Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe

.

Sogno di un paese dove parole come cultura, leggi, rispetto, uguaglianza, civiltà, umanità e pietà non siano soltanto delle belle ma purtroppo inutili parole ma rappresentino invece le basi di un popolo che ha fatto di quel sogno, di quello stupendo sogno che si chiama Costituzione Italiana, le sue fondamenta.

"C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". Paolo Borsellino da "Lezione sulla mafia" del 1989

"Il nostro è un Paese senza memoria e senza verità"
Pier Paolo Pasolini

mercoledì 30 giugno 2010

Da non credere, ho appena letto l'ultima ora su Il Fatto:"Cicchitto attacca Il Fatto, secondo lui Dell'Utri è stato condannato per colpa nostra"...

di Redazione Il Fatto Quotidiano

30 giugno 2010

Dell’Utri, Cicchitto invia una velina: “Scandalose intimidazioni de Il Fatto”

“‘Una delle cose più scandalose avvenute prima della sentenza Dell’Utri, che evidentemente alcune forze ritenevano decisiva in vista della prossima ‘campagna d’autunno’, sono state le intimidazioni ai magistrati che facevano parte della giuria rivolte dal giornale Il Fatto”. Questo il testo della velina inviata alle agenzie di stampa dal capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto. “Se c’era bisogno della dimostrazione che è in servizio permanente effettivo il network dell’odio abbiamo avuto una prova indiscutibile”.


...Qualche volta ti domandi se ha senso opporsi al degrado di un popolo e per lo scoramento a volte pensi di lasciare tutto e andare via...

dal sito di Beppe Grillo

L'Italia allo specchio

Studio Aperto sulla sentenza Dell'Utri...
(1:12)studioapertodellutri.jpg

Dell'Utri è stato condannato a 7 anni in appello, è da tempo senatore per non finire in galera (nominato dallo psiconano e non eletto dai cittadini). Il prossimo grado di giudizio (la Cassazione) non deciderà nel merito, ma solo nella forma. Quindi, nel merito, Dell'Utri è colpevole secondo la Giustizia italiana. Se Dell'Utri rimane in libertà e percepisce lo stipendio e i benefit da parlamentare e il popolo italiano non fa una piega, allora ha ragione Marcello, fondatore, allenatore e suggeritore di Forza Italia, a definire eroe il pluriomicida Mangano. E ha ragione anche Berlusconi a definirci coglioni, e Minchiolini a fare telegiornali sull'assoluzione di Dell'Utri. Per una questione di equità, tutti i carcerati che stanno scontando una pena per condanne fino a 7 anni devono essere rilasciati. Pdl e Pdmenoelle potrebbero organizzare un indulto estivo ad hoc come nel 2006, un'altra legge bipartisan ad delinquentes. Alle prossime elezioni si potrà organizzare una riffa con tutti i nomi dei farabutti rimessi in libertà. Gli estratti diventeranno deputati e senatori della Repubblica. Un Parlamento di ex galeotti, un partito trasversale Gratta e Vinci delle Libertà. Una ideale continuazione del Parlamento attuale ripieno di condannati in via definitiva, in primo o secondo grado o indagati. Qual è il grado di sopportazione di questo Paese? C'è un Paese? Qualcuno è rimasto in casa? Un Paese in cui i giornali parlano di legge bavaglio da mesi quando si sono imbavagliati da soli da anni con interviste in ginocchio al "bibliofilo" Dell'Utri, all'"onorevole" Dell'Utri. Vorrei mandare un messaggio di solidarietà alla Federazione Nazionale Stampa Italiana: "Restituiteci i soldi delle nostre tasse con cui stampate le balle quotidiane e vergognatevi, pentitevi, mettete un cappello a punta con sopra scritto: "Venduti"".
Qualche volta ti domandi se ha senso opporsi al degrado di un popolo (Dell'Utri è solo un sintomo, lo è anche Berlusconi) e cosa fare per risvegliarlo. Ti guardi allo specchio, più vecchio, più incazzato, più disilluso. Pensi a lasciare tutto e andare via. In un Paese civile nel quale un condannato per concorso esterno alla mafia sarebbe allontanato da qualunque carica pubblica. Sarebbe in galera, evitato da tutti. Ricordi Borsellino, che sapeva di essere stato condannato a morte, e ti chiedi chi glielo ha fatto fare. Pensieri così, di chi vede crescere l'indifferenza e l'ignavia degli italiani di fronte a qualunque stupro della democrazia. Gli italiani sono i colpevoli, non tutti, ma la maggioranza assoluta certamente sì. Meritano quello che hanno e forse anche di più.


1 luglio, sul web “a rete unificata” la diretta della manifestazione contro il bavaglio

da Informare per resistere

30 giugno 2010

Giovedì 1 luglio - in occasione della manifestazione nazionale promossa dalla FNSI per la libertà di informazione - la rete delle micro web tv, dei portali iperlocali, delle web tv e web radio d'università, dei blog e video blog e delle piattaforme online create dal basso rilancia online una maratona "a rete unificata".

L'evento prende il nome di Libera rete e verrà trasmesso dalle ore 17 alle ore 24 di giovedì 1 luglio dal Teatro "Lo Spazio" di Roma, in costante collegamento con piazza Navona a Roma e piazza della Libertà di Stampa a Conselice.

La lunga diretta - ideata e supportata dalla federazione delle micro web tv FEMI (cui StabiaChannel.it aderisce), Altratv.tv, Valigia Blu, Federazione Nazionale Stampa Italiana, Ipazia Promos e Current - intende presentare per la prima volta "a rete unificata" il ruolo di denuncia di Internet e delle micro web tv italiane nel panorama dell'informazione del Paese: saranno trasmesse le inchieste più significative per mostrare quanto sia condizione necessaria per la democrazia e la legalità la libertà di fare stampa e di essere informati. Ad oggi al progetto hanno aderito anche Repubblica.it, Corriere.it, Rainews24, Il Fatto Quotidiano, Youdem, U-Station, Raduni, Agoravox, Articolo 21, Premio Ilaria Alpi, Anso, Micromega, Generazione Attiva, Istituto per le politiche dell'Innovazione.

La maratona seguirà l'evolversi della manifestazione di piazza Navona e gli eventi correlati promossi dalla FNSI per la libertà di informazione e contro la legge bavaglio. Pertanto si alterneranno le immagini della manifestazione con le inchieste delle micro web tv e dei partner del progetto. Nel corso della maratona interverranno in studio e in collegamento webcam via Skype giornalisti, magistrati, micro-editori delle micro web tv. Uno spazio rilevante sarà dato alla finestra con l'estero, con la partecipazione di osservatori della stampa estera. Le micro web tv porteranno all'attenzione del pubblico anche una proposta concreta: la compartecipazione delle imprese tlc ai costi delle intercettazioni, come peraltro avviene in altri Paesi Europei.

Articoli Correlati


Pronto, chi parla? - di Marco Travaglio

di Marco Travaglio, da Il Fatto Quotidiano del 30 giugno 2010

Il prossimo ministro per i Rapporti con la Mafia festeggia con mezzo Pdl la condanna ad appena 7 anni per concorso esterno: forse, conoscendosi, s’aspettava l’ergastolo. Il suo addetto stampa Minzolingua apre il Tg1 su Taricone, poi spaccia la condanna per mafia del braccio destro del premier per un trionfo della difesa, disseminando la parola “assoluzione” in titoli e servizi, mentre la giureconsulta da riporto a Palermo strilla che “la Corte non ha creduto alla pubblica accusa… non ha creduto a Spatuzza, subito peraltro smentito da Filippo Graviano… ha spazzato via la costruzione accusatoria… crolla tutto…”. Ma non riesce a spiegare come mai, se crolla tutto, il pover’uomo s’è beccato 7 anni. Intanto il premier s’interroga un po’ inquieto su una frase del legale di Dell’Utri, Nino Mormino, che pare il sosia di Salvo Lima: “Dell’Utri è stato condannato solo per quanto avrebbe fatto prima del ‘92 per proteggere dalla mafia Berlusconi e le sue aziende…”. E su quella complementare dell’amico Marcello: “Mangano resta il mio eroe: non so se io, trovandomi al suo posto in carcere, riuscirei a resistere senza fare nomi…”. E chissà che non cominci a parlare qualcuno che in carcere è recluso da un pezzo. Già, perché la sentenza di ieri non era attesa soltanto dai politici, ma pure dai mafiosi, che fra l’altro sono gente seria. Anche loro, come chiunque abbia occhi per vedere, dovevano aver capito che una Corte più benevola, a Dell’Utri, non poteva capitare. A parte le biografie dei tre giudici
svelate dal Fatto (ma a Palermo le conoscono tutti), bastava seguire le loro mosse per farsi un’idea: no alla testimonianza di Massimo Ciancimino, apoditticamente ritenuto “contraddittorio” senza nemmeno sentirlo o guardarlo in faccia, rinunciando così, a prescindere, a un possibile riscontro alle parole di Spatuzza; no alle carte della Dda di Reggio Calabria sui rapporti telefonici tra Dell’Utri e il clan Piromalli nel 2008, perché un conto è la mafia e un altro la ‘ndrangheta; nessuna domanda a Filippo Graviano per saggiarne la credibilità quando ha provato a smentire Spatuzza (bastava chiedergli se avesse mai fatto parte di Cosa Nostra, lui avrebbe risposto di no e tutto sarebbe finito lì). Facile prevedere che a Dell’Utri le cose sarebbero andate meglio in appello che in tribunale. Ma nessuno sapeva di quanto. Ora che si è buscato 7 anni al posto di 9, il mafioso serio non può non porsi una domanda: se il sistema, pur in circostanze così propizie, non riesce neppure a salvare se stesso proteggendo l’ideatore di Forza Italia e padre fondatore della Seconda Repubblica, dove troverà la forza di mantenere le promesse lasciate in sospeso? La questione non riguarda tanto i mafiosi in libertà che, tra scudi fiscali e leggi anti-pentiti e anti-intercettazioni, non se la sono mai passata meglio. Quanto i mafiosi detenuti che, a parte il contentino della chiusura di Pianosa e Asinara, attendono ancora la ciccia: una scappatoia all’ergastolo o almeno al 41-bis. Fra questi c’è Giuseppe Graviano, vero capo di Spatuzza che, lungi dallo smentirlo, al processo ha preso tempo, lamentandosi per il 41-bis e riservandosi di parlare e decidere che dire in un secondo tempo. Ora il suo potere contrattuale, con l’assoluzione di Dell’Utri per il post-1992, aumenta a dismisura: se le parole di Spatuzza (in aggiunta a quelle di Giuffrè e agli innumerevoli fatti documentati degli anni ‘90) non sono bastate ai giudici per provare il nuovo patto Stato-mafia, che accadrebbe se parlasse Graviano? I mafiosi non badano al diritto, che ritengono inutile sovrastruttura, ma alla prassi, cioè ai rapporti di forza e potere. Sono gli ultimi marxisti su piazza. Se Dell’Utri rischia di finire in galera, vuol dire che il sistema è tutt’altro che un monolite granitico, anzi si sta sbriciolando. Come la Prima Repubblica nel 1992, quando la giustizia apparve per la prima volta uguale per tutti e infatti i mafiosi cominciarono a parlare. C’è un vecchio detto, in Sicilia: “Ad albero caduto, accetta accetta”. Dell’Utri lo conosce bene. Berlusconi potrebbe impararlo presto.


