Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe

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Sogno di un paese dove parole come cultura, leggi, rispetto, uguaglianza, civiltà, umanità e pietà non siano soltanto delle belle ma purtroppo inutili parole ma rappresentino invece le basi di un popolo che ha fatto di quel sogno, di quello stupendo sogno che si chiama Costituzione Italiana, le sue fondamenta.

"C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". Paolo Borsellino da "Lezione sulla mafia" del 1989

"Il nostro è un Paese senza memoria e senza verità"
Pier Paolo Pasolini

sabato 31 luglio 2010

Condoni, grandi opere e politici inetti. Ecco chi c'è dietro ai morti di Afragola

(foto di Genny Manzo)

Questa notte il crollo di una palazzina nel comune campano ha provocato tre vittime. Un anno fa un altro edificio si era accartocciato su se stesso. L'intero centro storico è fatiscente, ma l'amministrazione comunale non è in grado di sbloccare 31 milioni di euro di fondi europei per la riqualificazione. Intanto le cantine del paese si allagano di continuo. Le fogne sono state tagliate durante i lavori per l'Alta velocità e il nuovo collettore non è mai entrato in funzione. Così ad ogni pioggia Afragola trattiene il respiro

di Vito Laudadio, da Il Fatto Quotidiano.it del 31 luglio 2010

Per realizzare la stazione dell'Alta velocità tagliati quattro collettori fognari. Mai ultimato l'allaccio definitivo a una rete più grande. Così ogni pioggia causa allagamenti e mina le fondamenta delle case.

C’è la mancata manutenzione, c’è l’abusivismo edilizio, ci sono gli allarmi inascoltati e c’è, immancabile, la “grande opera”. Dietro il crollo della notte scorsa alle porte di Napoli, in cui hanno perso la vita tre persone, ci sono tutti gli ingredienti della più classica delle tragedie annunciate nel Belpaese. I colori sono sempre gli stessi: il nero del fango e del lutto, il rosso del sangue. Il profumo pure è identico a quello di Sarno, di Messina, e di altre centinaia di disastri, piccoli e grandi: è l’odore dei soldi. Tanti, troppi, e sempre dalla parte sbagliata: dalla parte degli speculatori edilizi, degli amministratori inadempienti, della camorra e delle grandi multinazionali del cemento che da queste parti fanno affari miliardari da oltre trent’anni, dal dopo-terremoto fino all’emergenza rifiuti. Spesso, subappaltando i lavori a imprese colluse coi poteri criminali.

È di tre giorni fa l’ultimo provvedimento nei confronti di società legate al potente cartello dei Casalesi: arresti e sequestri per Michele Fontana, detto ‘o sceriffo, il “colletto bianco” di Michele Zagaria, la primula rossa di Gomorra. Non c’era appalto milionario che non lo vedesse protagonista. Nemmeno quelli per l’alta velocità. La “grande opera”, appunto: quella che potrebbe essere tra le concause del cedimento strutturale della palazzina la notte scorsa. «La pioggia non può da sola fare crollare un palazzo» ha detto a caldo il comandante dei vigili del fuoco dopo aver estratto i corpi delle tre vittime dalle macerie di via Calvanese. Una pioggia forse no, ma l’acqua abbondante sì: sono centinaia, forse molte di più le abitazioni in tutta l’area con le fondamenta che “galleggiano” letteralmente sull’acqua. Falde acquifere deviate, sistemi fognari inadeguati, lavori che peggiorano una situazione già seriamente compromessa.

Già un anno fa, proprio nel centro storico di Afragola, un’altra palazzina si era accartocciata su se stessa. Era stata sgomberata, proprio perché ritenuta pericolante. Come buona parte di un centro storico, per il quale il Comune non è in grado di sbloccare 31 milioni di euro di fondi per la riqualificazione, già stanziati da un progetto della Comunità europea. Costruzioni in tufo che risalgono ai primi anni ‘40, su cui non di rado sono stati realizzati appartamenti in sopraelevazione. Dalla sera alla mattina, le casette a un piano sono diventate palazzine pluri-familiari dietro lo scudo dell’abuso di necessità, con la complicità di amministratori che hanno costruito la propria fortuna sulla promessa di condoni edilizi puntualmente accordati. Ad Afragola, su 70mila abitanti, la metà vive in case costruite senza permessi. Lì, dove persino il pane è abusivo: dei mille forni illegali scovati dai Carabinieri nell’intera provincia di Napoli, la metà ricade in quel comune. E pure la nuova lottizzazione della società che fa capo a Vincenzo Nespoli, il sindaco-senatore per il quale la Camera ha respinto la richiesta d’arresto avanzato dalla Procura di Napoli, era in parte irregolare.

L’ultimo colpo di grazia a un territorio martoriato da anni di sciacallaggio e di mancato controllo, lo hanno dato i lavori per l’Alta velocità: ad Afragola sorgerà la “Porta di Napoli” della TAV, la stazione principale di tutto il circondario. Doveva essere inaugurata nel 2008, ma i lavori non sono ancora stati ultimati. Così come non è stato terminato nemmeno l’allaccio definitivo a un grande collettore fognario, che avrebbe risolto il grave problema di Afragola e di una mezza dozzina di comuni limitrofi: gli allagamenti continui alle prime piogge. Un’opera da 12 milioni di euro, fondamentale dopo che i lavori per la realizzazione della nuova stazione hanno comportato il taglio netto di ben quattro collettori fognari, ritenuti di vitale importanza per lo smaltimento delle acque nere dai tecnici dell’ex consorzio idrico. Questo perché, Afragola è tutta costruita su un territorio in pendenza.

In pratica, per quelle fogne passano le acque di tutto il circondario, persino di una zona periferica del capoluogo partenopeo. Vale a dire, gli scarichi di una popolazione di circa 300mila persone. Per questo, ogni volta che piove i tombini di Afragola zampillano come le fontane di Versailles: fetidi, meno romantici ma ad alta velocità. Inevitabile che quelle acque nel sottosuolo vadano a minare le fondamenta dei palazzi. In molti denunciano gli scricchiolii sinistri che avvertono sempre di più nelle loro case. Inascoltati. Come quei cittadini di Casalnuovo di Napoli, proprio al confine con Afragola, che si ritrovano cantine e tavernette allagate. La causa? Sempre la stessa: i lavori per l’Alta velocità. Tre i viadotti previsti sul territorio, altrettanti interventi di deviazione della falda acquifera e dei canali di scolo che fanno salire vertiginosamente il livello dell’acqua nel sottosuolo. Due mesi fa l’ultimo allarme degli esperti alla stampa: «Si assiste – ha dichiarato il geologo Riccardo Caniparoli – all’assurdità che, dopo la realizzazione del Centro direzionale di Napoli, si vada ad edificare il tracciato della Tav nella medesima valle alluvionale, con le stesse tecniche e impostazioni metodologiche progettuali che hanno prodotto i medesimi danni al territorio e dove si ripresentano i medesimi effetti indesiderati di rigurgito in superficie della falda idrica».


La banda e il bandolo


Che Berlusconi, diciotto anni fa, scese in campo per salvare se stesso dalla giustizia e le sue aziende dal fallimento non è un malevolo sospetto, ma un dato storico confermato da alcuni tra i suoi più autorevoli amici e sostenitori. Resta scolpita sul granito la confessione di Fedele Confalonieri in un'ormai storica intervista a Repubblica: «La verità è che, se Berlusconi non fosse entrato in politica, se non avesse fondato Forza Italia, noi oggi saremmo sotto un ponte o in galera con l'accusa di mafia».
Ecco a cosa serve la memoria: consente di orientarsi nelle situazioni confuse e di trovare il bandolo della matassa. Nel caso del nostro premier il bandolo è sempre quello e ricompare puntualmente nei momenti cruciali. Dunque anche ora che il suo partito di plastica, dopo appena un anno e mezzo dalla fondazione, si è rotto.
A quanto pare è furente. Il ministro della Guerra Ignazio La Russa gli aveva assicurato che i "finiani" si contavano sulle dita di due mani e, pochi minuti dopo averli cacciati, ha scoperto che erano il triplo. È fuori di sé il premier non solo per l'errore nei conti, ma anche perché la possibilità di rovesciare il tavolo ed arrivare in tempi rapidi a elezioni anticipate (da condurre senza risparmio di mezzi economici, dossieristici e televisivi per realizzare il colpo di mano presidenzialista) appare lontana. Mentre è abbastanza vicino l'autunno quando, assieme alle foglie, potrebbe cadere anche il legittimo impedimento.
Sì, il bandolo della matassa berlusconiana è sempre quello: la paura dei giudici e della giustizia. Con una terribile complicazione in più. Che se fino a poco tempo fa poteva contare sul sostegno di Fini - il quale dovrà un giorno spiegare come si concilia il suo discorso di ieri con quelli dell'altro ieri - adesso si ritrova solo con la Lega (ma per quanto tempo gli elettori di Bossi potranno sopportare?) e con una compagnia di fedelissimi che si chiamano Denis Verdini e Nicola Cosentino. Oltre all'imbarazzantissimo, ma imprescindibile, Marcello Dell'Utri. Ne vedremo delle belle. Nell'entourage di Berlusconi c'è molta preoccupazione. I più saggi tra i suoi consiglieri, quelli che avevano tentato fino all'ultimo di convincerlo a non usare il pugno di ferro contro Fini, adesso temono che martedì prossimo al Senato pronunci un discorso incendiario ed eversivo sulla giustizia. E che sveli ulteriormente, se ancora ce ne fosse bisogno, le tremende preoccupazioni che lo muovono.
P.S. La spregiudicatezza dell'uomo ieri, a tarda sera, è stata confermata da una maldestra e strumentale citazione di Sandro Pertini. Uno di quelli che il fascismo «mandò in villeggiatura», come disse qualche anno fa, in una delle più disgustose tra le sue innumerevoli gaffe. Comunque, visto che il premier l'ha inopportunamente evocato, quel nome ce lo riprendiamo noi, perché ci appartiene. Per ricordare (usiamo la memoria, consultiamo gli archivi) quanto quel vecchio partigiano disse dell'associazione alla quale Silvio Berlusconi era iscritto e che appena tre giorni fa Denis Verdini ha pubblicamente difeso: «Nessuno può negare - disse Pertini - che la P2 è un'associazione a delinquere».
Sì, sono sempre quelli, il bandolo e anche la banda.

(Filo rosso del 31 luglio 2010)

Governo Gomorra



Durante una cena
il Cavaliere ammette la campagna acquisti in corso. E' assalto ai parlamentari Udc. Obiettivo: far passare Cuffaro e i suoi nella maggioranza. Per chiudere i conti con giudici e processi

di Peter Gomez, da Il Fatto Quotidiano.it del 30 luglio 2010


Mesi durissimi attendono il Paese. Come potete leggere nei servizi de ilfattoquotidiano.it, Silvio Berlusconi gioca il tutto per tutto e adesso sogna di varare un governo in stile Gomorra. Il problema del Cavaliere, anche se la maggior parte dei commentatori sedicenti liberali continua a far finta di non accorgersene, è sempre lo stesso: la giustizia. Anzi, le inchieste e i processi. Che coinvolgono lui e i suoi amici.

