di Redazione Il Fatto Quotidiano
30 giugno 2010
Dell’Utri, Cicchitto invia una velina: “Scandalose intimidazioni de Il Fatto”
Sogno di un paese dove parole come cultura, leggi, rispetto, uguaglianza, civiltà, umanità e pietà non siano soltanto delle belle ma purtroppo inutili parole ma rappresentino invece le basi di un popolo che ha fatto di quel sogno, di quello stupendo sogno che si chiama Costituzione Italiana, le sue fondamenta.
di Redazione Il Fatto Quotidiano
30 giugno 2010
Dell’Utri, Cicchitto invia una velina: “Scandalose intimidazioni de Il Fatto”
Dell'Utri è stato condannato a 7 anni in appello, è da tempo senatore per non finire in galera (nominato dallo psiconano e non eletto dai cittadini). Il prossimo grado di giudizio (la Cassazione) non deciderà nel merito, ma solo nella forma. Quindi, nel merito, Dell'Utri è colpevole secondo la Giustizia italiana. Se Dell'Utri rimane in libertà e percepisce lo stipendio e i benefit da parlamentare e il popolo italiano non fa una piega, allora ha ragione Marcello, fondatore, allenatore e suggeritore di Forza Italia, a definire eroe il pluriomicida Mangano. E ha ragione anche Berlusconi a definirci coglioni, e Minchiolini a fare telegiornali sull'assoluzione di Dell'Utri. Per una questione di equità, tutti i carcerati che stanno scontando una pena per condanne fino a 7 anni devono essere rilasciati. Pdl e Pdmenoelle potrebbero organizzare un indulto estivo ad hoc come nel 2006, un'altra legge bipartisan ad delinquentes. Alle prossime elezioni si potrà organizzare una riffa con tutti i nomi dei farabutti rimessi in libertà. Gli estratti diventeranno deputati e senatori della Repubblica. Un Parlamento di ex galeotti, un partito trasversale Gratta e Vinci delle Libertà. Una ideale continuazione del Parlamento attuale ripieno di condannati in via definitiva, in primo o secondo grado o indagati. Qual è il grado di sopportazione di questo Paese? C'è un Paese? Qualcuno è rimasto in casa? Un Paese in cui i giornali parlano di legge bavaglio da mesi quando si sono imbavagliati da soli da anni con interviste in ginocchio al "bibliofilo" Dell'Utri, all'"onorevole" Dell'Utri. Vorrei mandare un messaggio di solidarietà alla Federazione Nazionale Stampa Italiana: "Restituiteci i soldi delle nostre tasse con cui stampate le balle quotidiane e vergognatevi, pentitevi, mettete un cappello a punta con sopra scritto: "Venduti"".
Qualche volta ti domandi se ha senso opporsi al degrado di un popolo (Dell'Utri è solo un sintomo, lo è anche Berlusconi) e cosa fare per risvegliarlo. Ti guardi allo specchio, più vecchio, più incazzato, più disilluso. Pensi a lasciare tutto e andare via. In un Paese civile nel quale un condannato per concorso esterno alla mafia sarebbe allontanato da qualunque carica pubblica. Sarebbe in galera, evitato da tutti. Ricordi Borsellino, che sapeva di essere stato condannato a morte, e ti chiedi chi glielo ha fatto fare. Pensieri così, di chi vede crescere l'indifferenza e l'ignavia degli italiani di fronte a qualunque stupro della democrazia. Gli italiani sono i colpevoli, non tutti, ma la maggioranza assoluta certamente sì. Meritano quello che hanno e forse anche di più.
di Redazione Il Fatto Quotidiano
30 giugno 2010
dal blog di Sonia Alfano, su Il Fatto Quotidiano.it
28 giugno 2010
dal blog di Peter Gomez, su Il Fatto Quotidiano.it
29 giugno 2010
Su molti quotidiani Dashnor si è meritato una breve in basso pagina. D'altra parte era un operaio e per di più era albanese, e di questi tempi né l'uno né l'altro godono di buona stampa. A noi invece continua a sembrarci assurdo che ancora oggi si muoia sul lavoro così. E soprattutto continua a sembrarci assurdo che nessuno provi vergogna per una strage silenziosa che lascia sulla strada troppe vedove e troppi orfani che chiederanno per tutta la vita: perché?