mrB. vuole far approvare la legge bavaglio prima dell'estate...Intercettazioni, Ddl alla Camera il 29 in aula, Fini: “Irragionevole testo a luglio”

di Redazione Il Fatto Quotidiano

30 giugno 2010

“Irragionevole” calendarizzare a fine luglio il ddl sulle intercettazioni. A dirlo, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Ansa, il presidente della Camera, Gianfranco Fini, al termine della conferenza dei capogruppo di Montecitorio che stamani ha indicato per il 29 luglio la data di discussione in aula alla Camera del ddl. Secondo quanto riporta l’Ansa Fini avrebbe sottolineato come il voler mettere in calendario quel testo a fine luglio sia “solo un puntiglio” considerando che la discussione slitterà a settembre comunque. Fini non avrebbe potuto rinviare il testo direttamente a dopo agosto perché facendolo sarebbe “venuto meno al proprio dovere istituzionale”. Certo è che stamani, dopo la richiesta della maggioranza di insirire nel calendario di luglio la discussione del ddl, il presidente della Camera si era limitato a prendere “atto dell’opinione prevalente dei gruppi”.

I tempi non saranno contingentati trattandosi di primo calendario. Questo, ha detto il capogruppo del Pd, Dario Franceschini, “vuol dire che il testo non verrà assolutamente votato a luglio ma che sarà necessario arrivare alla prima settimana di agosto. E’ una cosa non logica: serve solo a comprimere l’esame della manovra (economica, ndr) per un testo che comunque sarà modificato e dovrà tornare al Senato. Insomma, è una forzatura sbagliata”. Michele Vietti dell’Udc rivolte un invito al Pdl: “‘Fare una questione di puntiglio significa far spegnere la voglia di dialogare anche in chi quella voglia ha sempre dimostrato di averla”‘. Ma la maggioranza respinge l’accusa al mittente. ”Nessuna prova di forza ed è assolutamente improprio parlare di forzature”, spiega il capogruppo del Pdl, Fabrizio Cicchitto.

Fini avrebbe espresso dubbi anche sui tempi. La discussione generale della manovra economica alla Camera prenderà il via soltanto il 23 luglio, così come deciso stamani in conferenza dei capigruppo. Ma deve ancora passare per il Senato e poi servono 15 giorni per l’esame da parte delle commissioni di Montecitorio. Se dunque il provvedimento non arriva in Senato prima del 9 luglio la discussione sul ddl intercettazioni difficilmente potrà cominciare il 29.


B. sconfigge il cancro “tagliando” la ricerca

dal blog di Sonia Alfano, su Il Fatto Quotidiano.it

28 giugno 2010


Ricordate quando Silvio Berlusconi dal palco di Piazza San Giovanni a Roma, lo scorso 20 marzo, con i soliti modi trionfalistici e populistici, prometteva a colpi di slogan di sconfiggere il cancro in tre anni?
Molti, come me, sorrisero amaramente di fronte a quelle ridicole, quanto offensive, promesse. E’ stato istintivo rivolgere il proprio pensiero a tutti coloro che ogni giorno, tra una terribile diagnosi ed una sentenza di morte, devono combattere con questo mostro mai abbastanza conosciuto per essere affrontato e sconfitto in modo definitivo. Berlusconi non ha mai approfondito, non ha mai spiegato come intendesse condurre questa valorosissima battaglia. Eppure sono numerosi i ricercatori che attendono speranzosi di essere messi al corrente del piano anti-cancro, mentre lavorano con abnegazione e sottopagati nell’interesse esclusivo dei malati e della salute pubblica.

Sono circa 250mila gli italiani che ogni anno si ammalano di cancro in Italia, e che si sottopongono a cure invasive e fisicamente devastanti, e non meritano certo che la loro condizione sia sfruttata per fini elettorali o per ottenere un’ovazione da stadio o un’impennata nei sondaggi (tanto cari al Presidente del Consiglio). Tutti desideriamo che il cancro venga sconfitto, ma perchè questa remota possibilità diventi anche soltanto una speranza è necessario stanziare fondi per la ricerca.

Sappiamo, per sua stessa ammissione, che Berlusconi è un unto del Signore e probabilmente avrà relazioni con le alte sfere, e forse solo con le virtù sovrannaturali potrà riuscire in questa impresa, soprattutto in considerazione dei tagli che il suo Governo continua a sfornare, anche e soprattutto alla ricerca scientifica. Questa fondamentale attività in Italia è sempre stata sottofinanziata, ma mai come in questo momento i finanziamenti per la ricerca corrente erano stati ridotti al minimo, e poca influenza avrà l’aumento di quelli sulla ricerca finalizzata. Infatti, alla riduzione dei finanziamenti già avuta nel 2009 (pari al 25%) si sommerà un ulteriore taglio del 30% per il 2010, portando gli IRCCS (istituiti di ricovero e cura a carattere scentifico) al punto di non essere in grado di pagare gli stipendi dei ricercatori, e con un’unica soluzione: fare ricorso al 5 per mille (sempre che il governo permetta) per sopperire alle risorse mancanti. Questa soluzione, per quanto faccia affidamento alla coscienza umanitaria di un Paese generoso come il nostro, non è quello che ci si aspetta da uno Stato che vanta le proprie capacità di fronte ai capi di governo di tutto il mondo.

L’oncologia, e con essa le persone colpite da un tumore, finiranno per pagare il prezzo più alto per i tagli alle spese sanitarie imposti dalla manovra economica, a cui ‘erroneamente‘ Tremonti e altri ministrucoli e azzurrini hanno applicato l’aggettivo ‘risolutiva‘. Questo significa che non solo Berlusconi e la sua cricca di governo non sconfiggeranno il cancro, ma addirittura provocheranno una diminuizione del sostegno ai malati.

Ecco come, con sole 3 mosse, si riduce la ricerca sanitaria italiana a Cenerentola europea:

  1. Si riducono progressivamente e pesantemente i finaziamenti pubblici. I finanziamenti pubblici continuano a essere tagliati ed appare evidente che il governo è sempre più orientato a sostituirli con il “dono” del privato caritatevole o con le iniziative pubbliche di raccolta fondi;
  2. Si aumentano in maniera esponenziale i riconoscimenti di IRCCS privati e pubblici; si è scelto di aumentare il numero degli IRCCS (nel 2004 erano 30 oggi sono 43) senza un adeguato aumento dei finanziamenti; risultato: meno risorse per tutti. Nessun sostegno economico aggiuntivo è arrivato con la tanto decantata trasformazione in fondazioni, e scarsi e disomogenei sono ancora i finaziamenti che vengono erogati per le ricerca da parte delle Regioni sedi di IRCCS.
  3. Si bloccano le dotazioni organiche e i ricercatori precari sono lasciati a casa dopo 20 anni di lavoro, oppure devono andare all’estero a cercar miglior fortuna. Stiamo parlando di circa 1500 precari impiegati negli IRCCS, per i quali, a seguito del blocco delle assunzioni imposto dal Ministero, non si è potuto procedere alla stabilizzazione;
Esiste una comunità mondiale cui i ricercatori italiani possono fornire un contributo. La guerra la si vince o la si perde tutti insieme. Evidentemente Berlusconi non conosce la realtà scientifica italiana, o finge di non conoscerla. Sa il nostro Premier che l’Italia destina alla ricerca sanitaria appena lo 0,1% del Pil lordo (3 volte meno della Germania o della Gran Bretagna, 200 volte meno degli Usa)?