La decisione della Corte costituzionale di fissare per il 14 dicembre l’udienza in cui verrà discussa la legge sul legittimo impedimento lo ha spinto così a rompere gli indugi, a perdere ogni freno inibitorio, e a iniziare un furioso corteggiamento a parlamentari di opposizione, alcuni dei quali francamente impresentabili. È prevedibile infatti che la Consulta, dopo aver visto una serie di suoi membri restare indirettamente coinvolti nello scandalo della nuova P2, ci metterà pochissimo a dichiarare quello che tutti sanno e che anche il Quirinale avrebbe fatto meglio a sapere: le norme che evitano al premier e ai suoi ministri di essere processati durante la durata del loro mandato sono palesemente incostituzionali.

La prospettiva per Berlusconi è insomma quella di finire molto presto davanti al Tribunale di Milano per rispondere della presunta corruzione dell’avvocato inglese David Mills. Anzi della certa corruzione di Mills, visto che il legale, come ha stabilito la Cassazione, ha sicuramente incassato mazzette per dire il falso davanti ai giudici (e salvare il premier da una condanna nel processo per le vecchie tangenti alla Guardia di Finanza).

Berlusconi sa benissimo che nel momento in cui dovesse ricominciare il suo dibattimento si arriverebbe a una sentenza nel giro di poche settimane. Il fatto storico è già stato accertato (i 600mila dollari dati a Mills e la testimonianza taroccata in favore del Cavaliere). E resta solo da stabilire se tra le prove raccolte ci siano abbastanza elementi per condannare come corruttore il leader del Popolo della Libertà (a questo punto provvisoria).

Una brutta situazione, insomma. Anche perché proprio le indagini sulla nuova P2 hanno fatto saltare, o reso incerte, le amicizie su cui il Cavaliere sperava di poter contare nella magistratura meneghina.

Di qui l’idea, partorita non adesso, ma alcuni mesi fa, di trovare una sponda in quella parte di Udc che si riconosce in Totò Cuffaro, l’ex governatore siciliano condannato in primo e secondo grado per favoreggiamento aggravato alla mafia e sulla testa del quale pende ora anche una richiesta di 10 anni di pena per concorso esterno in associazione mafiosa.

L’operazione, come il fattoquotidiano.it è in grado di rivelare, è cominciata quando Cuffaro ha dato il suo assenso al passaggio di molti suoi fedelissimi nelle file della nuova Democrazia Cristiana del sottosegretario all’Istruzione, Giuseppe Pizza, un vecchio arnese della prima repubblica legato agli ambienti più svariati.

Come ha scritto a suo tempo L’Espresso una parte consistente delle tessere della Dc fanno però capo al braccio destro di Berlusconi, Marcello Dell’Utri, condannato in secondo grado a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. E così il disegno di Berlusconi diventa evidente. Anche se Cuffaro e Beppe Drago – l’altro leader dell’Udc siciliana corteggiato dal premier – adesso smentiscono un passaggio dai banchi dell’opposizione a quelli della maggioranza (cosa altro potrebbero fare?).

Il Cavaliere vuole trovare in Parlamento i numeri sufficienti per garantire l’approvazione anche alla Camera della cosiddetta norma sul processo breve (quella che prevede di far morire tutti i dibattimenti che non vengono conclusi nel giro in lasso di tempo prestabilito). Non per niente proprio oggi il capogruppo Pdl nella commissione Giustizia di Montecitorio, Enrico Costa, ha chiesto che l’esame del processo breve venisse immediatamente calendarizzato in settembre alla ripresa dei lavori.

Ma con 33 deputati già passati a Fini, per Berlusconi è molto difficile credere di riuscire a votare la legge senza rischiare ogni giorno improvvisi rovesci. Di qui la manovra per arrivare a Cuffaro e una dozzina di parlamentari calabresi, siciliani e campani a lui legati. Tutti parlamentari da aggiungere a vari esponenti del gruppo misto e del centrosinistra, come Daniela Melchiorre o Riccardo Villari, già in procinto di cambiare casacca.

Il Cavaliere ingolosisce tutti non solo con l’offerta di posti e prebende. Ma anche con la promessa (molto gradita alle varie cricche d’Italia) di costituire una commissione d’inchiesta parlamentare sull’uso politico della giustizia. Una commissione che, come scrive oggi Repubblica, avrà gli stessi poteri dell’autorità giudiziaria. “Faremo un processo a chi ci vuole processare”, avrebbe detto – secondo il quotidiano – un falco del Pdl.

Se Berlusconi ce la fa, insomma, il Paese va verso un governo Gomorra. Con una maggioranza sostenuta da pregiudicati, indagati e condannati – in primo e secondo grado – per fatti di mafia (Cosentino, Dell’Utri e Cuffaro) e politici sotto inchiesta per mazzette e ricostituzione di associazioni segrete. Tutti uniti da un solo obbiettivo: farla franca. Per sempre.


Berlusconi senza freni «E adesso tocca ai magistrati»

Berlusconi senza freni «E adesso tocca  ai magistrati»
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Premier, offensiva agostana senza sosta. Dopo la rottura definitiva con Fini (
VIDEO | Censura a Fini, il documento ufficiale) e la replica del Presidente della Camera (VIDEO: Il Premier è illiberale), il prossimo fronte nemico da colpire è quello dei giudici. Berlusconi sarebbe intenzionato a non andare al Senato. La strategia del voto anticipato.


di Ninni Andriolo, da l'Unità.it del 31 luglio 2010


Prima Fini che ha «iniettato» nel Pdl «il virus della disgregazione», poi le toghe che processano gli uomini del suo partito. L’offensiva agostana di Berlusconi non conosce sosta. Al Senato, martedì, potrebbe colpire l’altro fronte nemico, quello dei magistrati. A beneficio del quale è stata confezionare la minaccia di una Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uso politico della giustizia, anche per disinnescare la mina vagante dell’indagine sulla P3 proposta dai democratici. Il fatto è che l’istituzione di una Commissione parlamentare non è «nelle disponibilità» del capo del governo e potrebbe essere varata solo con una legge ad hoc, assai improvabile visto l’incombere delle ferie estive. Non è da escludere che martedì il Pdl sfoderi l’arma mediatica di un ordine del giorno che annunci l’intento di processare le toghe. Sempre che il premier confermi l’intento di parlare solennemente di giustizia davanti i senatori (alla vigilia delle ferie!). Le opposizioni, tra l’altro, chiedono a Schifani di impedire al premier di divagare, visto che il governo è in piena «crisi». Motivo in più per dar credito a chi sostiene che Berlusconi diserterà l‘Aula del Senato. Non per questo, però, cambierà idea sull’imperativo di neutralizzare al più presto «la giustizia a orologeria che prende di mira il governo per farlo cadere». Un chiodo fisso quello del Cav. che la butta sul complotto ogni volta che un nuovo esponente del suo circolo di amici azzurri finisce sul registro degli indagati aggiornato puntualmente dalle procure alle prese con inchieste su appalti, corruzione, affari e pressioni poco istituzionali. Lo strappo da Fini, in fondo, Berlusconi lo ha considerato inevitabile quando i finiani hanno messo il becco sulla questione morale del Pdl. Solo a quel punto, e andando alla cieca - tutto lascia credere che Berlusconi immaginasse un numero di «scissionisti» finiani assai inferiore - il premier ha imboccato la strada della soluzione finale. E ha messo a rischio governo e legislatura, pur di salvare il primato della sua leadership. Il suo disegno mette nel conto anche un eventuale braccio di ferro autunnale sulle elezioni anticipate. Bossi rassicura i suoi che il «governo va avanti», ma il Cavaliere - che anche ieri lo ha incontrato - è certo che, alla fine, dopo aver incassato qualche spicciolo di federalismo, il Carroccio possa giocare nella squadra del voto anticipato. Con lo zuccherino di uno scambio, magari: un leghista a Palazzo Chigi, Berlusconi al Quirinale. Le partite del Cavaliere prevedono l’azzardo. E il braccio di ferro per sbarrare la strada a governi tecnici in caso di crisi fa parte della scommessa. Berlusconi non ha la vittoria in tasca, ma spariglia i giochi. Pur sapendo che il Quirinale è irremovibile sulla «continuità istituzionale».

BRACCIO DI FERRO SULLE ELEZIONI
Osvaldo Napoli,uno dei berluscones doc che danno più fiato agli umori di Palazzo Grazioli, avverte che se i finiani volessero mettere in difficoltà Berlusconi bisognerebbe «andare a votare, subito, anche ad ottobre». L’autunno, per la verità, è troppo ravvicinato per compiere tutti i passaggi utili al Cavaliere, compreso quello delle contropartite alla Lega. È la primavera, e sempre che i sondaggi tornino utili, l’obiettivo del premier. Che sa, tuttavia, di dover fare i conti con uno schieramento anti urne più consistente di prima. E con il «no» secco della terza carica dello Stato che non a caso vorrebbe rimuovere al più presto, prima che si radichino suggestioni da governi istituzionali. Ieri, il premier, ha fornito a Fini l’esempio di Pertini che nel ‘69 «verificatosi una situazione di divisione analoga nel Psi con la sinistra socialista, ritenne doveroso dimettersi». Il Cavaliere rinfaccia all’ex cofondatore di aver accreditando «un’immagine falsa e diffamatoria del Pdl» e, assieme, di aver offerto «una sponda ai nostri nemici: all’opposizione, a certa stampa, ai peggiori giustizialisti, ai settori politicizzati della magistratura». A quelle toghe, in sostanza, che vorrebbe espellere dal Paese, con l’identico pugno di ferro utilizzato per cacciare Fini dal partito. Nell’approssimarsi autunnale della sentenza della Consulta sul legittimo impedimento, tra l’altro, che potrebbe infliggere al premier un’altra sonora bocciatura,

LA GIUSTIZIA DA RIFORMARE
È la grande riforma della giustizia, la stessa che deve tagliare il pelo ai giudici, l’altro scalpo che Berlusconi intende mostrare al suo popolo, anche a scopi elettorali. Martedì all’ordine del giorno di Palazzo Madama c’è la discussione sul piano straordinario del governo contro le mafie e il premier potrebbe approfittarne per pronunciare il suo discorso anti toghe alla nazione. Il condizionale è d’obbligo, però, visto i tentativi dei suoi di non far gettare «a Silvio» altra benzina sul fuoco e che l’opposizione ha avvisato in anticipo Renato Schifani: con la crisi strisciante di governo non permetta altri show al Cavaliere.

31 luglio 2010

Le domande di Bankitalia che spaventano Verdini

di Claudia Fusani, da l'Unità.it del 30 luglio 2010

C’è un dossier di 109 di pagine che leva il sonno al coordinatore del pdl Denis Verdini. Porta la firma degli ispettori della Banca d’Italia ed è il resoconto di cinque mesi di ispezione presso gli sportelli del Credito cooperativo fiorentino, la banca che Verdini ha cresciuto e coltivato e diretto per vent’anni esatti fino a lunedì mattina di questa settimana quando si è dimesso con tutto il consiglio direttivo. L’istituto è ora in amministrazione straordinaria e giovedì il governatore Mario Draghi ha nominato i commissari straordinari. La relazione segnala, tra le criticità, alcune operazioni in cui Verdini avrebbe operato come presidente e come cliente in conflitto di interesse.

E la possibile violazione delle norme antiriciclaggio. Il documento è sul tavolo di due procure, quello del procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo titolare con il collega Sabelli dell’inchiesta su eolico e P3. E quello del procuratore di Firenze Giuseppe Quattrocchi e del sostituto Luca Turco. Si tratta della procura che per prima - in questi sei mesi di passione per il coordinatore del pdl- ha messo sotto inchiesta Verdini e l’imprenditore Fusi: prima per l’inchiesta G8 (l’ipotesi di reato è associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, filone di cui Firenze si è dovuta spogliare per incompetenza territoriale e trasferirlo a Roma); da pochi giorni per mendacio bancario, una nuova inchiesta che questa volta riguarda solo il Ccf, il suo giro di affari e la sua storia di piccola banca dei miracoli.

