruolo decisivo. E’ evidente a tutti, ad esempio, come Dagospia e Roberto D’Agostino riescano spesso a giocare d’anticipo su certe informazioni. Dagospia sapeva già tutto, da mesi, del clan Tulliani e oggi è in grado di annunciare «novità» dalle rogatorie sul caso Montecarlo. Anche l’home page del Mac di Genchi si apre fissa su Dagospia. «E questo - dice l’ex consulente - dice già molto. D'agostino è un lago con diversi affluenti. Oltre al numero ed alla qualità delle fonti, Dagospia riesce a giocare molto sui tempi di diffusione e di indirizzo delle notizie. Non fa più solo gossip ma rappresenta quasi un TomTom per indirizzare i più autorevoli commentatori politici, e non solo quelli. Detto questo, certe anticipazioni, così come certi messaggi di Feltri, è come se dicessero: “Sappiamo già tutto”. Al momento utile, poi, sparano».

Cos'altro uscirà nelle prossime settimane? «Nella guerra dei dossier andranno a raschiare il fondo dei barili. Magari torneranno fuori i trans e il misterioso “Chiappe d’oro” che ha fatto tremare il Parlamento ai tempi di Marrazzo ma di cui credo alla gente freghi assai poco. Non credo che “Chiappe d’oro” sia andato in Fli. Anche per questo Fini ha poco da temere. Piuttosto stia attento nel procedere agli arruolamenti».

11 agosto 2010


La contessa Rangoni Machiavelli: «Così Berlusconi ha truffato mia cognata»

di Claudia Fusani,da l'Unità.it del 13 agosto 2010

La contessa Rangoni Machiavelli:  "Così Berlusconi truffò mia cognata"

È stata una doppia rapina. Consumata alle spalle di una ragazzina minorenne, choccata dalla morte del padre, fuggita dall'Italia per sfuggire alla curiosità di giornalisti e paparazzi e raggirata da quel professionista che si chiama Cesare Previti al servizio di Silvio Berlusconi». Beatrice Rangoni Machiavelli è una nobile signora di ferme tradizioni liberali, illustre casato, impegnata nel sociale, ex deputato del parlamento europeo. E' anche la cognata di Anna Maria Casati Stampa di Soncino, la ragazza che nel 1970 resta orfana all'improvviso e tragicamente ed eredita tutto il patrimonio del casato tra cui villa San Martino ad Arcore. La stessa villa in cui dieci anni dopo si trasferisce Il Cavaliere già Re del mattone e in procinto di diventare anche Signor Tv.

Cosa intende per "doppia rapina"?
«Dal 1974 vado denunciando il furto perpetrato ai danni di mia cognata Annamaria Casati Stampa di Soncino, per le modalità dell’acquisto della Villa di Arcore e dei terreni, centinaia di ettari, su cui è stata fatta la speculazione di Milano 2».

Non ci sono sentenze che lo dimostrano.
«Siamo arrivati tardi, quando ci siamo accorti del raggiro erano già passati dieci anni ed era scattata la prescrizione. Ma quelle due acquisizioni restano comunque due rapine».

Chi è Annamaria? E dove vive oggi?
«È una signora di 59 anni, vive all'estero con la sua meravigliosa famiglia e ogni volta che si parla di questa storia per lei sono solo dolori e incubi. La famiglia, i marchesi Casati Stampa di Soncino, sono uno dei più illustri casati milanesi proprietari in Brianza e a Milano di terreni e palazzi».

Cosa succede il 30 agosto 1970?

«Annamaria arriva a Fiumicino da un viaggio con alcuni amici. Chiama il padre, il marchese Camillo che dopo la morte della mamma di Annamaria si era sposato con Anna Fallarino, per farsi venire a prendere. Camillo la rassicura ma le dice restare ancora qualche giorno con gli amici. Il marchese in realtà, depresso e in pessimi rapporti con la signora Fallarino, aveva già pianificato di suicidarsi. Solo che nelle stesse ore in quella casa arrivano la moglie e il suo amante Massimo Minorenti, lo ricattano, gli chiedono un miliardo di lire per ritirare alcune foto compromettenti già consegnate ai giornali. Lui perde la testa, ammazza e si ammazza. Fu Annamaria a dover riconoscere i corpi sfigurati del padre e della matrigna. Del caso parlò tutta Italia, per mesi. Potete immaginare lo choc di quella ragazza».

Come entra in scena Cesare Previti?