La salute degli italiani dipende dall’impegno che le parti interessate sono disposte a spendere per questa lotta, che ci coinvolge tutti e che non deve avere sosta. Ho scelto di impegnarmi in prima linea anche in questo, come cittadina e come eurodeputata. Con i miei colleghi, infatti, ho sostenuto fortemente la presentazione al Parlamento europeo, lo scorso 5 maggio, di una dichiarazione scritta contro il cancro al seno. Attraverso questa dichiarazione si invitano gli Stati membri ad introdurre lo screening mammografico nazionale, in conformità con gli orientamenti dell’Unione europea; si chiede in tal senso alla Commissione una relazione biennale sullo stato di attuazione dello screening mammografico in tutti i Paesi dell’Ue e si invita inoltre la stessa Commissione a sostenere studi che verifichino se lo screening è utile per le donne oltre i 69 anni di età e con meno di 50. Questo è sicuramente un contributo importante, ma non può essere l’unico, anche perchè in Italia rischia di restare solo una lettera morta se i tagli previsti continueranno a ridurre le risorse destinate alla prevenzione ed alla cura delle malattie oncologiche.

Quanto avviene nel nostro Paese è, come spesso accade, in controtendenza rispetto alle scelte politiche adottate da tutti gli Stati membri dell’Unione europea, ma soprattutto è contro i cittadini. Mentre nel resto del mondo aumentano gli investimenti destinati alla ricerca, in Italia si tagliano le già scarsissime risorse destinate a questo settore. Non ci rimane che opporci strenuamente e giorno per giorno a questo manipolo di politicanti che dimostra di avere a cuore sempre e unicamente interessi privatistici. Quegli interessi che stanno distruggendo tutti i settori pubblici del nostro Paese. La Sanità, come la scuola, è un gravissimo esempio dell’operato devastante dell’attuale esecutivo.

Federalismo demaniale...Si vendono l'Italia per coprire la loro incapacità, per spostare un po' più avanti la lancetta del default.

dal sito di Beppe Grillo

29 giugno 2010



Il federalismo demaniale è pura merda, per questo va ribattezzato federalismo fecale. I Comuni sono sull'orlo del fallimento per investimenti folli. La loro esposizione in strumenti derivati è di 40 miliardi di euro, le perdite accumulate lo scorso anno tra i 6 e gli 8 miliardi. In alcuni casi, come a Catania e a Roma, il Governo ha coperto le perdite di centinaia di milioni di euro per evitare l'interruzione dei servizi pubblici. Ora i soldi sono finiti. Le casse dello Stato sono un colabrodo. Il debito pubblico ha sfondato i 1.800 miliardi di euro. Per evitare la chiusura dei Comuni hanno inventato una manovra delinquenziale. L'esproprio e la messa in vendita di 11.009 beni dello Stato. Roba nostra, dei cittadini. Il meccanismo è semplice. Lo Stato cede la proprietà del demanio ai Comuni che lo mettono in vendita al miglior offerente con il vincolo (?) che l'alienazione serva a ridurre il debito pubblico. Vendere a chi? Ai costruttori e alla criminalità organizzata sotto prestanome. Perché è così che finirà con buona pace delle anime belle in Parlamento.
Il territorio italiano viene messo "a ricavo". Non è territorio storico, naturalistico, affettivo che tocca la nostra vita, il nostro passato, i nostri figli. No! E' "un ricavo" che ora non rende a sufficienza allo Stato (stima 189 milioni). Per questi cialtroni le Dolomiti sono un ricavo, non un patrimonio dell'Umanità. Un breve elenco dell'asta pubblica, quello completo sarà disponibile a fine luglio: Museo di Villa Giulia a Roma, la cinta fortilizia "Mura degli Angeli" a Genova, l'Idroscalo di Ostia, il teatro Nuovo Sacher, l'ex forte di Sant'Erasmo a Venezia, gli isolotti che circondano Caprera, l'isola di santo Stefano in prossimità di Ventotene, spiagge un po' ovunque da Sapri al lago di Como, parte del lungo lago di Peschiera a Verona, poligoni di tiro e caserme circondati da verde pubblico, le montagne intorno a Cortina d'Ampezzo: le Tofane, il monte Cristallo, la Croda Rossa, l'Alpe di Faloria, il Sorapis, i forti del Savonese di Madonna del Monte, di Nostra Signora degli Angeli, di Tagliata del Giovo. Questi nomi fanno male al cuore. Diventeranno alberghi, resort, cemento, palazzi, aree private sottratte alla comunità.
Si vendono l'Italia per coprire la loro incapacità, per spostare un po' più avanti la lancetta del default. Se non li fermiamo non ci rimarrà nulla, neppure gli occhi per piangere. L'Italia è nostra non di quattro politicanti e di sindaci falliti. Per impedire lo scempio i cittadini dovranno partecipare all'asta di beni di loro proprietà perché rimangano pubblici. A questo siamo arrivati...


Il Pdl e la pornografia dell’esultanza - di Peter Gomez

dal blog di Peter Gomez, su Il Fatto Quotidiano.it

29 giugno 2010

C’è qualcosa di molto triste e pornografico nell’esultanza di quasi tutto il Pdl per l’esito del processo Dell’Utri. Decine e decine di uomini e donne, mandati in Parlamento non sull’onda del voto popolare, ma per chiamata diretta del loro leader, festeggiano oggi una condanna a 7 anni per fatti di mafia. E lo fanno solo perché si dicono convinti che la sentenza abbia escluso rapporti, tra Cosa Nostra e l’ideatore di Forza Italia, nel periodo in cui questi fondava con Silvio Berlusconi il partito. Questa tesi è facile da confutare. E noi, tra qualche riga, lo faremo.

Il punto importante è però un altro. Per fortuna di tutti questo Paese è migliore di chi immeritatamente lo rappresenta in Parlamento. È migliore di quelli che a destra esultano. E di quelli che a sinistra, nelle file del Pd, per ore e ore hanno saputo solo stare in silenzio (Bersani dove sei?).

Questo infatti non è solo il Paese dei Previti, dei Dell’Utri, dei molti furbetti del quartierino che fanno scempio della decenza e dei beni della collettività. Questo è, invece, il Paese che ha dato i natali a Falcone, Borsellino. È il Paese che ha visto morire Libero Grassi, un imprenditore ucciso perché si rifiutava pizzo proprio mentre, dice il verdetto di oggi, il Cavaliere pagava e taceva. Questo è il paese della Confindustria siciliana che espelle dalla sua organizzazione non solo i collusi, ma pure chi versa tangenti alla mafia. Industriali che, codice penale alla mano, non commettono reati, ma sono vittime di un reato. Gente però che col proprio comportamento (la mancata denuncia) finisce oggettivamente per rafforzare Cosa Nostra.

Questo è il Paese delle centinaia di migliaia di associazioni di volontariato – laiche e cattoliche – che senza chiedere nulla in cambio, tutti i giorni, danno una mano a chi soffre. Questo è il Paese dei sindacati che mandano i loro iscritti a lavorare nelle terre confiscate. Ed è il Paese di chi si alza ogni mattina alle 6, paga le tasse e cerca d’insegnare qualcosa di buono ai suoi figli.

Questo è il nostro Paese.

E lo è anche se le televisioni ce lo nascondono. Anche se Augusto Minzolini continua ad usare trucchi semantici per non utilizzare nei titoli e nei servizi la parola condanna (“pena ridotta a Dell’Utri, il senatore assolto per la trattativa Stato mafia”). Anche se la nostra classe dirigente, ormai in putrefazione, continua a pensarsi specchio di una realtà che non esiste.

Perché chi esulta oggi è doppiamente truffatore. Verso il proprio elettorato, formato in maggioranza da persone per bene che mai si sognerebbero di avere rapporti continuativi con mafiosi e camorristi. E verso la Storia e la verità.

Chiunque abbia superato gli esami di procedura penale sa infatti benissimo che in appello le sentenze possono essere solo confermate o riformate. Dire, prima di averne lette le motivazioni, che il verdetto di oggi esclude i rapporti mafia e politica dopo il 1992 è un falso clamoroso. Nel dispositivo della sentenza (se è il caso) i giudici possono solo scrivere che “il fatto non sussiste”, anche se a queste conclusioni sono arrivati perché non hanno trovato abbastanza riscontri alle parole dei collaboratori di giustizia. O perché gli elementi raccolti (questi sì indiscutibili) non bastano per dimostrare che Dell’Utri, oltre aver frequentato mafiosi o loro amici anche in anni recenti, abbia loro fatto dei favori. Prima di parlare dunque è necessario aspettare.

Ma gli ipocriti e i bugiardi oggi smascherati hanno fretta. Urlano per nascondere la loro vergogna. E lo fanno forte.

Noi però, anche davanti alla furia di chi sta al Potere, non dobbiamo aver paura. Le cose, anche se a volte ci facciamo prendere dallo sconforto, stanno rapidamente cambiando. Chi mai, solo qualche anno fa, magari dopo la sentenza Andreotti, avrebbe potuto pensare che un giorno il braccio destro dell’uomo più ricco e potente d’Italia, sarebbe stato condannato in primo grado e in appello? Chi mai avrebbe potuto pensare che Berlusconi, pur forte di un’amplissima maggioranza elettorale e parlamentare, si sarebbe trovato alla guida di un governo che di settimana in settimana diventa più instabile?

Il futuro insomma è dalla nostra parte.

Noi ora dobbiamo solo immaginarlo e costruirlo.

martedì 29 giugno 2010

"È essenziale dare i nomi propri alle cose. Questo è un regime che si nasconde dietro la semantica, agisce sull’opinione pubblica, agisce sui nomi".