Dashnor lavorava nel porto di Livorno in una ditta che aveva l'appalto per la sabbiatura delle imbarcazioni. E' caduto in acqua con indosso la sua tuta da lavoro, le scarpe infortunistiche e diversi attrezzi e non sapeva nuotare. E' morto inghiottito dall'acqua, a duecento chilometri da casa, dove lo aspettavano la moglie e due figli. Era venuto in Italia dall'Albania con il miraggio di una vita nuova. Aveva lasciato alle spalle le immagini della miseria e sperava di aver trovato un'altra storia. Ci stava riuscendo, voleva farcela. Poi il buio: la fine orrenda in un paese che non ha nemmeno pietà.
Perché? Perché in Italia muoiono di lavoro quasi quattro operai al giorno, 1200 ogni anno? Perché solo in Toscana si sfiorano i settanta nonostante l'impegno della Regione ormai lasciata sola a controllare e denunciare? E perché nessuno ferma questa guerra? A ogni morto le stesse domande, ogni giorno di ogni anno. E mentre i lavoratori continuano a cadere come manichini dalle impalcature o vengono travolti dai carrelli volanti o sono inghiottiti dall'acqua, a Roma il governo si occupa d'altro. Delle leggi private del premier piuttosto che di leggi che cancellino questa vergogna. Anzi, peggio, perché quel che c'era sarà cancellato: con i tagli della finanziaria l'istituto per la sicurezza sul lavoro sparirà come un fantasma. Chi controllerà le aziende, le fabbriche, i capannoni? Nessuno, spesa superflua: via.
Siamo a questo. E mentre il più grande gruppo industriale si impegna allo spasimo per introdurre a Pomigliano il computer che controlla i ritmi e cancella i diritti, nessuna voce si leva da Confindustria per dire almeno un amen per Dashnor e i suoi tanti compagni. Uomini di serie B, numeri di un sistema che non ammette debolezze e che tutto misura con il metro del profitto e del mercato. Ma noi non ci arrendiamo. Dashnor è un nostro compagno, cittadino del nostro Stato. Gli dobbiamo almeno una promessa: nessun silenzio. In questa battaglia civile vorremmo non essere soli. Per questo facciamo una modesta proposta: ogni festa dell'Unità dedichi un minuto per pronunciare il nome di Dashnor e quello delle troppe vittime di questa guerra infame.
di Pietro Orsatti - 29 giugno 2010
La condanna per associazione esterna in secondo grado al senatore Marcello Dell’Utri è e rimane un fatto storico. Prima di tutto perché si tratta di una tappa fondamentale di un percorso di indagine lungo quasi quindici anni.

Abruzzo Italy: Lui si chiama Vincenzo Lo Zito, dipendente della Croce Rossa Italiana da circa 26 anni (Maresciallo Capo del Corpo Militare della Croce Rossa Italiana), colpevole di aver reso pubblici degli illeciti amministrativi dopo averli denunciati. La persona rea di questi illeciti pare che sia niente di meno che la sorella di Gianni Letta – Maria Teresa Letta – Presidente per l’appunto del Comitato Regionale CRI dell’Abruzzo. La Croce Rossa è la più famosa istituzione italiana nel mondo. La stessa Presidente Regionale Abruzzo, dopo le denunce di illeciti amministrativi effettuate dal Maresciallo Lo Zito, ha chiesto ed ottenuto dalla Sede Centrale CRI di Roma, il trasferimento per “incompatibilità ambientale” del medesimo maresciallo dalle sedi territoriali della CRI abruzzese. I fatti contestati dal maresciallo, toccano diverse sfere, dell’agire nella pubblica amministrazione, ma attengono sempre alla stessa persona che vuole tutto sotto il suo controllo e la sua direzione. Ricorda un po’ un suo amico di famiglia che sta tentando di fare la stessa cosa con la Repubblica italiana e i suoi cittadini.
Lo Zito risponde ad una intervista approfondita sui fatti
CL: Quali illeciti ha commesso la Signora Letta?
Vincenzo Lo Zito: Amministrava il Comitato Regionale Abruzzo senza averne alcun titolo. E quindi amministrava anche dei fondi pubblici.
CL: Ti ha mai denunciato per le accuse che le rivolgi? Perché secondo te?
Vincenzo Lo Zito: No, non mi ha mai denunciato. Il perché bisognerebbe chiederlo direttamente a lei!