«Il padre Umberto è un noto fiscalista calabrese che nei primi anni settanta sta architettando la complessa struttura societaria della Fininvest. Cesare è un giovane avvocato che ha una relazione con la sorella di Anna Fallarino. La prima cosa che fa è cercare di dimostrare che la famiglia Fallarino è l’unica erede del patrimonio Casati Stampa perchè la donna è morta dopo il marito. L’autopsia gli dà torto: la giovane e minorenne Annamaria è l’unica erede. Il padre, Camillo, è morto due minuti e trenta secondi dopo».

Poi però il giovane Previti diventa tutore della ragazza e amministratore del suo patrimonio.

«Eh, già, si vede che questo era il piano B... Annamaria, minorenne, è affidata a un avvocato amico di famiglia Giorgio Bergamasco il quale però diventa senatore e poi ministro in uno dei governi Andreotti. In un modo o nell’altro rispunta fuori Previti che piano piano diventa l’unico responsabile del patrimonio di Annamaria. La quale si ritrova titolare di beni mobili e immobili per circa tre miliardi di lire ma anche un sacco di debiti per via della tasse di successione con rate da 400 milioni».

E Annamaria decide di vendere...
«Non è così. Qui comincia il raggiro. La ragazza non ha soldi, non ha potere di firma e ogni decisione è delegata a Bergamasco-Previti. Fatto sta che un giorno, siamo nel 1973, Previti dice ad Annamaria: “Ma come sei fortunata, c’è un certo Berlusconi che vuole comprare, 500 milioni...”. Annamaria replica che è un po’ poco, e Previti la rassicura: “Mavalà, in fondo gli diamo solo la villa nuda, la cappella e un po’ di giardino intorno...”. Previti lascia intendere che arredi, pinacoteche, biblioteche, il parco, tutto sarebbe rimasto a lei mentre invece stava vendendo tutto».

Nessuno si accorge di nulla?
«Il fatto è che Annamaria, esausta, nel 1973, appena maggiorenne si sposa quasi di nascosto, una notte, e va a vivere in una fazenda in Brasile, con la sua famiglia, felice e lontana dalla sua prima vita di cui vuol sapere poco o nulla. Il curatore ha campo libero. Io me ne accorgo solo nel 1980, dopo che è stata completata la vendita di villa San Martino. Avverto Previti che avrei raccontato tutto a Anna Maria. Lui mi risponde, ancora lo ricordo, che mai sarei riuscita a portare un pezzo di carta ad Annamaria in Brasile con delle prove. Invece ce l’ ho fatta: avevo nascosto il dossier con la documentazione in un biliardino. Ricordo anche che a Fiumicino ci perquisirono con molta accuratezza. Per andare in Brasile, strano no...».

Che succede poi?

«Annamaria ritira deleghe e procure e le affida a me. Lì comincia la mia battaglia. Abbiamo provato negli anni a riprendere almeno qualche quadro, un Annigoni, ad esempio. Mio fratello andò di persona ad Arcore, fu la volta che si trovò davanti Mangano con tanto di fucile. Berlusconi ci chiese quanto volevamo per venderlo a lui. Ma noi non volevamo venderlo. Non ce l’ha mai reso. Così come le 14 stazioni della via Crucis di Bernardino Luini, nella cappella di famiglia».

All’inizio parlava di due truffe...

«Così come si sono presi il parco e la villa, si sono presi anche tutti i terreni dove poi è sorta Milano 2, terreni agricoli della famiglia Casati Stampa».

In che modo?

«Avevano frazionato i terreni in tante srl e poi li hanno resi edificabili. Quando ce ne siamo accorti, abbiamo scoperto che ogni srl era intestata a vecchini con l’Alzheimer pensionati all’ospizio della Baggina. “Lei non mi può denunciare, io conosco tutti» ci disse Berlusconi. E aggiunse: “E poi domani scioglierò tutte le srl». Ci riuscì, tranne che per poche pezzature di terreni di cui ci fece avere in tre giorni i soldi. Oltre al danno anche la beffa: la speculatrice, la palazzinara, quella che aveva trasformato i terreni da agricoli in edificabili, risultava essere Annamaria Casati Stampa. Il colmo, no? ».

Annamaria?

«Non ne vuole sapere più nulla e nesuno ha mai pensato che potesse essere risarcita. Io però continuo da allora la mia battaglia a tutti i livelli perchè credo sia giusto che si conosca la qualità delle persone che ci governano. Sotto il profilo penale, purtroppo, non è mai stato possibile fare nulla».

Qualche volta ne parlate tra di voi?
«Mia cognata ha un’altra vita, vive lontana, non è affatto legata ai soldi. In quei pochi giorni in cui Previti è stato in carcere mi disse solo: “Chissà, Magari stavolta potrò riavere il mio quadro...”».

13 agosto 2010