Non chiamiamola più democrazia

di Giovanni Perazzoli
, da micromega-online

La battaglia per bloccare la legge sulle intercettazioni ripete un copione già visto: proteste, piazze piene, appelli, firme. Alla fine un senso di impotenza. Sembra che tutto questo sforzo non porti a nulla. E torna la domanda: che fare? C’è qualcosa da fare che non abbiamo ancora fatto?

Sì, c’è ancora molto che non è stato fatto. Dal 1994 ad oggi le battaglie della stampa democratica hanno sempre considerato la parte ma non il tutto: hanno condannato specifiche azioni e leggi di Berlusconi (e sfiorato con qualche rimbrottino l’inerzia della cosiddetta opposizione), senza guardare all’insieme. Le cose non sono state chiamate con i loro nomi.

Per anni, armati di metro, di squadra, di manuali di teoria politica e di storia, abbiamo preso le misure del berlusconismo, per capire se effettivamente fossimo davanti a un regime oppure no. Il fatto che potesse sorgere questa e non un’altra domanda già avrebbe dovuto suggerire la risposta.

Si è fatta dell’accademia, ma la questione non è accademica. Chiamare le cose con il loro nome ha un significato politico concreto e decisivo. Che cosa succederebbe se la “Repubblica” (per dire un giornale molto autorevole) dichiarasse a chiare lettere l’eclissi della democrazia in Italia? Che cosa succederebbe se si desse il nome appropriato al contesto storico-politico in cui viviamo da diversi anni?

La risposta a queste domande non è scontata né facile. Certamente, se si chiamassero le cose con il loro nome, entreremmo in una nuova fase politica, che avrebbe molti aspetti imprevedibili e rischiosi, ma metterebbe fine alla finzione collettiva della normalità, che ha comunque fatto danni enormi. Se i nomi fossero quelli giusti, impegnerebbero tutti, una volta pronunciati, a stare da una parte o dall’altra. Come per magia, verrebbero inevitabilmente fuori le collusioni e le contiguità. I singoli attori di questo dramma si troverebbero subito nell’impossibilità (che fin qui è stata offerta loro a piene mani) di sottrarsi alle proprie responsabilità istituzionali.

Ci rassicura l’idea che l’Europa non permetterebbe un regime all’interno dei suoi confini. Ma si tratta, per molte ragioni che qui non si possono considerare, di un errore. In ogni caso, non si può credere che l’Europa possa fare qualcosa per noi, se noi continuiamo a nascondere i nostri panni sporchi. Al contrario, la nostra situazione ci rende più vulnerabili, come dimostra il caso Alitalia: in un paese allo sbando si possono fare buoni affari, partecipando alla sua svendita.

Ma quale è la nostra situazione? Quello che viviamo non è un fatto eccezionale. È un fenomeno politico, non solo italiano, che ha attirato l’attenzione della politologia da diversi anni. Proprio mentre la democrazia delle libere elezioni è dichiarata su scala planetaria un sistema imprescindibile di legittimazione del potere, il suo contenuto reale è decaduto. Senza i “predicati” liberali – il governo della legge, la separazione dei poteri, la difesa della libertà di parola, della libera stampa ecc. – le libere (o più o meno condizionate) elezioni diventano solo la veste che legittima e copre, in realtà, dei regimi.

Curiosamente, ne scriveva già nel lontano 1998, Gianni Riotta sul “Corriere della sera” in un articolo (22 gennaio) dedicato alle analisi di Robert Kaplan e di Fareed Zakaria. In un più recente libro (2003), The Future of Freedom. Illiberal Democracy at Home and Abroad, Fareed Zakaria ha descritto l’estendersi sul pianeta di un nuovo monstruum politico, la “democrazia illiberale”: un sistema che si legittima bensì con le elezioni e le istituzioni formali della democrazia, ma che nella realtà cancella i principi liberali della libera informazione, della legge uguale per tutti, definendo così una nuova forma di regime. L’esempio spesso ripetuto di Hitler, che è andato al potere con le elezioni, non rispecchia il fenomeno: la “democrazia illiberale” non sospende mai le elezioni, ma le rende svuota; non si autorappresenta come un regime o come una dittatura, ma di fatto esercita lo stesso autoritarismo e lo stesso tipo di censura.

Difficile non riconoscerci in questa situazione. L’Italia si trova, come direbbe la logica aristotelica, nel “genere prossimo” in cui si collocano i casi dell’Egitto di Mubarak, della Russia (di Putin), dell’Iran di Ahmadinejad … e di molti altri paesi. È vero: manteniamo una “differenza specifica”. Ma se abbiamo capito di che cosa si tratta, dobbiamo dire che questa differenza specifica, mentre contiene forse ancora l’antidoto di una società civile più o meno vivace, è però anche (proprio per questo) espressione di una maggiore sofisticazione nella finzione.

Rispetto alle democrazie illiberali – leggo nel vecchio articolo di Riotta – Robert Kaplan dichiara di preferire il Cile di Pinochet o la Cina degli autocrati comunisti per la chiarezza ed evidenza del regime. Le democrazia illiberali sono populistiche, ma rispetto al vecchio populismo hanno un bisogno mimetico più forte: devono nascondersi dietro una facciata democratica.

Torniamo allora alla domanda: abbiamo fatto tutto? Evidentemente no. È essenziale dare i nomi propri alle cose. Questo è un regime che si nasconde dietro la semantica, agisce sull’opinione pubblica, agisce sui nomi. Ha ragione Roberto Saviano quando sottolinea l’importanza del linguaggio nella tutela della libertà.

Oggi siamo ancora in tempo. Possiamo esigere che la stampa democratica usi parole che non allunghino la nostra agonia. Non basta più segnalare la parte senza denunciare il tutto.

(29 giugno 2010)

La struttura "Delta" della televisione italiana

Della struttura "Delta" della televisione italiana ne ha parlato anche Ezio Mauro in suo editoriale su Repubblica del 22 novembre 2007, qui ne riporto un passaggio:

"...La realtà è che in questo Paese ha operato e probabilmente sta operando da anni una vera e propria intelligence privata dell'informazione che non ha uguali in Occidente, un misto di titanismo primitivo e modernità, come spesso accade nelle tentazioni berlusconiane. Potremmo chiamarla, da Conrad, "struttura delta". Un'interposizione arbitraria e sofisticatissima, onnipotente perché occulta come la P2, capace di realizzare un'azione di "spin" su scala spettacolare, offuscando le notizie sgradite, enfatizzando quelle favorevoli, ruotando la giornata nel senso positivo per il Cavaliere".

QUI per leggere tutto l'articolo "la struttura Delta" su Repubblica.it
-------
C'è un passaggio nella 2° parte del video, dal minuto 5:18 al minuto 6:28, che mi ha riportato subito alla memoria una frase detta da Berlusconi durante una conferenza stampa del 2004, una frase che a mio parere, alla luce di questi fatti, acquista una valenza ancora più grave:

"Il pubblico italiano non è fatto solo di intellettuali, la media è un ragazzo di seconda media che nemmeno siede al primo banco... È a loro che devo parlare."(dal Corriere della sera, 10 dicembre 2004)

fonte dei video:
enzodifrennablog

La tv italiana gestita dagli uomini "Delta" - [1° parte]




La tv italiana gestita dagli uomini "Delta" - [2°parte] : la tecnica

Gli operai? Meglio morti

di Pietro Spataro - blog Giubbe Rosse, da l'Unità.it

16 giugno 2010

Su molti quotidiani Dashnor si è meritato una breve in basso pagina. D'altra parte era un operaio e per di più era albanese, e di questi tempi né l'uno né l'altro godono di buona stampa. A noi invece continua a sembrarci assurdo che ancora oggi si muoia sul lavoro così. E soprattutto continua a sembrarci assurdo che nessuno provi vergogna per una strage silenziosa che lascia sulla strada troppe vedove e troppi orfani che chiederanno per tutta la vita: perché?

Dashnor lavorava nel porto di Livorno in una ditta che aveva l'appalto per la sabbiatura delle imbarcazioni. E' caduto in acqua con indosso la sua tuta da lavoro, le scarpe infortunistiche e diversi attrezzi e non sapeva nuotare. E' morto inghiottito dall'acqua, a duecento chilometri da casa, dove lo aspettavano la moglie e due figli. Era venuto in Italia dall'Albania con il miraggio di una vita nuova. Aveva lasciato alle spalle le immagini della miseria e sperava di aver trovato un'altra storia. Ci stava riuscendo, voleva farcela. Poi il buio: la fine orrenda in un paese che non ha nemmeno pietà.

Perché? Perché in Italia muoiono di lavoro quasi quattro operai al giorno, 1200 ogni anno? Perché solo in Toscana si sfiorano i settanta nonostante l'impegno della Regione ormai lasciata sola a controllare e denunciare? E perché nessuno ferma questa guerra? A ogni morto le stesse domande, ogni giorno di ogni anno. E mentre i lavoratori continuano a cadere come manichini dalle impalcature o vengono travolti dai carrelli volanti o sono inghiottiti dall'acqua, a Roma il governo si occupa d'altro. Delle leggi private del premier piuttosto che di leggi che cancellino questa vergogna. Anzi, peggio, perché quel che c'era sarà cancellato: con i tagli della finanziaria l'istituto per la sicurezza sul lavoro sparirà come un fantasma. Chi controllerà le aziende, le fabbriche, i capannoni? Nessuno, spesa superflua: via.