CL: Sul quotidiano Libero la Signora Letta ha dichiarato di aver vinto la causa contro di te, asserendo inoltre che tu sei il tassello di un progetto politico teso a colpire suo fratello e Bertolaso. Cosa c’è di vero in queste sue dichiarazioni?
Vincenzo Lo Zito: Assolutamente nulla di vero. Prima di tutto ci tengo a chiarire che la sig.ra Letta non ha vinto alcuna causa contro di me, per questo motivo, invito i giornalisti, prima di pubblicare queste interviste, ad acquisire la relativa documentazione. In secondo luogo ci tengo a comunicare che quanto denunciato da me è specificatamente riferito all’irregolare gestione della CRI Abruzzese da parte della stessa Letta! Non capisco cosa c’entri Bertolaso e Gianni Letta con l’operato di Maria Teresa Letta!
CL: In base alle dichiarazioni di Maria Teresa Letta sul quotidiano Libero, stai agendo per intraprendere una denuncia nei suoi confronti per diffamazione?
Vincenzo Lo Zito: In questo momento l’unico mio pensiero è rivolto al processo per calunnia a mio carico che si terrà il 23 giugno prossimo presso il Tribunale di Roma; solo successivamente deciderò cosa fare riguardo all’articolo su Libero uscito domenica scorsa.
CL: Quanto ti è costata fino ad oggi questa battaglia legale in termini economici?
Vincenzo Lo Zito: tanto, anzi, tantissimo! Solo per il processo in corso, la parcella dell’ottimo avvocato che mi sta difendendo, ammonta ad € 7.200,00.
CL: Quanti soldi hai dovuto spendere per far fronte ai provvedimenti di trasferimento che hai subito?
Vincenzo Lo Zito: la questione dei provvedimenti di trasferimento è ancora in corso, appena verrà definita, informerò sui relativi costi.
CL: Lo Stato Maggiore dell’Esercito Italiano ti ha interpellato per questa vicenda? Di cosa sei stato accusato?
Vincenzo Lo Zito: Le accuse che mi si rivolgono sono due. La prima riguarda delle mie esternazioni diffuse sul blog www.vincenzoozito.blogspot.com inerenti la gestione della CRI. Esternazioni che, a detta di alcuni vertici della stessa CRI, sono diffamatorie e lesive dell’onorabilità e dignità della CRI, in quanto gettano discredito sul decoro personale dei vertici, oltre che sul prestigio stesso dell’Associazione. La seconda accusa che mi viene fatta riguarda la mancata presentazione in servizio presso il XIII Centro di Mobilitazione CRI di Assisi, dove sono stato trasferito. Inutile dire che le accuse rivoltemi le trovo più che ingiuste, visto che le denunce che ho fatto avevano ed hanno tutt’ora l’esclusivo obiettivo di ripristinare la gestione amministrativa della CRI abruzzese. Riguardo al trasferimento, non posso far altro che ripetere che proprio la Commissione Medica Militare della CRI, in considerazione dell’infarto che ho avuto, dovuto a notevole stress psico fisico derivante dalla situazione in cui mi sono venuto a trovare, ha certificato la necessità che la mia sede di lavoro deve essere in un luogo non lontano dalla mia residenza. Questo sia a tutela della mia salute che a tutela della stessa CRI. Invece mi si chiede di andare a lavorare tutti i giorni a 300 km dalla mia abitazione. A questo riguardo, appare superflua ogni considerazione!
CL: Con quale giustificazione la Signora Letta amministrava i fondi pubblici destinati alla Croce Rossa, se affermi che non ne aveva i titoli?
Vincenzo Lo Zito: La sig.ra Letta dichiara di averne titolo, ma l’art. 32 dello Statuto CRI (approvato con D.P.C.M. 6 maggio 2005, n. 97), non lascia adito a dubbi! La gestione amministrativa, così come previsto dall’art. 32 dello Statuto, spetta ai Direttori Regionali (Organo amministrativo).
CL: Hai subito anche del mobbing dai tuoi superiori e colleghi? E in che maniera hanno operato questo mobbing?
Vincenzo Lo Zito: Non tutti i superiori mi sono venuti contro, per esempio i direttori regionali che si sono succeduti stavano dalla mia parte, ma anche loro sono stati trasferiti. Riguardo al comportamento dei colleghi, alcuni mi sono venuti contro, altri hanno preso le distanze, ma penso semplicemente che sia dipeso dal timore che potesse capitare anche a loro quello che stava (e che sta tutt’ora) accadendo a me!
