Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe

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Sogno di un paese dove parole come cultura, leggi, rispetto, uguaglianza, civiltà, umanità e pietà non siano soltanto delle belle ma purtroppo inutili parole ma rappresentino invece le basi di un popolo che ha fatto di quel sogno, di quello stupendo sogno che si chiama Costituzione Italiana, le sue fondamenta.

"C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". Paolo Borsellino da "Lezione sulla mafia" del 1989

"Il nostro è un Paese senza memoria e senza verità"
Pier Paolo Pasolini

lunedì 31 maggio 2010

Elezioni del 2006: un documentario racconta di anomalie sulle schede bianche

Dal Corriere della Sera del 15 novembre 2006


MILANO — Uccidete la democrazia!, il nuovo film di Beppe Cremagnani ed Enrico Deaglio con la regia di Ruben H. Oliva, non è questione di sindrome da complotto ma di numeri, numeri e ore. Gli autori lo dicono subito, prima che scorrano in anteprima le immagini e Gola Profonda inizi il suo racconto.
La notte di lunedì 10 aprile 2006 è ormai sfumata nel martedì e l'Italia è in sospeso, il flusso dei dati elettorali s'è bloccato, «non si riesce a capire che sta succedendo» dice Romano Prodi, l'esito delle elezioni è più che mai in bilico e intanto a Palazzo Grazioli, quartier generale di Berlusconi, è arrivato Beppe Pisanu. Mai successo che un ministro dell'Interno lasciasse il suo posto in un momento così. C'era già stato verso le 19,20. Per convocarlo, alle 23,14 gli telefonano al Viminale, «l'hanno costretto, letteralmente costretto ad andare». Berlusconi è furibondo, «gli grida in faccia, dice che lui non è disposto a perdere per una manciata di voti». Pisanu torna al Viminale e là ci sono quelli dell'Unione. Marco Minniti, Ds, è piombato in sala stampa agitatissimo, ha cercato i funzionari, ha fatto una telefonata. Poi si è rasserenato. Testimonianze. Immagini dei tg. E Gola Profonda che racconta: più tardi, a Palazzo Grazioli, ci sono quattro uomini chiusi in una stanza. Berlusconi, Bondi, Cicchitto e, ancora, Pisanu. Il Cavaliere non ci sta. E il clima si fa pesante, per il ministro. Volano insulti, «vigliacco», «traditore». Sono le 2.44 quando Piero Fassino annuncia alle telecamere: abbiamo vinto. A quanto pare dal film, il grande imbroglio informatico è sfumato in extremis, il programma che nel sistema di trasmissione dati del Viminale trasformava le schede bianche in voti per Forza Italia è stato fermato a ventiquattromila voti dal traguardo, l'esiguo vantaggio dell'Unione. E a questo punto le immagini rallentano, scrutano il volto segnato del segretario Ds, le occhiaie scure, lo sguardo cupo, mai vista una proclamazione così. In via del Plebiscito Berlusconi fa chiamare l'onorevole Ghedini, vuole preparare un decreto che dice farà approvare dal Consiglio dei ministri per sospendere il risultato elettorale fino a un nuovo conteggio e assicura che lo farà firmare a Ciampi.

Ma dal Colle fanno sapere che il Presidente «non vuole neanche sentirla», una richiesta simile. Abbiamo evitato un golpe? «Non s'innamori dei paroloni: guardi i numeri», sorride Gola Profonda, alias uno strepitoso Elio De Capitani, l'ex «Caimano» di Moretti che nel film incarna tutte le fonti riservate dell'inchiesta. Il personaggio che racconta quella notte delle Politiche 2006 è fittizio, «ma i numeri sono veri», spiega Deaglio, «aspettiamo che intervengano i magistrati, che il ministro chiarisca, che il presidente Napolitano ci rassicuri ». Gli autori sono partiti da un libro, Il broglio, firmato da un anonimo «Agente Italiano» e uscito a maggio. Il dvd contiene i dati provincia per provincia. Numeri che il Viminale pubblica di solito «dopo 40 giorni» e fino ad oggi sono rimasti riservati. Perché? «Perché sono impresentabili, ecco perché». Al centro del «docu-thriller», il mistero delle schede bianche.
Dalle Politiche 2001 a quelle 2006, per la prima volta nella storia della Repubblica, sono crollate: da 1.692.048 ad appena 445.497, 1.246.551 in meno. Maggiore partecipazione? Ma gli elettori, al netto dei votanti all'estero, sono stati di meno: 39.424.967 contro i 40.190.274 di cinque anni fa. E soprattutto ci sono le «anomalie» statistiche. L'Italia è varia, la percentuale di «bianche» nel 2001 cambiava ad ogni regione, 2,6 in Toscana, 9,9 in Calabria, 5,5 in Sardegna... L'animazione del film fa ruotare lo Stivale come in una centrifuga, nel 2006 i dati sono omologati, «tutto dall'1 al 2%, isole comprese!». Tutto più o meno uguale, e non un posto dove le bianche non siano calate. In Campania, per dire, si è passati da 294.291 bianche a 50.145, meno duecentocinquantamila, dall'8 all'1,4%. E poi c'è la successone degli eventi. Alle 15 il primo exit-poll dà all'Unione cinque punti di scarto, come tutti i sondaggi. Ma alle 15,45 Denis Verdini, responsabile dell'ufficio elettorale di Forza Italia, dice che «alla Camera è testa a testa, lo si vedrà dopo diverse proiezioni».