Siamo a questo. E mentre il più grande gruppo industriale si impegna allo spasimo per introdurre a Pomigliano il computer che controlla i ritmi e cancella i diritti, nessuna voce si leva da Confindustria per dire almeno un amen per Dashnor e i suoi tanti compagni. Uomini di serie B, numeri di un sistema che non ammette debolezze e che tutto misura con il metro del profitto e del mercato. Ma noi non ci arrendiamo. Dashnor è un nostro compagno, cittadino del nostro Stato. Gli dobbiamo almeno una promessa: nessun silenzio. In questa battaglia civile vorremmo non essere soli. Per questo facciamo una modesta proposta: ogni festa dell'Unità dedichi un minuto per pronunciare il nome di Dashnor e quello delle troppe vittime di questa guerra infame.

pspataro@unita.it

La fine di Marcello, viva Berlusconi

da antimafiaduemila

di Pietro Orsatti - 29 giugno 2010
La condanna per associazione esterna in secondo grado al senatore Marcello Dell’Utri è e rimane un fatto storico. Prima di tutto perché si tratta di una tappa fondamentale di un percorso di indagine lungo quasi quindici anni.

In secondo luogo perché getta un’ombra definitiva sulla nascita di Forza Italia, sulle sue origini, rivelando, stando alla sentenza che di fatto conferma quella di primo grado nonostante l’alleggerisca (da 9 a 7 anni di reclusione), quella rete di nodi indistricabili e inconfessabili fra Cosa nostra e l’imprenditoria del Nord a partire dagli anni ’70.

È molto probabile che non si giunga a sentenza definitiva, come ha dichiarato il pg Gatto. Non per un’assoluzione in Cassazione ma per prescrizione. Forse andrà così. Forse una verità giudiziaria certa non sarà mai raggiunta.

Ma rimane il giudizio politico, che non può essere che terribile. Perché quello che è emerso in questi 14 anni di indagini e processi racconta quello che tutti, consapevolmente e no, sappiamo. Che i soldi della mafia non puzzano. Che la mafia spesso si trasforma in socio affidabile, in finanziatore discreto, in salvezza finanziaria per chi vuole azzardare affari oltre le proprie disponibilità.

Leggiamo questa sentenza di oggi: «Visti gli articoli 150 cp, 530, 531 e 605 ccp; in riforma della sentenza del tribunale di Palermo dell’11 dicembre 2004 appellata da Cinà Gaetano e Dell’Utri Marcello ed incidentalmente dal procuratore della Repubblica di Palermo si dichiara di non doversi procedere nei confronti di Cinà Gaetano, in ordine ai reati ascrittigli perchè estinti per morte del reo. Assorbita l’imputazione ascritta al capo A della rubrica di quella in cui al capo B, assolve Dell’Utri Marcello, dal reato ascrittogli, limitatamente alle condotte contestate come commesse in epoche successiva al 1992, perchè il fatto non sussiste e per l’effetto riduce la pena allo stesso inflitta ad anni sette di reclusione. Conferma nel resto l’appellata sentenza. Dell’Utri Marcello alla refusione delle spese sostenute dalle parti civili costituite Provincia regionale di Palermo e Comune di Palermo che si liquidano per ciascuna di esse in complessivi euro 7.000 oltre spese generali, Iva e Cpa come per legge. Indica – conclude la sentenza – in giorni 90 il termine per il deposito della motivazione».

Marcello Dell’Utri, secondo la sentenza di oggi e quella che l’ha preceduta, sarebbe stato uomo di cerniera, garante di affari innominabili. Paradossalmente, Dell’Utri dopo questa sentenza sarà probabilmente “scaricato” (in parte lo era già) dai suoi amici e soci. Con quel “il fatto non sussiste” relativo ai reati successivi al ’92, liquidando di fatto le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, si cancella la continuità della storia del senatore, che secondo la stessa sentenza, paradossalmente, avrebbe avuto continui rapporti con i boss (in particolare il deceduto Cinà) per interromperli di colpo per fondare i primi circoli di Forza Italia e iniziare così una formidabile carriera politica sua e del suo riferimento imprenditoriale e politico Silvio Berlusconi. Questa sarebbe stata in questi anni la vera preoccupazione del premier e dei suoi, cancellare ogni possibile collegamento fra quella stagione e quegli affari con la nascita di Forza Italia e non la condanna del senatore. Dell’Utri era sacrificabile, anche se lui ha tentato in tutti i modi di tenere saldo il legame con il suo amico e socio attraverso numerosi e non tanti velati e non avvisi rilasciati in questi anni. Ora però la situazione è molto diversa. Scaricato l’amico impresentabile tutti tireranno un sospiro di sollievo. Basta aspettare un po’ di tempo e assisteremo alla “scomparsa” di Dell’Utri e del suo impaccio giudiziario dal racconto che ci viene mostrato di Forza Italia prima e del Pdl poi.

Dell’Utri è finito, quindi viva Berlusconi. Viva, e continui a vivere. Questa sentenza non è una “pietra tombale” sulle indagini relative alla trattativa e alle stragi, come stanno dichiarando difensori e portavoce ufficiali e non del Pdl. È solo rimandare il disvelamento di quella vicenda. Perché, comunque vadano i processi e anche se non sarà mai raggiunta una verità giudiziaria su quegli anni terribili, una verità storica alla fine uscirà.

Tratto da: gliitaliani.it


Per il senatore il carcere è più vicino. Se la Cassazione conferma finirà dentro (di Marco Travaglio)

dal blog di Marco Travaglio, da Il Fatto Quotidiano.it

29 giugno 2010


Dunque, anche per la Corte d’appello di Palermo, Marcello Dell’Utri è un mafioso. Dopo cinque giorni di battaglia in camera di consiglio, i giudici più benevoli che lui abbia mai incontrato hanno stabilito quanto segue: fino al 1992, prima in casa Berlusconi, poi nella Fininvest, poi in Publitalia, ha sicuramente lavorato per Cosa Nostra (la vecchia mafia dei Bontate e Teresi, e la nuova mafia dei Riina e Provenzano) e contemporaneamente per il Cavaliere palazzinaro, finanziere, editore, tycoon televisivo.

Dopo il 1992, cioè negli anni delle stragi politico-mafiose e della successiva nascita di Forza Italia (un’idea sua), mancano le prove che abbia seguitato a farlo per il Cavaliere politico. Questo, in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza, è quanto si può dire a una prima lettura del suo dispositivo.

Qualche sito e qualche cronista (tra cui, sorprendentemente, quello di Sky) si sono subito affannati a concludere che “è stato smentito Spatuzza”: ma questo, finchè non saranno note le motivazioni, non lo può dire nessuno. Molto più probabile che i giudici abbiano stabilito, com’è giusto, che le sue parole – né confermate né smentite – da sole non bastano, senza riscontri. Riscontri che avrebbe potuto fornire Massimo Ciancimino, se i giudici Dell’Acqua, Barresi e La Commare avessero avuto la compiacenza di ascoltarlo, prima di decidere apoditticamente, senza nemmeno averlo guardato in faccia, che è “inattendibile” e “contraddittorio”.

Riscontri che già esistevano prima che Spatuzza e Ciancimino parlassero: oltre alle dichiarazioni ultra-riscontrate di Nino Giuffrè e altri collaboratori sul patto Provenzano-Dell’Utri, è proprio sul periodo successivo al 1992 che i magistrati hanno raccolto la maggiore quantità di fatti documentati e inoppugnabili: le intercettazioni del mafioso Carmelo Amato, provenzaniano di ferro, che fa votare Dell’Utri alle europee del 1999; le intercettazioni dei mafiosi Guttadauro e Aragona che organizzano la campagna elettorale per le politiche del 2001 e parlano di un patto fra Dell’Utri e il boss Capizzi nel 1999; le agende di Dell’Utri che registrano due incontri a Milano col boss Mangano nel novembre del 1994, mentre nasceva Forza Italia; la raccomandazione del baby calciatore D’Agostino per un provino al Milan, caldeggiato dai Graviano e propiziato da Dell’Utri; e così via. Vedremo dalle motivazioni come i giudici riusciranno a scavalcare questi macigni.

Ora, per Dell’Utri, il carcere si avvicina. Quello di ieri è l’ultimo giudizio di merito sulla sua vicenda: resta quello di legittimità in Cassazione, ma le speranze di farla franca attraverso una delle tante scappatoie previste dall’ordinamento a maglie larghe della giustizia italiana sono ridotte al lumicino. La prescrizione, per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa doppiamente aggravato dall’elemento delle armi e da quello dei soldi, scatta dopo 22 anni e mezzo dalla data ultima di consumazione del reato: quindi dal 1992. Il calcolo è presto fatto: se la Cassazione deciderà che davvero il reato si interrompe nel 1992, la prescrizione scatterà nel 2014-2015, quanto basta alla Suprema Corte per confermare definitivamente la condanna a 7 anni. Che non potranno essere scontati ai domiciliari secondo la norma prevista dalla ex Cirielli per gli ultrasettantenni (Dell’Utri compirà 70 anni nel 2011), perché non vale per i reati di mafia (altrimenti sarebbero a casa anche Riina e Provenzano).