CL: Attualmente che ruolo rivesti nella CRI? Ti hanno sospeso oppure sei in attesa di ulteriori provvedimenti?
Vincenzo Lo Zito: da settembre del 2009 sono in attesa di conoscere quale dovrà essere la mia sede lavorativa, sono tra “color che son sospesi …”
CL: Come vive la tua famiglia questa brutta storia di corruzione e clientelismo che tu hai portato alla luce?
Vincenzo Lo Zito: Se vi è stata corruzione e clientelismo all’interno della CRI abruzzese dovrà essere la magistratura a dirlo. Per quanto mi riguarda, ho denunciato presso gli Organi competenti tutti gli illeciti amministrativi e le irregolarità gestionali che ho riscontrato. Attendo fiducioso che la magistratura verifichi. Riguardo alla mia famiglia, posso dire che ho dei grandi sensi di colpa, perché l’ho caricata di troppe tensioni, sia per l’infarto che ho avuto (che è stata la conseguenza del fortissimo stress psico fisico dettato dalla situazione lavorativa), che per il tipo di battaglia che sto conducendo.
CL: Ti assiste qualche associazione che si occupa di diritti civili?
Vincenzo Lo Zito: a dire il vero non mi sono mai rivolto a questo tipo di associazioni, anche perché c’è chi mi sta sostenendo. Moltissimo aiuto lo sto avendo dagli amici di Beppe Grillo di Roma che praticamente stanno affrontando insieme a me il problema!
CL: Sul web stai facendo una campagna di sensibilizzazione per farti aiutare economicamente nell’affrontare le spese legali, quale la risposta della comunità virtuale? Riesci a ricevere degli aiuti economici?
Vincenzo Lo Zito: alcuni rispondono, altri meno! Personalmente confido nella sensibilità della gente, sono certo che mi aiuteranno ad affrontare anche questo problema, che peraltro, dovrebbe essere vissuto come un problema di tutti i cittadini. Ci tengo a puntualizzare che tutte le donazioni ricevute e che riceverò, verranno di volta in volta pubblicate sia sul mio blog, sia sui miei profili di facebook e sia sul profilo Facebook degli Amici di Beppe Grillo di Roma, così come la/le fattura/re del mio avvocato.
CL: Se dovessi perdere in maniera irreversibile il tuo lavoro cosa faresti?
Vincenzo Lo Zito: Questo tipo di lotta non cesserà comunque, sarebbe come fermare un treno in corsa! Come dicevo prima, non sono solo a condurre questa battaglia. Certo, se perdessi il lavoro, sarebbe un grosso problema per me, ma soprattutto in relazione alle responsabilità che ho nei confronti della mia famiglia che economicamente è a mio completo carico!
CL: La denuncia nei confronti della Signora Letta è stata archiviata o è tutt’ora in corso?
Vincenzo Lo Zito: Le denunce che ho fatto sono moltissime, alcune sono state archiviate, altre credo siano ancora in corso. Come ho detto prima, confido molto nella magistratura!
CL: Con la Signora Letta vi siete mai incontrati faccia a faccia nelle aule del tribunale? Cosa le diresti se la incontrassi?
Vincenzo Lo Zito: No, non ci siamo mai incontrati in aula di tribunale, ma se la dovessi incontrare – e me lo auguro – non direi nulla a lei personalmente, ma ai giudici che poi giudicheranno l’operato di entrambi.
CL: Attualmente in che rapporti sei con la Croce Rossa Italiana?
Vincenzo Lo Zito: Sono fuori dalla CRI da quando ho avuto l’infarto! Contestualmente all’infarto sono stato trasferito ad Assisi, momento in cui si è acceso l’ulteriore contenzioso con la CRI.
CL: La nomina a Commissario della Signora Letta è stata determinata dall’emergenza del terremoto del 6 aprile scorso oppure era già in carica?
Vincenzo Lo Zito: Assolutamente no, la signora Letta opera nella CRI dal 1984.
CL: Perché dici che la Signora Letta non aveva alcun titolo per firmare assegni, ordinare pagamenti e svolgere tutte quelle funzioni economiche ed amministrative per conto della Croce Rossa?