Il contenuto della relazione degli ispettori ha già prodotto, a Firenze, l’iscrizione di Verdini per mendacio bancario in relazione a garanzie e prestiti all’imprenditore Fusi in cambio di preliminari di vendita di beni mai venduti. La procura di Roma sta studiando in queste ore le carte incrociandole con le già corpose note del Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza per ricostruire il percorso, l’origine, la destinazione e le modalità di gestione delle centinaia di migliaia di euro transitati sul Ccf a margine dell’affare eolico in Sardegna messo in piedi da Carboni e soci. Non bisogna mai dimenticare, infatti, che l’inchiesta sulla cosiddetta P3 è prima di tutto un’inchiesta di corruzione che nasce da un’indagine di mafia. Corruzione, quindi soldi, quindi pubblici ufficili corrotti e corruttori. Sono indagati per corruzione il governatore della Sardegna Ugo Cappellacci e alcuni suoi collaboratori (Cossu e Farris).

E’ indagato Verdini che attacca l’inchiesta sulla P3 perchè «fumosa» ma, fanno notare gli investigatori, «gli saltano i nervi, in conferenza stampa e durante l’interrogatorio, quando gli si chiede conto dei passaggi dei danari». La polizia valutaria ha acquisito i documenti, anche storici, relativi alla documentazione del conto corrente della Società toscana di edizione, proprietaria de Il Giornale della Toscana «la quale - scrivono - rappresenta un grande fido per la banca in quanto l'esposizione è superiore al 10% del patrimonio». I conti non tornano sulla situazione economico-patrimoniale. «In particolare - si legge - gli ispettori hanno individuato il credito esposto in bilancio 2008 verso terzi per circa 2,6 milioni di euro la cui natura non era sufficientemente illustrata nel bilancio nè adeguatamente documentata nelle istruttorie fatte dalla banca». Ci sono verifiche su operazioni «ancora non chiarite» iniziate nel 2004 e che vedono coinvolte varie persone.

Ci sono poi gli accertamenti sulle decine e decine di assegni circolari, per un totale di circa 600 mila euro, che tra giugno e dicembre 2009 arrivano al Ccf con firma Giuseppe Tomassetti, legale di due società la Karis e la Karios 32 coinvolte nell’affaire eolico, e negoziati da Verdini in assenza di Tomassetti. Chi è Tomassetti? «Prestanome di Carboni» si spiega in procura. E anche di Verdini? O meglio, Verdini e anche Dell’Utri, sono soci occulti di qualcuna di queste società? «E’ una questione in esame» si spiega. L’ipotesi è che Carboni corrompa Verdini e, probabilmente, Cappellacci per la nomina di Farris e per alcuni atti della giunta sarda in favore del business dell’eolico messo in piedi da Carboni. Verdini corrompe a sua volta qualcuno? Per rispondere sono in corso accertamenti bancari nei confronti di dieci persone, tra cui Verdini, la moglie e Massimo Parisi , e di tre società, la Ste, la Nuova editoriale società cooperativa e la Edicity.

30 luglio 2010

venerdì 30 luglio 2010

"Mio marito Bondi mi picchiava. Schiaffi in casa, l'amante a Roma. E davanti agli altri, per anni, la finzione della famigliola felice"

di Adriano Botta, da informare controinformando

Le botte. I tradimenti in pubblico. Le inadempienze col figlio. E la brama di potere indifferente a qualsiasi ideologia. Sono le accuse dell'ex moglie, in un'intervista rilasciata a un settimanale rosa

(29 luglio 2010)

Il ministro della Cultura Sandro Bondi "è un uomo che ha sempre cercato solo il potere. Se glielo avessero offerto a sinistra, sarebbe tornato lì". Ma è anche una persona con problemi psicologici, "per tutta la vita succube dei genitori e adesso della nuova compagna" (la deputata del Pdl Manuela Repetti) dopo essere stato un marito infedele e violento, oltre che (tuttora) un padre assente.

A lanciare queste accuse in un'intervista alla giornalista Marianna Aprile di 'Novella 2000' è l'ex moglie del ministro, Maria Gabriella Podestà, 52 anni, che si è sposata con Bondi nel '94 (ma erano compagni di classe molti anni prima, a Villafranca, in Lunigiana) e da cui si è da poco separata legalmente, ancora in attesa di divorzio.

'Sono incazzata nera', premette l'ex signora Bondi all'inizio della chiacchierata e il seguito, in effetti, dimostra che è vero.

Secondo la Podestà, nei primi anni Bondi è stato un buon marito, anche se per diverso tempo si sarebbe fatto mantenere da lei non avendo uno stipendio. Poi, qualche anno dopo, la svolta, che secondo l'ex moglie coincide con il trasferimento ad Arcore, quando Bondi decide di votarsi a Berlusconi. Da quel giorno, dice la Podestà, "mi metteva sotto il naso indizi di storie coniugali, come gli scontrini dello Chanel numero 5 che regalava alle sue amiche". Fino al momento in cui avrebbe addirittura portato la moglie in vacanza a casa di una sua amante, con tanto di tradimento notturno scoperto in flagranza.

Dall'autunno del 1998, secondo l'ex moglie del ministro, le cose sarebbero precipitate, con tanto di violenze domestiche, schiaffi e punizioni.

Successivamente, dice la Podestà, Bondi avrebbe addirittura avuto di fatto due vite parallele: una a Roma con la Repetti e "una con noi nel week end, quando faceva finta di stare nella famigliola modello, perché lui vuole dare sempre un'immagine perfetta di sè".

Infine, il capitolo del figlio che Podestà e Bondi hanno avuto prima della rottura: secondo l'ex moglie, il ministro l'avrebbe sempre trascurato ed è inadempiente anche dal punto di vista legale, perché ignorerebbe i termini di frequentazione stabiliti in sede di separazione. Sempre secondo la Podestà, al momento sono oltre due mesi che Bondi non vede il figlio e si farebbe vivo solo con qualche sms.

Per quanto riguarda l'attività politica del marito, Podestà parla di un uomo interessato solo al potere ("lo ha sempre cercato"), che vive in una totale sudditanza verso Berlusconi ("Per questo mi aveva portato a vivere in quell'orribile appartamento di Arcore") e gelosissimo di Maria Vittoria Brambilla, al punto da cadere in depressione quando si era parlato di lei come coordinatrice di Forza Italia. Tuttavia, secondo l'ex moglie, in Bondi non ci sarebbe alcun ideale, perché "se gli avessero offerto il potere quelli di sinistra sarebbe ritornato lì". Infine, una nota velenosa anche sulle poesie di cui il ministro è autore: "Non sono spontanee e non mi sono mai piaciute...

Fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/mio-marito-bondi-mi-picchiava/2131706


Cerca le differenze

dal sito di Beppe Grillo

29 luglio 2010

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Nella politica italiana, come nella Settimana Enigmistica, è possibile fare un gioco, quello delle differenze. Si mettono a confronto due disegni e si cercano nel secondo le differenze rispetto al primo. Tra le dichiarazioni e i fatti. E' un gioco alla portata di tutti.

- Prima differenza: "Tagliamo le pensioni, l'Europa lo vuole" vs "Il diritto alla pensione è maturato per i parlamentari dopo due anni e mezzo"

- Seconda differenza: "Riduciamo gli sprechi dello Stato" vs "I partiti si spartiscono un miliardo di euro di finanziamento pubblico contrabbandato per rimborsi elettorali, il solo Pdl, il partito di Tremorti sta incassando mezzo miliardo di euro"

- Terza differenza: "La delocalizzazione delle aziende all'estero è un problema di mercato" vs "Le aziende, dalla Bialetti, alla Omsa, alla Fiat delocalizzano in Serbia o in Romania grazie ai contributi UE pagati dalle tasse degli italiani e i loro prodotti mantengono comunque il marchio Made in Italy"

- Quarta differenza: "Il Parlamento è espressione della volontà popolare attraverso il voto" vs "Il Parlamento è eletto nome per nome, famiglio per famiglio, leccaculo per leccaculo da 5/6 persone responsabili dei partiti"

- Quinta differenza: "In Italia esiste la libertà di stampa" vs "I giornali sono finanziati dallo Stato, senza chiuderebbero, da Libero a Il Foglio, hanno la stessa indipendenza dal potere politico della Pravda (in russo "La Verità) ai tempi di Stalin"

- Sesta differenza: "I presidenti di Regione possono essere eletti solo per due mandati consecutivi" vs "I presidenti di Regione se ne fregano e mantengono a vita la loro carica come Formigoni Pdl al quarto mandato e Errani Pdmenoelle al terzo"

- Settima differenza: "Il federalismo è uno degli obiettivi del Governo" vs "E' stato abolito l'ICI l'unica tassa federalista e tagliati i fondi alle Regioni"

- Ottava differenza: "Il Presidente della Repubblica è garante della Costituzione" vs "Napolitano ha firmato il Lodo Alfano, dichiarato incostituzionale"

- Nona differenza: "L'Italia ripudia la guerra" vs "L'Italia partecipa alle guerre in Afghanistan e in Iraq dove il massacro di civili è giornaliero e in passato ha contribuito al bombardamento della Serbia"

- Decima differenza: "La lotta all'evasione è una priorità" vs "Lo scudo fiscale ha premiato con il solo 5% di tassazione sul capitale gli evasori totali e la criminalità organizzata"

- Undicesima differenza: "I partiti combattono la mafia e onorano Falcone e Borsellino" vs "Due senatori condannati in secondo grado per contiguità con la mafia, Dell'Utri e Cuffaro, siedono in Parlamento e spesso anche a tavola con membri dell'opposizione"

- Dodicesima differenza: "Esistono una maggioranza e un'opposizione" vs "Esistono Pdl e Pdmenoelle, i partiti dell'inciucio"

Mi accorgo che potrei continuare con il gioco delle differenze per ore. Oggi vi lascio un po' di lavoro. Se volete continuate voi...

Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure


Le domande semplici

di Concita De Gregorio, da l'Unità.it del 29 luglio 2010

Un giorno o l'altro bisognerà riraccontare tutta questa storia da capo, nella giusta prospettiva, facendo le domande che servono a capire senza lasciarsi distrarre.


Senza lasciarsi distrarre dai professionisti della disinformazione che tendono sempre lo stesso tranello, arrivano al momento giusto con il solo scopo di distogliere l'attenzione dal cuore del problema. Usano armi di distrazione di massa, la sparano il più grossa possibile, mentono senza scrupoli, sanno di poter contare su una soglia di attenzione bassissima: la gente non ne può più, chi sa sa e chi non sa non ha interesse a sapere, resta impressa l'ultima battuta, lo slogan più efficace, l'accusa più greve o maliziosa. Cosa avrà voluto dire? Mah, vai a sapere. Tanto sono tutti uguali, il più pulito ha la rogna. Ecco, questo è quel che si dice il giorno dopo al caffè del mattino, prima di passare alle svago di giornata. La cocaina e le ragazze. Belen. Le coatte di Ostia. Una doccetta. Un calippo.