Se invece la Cassazione cassasse senza rinvio la condanna, Dell’Utri avrebbe risolto i suoi problemi. Ma c’è pure il caso che la Cassazione cassi la sentenza con rinvio, accogliendo il prevedibile ricorso della Procura generale contro l’assoluzione per i fatti post-1992. Nel qual caso si celebrerebbe un nuovo appello, ma per Dell’Utri sarebbe una magra consolazione: rinvierebbe soltanto di un paio d’anni l’amaro calice del carcere, visto che, allungandosi il periodo del suo reato, si allungherebbe anche il termine di prescrizione. Semprechè, naturalmente, non venga depenalizzato il concorso esterno in associazione mafiosa.

Questa sentenza, per quanto discutibile, compromissoria e anche un po’ furbetta, aiuta a comprendere la differenza che passa tra la verità giudiziaria e quella storica, politica, morale. Nessuna persona sana di mente potrebbe credere, alla luce del dispositivo, che Cosa Nostra sia un’accozzaglia di squilibrati che si alleva un concorrente esterno, lo infiltra nell’abitazione e nelle aziende di Berlusconi per tutti gli anni 70 e 80 fino al 1992 e poi, proprio quando diventa più utile, cioè quando s’inventa un partito che riempie il vuoto lasciato da quelli che avevano garantito lunga vita alla mafia fino a quel momento, lo scarica o se ne lascia scaricare senza colpo ferire.

Una banda di pazzi che per un anno e mezzo mettono bombe e seminano terrore in tutt’Italia per sollecitare un nuovo soggetto politico che rimpiazzi quelli decimati da Tangentopoli e dalla crisi finanziaria e politica del 1992, e quando questo soggetto politico salta fuori dal cilindro non di uno a caso, ma del vecchio amico Dell’Utri, interrompono le stragi, votano in massa per Forza Italia, ma rompono i rapporti col vecchio amico Dell’Utri, divenuto senatore e rimasto al fianco del nuovo padrone d’Italia.

I giudici più benevoli mai incontrati da Dell’Utri, dopo cinque anni di appello e cinque giorni di camera di consiglio, non hanno potuto evitare di confermare che, almeno fino al 1992, esistono prove insuperabili (perfino per loro) della mafiosità di Dell’Utri. Cioè dell’uomo che ha affiancato Berlusconi nella sua scalata imprenditoriale, finanziaria, editoriale, televisiva. E che nel 1992-’93 ideò Forza Italia, nel 1995 fu arrestato per frode fiscale e nel 1996 entrò in Parlamento per non uscirne più.

Intervistato qualche mese fa da Beatrice Borromeo per il Fatto quotidiano, Dell’Utri ha candidamente confessato: “A me della politica non frega niente. Io mi sono candidato per non finire in galera”. Ecco, mentre i giudici di Palermo scrivono le motivazioni, ora la palla passa alla politica. Un’opposizione decente, ma anche una destra decente, semprechè esistano, dovrebbero assumere subito due iniziative.

1) Inchiodare Silvio Berlusconi in Parlamento con le domande a cui, dinanzi al Tribunale di Palermo, oppose la facoltà di non rispondere. Perché negli anni 70 si affidò a Dell’Utri (e a Mangano)? Perché, quando scoprì la mafiosità di almeno uno dei due (Mangano), non cacciò anche l’altro che gliel’aveva messo in casa (Dell’Utri), ma lo promosse presidente di Publitalia e poi artefice di Forza Italia? Da dove arrivavano i famosi capitali in cerca d’autore degli anni 70 e 80? Si potrebbe pure aggiungere un interrogativo fresco fresco: il presidente del Consiglio è forse ricattato o ricattabile anche su queste vicende (ieri il legale di Dell’Utri, Nino Mormino, faceva strane allusioni al prodigarsi del suo assistito fino al 1992 per “salvare dalla mafia Berlusconi e le sue aziende”)?

2) Pretendere le immediate dimissioni di Marcello Dell’Utri dal Parlamento. Quello di ieri non è un avviso di garanzia, una richiesta di rinvio a giudizio, un rinvio a giudizio, una sentenza di primo grado: è la seconda e ultima sentenza di merito. Che aspetta la politica a fare le pulizie in casa? Che i carabinieri irrompano a Palazzo Madama per prelevare il senatore e condurlo all’Ucciardone?

Il Pdl fa quadrato intorno a Dell’Utri. Silenzio inquietante del Pd. Di Pietro: "Speriamo non lo facciano ministro"

da Il Fatto Quotidiano.it

29 giugno 2010

“Anno più, anno meno, il fatto resta quello. Che è quello che Marcello Dell’Utri ha avuto rapporti penalmente rilevanti con la mafia”. Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei Valori, è il primo a commentare alle agenzie la condanna di Marcello Dell’Utri a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa, pronunciata dalla corte di Appello di Palermo. “Speriamo che Berlusconi adesso non faccia ministro pure lui”, aggiunge Di Pietro. A difendere Dell’Utri ci prova il coordinatore del Pdl, e ministro della Cultura, Sandro Bondi, esprimendo una non più precisata “profonda amarezza”. Senza sfiorare neanche il merito, Bondi si augura che la Cassazzione “riaffermi che l’Italia è la patria del diritto”. Una difesa più incisiva arriva dal vicecapogruppo vicario del Pdl al Senato, Gaetano Quagliarello, che invia al compagno di partito la sua “solidarietà convinta”.

Fiducioso nella Cassazione si dice il ministro per l’attuazione del programma di Governo, Gianfranco Rotondi che confida “in una lettura veritiera delle cose”. Mentre è di nuovo un esponente dell’Idv, Luigi De Magistris, ad entrare nel merito sottolineando che “la sentenza emessa oggi conferma che è esistito un legame e un rapporto fra il braccio destro di Berlusconi e cosa nostra”. Intanto il silenzio del Partito Democratico si sta facendo sempre più inquietante.

Nino Gatto, il procuratore generale, si dice “stupito”. “Vedremo quali sono le motivazioni.In pratica le cose dette da Spatuzza e l’intero impianto accusatorio che pure era ben piantato su questo punto non e’ stato preso nella giusta considerazione”. E ancora: “Non è vero tra l’altro che Filippo Graviano ha smentito Gaspare Spatuzza, anzi ha confermato alcuni episodi. Invece Giuseppe Graviano stava male e non ha voluto rispondere. Bisogna capire perché la corte ha deciso di eliminare la “stagione politica” da questo processo. In ogni caso sono sempre possibili ulteriori indagini. Non voglio pensare alla prescrizione, non ci ho mai pensato. La difesa valuterà se esistono i termini”.


MAFIA, DELL'UTRI CONDANNATO Adesso a Roma può accadere di tutto


di Peter Gomez, da Il Fatto Quotidiano.it

29 giugno 2010

L'ideatore di Forza Italia è stato condannato a sette anni. Ma i giudici lo considerano colpevole di concorso esterno in associazione mafiosa solo fino al 1992. Dalla sentenza restano quindi fuori il periodo della creazione del partito del Cavaliere e quello delle stragi del '93. Il collegio insomma non crede ai pentiti Gaspare Spatuzza e Nino Giuffrè. Ma resta un dato: Dell''Utri faceva da tramite tra i boss di Cosa Nostra e Berlusconi negli anni in cui nasceva il suo impero immobiliare e venivano inaugurate le sue tv. E il premier quando era stato chiamato a testimoniare sull'accaduto si era avvalso della facoltà di non rispondere. Può un uomo del genere continuare a fare il presidente del Consiglio nel Paese di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino?

La Croce Rossa Italiana tenta di mettere il bavaglio ad un dipendente che denuncia illeciti amministrativi

da Sporca Italia

20 giugno 2010


Abruzzo Italy: Lui si chiama Vincenzo Lo Zito, dipendente della Croce Rossa Italiana da circa 26 anni (Maresciallo Capo del Corpo Militare della Croce Rossa Italiana), colpevole di aver reso pubblici degli illeciti amministrativi dopo averli denunciati. La persona rea di questi illeciti pare che sia niente di meno che la sorella di Gianni Letta – Maria Teresa Letta – Presidente per l’appunto del Comitato Regionale CRI dell’Abruzzo. La Croce Rossa è la più famosa istituzione italiana nel mondo. La stessa Presidente Regionale Abruzzo, dopo le denunce di illeciti amministrativi effettuate dal Maresciallo Lo Zito, ha chiesto ed ottenuto dalla Sede Centrale CRI di Roma, il trasferimento per “incompatibilità ambientale” del medesimo maresciallo dalle sedi territoriali della CRI abruzzese. I fatti contestati dal maresciallo, toccano diverse sfere, dell’agire nella pubblica amministrazione, ma attengono sempre alla stessa persona che vuole tutto sotto il suo controllo e la sua direzione. Ricorda un po’ un suo amico di famiglia che sta tentando di fare la stessa cosa con la Repubblica italiana e i suoi cittadini.

Lo Zito risponde ad una intervista approfondita sui fatti

CL: Quali illeciti ha commesso la Signora Letta?

Vincenzo Lo Zito: Amministrava il Comitato Regionale Abruzzo senza averne alcun titolo. E quindi amministrava anche dei fondi pubblici.

CL: Ti ha mai denunciato per le accuse che le rivolgi? Perché secondo te?

Vincenzo Lo Zito: No, non mi ha mai denunciato. Il perché bisognerebbe chiederlo direttamente a lei!

CL: Sul quotidiano Libero la Signora Letta ha dichiarato di aver vinto la causa contro di te, asserendo inoltre che tu sei il tassello di un progetto politico teso a colpire suo fratello e Bertolaso. Cosa c’è di vero in queste sue dichiarazioni?