Vincenzo Lo Zito: Perché l’art. 32 dello Statuto della CRI prevede che tale incombenza spetta ai Direttori Regionali della CRI, che come ho detto prima, rappresentano l’Organo amministrativo. La Letta, invece, è l’Organo politico e le sue incombenze devono essere solo di indirizzo.
CL: I tuoi colleghi della CRI, come si stanno comportando nei tuoi confronti da quando è scoppiato questo caso?
Vincenzo Lo Zito: Alcuni mi ammirano apertamente, altri lo fanno di nascosto per paura di ritorsioni, ed altri ancora mi tengono a distanza.
CL: Intendi procedere nella tua battaglia oppure credi che prima o poi qualcosa o qualcuno potrebbe fermarti?
Vincenzo Lo Zito: Senza alcun dubbio intendo procedere.
CL: Come vorresti che si chiudesse questa vicenda?
Vincenzo Lo Zito: Sono tre le cose che vorrei si verificassero. L’archiviazione delle querele di calunnia e diffamazione, l’archiviazione del procedimento disciplinare di Stato ed in ultimo (ma non per ordine d’importanza), il ripristino della legalità e della trasparenza all’interno della CRI. Stiamo a vedere cosa accadrà …
Vincenzo Lo Zito a causa di gravi problemi economici derivati da questa vicenda che lo vede coinvolto, ha improntato una campagna di sensibilizzazione per poter avere la possibilità di portare avanti questa difficile battaglia. Attualmente, oltre a rischiare di essere licenziato, rischia dai due ai sei anni di carcere (per la querela di calunnia). La battaglia del maresciallo Lo Zito, contro lo strapotere che lo ha invaso ad ogni livello della propria vita, dovrebbe essere vissuta come la battaglia di tutti i cittadini onesti. Lo Zito confida nella solidarietà delle persone, quelle davvero perbene che vogliano aiutarlo a non mollare questa storia e a portarla avanti fino alla fine, fino a quando non si sarà fatta giustizia una volta per tutte. Vincenzo Lo Zito, come molti altri in Italia, rappresenta il volto pulito del popolo italiano, quello fatto dalla gente che crede nella giustizia ed è disposta a giocarsi tutto nella vita affinché questa giustizia venga riconosciuta per sé e per tutti gli altri. Nella vicenda con la CRI, Vincenzo Lo Zito ha già perso dei pezzi della sua vita, ma la sua determinazione sta facendo sì che questa battaglia, semmai avrà una fine con dei vincitori e vinti, divenga una vittoria della gente onesta e leale come lui.
Short URL: http://sporcaitalia.mondoraro.org/?p=106
Sosteniamo economicamente, anche con piccolissimi versamenti, Vincenzo Lo Zito in questa battaglia di Giustizia e Verità, una battaglia che riguarda anche tutti noi, perché oggi l'ingiustizia sta accadendo a Vincenzo Lo Zito, ma domani potrebbe accadere a ognugno di noi, perché ci dobbiamo rendere conto che in realtà siamo tutti Vincenzo Lo Zito.
Grazie di cuore a chiunque vorrà dargli una mano.
Anna
Qui è il blog di Vincenzo Lo Zito dove si possono fare i versamenti per sostenerlo e dove si possono trovare tutti i vari giornali, associazioni che hanno parlato del suo caso.
Leggi anche l'articolo scritto dagli Amici di Beppe Grillo di Roma:La trasparenza del Fondo di Solidarietà per il Maresciallo Vincenzo Lo Zito

Nel 1992, Luigi e Giuseppina Orsino erano due imprenditori a cui le cose andavano particolarmente bene. Cinque negozi — due di mobili e tre d’abbigliamento —, una casa in via San Sebastiano a Napoli, una villa a Diamante, un loft a Roccaraso e una barca di dieci metri. Di lì a poco, però, la camorra si sarebbe interessata ai loro affari e tra estorsioni e minacce li avrebbe portati dove sono ora, sul lastrico, costretti a “vivere letteralmente di carità”. Dopo essere stati abbandonati dallo Stato in seguito alla loro denuncia del racket, i due coniugi hanno deciso di scrivere una lettera ai giornali, minacciando di far esplodere la propria casa in caso un ufficiale giudiziario venga a chiederne lo sfratto. La Stampa ha deciso di raccontare la loro storia.