Così di nuovo, ancora all'infinito. Mentre il Pdl si sfarina in un clima di congiure e di complotti, coi giornali di famiglia del Cavaliere impegnati a cercare nelle vite private dei "nemici" la pagliuzza che faccia dimenticare le travi in casa propria, ecco che anche Denis Verdini, il "toscanaccio simpatico" diventa un martire, vittima di una campagna ostile, ecco che in suo soccorso si schierano i dipendenti e gli amici mettendo sul piatto, se occorre, reputazioni costruite negli anni in difesa di un garantismo a senso unico.
Le domande fondamentali, quelle semplici, le fanno solo alcuni magistrati e pochissimi giornalisti subito oggetto della successiva aggressione, è il caso di Claudia Fusani.
Questa del Credito cooperativo fiorentino, dell'irresistibile ascesa di Verdini, dei suoi rapporti con Carboni è semplicemente una questione di soldi, e di soldi bisognerebbe parlare. Com'è che una piccola banca di provincia diventa cruciale nel sistema di potere che sta al centro della rete di affari e di appalti mossi dalla cricca? Com'è che un politico di quarta fila scala in pochi anni i vertici di un partito fino a diventarne custode delle chiavi e crocevia delle trame? Com'è che Flavio Carboni, faccendiere di lungo corso con base in Sardegna, finanzia di sua tasca un giornale locale toscano di scarsa fortuna, di proprietà del piccolo banchiere oggi grand commis di partito di nome Verdini? Avete mai provato, voi, ad incassare - negoziare, trasferire, compiere una qualsiasi operazione - un assegno firmato da un prestanome di chi versa il denaro ed intestato ad altri da chi lo riceve? - fate la prova nella vostra filiale di fiducia.


Intorno alla piccola banca di Verdini ruota una rete di affari, di relazioni e di ricatti che sono solo parzialmente emersi dalle intercettazioni che ora Berlusconi e i garantisti beneficiari di quei soldi vorrebbero eliminare come strumento d'indagine. È una storia di denaro, dalla quale bisogna distrarre l'attenzione. Così come nessuno si è più chiesto quali fossero i reali rapporti tra Berlusconi ed Elio Letizia, il cui nome riaffiora dalle quindicimila pagine dell'inchiesta sulla P3. Noemi è venuta dopo, anche anagraficamente. Per avere risposte alle domande semplici bisogna prima di tutto farle, poi non avere paura delle aggressioni che seguono se tocchi il nervo scoperto di Cesare.
Che non sono le donne nè la politica ma gli affari, fin dal principio sono i soldi ed il modo più veloce per farli.

giovedì 29 luglio 2010

Dal confino al conFini

di Stefano Corradino, da Articolo21

30 luglio 2010

Dal confino al conFini

29 luglio. Appuntiamocela, è una data da ricordare. La serata si conclude, al termine di un agitato ufficio di presidenza del Pdl con la cacciata di Gianfranco Fini la cui linea è giudicata "incompatibile". Firmate lettere di dimissioni; tre deputati deferiti ai probiviri(li).
Ma andiamo per ordine: la giornata inizia con l'approvazione della FINANZIARIA alla Camera. "Dolorosa ma indispensabile" secondo il presidente del Senato. Dolorosa e basta secondo i governatori, allarmati dai tagli alle regioni. Irresponsabile la definiscono i disabili, i farmacisti, gli ambientalisti, i magistrati, i diplomatici, i sindacati della polizia, i rappresentanti del mondo della cultura.
"Fondamentale", la definisce Silvio Berlusconi "per impedire che gli speculatori internazionali arrivino in Italia". Fondamentale sarebbe se gli speculatori nazionali lasciassero l'Italia...

Approvazioni anche al Senato. Qui a passare è il testo della RIFORMA UNIVERSITARIA. "Un evento epocale" commenta il ministro Maria Stella Gelmini. Senza dubbio. Una manovra epocale che taglierà i fondi all'università di un miliardo e 300 milioni per il 2011 e che, istituendo la nuova figura del ricercatore a tempo determinato aumenterà ulteriormente il numero delle figure precarie...

Il DDL INTERCETTAZIONI viene rimandato a settembre. Quel disegno di legge che vorrebbe riportare la Costituzione italiana allo Statuto Albertino del 1848 punendo gli eccessi di libertà di espressione; anche sulla rete, costringendo i blogger a rettifiche entro 48 ore. Scaduto il tempo via con le sanzioni pecuniarie.

A questa giornata estiva straordinariamente operosa partecipa anche la RAI. Anzi no. Anche l'azienda di viale Mazzini rinvia alla prossima settimana la decisione sulle nuove nomine: la sostituzione di un direttore di rete reo di non aver cacciato Michele Santoro e l'avvicendamento alla direzione di Rainews con un giornalista, professionista da soli tre anni, esterno all'Azienda, quando internamente ce ne sono oltre 1.700, dei quali circa 300 già in possesso di qualifiche da caporedattore in su.

Chi non teme avvicendamenti è il direttore del Tg1 "pronto - come ha scritto in serata il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti - a prendere il posto del sottosegretario Bonaiuti". Nel suo editoriale Minzolini esalta i risultati del governo, "che ha ricevuto il plauso dell'Europa", ma "la solita cappa mediatica sta tentando di condizionare gli equilibri del Paese"...

In serata la cacciata di Fini. "Vogliono fare il gruppo? Facciano quello che vogliono, tanto sono fuori" ostenta il premier. "Non sono più disposto ad accettare il dissenso". Cribbio (!)

Davvero una giornata memorabile quella del 29 luglio. Epocale! In altre epoche, sempre il 29 luglio ma del 1883 nasceva Benito Mussolini. Quello che secondo il presidente Berlusconi "non ha mai ammazzato nessuno, e mandava la gente a fare vacanza al confino" (intervista del settembre 2003). Storia magister vitae, dicevano i latini. Dal confino al conFini.

corradino@articolo21.info

Pdl, parte la "disinfestazione": i finiani cacciati dal partito. Berlusconi ha deciso: Fini è incompatibile col mio partito

di Federico Brusadelli, da Fondazione FareFuturo

29 luglio 2010


I finiani? Deferiti. Il cofondatore? "Incompatibile". Come previsto, Italo Bocchino, Carmelo Briguglio e Fabio Granata, i “dissidenti”, i “disturbatori”, i “manettari” saranno accompagnati verso l’uscita, tramite processo per alto tradimento al cospetto dei probiviri. E il presidente della Camera è persona non gradita all'interno del partito che ha fondato. Eccolo il documento approvato questa sera nel corso dell’ufficio di presidenza del Popolo della libertà (convocato non presso la sede del partito ma a Palazzo Grazioli, residenza romana del premier).

«Possono fare quello che vogliono, tanto sono fuori», ha scandito Silvio Berlusconi al termine dell'incontro. «Non sono più disposto ad accettare il dissenso», rivela. Ed è un atto “nobile e necessario” secondo il berlusconiano Osvaldo Napoli. Non poteva mancare il direttore del Tg1 Minzolini: un divorzio che ha il pregio di esser chiaro, ha detto. «Gli italiani – pontifica intanto Daniele Capezzone – saranno giudici severi di questi comportamenti, ed è bene che i cosiddetti finiani comincino a capire che non hanno scelto solo di separarsi da Silvio Berlusconi e dal Pdl, ma da sentimenti e dalle ragioni della stragrande maggioranza degli italiani». Convinto lui. Ed eccolo allora, nero su bianco, il documento partorito a Palazzo Grazioli: «L’ufficio di Presidenza considera le posizioni dell’On. Fini assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Popolo della Libertà, con gli impegni assunti con gli elettori e con l'attività politica del Popolo della Libertà». Incompatibile la legalità, incompatibile la trasparenza. Incompatibile la storia della destra italiana e le prospettive della destra europea. Incompatibile il patriottismo repubblicano, incompatibile il rispetto delle istituzioni e la salvaguardia dell’unità nazionale. Per ora i finiani presenti all'ufficio di presidenza, dopo aver votato "no" al documento finale, hanno chiesto 24 ore di tempo. Così, in attesa di capire come andrà a finire davvero, non si può non notare – con un bel po’ di amarezza – che con questa “operazione baygon” di disinfestazione del pluralismo, il Pdl sta adottando metodi, linguaggi e liturgie che tradiscono l’essenza stessa del suo progetto. Quel progetto che doveva regalare all’Italia il tanto atteso “partito liberale di massa”, maggioritario e plurale. Ma a furia di disinfestare, si rischia l'avvelenamento.

29 luglio 2010


Class action contro la Rai rea di aver violato il diritto dei cittadini alla “libera e pluralistica informazione", aderisce anche un comune emiliano


...Class Action contro la RAI al competente Tribunale che dovrà ora esprimersi sull’ammissibilità della azione stessa. Si specifica quindi che, in questo momento, i cittadini possono esprimere semplicemente una manifestazione di interesse e di sostegno alla richiesta presentata da “Altroconsumo”.
Nel caso di effettiva ammissibilità e di accoglimento della Class Action da parte del Tribunale, si aprirà la possibilità di aderire formalmente, da parte dei singoli cittadini e abbonati RAI, all’azione collettiva con la modalità che verranno comunicate da “Altroconsumo”.
Per sostenere ed agevolare l’espressione di queste manifestazioni di interesse, nello spirito e secondo le indicazioni approvate dal Consiglio Comunale nella specifica mozione, l’Ufficio Relazioni col Pubblico del Comune di Montecchio Emilia è a disposizione per fornire informazioni e per inoltrare le manifestazioni di sostegno dei singoli cittadini all’Associazione “Altroconsumo” promotrice dell’iniziativa.
In alternativa, i cittadini che hanno accesso alla rete internet, possono aderire direttamente collegandosi al sito
www.altroconsumo.it e ricercare con il motore di ricerca interno la sezione dedicata alla Class Action...

Class action contro la Rai, aderisce anche un comune emiliano

di redazione Articolo21 del 29 luglio 2010

Con una mozione presentata dal gruppo di maggioranza e approvata in sede di consiglio, il piccolo comune emiliano di Montecchio, ha deciso di dare formale adesione all’iniziativa messa in atto dall’associazione Altroconsumo: una class action contro il servizio pubblico, colpevole di aver violato il diritto dei cittadini alla “libera e pluralistica informazione”. L’iniziativa era stata lanciata da Altroconsumo in concomitanza con lo stop ai talk-show deciso dalla Rai durante il periodo elettorale, che tante polemiche aveva suscitato. Si era partiti con una petizione lanciata dal sito e che aveva registrato 13.897 adesioni. “Con la class action Altroconsumo – si legge sul sito di riferimento- chiede il risarcimento del danno subìto dagli utenti, che pur pagando il canone non hanno potuto fruire del servizio pubblico d'informazione. La pluralità e diversità di fornitori di contenuti informativi, in concorrenza tra loro, è alla base di uno stato civile.” Nel marzo di quest’anno, la stessa associazione, insieme a Cittadinanzattiva aveva presentato un apposito ricorso al Tar del Lazio, per violazione dell’art.21 della Costituzione. In questo momento l’azione di class-action è in attesa di autorizzazione da parte del tribunale competente “che dovrà ora esprimersi sull’ammissibilità della azione stessa”.