Vincenzo Lo Zito: Assolutamente nulla di vero. Prima di tutto ci tengo a chiarire che la sig.ra Letta non ha vinto alcuna causa contro di me, per questo motivo, invito i giornalisti, prima di pubblicare queste interviste, ad acquisire la relativa documentazione. In secondo luogo ci tengo a comunicare che quanto denunciato da me è specificatamente riferito all’irregolare gestione della CRI Abruzzese da parte della stessa Letta! Non capisco cosa c’entri Bertolaso e Gianni Letta con l’operato di Maria Teresa Letta!

CL: In base alle dichiarazioni di Maria Teresa Letta sul quotidiano Libero, stai agendo per intraprendere una denuncia nei suoi confronti per diffamazione?

Vincenzo Lo Zito: In questo momento l’unico mio pensiero è rivolto al processo per calunnia a mio carico che si terrà il 23 giugno prossimo presso il Tribunale di Roma; solo successivamente deciderò cosa fare riguardo all’articolo su Libero uscito domenica scorsa.

CL: Quanto ti è costata fino ad oggi questa battaglia legale in termini economici?

Vincenzo Lo Zito: tanto, anzi, tantissimo! Solo per il processo in corso, la parcella dell’ottimo avvocato che mi sta difendendo, ammonta ad € 7.200,00.

CL: Quanti soldi hai dovuto spendere per far fronte ai provvedimenti di trasferimento che hai subito?

Vincenzo Lo Zito: la questione dei provvedimenti di trasferimento è ancora in corso, appena verrà definita, informerò sui relativi costi.

CL: Lo Stato Maggiore dell’Esercito Italiano ti ha interpellato per questa vicenda? Di cosa sei stato accusato?

Vincenzo Lo Zito: Le accuse che mi si rivolgono sono due. La prima riguarda delle mie esternazioni diffuse sul blog www.vincenzoozito.blogspot.com inerenti la gestione della CRI. Esternazioni che, a detta di alcuni vertici della stessa CRI, sono diffamatorie e lesive dell’onorabilità e dignità della CRI, in quanto gettano discredito sul decoro personale dei vertici, oltre che sul prestigio stesso dell’Associazione. La seconda accusa che mi viene fatta riguarda la mancata presentazione in servizio presso il XIII Centro di Mobilitazione CRI di Assisi, dove sono stato trasferito. Inutile dire che le accuse rivoltemi le trovo più che ingiuste, visto che le denunce che ho fatto avevano ed hanno tutt’ora l’esclusivo obiettivo di ripristinare la gestione amministrativa della CRI abruzzese. Riguardo al trasferimento, non posso far altro che ripetere che proprio la Commissione Medica Militare della CRI, in considerazione dell’infarto che ho avuto, dovuto a notevole stress psico fisico derivante dalla situazione in cui mi sono venuto a trovare, ha certificato la necessità che la mia sede di lavoro deve essere in un luogo non lontano dalla mia residenza. Questo sia a tutela della mia salute che a tutela della stessa CRI. Invece mi si chiede di andare a lavorare tutti i giorni a 300 km dalla mia abitazione. A questo riguardo, appare superflua ogni considerazione!

CL: Con quale giustificazione la Signora Letta amministrava i fondi pubblici destinati alla Croce Rossa, se affermi che non ne aveva i titoli?

Vincenzo Lo Zito: La sig.ra Letta dichiara di averne titolo, ma l’art. 32 dello Statuto CRI (approvato con D.P.C.M. 6 maggio 2005, n. 97), non lascia adito a dubbi! La gestione amministrativa, così come previsto dall’art. 32 dello Statuto, spetta ai Direttori Regionali (Organo amministrativo).

CL: Hai subito anche del mobbing dai tuoi superiori e colleghi? E in che maniera hanno operato questo mobbing?

Vincenzo Lo Zito: Non tutti i superiori mi sono venuti contro, per esempio i direttori regionali che si sono succeduti stavano dalla mia parte, ma anche loro sono stati trasferiti. Riguardo al comportamento dei colleghi, alcuni mi sono venuti contro, altri hanno preso le distanze, ma penso semplicemente che sia dipeso dal timore che potesse capitare anche a loro quello che stava (e che sta tutt’ora) accadendo a me!

CL: Attualmente che ruolo rivesti nella CRI? Ti hanno sospeso oppure sei in attesa di ulteriori provvedimenti?

Vincenzo Lo Zito: da settembre del 2009 sono in attesa di conoscere quale dovrà essere la mia sede lavorativa, sono tra “color che son sospesi …”

CL: Come vive la tua famiglia questa brutta storia di corruzione e clientelismo che tu hai portato alla luce?

Vincenzo Lo Zito: Se vi è stata corruzione e clientelismo all’interno della CRI abruzzese dovrà essere la magistratura a dirlo. Per quanto mi riguarda, ho denunciato presso gli Organi competenti tutti gli illeciti amministrativi e le irregolarità gestionali che ho riscontrato. Attendo fiducioso che la magistratura verifichi. Riguardo alla mia famiglia, posso dire che ho dei grandi sensi di colpa, perché l’ho caricata di troppe tensioni, sia per l’infarto che ho avuto (che è stata la conseguenza del fortissimo stress psico fisico dettato dalla situazione lavorativa), che per il tipo di battaglia che sto conducendo.

CL: Ti assiste qualche associazione che si occupa di diritti civili?

Vincenzo Lo Zito: a dire il vero non mi sono mai rivolto a questo tipo di associazioni, anche perché c’è chi mi sta sostenendo. Moltissimo aiuto lo sto avendo dagli amici di Beppe Grillo di Roma che praticamente stanno affrontando insieme a me il problema!

CL: Sul web stai facendo una campagna di sensibilizzazione per farti aiutare economicamente nell’affrontare le spese legali, quale la risposta della comunità virtuale? Riesci a ricevere degli aiuti economici?

Vincenzo Lo Zito: alcuni rispondono, altri meno! Personalmente confido nella sensibilità della gente, sono certo che mi aiuteranno ad affrontare anche questo problema, che peraltro, dovrebbe essere vissuto come un problema di tutti i cittadini. Ci tengo a puntualizzare che tutte le donazioni ricevute e che riceverò, verranno di volta in volta pubblicate sia sul mio blog, sia sui miei profili di facebook e sia sul profilo Facebook degli Amici di Beppe Grillo di Roma, così come la/le fattura/re del mio avvocato.

CL: Se dovessi perdere in maniera irreversibile il tuo lavoro cosa faresti?

Vincenzo Lo Zito: Questo tipo di lotta non cesserà comunque, sarebbe come fermare un treno in corsa! Come dicevo prima, non sono solo a condurre questa battaglia. Certo, se perdessi il lavoro, sarebbe un grosso problema per me, ma soprattutto in relazione alle responsabilità che ho nei confronti della mia famiglia che economicamente è a mio completo carico!

CL: La denuncia nei confronti della Signora Letta è stata archiviata o è tutt’ora in corso?

Vincenzo Lo Zito: Le denunce che ho fatto sono moltissime, alcune sono state archiviate, altre credo siano ancora in corso. Come ho detto prima, confido molto nella magistratura!

CL: Con la Signora Letta vi siete mai incontrati faccia a faccia nelle aule del tribunale? Cosa le diresti se la incontrassi?

Vincenzo Lo Zito: No, non ci siamo mai incontrati in aula di tribunale, ma se la dovessi incontrare – e me lo auguro – non direi nulla a lei personalmente, ma ai giudici che poi giudicheranno l’operato di entrambi.

CL: Attualmente in che rapporti sei con la Croce Rossa Italiana?

Vincenzo Lo Zito: Sono fuori dalla CRI da quando ho avuto l’infarto! Contestualmente all’infarto sono stato trasferito ad Assisi, momento in cui si è acceso l’ulteriore contenzioso con la CRI.

CL: La nomina a Commissario della Signora Letta è stata determinata dall’emergenza del terremoto del 6 aprile scorso oppure era già in carica?

Vincenzo Lo Zito: Assolutamente no, la signora Letta opera nella CRI dal 1984.

CL: Perché dici che la Signora Letta non aveva alcun titolo per firmare assegni, ordinare pagamenti e svolgere tutte quelle funzioni economiche ed amministrative per conto della Croce Rossa?

Vincenzo Lo Zito: Perché l’art. 32 dello Statuto della CRI prevede che tale incombenza spetta ai Direttori Regionali della CRI, che come ho detto prima, rappresentano l’Organo amministrativo. La Letta, invece, è l’Organo politico e le sue incombenze devono essere solo di indirizzo.

CL: I tuoi colleghi della CRI, come si stanno comportando nei tuoi confronti da quando è scoppiato questo caso?

Vincenzo Lo Zito: Alcuni mi ammirano apertamente, altri lo fanno di nascosto per paura di ritorsioni, ed altri ancora mi tengono a distanza.

CL: Intendi procedere nella tua battaglia oppure credi che prima o poi qualcosa o qualcuno potrebbe fermarti?

Vincenzo Lo Zito: Senza alcun dubbio intendo procedere.

CL: Come vorresti che si chiudesse questa vicenda?