Luigi e la moglie Giuseppina, 56 e 51 anni, aspettano con le persiane serrate l’ufficiale giudiziario che da un giorno all’altro verrà a cambiare la serratura della villa in cui vivono dal 1979, come se trincerarsi dentro l’ultima delle proprietà rimasta loro dopo l’assedio di camorristi, usurai, creditori, ritardasse almeno un po’ la consapevolezza d’aver perduto la guerra cominciata 18 anni fa. «Non finiremo a rovistare nella spazzatura, c’è un limite all’umiliazione della dignità umana: se vengono a buttarci fuori ci facciamo saltare in aria» dice Luigi, camicia gialla e jeans lisi, seduto nel salone senza più quadri né suppellettili dove un paio di computer Ibm Ps2 e un sofisticato mangianastri d’epoca pre-cd rivelano il momento esatto in cui le sue finanze, fino ad allora cospicue, hanno smesso di prosperare.
Inizia tutto con la proposta di un “amico” di acquistare una proprietà ad Ercolano, che un parente degli Orsino gli aveva venduta per saldare un debito. Luigi, “per non lasciare in mezzo alla strada quel poveretto”, paga subito 130 milioni di lire in contanti. La camorra se ne accorge, e dopo una settimana manda due uomini a chiedere il pizzo. Luigi sentiva di poter affrontare le richieste economiche — e la legge a sostegno degli imprenditori sotto usura sarebbe arrivata solo sette anni dopo — ma la cifra del “dazio” sale sempre di più: 5, 10, 15 milioni al mese. Contemporaneamente crescono anche le minacce, che culminano in mitragliate contro le vetrine dei loro negozi, e il giardino di casa. Il cane di famiglia, Dark, viene ucciso.
Torna in scena l’”amico” da cui è iniziato tutto, che si scopre essere uno strozzino: dopo aver consigliato a Luigi di non opporsi ai Vollaro, la famiglia camorrista, gli propone un prestito con il 300% di interessi. Passano 12 anni in cui le cose, tra le estorsioni della camorra e gli interessi agli strozzini, precipitano. Gli Orsino vedono crollare il proprio patrimonio, licenziano 19 dipendenti, e sotto minaccia firmano finti atti di traferimento delle loro proprietà di Ercolano, Diamante e Roccaraso.
“Impossibile opporsi. Un pomeriggio dopo che avevano minacciato mio figlio all’uscita da scuola mi portano a casa del boss Vollaro, un tipo con la vestaglia di seta e i capelli impomatati. Ho preso schiaffi, pugni, sono stato gettato dalle scale, nel 2001 ho avuto un infarto e oggi ho 3 bypass. Pensavo che denunciando, come mi incoraggiava a fare lo Stato, sarei riemerso, invece sono solo”.
Gli Orsino decidono di rivolgersi alla procura di Nola per denunciare il racket, ma le procedure legali di pignoramento e bancarotta sono già avviate, e sono più veloci del sostegno dello Stato.
Le banche chiudono i conti degli Orsino, i fornitori ricorrono al pignoramento, il listino dell’asta fallimentare svende negozi e case compresa l’ultima [...] venduta il 13 ottobre scorso nonostante, grazie all’associazione antiracket di Portici, la Prefettura avesse avviato la procedura di sospensione del sequestro prevista dalla legge 44. Causa burocrazia, l’ok arriva il 25 novembre: troppo tardi per il giudice che, a discrezione, ordina agli ufficiali giudiziari di procedere. Fosse vissuto a Londra, meno di tre ore d’aereo a nord della stessa Europa, sarebbe bastato che Luigi Ursini dichiarasse bancarotta per lasciarsi i creditori alle spalle e ripartire. Qui gli resta solo di raccomandarsi al Paternostro che sta nei cieli perché gli rimetta i suoi debiti. Almeno lui. Luigi stringe a se la moglie che una volta a settimana accompagna le vecchine in chiesa per 5 euro l’ora: «Se un imprenditore sbaglia investimento è colpa sua, ma quando cade perché la criminalità controlla il territorio al posto dello Stato è diverso. Avrei voluto poter lavorare come fossi nato a Bergamo o a Torino». Ma è nato sotto il Vesuvio e , giura, ci resterà: «Con gli ultimi soldi ho comprato due taniche di benzina, se siamo condannati a morte, facciamo da soli».