IL COMUNICATO DIRAMATO DAL COMUNE DI MONTECCHIO

L’Amministrazione Comunale di Montecchio Emilia a sostegno
della Class Action promossa da “Altroconsumo” contro la RAI
per violazione di servizio pubblico e per la promozione di iniziative per la tutela del diritto dei cittadini alla libera e pluralistica informazione


Il Consiglio Comunale di Montecchio Emilia, nella seduta di lunedì 26 luglio, ha approvato la mozione presentata dal gruppo di maggioranza “Democratici Uniti – La Tua Montecchio” di sostegno e promozione della richiesta di Class Action contro la RAI per violazione di servizio pubblico intrapresa dall’Associazione di consumatori “Altroconsumo”.
Ha votato a favore della mozione il gruppo di maggioranza, mentre hanno espresso voto contrario i gruppi di opposizione di Lega Nord e PDL.
La mozione approvata in Consiglio Comunale impegna formalmente il Sindaco e la Giunta ad intraprendere iniziative per tutelare il diritto dei cittadini, sancito formalmente dalla Costituzione, all’accesso ad un’informazione libera e pluralistica, ed in particolare alla completa informazione fornita in particolare dal servizio pubblico radiotelevisivo.
Come prima azione il Sindaco e i componenti della Giunta si impegnano ad aderire, in qualità di persone fisiche e singoli abbonati alla RAI, alle manifestazioni di interesse a favore della Class Action promossa dall’Associazione di consumatori “Altroconsumo” contro la RAI per mancata fornitura del servizio pubblico, determinata dalla sospensione ai programmi di informazione e approfondimento politico in occasione delle scorse elezioni regionali del marzo 2010. L’azione collettiva prevede in questo senso la richiesta di rimborso ai cittadini/utenti del canone RAI.
Contestualmente, attraverso la mozione, si impegnano il Sindaco e la Giunta Comunale, sia direttamente sia attraverso il sostegno ad un eventuale comitato di cittadini che dovesse costituirsi, ad intraprendere tutte le azioni possibili per raccogliere
le manifestazioni di interesse dei cittadini a sostegno della Class Action.
In questo senso il Sindaco di Montecchio Emilia Paolo Colli ha voluto sottolineare alcuni concetti chiave dell’iniziativa:
“In primo luogo mi interessa ribadire che ritengo che il ruolo di un Sindaco non debba limitarsi alla sua specifica funzione di capo dell’Amministrazione Comunale ma, come del resto la legge stessa indica chiaramente, il Sindaco stesso debba porsi come rappresentante della comunità locale e, come tale, farsi portavoce e promotore anche della tutela dei diritti collettivi dei cittadini.
Il primo ambito di applicazione di questa concezione, ritengo debba essere quello del diritto dei cittadini all’accesso alla libera e pluralistica informazione e, in particolare, alla qualità e alla correttezza dell’informazione fornita dal servizio pubblico per il quale, tra l’altro, i cittadini versano il canone di abbonamento.
Inoltre ritengo che questa azione costituisca anche una prima occasione di sensibilizzazione della cittadinanza sulla possibilità di avvalersi, per la tutela di interessi diffusi, dello strumento della Class Action previsto dal Codice del Consumo introdotto nel 2005. Con la Class Action si sancisce che i diritti individuali omogenei dei consumatori e degli utenti possono essere difesi e tutelati anche attraverso l’azione legale collettiva, la quale consente di attivare un unico giudizio per ottenere il risarcimento del danno subito.
L’altra considerazione riguarda nello specifico il livello di qualità del sistema di informazione del servizio pubblico radiotelevisivo della RAI. Non riteniamo che l’assetto attuale corrisponda a criteri di qualità e correttezza informativa, bensì constatiamo sempre più spesso la prevalenza, nell’erogazione del servizio pubblico, di dinamiche sempre più accentuate di lottizzazione politica. Riteniamo quindi sia giunta l’ora di superare definitivamente questa configurazione del servizio pubblico per andare verso assetti più rispettosi del pluralismo e della qualità informativa”.

Ricordiamo che l’associazione “Altroconsumo” ha presentato la richiesta di Class Action contro la RAI al competente Tribunale che dovrà ora esprimersi sull’ammissibilità della azione stessa. Si specifica quindi che, in questo momento, i cittadini possono esprimere semplicemente una manifestazione di interesse e di sostegno alla richiesta presentata da “Altroconsumo”.
Nel caso di effettiva ammissibilità e di accoglimento della Class Action da parte del Tribunale, si aprirà la possibilità di aderire formalmente, da parte dei singoli cittadini e abbonati RAI, all’azione collettiva con la modalità che verranno comunicate da “Altroconsumo”.
Per sostenere ed agevolare l’espressione di queste manifestazioni di interesse, nello spirito e secondo le indicazioni approvate dal Consiglio Comunale nella specifica mozione, l’Ufficio Relazioni col Pubblico del Comune di Montecchio Emilia è a disposizione per fornire informazioni e per inoltrare le manifestazioni di sostegno dei singoli cittadini all’Associazione “Altroconsumo” promotrice dell’iniziativa.
In alternativa, i cittadini che hanno accesso alla rete internet, possono aderire direttamente collegandosi al sito
www.altroconsumo.it e ricercare con il motore di ricerca interno la sezione dedicata alla Class Action.

Mineo: "In Rai? Peggio dei tempi in cui si lottizzava tutto"

di Castalda Musacchio*, da Articolo21 del 29 luglio 2010

Mineo: "In Rai? Peggio dei tempi in cui si lottizzava tutto"

"La Rai? E’ sempre stata lo specchio dei tempi. Una volta era occupata dalle lobbies, oggi dalle bande". Corradino Mineo, direttore di Rainews24, interviene con una fredda e lucida analisi sul clima che si respira in azienda. Proprio lui, nel mirino del Dg Masi che, a quanto pare, oggi formalizzerà le nuove nomine in Vigilanza (dopo averla disertata ieri, ndr), pronto a soppiantarlo, secondo quanto riportano voci di corridoio, da Franco Ferraro. Tutto è ancora incerto, ma la tensione in Rai è altissima, soprattutto alla luce delle ultime, inquietanti, vicende politiche.

Cosa sta succedendo in Rai?
E’ sotto gli occhi di tutti. Si sta procedendo ad un certo numero di nomine senza una motivazione trasparente.
Anche il suo incarico, secondo le ultime indiscrezioni, sarebbe a rischio...
Su di me? Per quanto mi riguarda non ho mai sentito un giudizio negativo sul lavoro svolto, anzi, al contrario. Rainews ha conti molto incoraggianti e, nonostante le numerosissime difficoltà, riesce a superare concorrenti aggueritissimi. Di questo si dovrebbe tener conto. Certo, l’editore ha sempre diritto di cambiare direttore ma credo conti anche una certa esperienza nel settore e i risultati raggiunti.

Parla di una rete che è da sempre nel mirino del Pdl. La situazione a Rainews è cambiata?
Si, sicuramente è cambiata. E per dirla tutta, stiamo andando meglio del previsto e con ascolti sempre più alti. La redazione - e questo mi riempie di orgoglio - è riuscita a rimanere unita e a fare, come si dice, di ”necessità virtù”, con mezzi limitatissimi. Per esempio, per quanto riguarda l’organico, si è impoverito perché le principali testate Rai hanno voluto assumere alcuni dei nostri migliori professionisti, mentre l’azienda continua a non aprire Rainews24 al turn over per i giovani. Insomma, continua a privarci dell’opportunità di poter contare su forze nuove per una testata nella quale effettivamente ci sono ritmi lavorativi molto serrati.

Masi non si è presentato in Vigilanza tra lo sconcerto di tutti. Ci sono state reazioni piuttosto dure alla sua decisione. Cosa ne pensa?
Non so perché non si sia presentato in Commissione. Certo la Vigilanza è il ”nostro” editore, mio personale ma, soprattutto, del Direttore Generale.

Si dice che, oggi, si formalizzeranno le nuove nomine...
Io aggiungo: meno male, perché non c’è nulla di più pesante per un’azienda di servizio pubblico che rimanere in questa situazione di incertezza. Da oltre un anno i vertici hanno chiuso i rubinetti e continuo a leggere sui giornali ogni settimana il nome di un nuovo direttore. Personalmente avrei solo tanta voglia di continuare ad avere il dialogo con quel pubblico che, debbo dire, ci conforta ed aiuta ad andare avanti oltre che con la mia redazione che è riuscita a superare sfide titaniche. Ma, per la Rai, mi auguro che vengano sciolti i nodi più difficili e, soprattutto, che cessi questa situazione.

Una situazione che, per la Rai, è la stessa di sempre...
Si dice da tanti anni che la Rai è lo specchio del Paese. Credo che sia così, anche se è probabile che questo specchio deformi. Eppure, la Rai ha anche tanta capacità e tanto coraggio; la mia redazione, per esempio, meriterebbe un vero riconoscimento perché lavora bene e senza chiedere chissà cosa, anzi in condizioni molto difficili. Questo dimostra che c’è anche un’Italia che le cose le fa, e bene, senza voler nulla in cambio. Quando sono arrivato in Rai, al Tg3, nell’’87, il cancro presunto era la lottizzazione: vale a dire il fatto che i grandi partiti avessero occupato le principali reti Rai. Eppure, anche la vecchia lottizzazione produceva fior fiori di professionisti di altissima qualità. Oggi, con una politica enormemente più debole - basta vedere le recenti vicende e la differenza anche negli scandali più clamorosi come tra tangentopoli e queste ultime cricche - la cosiddetta ”occupazione” in Rai viene fatta ”per bande”. Voglio dire che il primo criterio di scelta non è neppure dettato dalla lottizzazione ma dalla conoscenza diretta, a volte ho utilizzato persino il termine ”carnale” per descriverla, tra colui che raccomanda e il raccomandato.

Sta giustificando la lottizzazione?
Sto solo analizzando la situazione. Quando anche il Pci ha lottizzato dicendo sì, per esempio, ad Angelo Guglielmi o indicando un direttore come Sandro Curzi lo ha fatto portando in azienda ottimi professionisti. E sono stati eccellenti anche alcune personalità indicate dalla Dc o dal Psi. Oggi? La nuova caratteristica della lottizzazione è che si assiste ad un superamento di quest’ultima. Ed è fondata su un rapporto a due. Vale a dire o ”tu sei uomo di un altro uomo o lui si fida di te direttamente” con tutto quel che ne consegue o non si procede a nomine di alcun tipo. Tutto questo è sicuramente peggiore della lottizzazione.

*da Liberazione


Emergenza San Vittore "E' una discarica sociale" Finisce in carcere chi ha rubato il pane,chi non ha documenti e chi ruba per drogarsi.

Questa è la fotografia scioccante scattata da don Alberto Barin, che dal 1997 presta la sua opera al fianco dei detenuti del penitenziario milanese. Nella sua intervista emergono numeri allarmanti: 1600 reclusi stipati in una struttura che può ospitarne al massimo 700. Topi, scarafaggi e zanzare

di Franz Baraggino, da Il Fatto Quotidiano del 29 luglio 2010

Intervista a Don Alberto Barin, cappellano del carcere milanese


“Dopo il Monumentale e il Maggiore, San Vittore è il terzo cimitero di Milano”. Sono le parole con cui don Alberto Barin descrive il carcere milanese dove si lotta contro il sovraffollamento, tra topi, scarafaggi e zanzare.
Barin è cappellano a San Vittore da tredici anni. Arriva nel 1997 per volontà del Cardinale Carlo Maria Martini. La sua è una quotidiana guerra di posizione: “Oggi il carcere è una discarica. Del resto – spiega – la parola deriva dall’ebraico carcar, che significa tumulare, sotterrare”. Una discarica, quella di San Vittore, dove 1600 detenuti sono stipati in una struttura che può ospitarne al massimo 700.