Vincenzo Lo Zito: Sono tre le cose che vorrei si verificassero. L’archiviazione delle querele di calunnia e diffamazione, l’archiviazione del procedimento disciplinare di Stato ed in ultimo (ma non per ordine d’importanza), il ripristino della legalità e della trasparenza all’interno della CRI. Stiamo a vedere cosa accadrà …

Vincenzo Lo Zito a causa di gravi problemi economici derivati da questa vicenda che lo vede coinvolto, ha improntato una campagna di sensibilizzazione per poter avere la possibilità di portare avanti questa difficile battaglia. Attualmente, oltre a rischiare di essere licenziato, rischia dai due ai sei anni di carcere (per la querela di calunnia). La battaglia del maresciallo Lo Zito, contro lo strapotere che lo ha invaso ad ogni livello della propria vita, dovrebbe essere vissuta come la battaglia di tutti i cittadini onesti. Lo Zito confida nella solidarietà delle persone, quelle davvero perbene che vogliano aiutarlo a non mollare questa storia e a portarla avanti fino alla fine, fino a quando non si sarà fatta giustizia una volta per tutte. Vincenzo Lo Zito, come molti altri in Italia, rappresenta il volto pulito del popolo italiano, quello fatto dalla gente che crede nella giustizia ed è disposta a giocarsi tutto nella vita affinché questa giustizia venga riconosciuta per sé e per tutti gli altri. Nella vicenda con la CRI, Vincenzo Lo Zito ha già perso dei pezzi della sua vita, ma la sua determinazione sta facendo sì che questa battaglia, semmai avrà una fine con dei vincitori e vinti, divenga una vittoria della gente onesta e leale come lui.

Short URL: http://sporcaitalia.mondoraro.org/?p=106

Sosteniamo economicamente, anche con piccolissimi versamenti, Vincenzo Lo Zito in questa battaglia di Giustizia e Verità, una battaglia che riguarda anche tutti noi, perché oggi l'ingiustizia sta accadendo a Vincenzo Lo Zito, ma domani potrebbe accadere a ognugno di noi, perché ci dobbiamo rendere conto che in realtà siamo tutti Vincenzo Lo Zito.

Grazie di cuore a chiunque vorrà dargli una mano.

Anna

Qui è il blog di Vincenzo Lo Zito dove si possono fare i versamenti per sostenerlo e dove si possono trovare tutti i vari giornali, associazioni che hanno parlato del suo caso.

Leggi anche l'articolo scritto dagli Amici di Beppe Grillo di Roma:La trasparenza del Fondo di Solidarietà per il Maresciallo Vincenzo Lo Zito

Colpiti dalla camorra, abbandonati dallo Stato..."Pensavo che denunciando, come mi incoraggiava a fare lo Stato, sarei riemerso, invece sono solo”.

da il POST

A causa del racket della camorra, da imprenditori di successo ora gli Orsino vivono di carità La coppia ha scritto ai giornali minacciando di fare esplodere la loro casa, la Stampa ha deciso di raccontarne la storia

Nel 1992, Luigi e Giuseppina Orsino erano due imprenditori a cui le cose andavano particolarmente bene. Cinque negozi — due di mobili e tre d’abbigliamento —, una casa in via San Sebastiano a Napoli, una villa a Diamante, un loft a Roccaraso e una barca di dieci metri. Di lì a poco, però, la camorra si sarebbe interessata ai loro affari e tra estorsioni e minacce li avrebbe portati dove sono ora, sul lastrico, costretti a “vivere letteralmente di carità”. Dopo essere stati abbandonati dallo Stato in seguito alla loro denuncia del racket, i due coniugi hanno deciso di scrivere una lettera ai giornali, minacciando di far esplodere la propria casa in caso un ufficiale giudiziario venga a chiederne lo sfratto. La Stampa ha deciso di raccontare la loro storia.

Luigi e la moglie Giuseppina, 56 e 51 anni, aspettano con le persiane serrate l’ufficiale giudiziario che da un giorno all’altro verrà a cambiare la serratura della villa in cui vivono dal 1979, come se trincerarsi dentro l’ultima delle proprietà rimasta loro dopo l’assedio di camorristi, usurai, creditori, ritardasse almeno un po’ la consapevolezza d’aver perduto la guerra cominciata 18 anni fa. «Non finiremo a rovistare nella spazzatura, c’è un limite all’umiliazione della dignità umana: se vengono a buttarci fuori ci facciamo saltare in aria» dice Luigi, camicia gialla e jeans lisi, seduto nel salone senza più quadri né suppellettili dove un paio di computer Ibm Ps2 e un sofisticato mangianastri d’epoca pre-cd rivelano il momento esatto in cui le sue finanze, fino ad allora cospicue, hanno smesso di prosperare.

Inizia tutto con la proposta di un “amico” di acquistare una proprietà ad Ercolano, che un parente degli Orsino gli aveva venduta per saldare un debito. Luigi, “per non lasciare in mezzo alla strada quel poveretto”, paga subito 130 milioni di lire in contanti. La camorra se ne accorge, e dopo una settimana manda due uomini a chiedere il pizzo. Luigi sentiva di poter affrontare le richieste economiche — e la legge a sostegno degli imprenditori sotto usura sarebbe arrivata solo sette anni dopo — ma la cifra del “dazio” sale sempre di più: 5, 10, 15 milioni al mese. Contemporaneamente crescono anche le minacce, che culminano in mitragliate contro le vetrine dei loro negozi, e il giardino di casa. Il cane di famiglia, Dark, viene ucciso.

Torna in scena l’”amico” da cui è iniziato tutto, che si scopre essere uno strozzino: dopo aver consigliato a Luigi di non opporsi ai Vollaro, la famiglia camorrista, gli propone un prestito con il 300% di interessi. Passano 12 anni in cui le cose, tra le estorsioni della camorra e gli interessi agli strozzini, precipitano. Gli Orsino vedono crollare il proprio patrimonio, licenziano 19 dipendenti, e sotto minaccia firmano finti atti di traferimento delle loro proprietà di Ercolano, Diamante e Roccaraso.

“Impossibile opporsi. Un pomeriggio dopo che avevano minacciato mio figlio all’uscita da scuola mi portano a casa del boss Vollaro, un tipo con la vestaglia di seta e i capelli impomatati. Ho preso schiaffi, pugni, sono stato gettato dalle scale, nel 2001 ho avuto un infarto e oggi ho 3 bypass. Pensavo che denunciando, come mi incoraggiava a fare lo Stato, sarei riemerso, invece sono solo”.

Gli Orsino decidono di rivolgersi alla procura di Nola per denunciare il racket, ma le procedure legali di pignoramento e bancarotta sono già avviate, e sono più veloci del sostegno dello Stato.

Le banche chiudono i conti degli Orsino, i fornitori ricorrono al pignoramento, il listino dell’asta fallimentare svende negozi e case compresa l’ultima [...] venduta il 13 ottobre scorso nonostante, grazie all’associazione antiracket di Portici, la Prefettura avesse avviato la procedura di sospensione del sequestro prevista dalla legge 44. Causa burocrazia, l’ok arriva il 25 novembre: troppo tardi per il giudice che, a discrezione, ordina agli ufficiali giudiziari di procedere. Fosse vissuto a Londra, meno di tre ore d’aereo a nord della stessa Europa, sarebbe bastato che Luigi Ursini dichiarasse bancarotta per lasciarsi i creditori alle spalle e ripartire. Qui gli resta solo di raccomandarsi al Paternostro che sta nei cieli perché gli rimetta i suoi debiti. Almeno lui. Luigi stringe a se la moglie che una volta a settimana accompagna le vecchine in chiesa per 5 euro l’ora: «Se un imprenditore sbaglia investimento è colpa sua, ma quando cade perché la criminalità controlla il territorio al posto dello Stato è diverso. Avrei voluto poter lavorare come fossi nato a Bergamo o a Torino». Ma è nato sotto il Vesuvio e , giura, ci resterà: «Con gli ultimi soldi ho comprato due taniche di benzina, se siamo condannati a morte, facciamo da soli».

lunedì 28 giugno 2010

Mafia: sentenza dell'Utri domani mattina

da blitzquotidiano.it

28 giugno 2010

(AGI) Palermo - Arrivera' domani la sentenza d'appello per Marcello Dell'Utri accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. La lettura del dispositivo e' attesa tra le le 9.30 e le 10. La Corte, presieduta da Claudio Dall'Acqua, e' in camera di consiglio da venerdi' scorso. Per Dell'Utri il pg ha chiesto la condanna a 11 anni di reclusione. Il senatore del Pdl in primo grado e' stato condannato a 9 anni .


Video di Fiorello contro la legge bavaglio (durata video 1 minuto)

VIDEO: 1991, Cuffaro in tv davanti a Falcone accusa la magistratura

da Redazione Il Fatto Quotidiano.it

28 giugno 2010

Nel settembre 1991 Cuffaro, all’epoca deputato regionale, interviene ad una puntata speciale della trasmissione televisiva Samarcanda condotta da Michele Santoro in collegamento con il Maurizio Costanzo Show e dedicata alla commemorazione dell’imprenditore Libero Grassi, ucciso dalla mafia. Sul palco, alla presenza di Giovanni Falcone, si parla tra l’altro delle relazioni pericolose di Mannino col clan Cuntrera-Caruana. Cuffaro – seduto tra il pubblico – si scaglia allora con veemenza contro conduttori e intervistati: «giornalismo mafioso». Falcone fa cenno a Costanzo di non conoscerlo, mentre Cuffaro accusa la magistratura di «mettere a repentaglio e delegittimare la classe dirigente siciliana», cioè Mannino. A quel punto uno spettatore lo riconosce: «Ma quello è l’onorevole Cuffaro!». «L’onorevole Puffaro?», gli fa eco Costanzo. Che tenta più volte di riportare «l’onorevole Puffaro» alla calma.