Padre, come si è giunti all’emergenza del sovraffollamento?
Il problema è strutturale solo in parte. La verità è che in Italia seguiamo pratiche d’arresto scandalose. Finisce in carcere chi ha rubato per fame, chi non ha i documenti, chi ha tentato un furto per procurarsi la droga. Tutti dentro. Così la prigione diventa il contenitore del disagio sociale, un luogo dove nascondere i problemi che non siamo capaci di risolvere in altro modo.
Questa mattina è arrivato un uomo che non ha rispettato l’obbligo di dimora disposto dal giudice. Era uscito dal suo paese per guadagnarsi da vivere: trecento euro per imbiancare la casa di un conoscente. Probabilmente si farà otto mesi. È sieropositivo.

Crede nell’utilità di costruire nuove e più capienti strutture?
Prima di progettare future carceri, bisognerebbe pensare a chi vive in quelle esistenti. A San Vittore abbiamo due raggi inutilizzabili. Dovrebbero ristrutturare quelli e alleggerire gli altri. Vivere in otto nella stessa cella non è umano. Un detenuto mi ha raccontato di un grosso topo uscito l’altro giorno da una turca, e non è certo un caso isolato. Ma quale recupero sociale possiamo innescare in una topaia?

Il ministro Alfano aveva proposto i domiciliari per quanti devono scontare l’ultimo anno.
I detenuti sanno che alla fine dovrà esprimersi il magistrato competente. I tempi della burocrazia finiscono per trasformare quell’anno in poche settimane. Il problema va affrontato alla radice. Bisogna smettere di considerare le carceri come la pattumiera del degrado sociale, investire in alternative che riducano gli ingressi e ripensare la condizione delle tante persone in attesa di giudizio.

Chi sono i detenuti di San Vittore?
In carcere ci finisce la povera gente, non è un luogo comune. Chi è ricco, anche se ha rubato milioni, esce prima di chi ruba un panino. A San Vittore abbiamo 400 tossicodipendenti, un intero reparto. Persone che andrebbero inserite in strutture di recupero. Invece la soluzione è sempre la galera, il metadone, e milioni spesi per medici e psicologi costretti ad operare in condizioni difficilissime.

E gli stranieri?
Qui a San Vittore i detenuti stranieri superano la metà di quelli totali. Parliamo di culture, religioni, lingue e persino abitudini alimentari differenti. Nonostante gli sforzi della direzione, con le celle strapiene è impossibile prevenire tutte le tensioni. In carcere sopravvivono e si alimentano i conflitti nati all’esterno, per il controllo dei traffici o di un territorio. Dentro le mura di San Vittore si percepisce benissimo l’ipocrisia di una città che mentre parla di sicurezza costruisce nuovi ghetti.

Esiste un collegamento tra l’aumento dei suicidi e il sovraffollamento delle carceri?
Dietro a ogni suicidio c’è prima di tutto una storia personale. Certo, in queste condizioni è più difficile intervenire, dare sostegno. Il carcere ti avvelena. Le sue mura iniettano il sospetto, la diffidenza, l’ansia. Molti crollano. L’unico modo di salvarsi è intraprendere un percorso interiore dove coltivare la speranza. A questo serve il mio lavoro. Ma in queste enormi sabbie mobili le mani tese sono spesso troppe.

Come si esce da questa situazione?
Il carcere dovrebbe essere l’extrema ratio, non sempre la prima soluzione. Di recente è arrivato un ragazzo italiano, sulla ventina. Aveva fame e ha rubato per mangiare. Mi ha raccontato di aver supplicato la direttrice del supermercato perché gli permettesse di riparare lavorando di notte, facendo le pulizie. Niente da fare, potrebbero dargli più di quattro mesi. La verità è che così il carcere crea più male di quanto non ne abbia fatto chi viene arrestato. Si rimane segnati, screditati agli occhi della famiglia, degli amici, nei rapporti di lavoro. Qual è il costo sociale di tutto questo?

Forse è il prezzo della sicurezza.
Il carcere non risolve i problemi della sicurezza e non è un deterrente. È un’illusione che la sicurezza si possa garantire costruendo penitenziari. La sicurezza si costruisce fuori dal carcere, creando quelle condizioni sociali che tengono lontane le persone dal delinquere.

C’è chi vorrebbe trasferire San Vittore in periferia. E’ d’accordo?
No. E’ un bene che il carcere rimanga una realtà visibile dai cittadini di Milano. Il Cardinale Martini, nelle sue tante visite qui a San Vittore, ripeteva spesso la famosa frase di Dostoevskij: “Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”. Il carcere permette alla società di conoscersi. Se non le interessa, se allontana o nasconde questa realtà, significa che non è interessata a se stessa.

Marchionne, Berlusconi e la libertà mannara



di Paolo Flores d’Arcais, il Fatto Quotidiano, 28 luglio 2010 (da micromega-online)

Cosa hanno in comune Sergio Marchionne e Silvio Berlusconi? A prima vista nulla. Cosmopolita l’uno (ha tre nazionalità: italiana, canadese, svizzera), con un curriculum strepitoso nel mondo finanziario e imprenditoriale di due continenti, e una carriera che nulla ha dovuto a commistioni con la politica. Provincialissimo italiota l’altro, gorgheggiatore di crociera per tardone benestanti, tycoon dei media e monopolista televisivo in Italia solo grazie agli intrallazzi col suo amico Bettino Craxi. Due mondi agli antipodi, si direbbe.

E invece condividono la cosa essenziale: un’idea di libertà proprietaria, di libertà solo per i potenti. Libertà di calpestare le libertà dei più deboli, pretendendo di stracciare le regole che ne garantiscono i diritti. Libertà come privilegio per gli “happy few”, obbedienza e silenzio per gli altri.

Questa libertà non ha nulla a che fare con la libertà nata con le rivoluzioni borghesi americana e francese. Nulla a che fare con la libertà ricamata solennemente nelle moderne Costituzioni, che si accompagna sempre a “eguaglianza e fratellanza” e da loro prende senso (vale anche il reciproco, beninteso). La libertà di Marchionne e di Berlusconi non è la libertà democratica, non è la libertà liberale, e a guardar bene non è neppure la libertà “liberista”, è la libertà dell’oppressione, la distruzione dei diritti dei “senza potere”.

Norberto Bobbio, da buon liberale“classico”, pensava che libertà e diritti dovessero progressivamente estendersi dalla sfera strettamente politica a quella della vita civile: la fabbrica, la scuola. Marchionne e Berlusconi pensano invece che anche lo Stato sia solo un’azienda, e debba dunque tutelare la logica del massimo profitto a dispetto e prevaricazione di qualsiasi altro valore. A questo punto si apre il capitolo delle differenze, delle “contraddizioni in senso al privilegio”. A Marchionne interessa uno Stato che si faccia carico delle aziende quando sono penalizzate dal mercato, con sovvenzioni di ogni tipo (da “liberista” sui generis, dunque), e che non metta bocca nelle “relazioni industriali” quando il padrone è più forte, e anzi sopprima le leggi conquistate a tutela dei lavoratori in un paio di secoli di lotte operaie.

Che insomma in fatto di diritti del salariato allinei l’Italia alla Serbia, e se poi non bastasse alla Cina di un Partito comunista da sogno, che consente di spremere gli operai peggio che a Birmingham e Manchester inizi Ottocento. Garantite queste “libertà”, il manager cosmopolita è magari anche favorevole a porre argini alla corruzione dei politici che spolpano il Paese, e assieme alle Marcegaglia di turno e d’ordinanza a promuovere qualche convegno su “etica e affari”.

Berlusconi ha invece una visione più ampia, un orizzonte storico. Ha l’ambizione di “fare epoca”, di diventare un vivente mausoleo di se stesso. Non è in concorrenza con Napoleone ma col “Re sole”. Vuole tornare ai fasti premoderni di “L’Etat c’est moi”, benché nella versione volgarmente meneghina del “ghe pensi mi”. Non gli basta uno Stato che protegga i potenti a prevaricazione del cittadino “senza santi in paradiso”, che garantisca impunità a sé, ai suoi amici e ovviamente agli “amici degli amici”, e “attenzionamento” illegale contro i suoi avversari per imbastire ogni provocazioni o persecuzione possibile. Vuole uno Stato che sia la sua azienda, un governo illimitato (poveri “padri fondatori” degli Usa, comunisti inconsapevoli o comunque “utili idioti”, che tanto insistevano sulla democrazia come “governo limitato”!). Vuole la costituzionalizzazione del crimine e la “implementazione” delle peggiori fantasie orwelliane in fatto di totalitarismo (dal “ministero dell’amore” alla “neolingua” che significa l’opposto del linguaggio ordinario, non dimenticando il “tutti gli animali sono eguali ma qualche animale è più eguale degli altri”, dove i “più eguali” sono i maiali).

Se il modello di Marchionne è il “progressista” Hu Jintao, la stella polare di Berlusconi è Putin, e il suo regime di ex Kgb e oligarchi.

Marchionne e Berlusconi sono perciò certamente i dioscuri della libertà, ma nel senso della LIBERTÀ MANNARA. La negazione compiuta delle libertà tout court, che ancora dovrebbero essere le nostre, stante la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista.

(28 luglio 2010)

E ora che si fa, si vota?


Editoriale di Pietro Orsatti, da gli italiani del 29 luglio 2010

Facciamo il punto. Approvata la manovra la situazione all’interno del Pdl e della maggioranza può precipitare da un momento all’altro. Non c’è più una buona ragione per evitare la crisi fino alle estreme conseguenze, ovvero le elezioni anticipate. Oggi il Pdl potrebbe espellere i finiani e molto difficilmente Casini con l’Udc andrebbe a prendere il loro posto dentro la maggioranza.

Dopo le dimissioni del sottosegretario Cosentino e quelle dei ministri Scajola e Brancher ora tocca a Caliendo. Non sarà oggi, non sarà domani, ma entro l’autunno Caliendo cadrà. Come cadrà Verdini da coordinatore del Pdl, nonostante la sua strenua difesa. Non sarà Tangentopoli, ma ci somiglia molto con l’aggiunta della P2 in salsa P3. E con tanto di inquinamento di settori della magistratura. La maggioranza lo sa, compresa la Lega. E infatti anche l’impavido Bossi ha ammesso ieri che proprio delle inchieste su “cricca e P3” ha paura.

Dell’Utri manda messaggi ai co-indagati: “non parlate, io non parlo”. Da chissà quale “eroe” avrà mutuato questo tipo di atteggiamento, di cultura. La politica si trasferisce nei palazzi di giustizia? E Come? E con quali conseguenze? Staremo a vedere, ma non si tratta di una tempesta passeggera.

La legge sulle intercettazioni non piace più a Berlusconi. L’hanno stravolta alla Camera, fa sapere. E quindi sembrerebbe intenzionato a ritirarla. La ritira? Forse no, o forse si. Vedremo. In ogni caso una sconfitta per l’uomo del fare intollerabile. E nel partito dell’amore quando il capo è frustrato di solito si sente tintinnar di sciabole.

Sul fronte mafia c’è Ciancimino che ancora non ha riconosciuto il fantomatico signor Franco, ci sono allarmi seri di possibili attentati (a quanto pare quelle maledette intercettazioni servono, eccome se servono) ai pm palermitani e anche alla squadra mobile sempre di Palermo, e intanto la Lega non riesce ad ammettere che i soldi della ‘ndrangheta (e gli uomini dell’organizzazione criminale) a Nord ci sono, condizionano, prosperano. Si va avanti.

La Fiat esternalizza, Mirafiori traballa, Cisl e Uil non sanno più che fare, hanno creduto a Marchionne su Pomigliano e ora per loro è molto difficile fare un passo indietro. La Cgil è sola, non da ora. Va avanti coerentemente per quanto può, ma il progetto dei vertici Fiat diventa sempre più chiaro. Dopo essere stata salvata con una pioggia (durata decenni) di aiuti pubblici ora non vede l’ora di trasferire altrove lavoro e produzione. In ogni paese civile gli si chiederebbe di ridare indietro i soldi, da noi no.

Nel centro sinistra si sente l’avvicinarsi di scelte importanti e inevitabili se si andrà a elezioni anticipate. Un sondaggio dice che in molti vedono Bersani come più affidabile ma preferiscono Vendola. Perché, secondo gli intervistati, il governatore della Puglia ha molte più possibilità di sconfiggere Berlusconi del segretario del Pd. L’Idv non sa più che pesci pigliare, Di Pietro Vendola proprio non lo regge mentre il suo scalpitante “delfino” De Magistris da mesi con Vendola ci parla e fa iniziative politiche insieme. E a Tonino la cosa non piace. Ma alla fine dovrà fare buon viso a cattivo gioco. Come alla fine dovrà farlo anche D’Alema, senza provare prima però a opporsi a questo processo in ogni modo. Non temiamo, il Pd cercherà in ogni modo di evitare le primarie. Perché la dirigenza del partito sa benissimo che se si andasse a cercare il consenso fra gli elettori sui candidati finora fatti intravedere perderebbero sonoramente. Vendola non sarà una novità, come dice D’Alema, ma è un fenomeno di cui la dirigenza del caminetto ha una paura tremenda. Perché ha un sogno. E sa raccontarlo alla gente.

E noi? Noi abbiamo la necessità di tornare a parlare, a darci voce, a metterci la faccia. Dobbiamo tornare, dopo quindici anni di stanchezza, a fare politica. E smettere di delegare la sfera pubblica e politica a un ceto che ha reciso ogni collegamento reale con la società.

Caro PD,votare Vietti al CSM vuol dire mettersi d’accordo col cortigiano che ha cancellato il falso in bilancio per salvare Berlusconi e i berluscones

di don Paolo Farinella, da Domani-Arcoiris.Tv

29 luglio 2010

I giochi sembrano fatti ed è «fatto» anche il PD. Se questo partito vota in parlamento Michele Vietti-UDC come membro laico (tenetemi che scoppio dal ridere!) del Consiglio Superiore della Magistratura, il giro di boa è completo e il PD perde ogni credibilità non solo di fare finta di stare all’opposizione, ma di esistere come partito. Valutino i «soloni» dell’inciucio se un Vietti val bene una messa da medico della mutua. Sembra inoltre che l’accordo tra D’Alema e Casini, cioè due simili e per giunta omeopatici, preveda che Vietti diventi Vice presidente del Consiglio stesso. Se così fosse, il colpo di grazia alla giustizia sarebbe totale e senza anestesia. Il PD è la pallottola calda usata da Berlusconi per assassinare l’indipendenza della Magistratura: un colpo secco di UDC al cuore della Giustizia.

Michele Vietti è vicepresidente dei deputati Udc alla Camera e fu sottosegretario alla Giustizia del ministro leghista Castelli; basterebbe solo questo accreditamento per garantire la sua ineleggibilità per motivi etici, politici e di opportunità. Pare invece che Bersani voglia un siglare un patto con Casini: voglia cioè impiccarsi da solo; per questa strada perderà la maggior parte delle persone che ancora fremono di sdegno e di indignazione per l’inesistenza politica del PD.

Con Vietti vicepresidente del CSM Berlusconi è garantito a vita e anche oltre la morte. Egli infatti fu uno dei padri ignobili della depenalizzazione del falso in bilancio (2001), permettendo l’assoluzione di Berlusconi al processo «All Iberian» perché «il fatto non costituisce “più” reato». Sì, la risposta è giusta! IL falsificatore di professione di bilanci, l’esportatore di valuta, il corrotto e corruttore per vocazione non fu assolto perché «il fatto del falso in bilancio non costituisce reato», ma perché «non lo costituisce più». In altre parole: non può essere processato perché la legge che depenalizza il falso in bilancio, promossa da Vietti, è stata abolita. Caro PD, dimmi con chi vai e ti dirò che sei.

Vietti è stato per cinque anni nel governo Berlusconi, appoggiando e approvando ogni nefandezza con un pelo lungo dieci metri sulla coscienza e sulla morale, salvo sfoderare queste armi contro le coppie di fatto, i conviventi, i tossicodipendenti e gli omosessuali. Bevono sentina da mattina a sera e starnutano all’odore di acqua aromatica. Nel 2004 ha dichiarato con candore da bambino di prima comunione, vestito di bianco con gli occhi arrotati da estasi: «Sono contrario a cambiare di nuovo il falso in bilancio: una nuova riforma farebbe sospettare che la precedente sia stata fatta per salvare dal processo qualche imputato particolare». Ammissione di colpa non chiesta, accusa manifesta. Ammette spudoratamente che ha varato la legge per il suo capo-padrone-sultano, disposto a strisciare anche sottoterra pur di avere una poltrona a disposizione, magari a doppia piazza e comodino incorporato.

Nel 2010 presenta un emendamento per protestare contro il legittimo impedimento, ma – udite! udite! – che protesta: il suo emendamento prevede la sospensione dei processi «solo per il capo del governo»; evidentemente per non dare l’impressione che la legge non sia solo per salvare il solito capo-padrone-sultano-mafioso, ma è per tutti. Tutti infatti, io, «tu, tu pare, to mare ta zia» prima o poi si diventa presidenti del consiglio e si può avere bisogno del legittimo impedimento. Per la miseria! un po’ di lungimiranza. Come fa il PD, se è sano di mente, a pensare che possa votare un essere simile? Come può solo immaginare di andare a braccetto con Casini? Perché deve andare sempre a rimorchio di qualcuno per scendere sempre più in basso?

La politica è l’arte della convergenza e non del compromesso ed è arte se riesce a trovare un equilibrio su principi generali e su persone irreprensibili, non su interessi schifosi e su manovre di equilibrismo indecente. Possibile che i dirigenti del PD non si accorgano che Berlusconi li vuole estromettere del tutto dalla vita politica e sociale del Paese? Non si rendono conto che votare Vietti o accordarsi con l’UDC può fare gli interessi di D’Alema e del suo furbo fratello Berlusconi, ma fa un genocidio nella base del partito e tra coloro che ancora adesso, nonostante tutto, sperano ancora che almeno un po’ questo partito «risorga» e si ritrovi opposizione netta, feroce, senza scampo, senza contratti, senza compromessi, senza accordi sottobanco?

Ultimo avviso al PD! Se vota Vietti al CSM, può dire definitivamente addio ad una parte rilevante della sua base, quella che contrasta Berlusconi e i suoi manutengoli, i fascisti, i finiani che sono fascisti, i clericofascisti, i dalemiani che sono gli UDC che sono il peggio del berlusconismo avvinazzato. No! non possiamo accettare questo degrado e il PD se ne accorgerà alle prossime elezioni fra due anni, se non fanno cadere prima il governo, come è prevedibile, per togliere di mezzo Fini e il referendum sull’acqua che li angoscia per la sua forza dirompente.

Se qualcuno può recapitare questa mia ai dirigenti del PD, forse fa loro un favore.

Nuova P2, mani sulla Consulta, B. sapeva tutto. E se ne vantava in tv. "La Corte e i cortigiani" - di Marco Travaglio


Fotomontaggio: Berlusconi nell'aula della Corte Costituzionale

Il Tribunale del Riesame di Roma conferma il carcere per il trio Carboni-Lombardi-Martino e spiega che proprio il geometra Pasqualino Lombardi "era riuscito ad ottenere l'assicurazione sul voto di 7 dei 15 giudici della Corte costituzionale" per il Lodo Alfano. Il 7 ottobre 2009 arrivò invece una inaspettata bocciatura. "Ma - continuano i magistrati - resta il fatto che tale ingerenza ci fu e venne esercitata su almeno 6 giudici". E il Cavaliere sapeva tutto. Tanto che proprio la sera del 7 ottobre telefonò a Porta a Porta (VIDEO) e tuonò contro Napolitano: "Bastava che intervenisse con la sua nota influenza sui giudici e ci sarebbe stato quello spostamento di due voti per far passare la legge". Un nuovo tentativo di golpe si consuma sotto gli occhi di chi si ostina a non vedere e non provvedere. Che intende fare ora il Colle per "bonificare" la Corte?

di Marco Travaglio, da Il Fatto Quotidiano.it del 29 luglio 2010

La Corte e i cortigiani

Abeneficio dei finti tonti che preferiscono non vedere e non sentire, è bene rileggere fino alla noia poche righe dell’ordinanza con cui il presidente del Tribunale del Riesame di Roma, Guglielmo Muntoni, ha confermato il carcere per il trio P3 Carboni-Lombardi-Martino: “Lombardi era riuscito a ottenere l’assicurazione sul voto, nel senso voluto dai sodali, di 7 dei 15 giudici della Corte costituzionale” per la costituzionalità dell’incostituzionalissimo lodo Alfano. Poi uno cambiò idea e il lodo fu bocciato il 7 ottobre 2009 con una maggioranza di 9 a 6: ma “resta il fatto che tale ingerenza ci fu e venne esercitata su almeno 6 giudici costituzionali che anticiparono a un soggetto come il Lombardi la loro decisione”.

Un giudice terzo, non un pm rosso di passaggio, non un ambiguo flatus vocis intercettato, ha le prove che “almeno 6 giudici” della Corte violarono il segreto della camera di consiglio e anticiparono a un faccendiere di quart’ordine, il geometra irpino Pasqualino Lombardi, il voto favorevole a una legge incostituzionale. Cioè: la Consulta è inquinata per i due quinti dei suoi componenti da giudici felloni e continuerà ad esserlo finché costoro non cesseranno dall’incarico. La stessa mafia partitocratica che regna nelle Asl, nelle fondazioni bancarie e nelle cosiddette Authority (vedi indagine di Trani) è penetrata non solo nel Csm (dove l’elezione dell’udc Vietti a vicepresidente e di politicanti di destra e sinistra a membri laici perpetuerà l’andazzo anche per la prossima consiliatura), ma addirittura nel massimo organo di garanzia sulla legittimità delle leggi dello Stato. Ciascun partito, lobby, banda, cricca, P2 e P3 ha i suoi uomini di fiducia da chiamare per pilotare, condizionare o almeno conoscere in anticipo le decisioni dell’organo costituzionale che più di ogni altro dovrebbe essere super partes, dunque impermeabile.

L’ennesimo colpo di Stato si consuma sotto gli occhi di chi si ostina a non vedere e non provvedere. Non erano dunque millanterie, fanfaronate, voci dal sen fuggite quelle captate nelle telefonate fra Lombardi e gli altri compari di P3 dopo la bocciatura del lodo: “Chist’ erano sette, so’ statt’ siempre sette, l’ottav’ nun l’ammo mai truvate… che cazz’ t’agg’a dicere… Noi ne tenevamo cinque certi e ce ne volevano (altri, ndr) tre, ne tenevamo due (incerti, ndr) e ce n’è rimasto uno… ch’amm’a fa’…”. E non erano tentativi maldestri di “quattro sfigati in pensione” le riunioni chez Verdini col sottosegretario Caliendo, il senatore Dell’Utri, i giudici Martone e Miller, collegati via cavo con Carboni, Martino e Lombardi, alla vigilia del voto della Consulta.

L’ha confessato Lombardi ai pm: “Facevo pressioni sulla Corte per acquisire meriti con Berlusconi”. E B. sapeva tutto, se è vero che la sera del 7 ottobre tuonò a Porta a Porta: “Il presidente della Repubblica aveva garantito con la sua firma che la legge sarebbe stata approvata dalla Consulta. Bastava che intervenisse con la sua nota influenza sui giudici e ci sarebbe stato quello spostamento di due voti che avrebbe fatto passare la legge. E su Napolitano le mie dichiarazioni potrebbero essere anche più esplicite e dirette…”. Come poteva il premier conoscere i numeri top secret dei voti favorevoli e contrari al lodo? Chi gli aveva detto che, per raggiungere la maggioranza di 8 a 15, bastava uno “spostamento di due voti”? Un mese prima L’espresso aveva rivelato che due dei giudici pro-lodo, Mazzella e Napolitano (solo omonimo del capo dello Stato) avevano cenato con B., Alfano e Gianni Letta. Ma quando Di Pietro osò chiedere loro di dimettersi o almeno di astenersi dal voto, restò isolato e il Colle tacque. Che intende fare ora il Quirinale, a cui spetta la nomina di 5 giudici costituzionali, per bonificare la Consulta ed evitare che gli “almeno 6 giudici” di cui sopra continuino a rispondere a questo o quel faccendiere di governo, anziché alla Costituzione repubblicana? Stavolta il solito “monito” potrebbe non bastare. Ma, finora, non è arrivato nemmeno quello.




Il solare costa meno del nucleare

di New York Times - 29 luglio 2010, da Liberacittadinanza.it

Un articolo del New York Times su uno studio americano: il sorpasso al prezzo di 0,16 dollari a chilowattora. L'energia atomica costerà sempre di più, quella che Berlusconi ha scelto.

Oggi negli Stati Uniti la produzione di energia solare costa meno di quella nucleare. Lo afferma un articolo pubblicato il 26 luglio sul New York Times, che riprende uno studio di John Blackburn, docente di economia della Duke University. Se si confrontano i prezzi attuali del fotovoltaico con quelli delle future centrali previste nel Nord Carolina, il vantaggio del solare è evidente, afferma Blackburn. «Il solare fotovoltaico ha raggiunto le altre alternative a basso costo rispetto al nucleare», afferma Blackburn, nel suo articolo Solar and Nuclear Costs - The Historic Crossover, pubblicato sul sito dell'ateneo. «Il sorpasso è avvenuto da quando il solare costa meno di 16 centesimi di dollaro a kilowattora» (12,3 centesimi di euro/kWh). Senza contare che il nucleare necessita di pesanti investimenti pubblici e il trasferimento del rischio finanziario sulle spalle dei consumatori di energia e dei cittadini che pagano le tasse.


COSTI FOTOVOLTAICO IN DISCESA - Secondo lo studio di Blackburn negli ultimi otto anni il costo del fotovoltaico è sempre diminuito, mentre quello di un singolo reattore nucleare è passato da 3 miliardi di dollari nel 2002 a dieci nel 2010. In un precedente studio Blackburn aveva dimostrato che se solare e eolico lavorano in tandem possono tranquillamente far fronte alle esigenze energetiche di uno Stato come il Nord Carolina senza le interruzioni di erogazione dovute all'instabilità di queste fonti. I costi dell'energia fotovoltaica, alle luce degli attuali investimenti e dei progressi della tecnologia, si ridurrà ulteriormente nei prossimi dieci anni.

COSTI NUCLEARE IN CRESCITA - Mentre, al contrario, i nuovi problemi sorti e l'aumento dei costi dei progetti hanno già portato alla cancellazione o al ritardo nei tempi di consegna del 90% delle centrali nucleari negli Stati Uniti, spiega Mark Cooper, analista economico dell'Istituto di energia e ambiente della facoltà di legge dell'Università del Vermont. I costi di produzione di una centrale nucleare sono regolarmente aumentati e le stime sono costantemente in crescita.


Pdl: più inchieste per tutti

di Caterina Perniconi, da Il Fatto Quotidiano del 28 luglio 2010

Parlamentari e membri del governo cadono uno a uno, ma Berlusconi dice: "La legalità è la mia stella polare". Ecco la lista di indagati e condannati del partito del premier

Il giorno dopo le parole di Gianfranco Fini “nessun incarico nel partito agli indagati”, Silvio Berlusconi ha lanciato la sua controffensiva, sostenendo impunemente: “La legalità è la mia stella polare”. Ma dalla carta d’identità con cui il Pdl si presenta a Camera e Senato si direbbe il contrario. Sono almeno 35 gli indagati o condannati che siedono in Parlamento nelle file del partito del premier, una questione morale che si è allargata con le ultime vicende relative agli appalti sulle grandi opere e con l’inchiesta sulla P3, che coinvolge moltissimi big: da Verdini a Cosentino, da Dell’Ultri al sottosegretario Caliendo. Eppure i probiviri vogliono processare l’eretico Fabio Granata.

Abrignani Ignazio (deputato): è stato indagato a Milano per dissipazione post fallimentare nelle indagini sulla bancarotta Cit, agenzia di viaggi dello Stato.
Berlusconi Silvio (premier): 2 amnistie (falsa testimonianza P2, falso in bilancio Macherio); 2 assoluzioni per depenalizzazione del reato (falso in bilancio All Iberian, Sme-Ariosto); 8 archiviazioni (6 per mafia e riciclaggio, 2 per concorso in strage); 6 prescrizioni; 3 processi in corso (frode fiscale Mediaset, corruzione in atti giudiziari Mills, frode fiscale e appropriazione indebita Mediatrade), tutti sospesi in attesa che la Consulta si pronunci sulla legge sul legittimo impedimento.
Berruti Massimo (deputato): condannato a 8 mesi per favoreggiamento per aver depistato nel 1994 le indagini sulle tangenti Fininvest.
Brancher Aldo (deputato): condannato in secondo grado per falso in bilancio e finanziamento illecito, reato prescritto (il primo) e depenalizzato (il secondo). È imputato anche per la scalata Bnl, per la quale i suoi legali hanno chiesto il legittimo impedimento nel breve periodo in cui è stato ministro per il Federalismo.
Caliendo Giacomo (senatore e sottosegretario): indagato nell’inchiesta sulla nuova P3.
Camber Giulio (senatore): condannato a 8 mesi per millantato credito nell’ambito della Kreditna Banka. Era accusato di aver preso 100 milioni di lire.
Cantoni Giampiero (senatore): ha patteggiato 2 anni per corruzione e poi per concorso in bancarotta fraudolenta.
Ciarrapico Giuseppe (senatore): 5 condanne definitive fin dagli anni ‘70 per falso e truffa.
Comincioli Romano (senatore): imputato per false fatture e bilanci truccati di Publitalia, poi prescritto. Nel 2008 la giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato respinge la richiesta di usare le intercettazioni delle sue telefonate con Stefano Ricucci per la scalata al Corriere della Sera.
Cosentino Nicola (deputato ed ex sottosegretario): accusato di legami con il clan dei Casalesi, il Parlamento ha negato la richiesta d’arresto. Indagato anche nell’inchiesta sulla P3.
De Angelis Marcello (deputato): condannato a 5 anni per banda armata e associazione sovversiva come dirigente del gruppo neofascista Terza Posizione.
De Gregorio Sergio (senatore): è stato indagato a Napoli per riciclaggio e favoreggiamento della camorra e corruzione.
Dell’Utri Marcello (senatore): sette anni in appello per concorso in associazione mafiosa per le contestazioni precedenti il 1992. È indagato a Roma nell’inchiesta sulla P3. È accusato di calunnia per aver ordito un piano per screditare alcuni pentiti palermitani che l’avevano accusato nel processo per associazione mafiosa. Deve anche riaffrontare il processo per tentata estorsione ai danni dell’imprenditore siciliano Vincenzo Garaffa.
De Luca Francesco (deputato): è stato indagato per tentata corruzione in atti giudiziari: il clan camorristico dei Guida si sarebbe rivolto a lui per un processo in Cassazione.
Farina Renato (deputato): ha patteggiato 6 mesi (pena commutata in una multa di 6.480 euro) per favoreggiamento nel processo per il sequestro di Abu Omar.
Fasano Vincenzo (senatore): condannato a 2 anni per concussione nel 2007, pena indultata.
Firrarello Giuseppe (senatore): arrestato e condannato in primo grado a Catania a 2 anni e 6 mesi per turbativa d’asta per le tangenti sulla costruzione dell’ospedale Garibaldi. Poi prescritto.
Fitto Raffaele (deputato e ministro): rinviato a giudizio per sei reati, prosciolto per altri cinque. Ancora aperti 2 casi di corruzione, un illecito nei finanziamenti ai partiti, 1 peculato da 190 mila euro e 2 abusi d’ufficio.
Grillo Luigi (senatore): L’assemblea del Senato ha negato l’uso delle intercettazioni nell’ambito della Banca popolare di Lodi. Prescritto a Genova per truffa per la Tav.
Landolfi Mario (deputato): è stato indagato per corruzione e truffa. Nella stessa inchiesta 5 pentiti chiamano in causa Nicola Cosentino.
Matteoli Altero (senatore e ministro): rinviato a giudizio per favoreggiamento riguardo un abuso edilizio all’isola d’Elba. La giunta della Camera ha negato l’autorizzazione a suo carico.
Messina Alfredo (senatore): è stato indagato per favoreggiamento nella bancarotta di HDC.
Nania Domenico (senatore): condannato nel 1980 a 7 mesi per lesioni quando militava neigruppi di estrema destra. Condannato in primo grado per abusi edilizi. Poi prescritto.
Nespoli Vincenzo (senatore): accusato di bancarotta fraudolenta e riciclaggio. L’aula del Senato ha negato l’arresto.
Nessa Pasquale (senatore): accusato di concussione, il pm aveva chiesto l’autorizzazione all’arresto.
Paravia Antonio (senatore): arrestato per corruzione nel 1995, prescritto nel 2004.
Proietti Cosimi Francesco (deputato): è stato indagato a Potenza con Vittorio Emanuele per la truffa ai Monopoli. Roma ha archiviato. È stato indagato anche nella Capitale per il filone legato agli ambulatorie alla ex signora Fini Daniela Di Sotto.
Russo Paolo (deputato): archiviato per l’ipotesi di reato di concorso esterno in associazione mafiosa quando era Presidente della Commissione parlamentare rifiuti. È stato indagato anche per violazione della legge elettorale.
Scapagnini Umberto (deputato): è stato indagato per abuso di ufficio aggravato per i parcheggi sotterranei a Catania.
Sciascia Salvatore (senatore): condannato a 2 anni e 6 mesi per aver corrotto, quando era capo dei servizi fiscali gruppo Berlusconi, alcuni ufficiali della Gdf.
Simeoni Giorgio (deputato): è stato indagato per associazione a delinquere e corruzione per le tangenti sanità nel Lazio.
Speciale Roberto (deputato): condannato in appello a 18 mesi per peculato da parte della Procura militare perché da comandante della Gdf ha utilizzato per scopi personali aerei della Fiamme Gialle.
Tomassini Antonio (senatore): medico, condannato a 3 anni per falso: durante un parto una bambina nacque cerebrolesa ma lui contraffece il partogramma.
Valentino Giuseppe (senatore): è stato indagato per favoreggiamento, si sospetta che abbia rivelato a Ricucci che era intercettato quando era sottosegretario alla giustizia. Il Senato ha negato l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni.
Verdini Denis (deputato e coordinatore): indagato per l’inchiesta sulle Grandi opere, ora anche per la P3.

Da Il Fatto Quotidiano del 28 luglio 2010