E infatti: un'animazione mostra la «forbice» tra gli schieramenti che diminuisce «regolare come un diesel», ogni ora la Cdl guadagna mezzo punto e l'Unione lo perde. I primi dati del Viminale arrivano alle 20,19 e proseguono col contagocce. Alle 21,38 l'Ulivo invita a «presidiare i seggi», quando si bloccano i dati manda il segretario provinciale a Caserta. Inizia la lunga notte. Resta da scoprire l'arma del delitto. E Deaglio, nel film, vola in Florida a intervistare Clinton Curtis, programmatore informatico che nel 2001, inconsapevole, preparò un software per truccare le elezioni e poi ha denunciato tutto e ne ha fatto una battaglia. «Qualsiasi broglio le venga in mente, con la matematica si può fare». E al direttore di Diario, in mezz'ora, prepara un programma che distribuisce in automatico le bianche a uno schieramento lasciandone una percentuale tra l'1 il 2, «si può inserire nel computer centrale o a metà della rete, bastano quattro o cinque persone». Deaglio dice che le bianche mancanti e i voti in più di Forza Italia corrispondono: «Sono gli unici risultati sbagliati dagli exit-poll».
Problema: se è vero, perché Berlusconi ha perso? La tesi del film è nella domanda che Deaglio fa a Curtis: è possibile interrompere il processo? «In ogni momento». Si torna alla notte di Palazzo Grazioli. Le pressioni su Pisanu. Il «colpo di teatro», l'arresto di Provenzano l'indomani. E l'«antropologia» dei democristiani, il loro fiuto infallibile. Gola Profonda conclude: «Quella sera il ministro ha fiutato. Ha capito subito che Berlusconi era un gatto che si agitava, ma era un gatto morto. E ha agito di conseguenza».

Gian Guido Vecchi

L'associazione One International,guidata da Bono degli U2, chiede che Berlusconi venga estromesso dal G8: "False promesse sull'Africa"



da Repubblica.it

Bono Vox, gioco online contro Berlusconi

(31 maggio 2010)

L'associazione One International, guidata dal leader degli U2, chiede l'estromissione del Cavaliere dal club dei grandi: "Solo lui ha tagliato gli aiuti ai paesi poveri". E pubblica un'animazione nella quale il premier viene preso per i piedi e gettato via
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dal sito dell'Associazione: One International

Lancia il Berlu, mostriamogli come...

"I leader del G8 si incontreranno in Canada il prossimo giugno. Quasi tutti i Paesi del G8 hanno cancellato il debito e aumentato gli aiuti concreti all'Africa. Ciò ha permesso ad altri 42 milioni di bambini di andare a scuola e ha reso possibile la somministrazione di trattamenti salvavita a oltre 3 milioni di soggetti affetti da AIDS.
Solo una persona non ha mosso un dito. Anzi, il premier Berlusconi sta facendo persino meno ora di quanto non facesse 5 anni fa.
Berlusconi andrebbe espulso dal G8..."

link del gioco e della petizione sul sito dell'Associazione One International:
http://one.org/international/actnow/hurlberl/

domenica 30 maggio 2010

"Chi oggi chiede chiarezza sulle complicità istituzionali,dov´era?"

da antimafiaduemila

Caselli: ''Non si parte da zero sulla zona grigia c'e' una base di verita'''



di Alessandra Ziniti - 30 maggio 2010

Palermo. L´Italia dopo le stragi del ‘92, Giancarlo Caselli, arrivato a dirigere la Procura di Palermo sei mesi dopo, la ricorda così...

...«Un chilometro e mezzo di autostrada polverizzata a Capaci e un quartiere della civilissima Palermo trasformato in Beirut, le parole di Caponnetto: "E´ tutto finito"».

Era un´Italia davvero in ginocchio, procuratore Caselli?
«Un´Italia in ginocchio con il rischio di diventare un narco-Stato, uno Stato-mafia. Un´Italia che si è salvata riuscendo a non precipitare nel baratro in cui qualcuno voleva cacciarla. Merito di tutti, di una grande unità di intenti senza colore di casacca che ha dato risultati come la relazione della commissione Antimafia su mafia e politica approvata all´unanimità, che ha fornito nuovi strumenti, legge sui pentiti e 41 bis, e insieme nuova energia a magistrati e investigatori. Insieme ad una mobilitazione di massa per dire: "Io in uno Stato-mafia non ci voglio vivere". Ci siamo risollevati, con il concorso di tutti, Procura di Palermo in prima fila. Gli arresti dei grandi latitanti sono cominciati allora, da Riina a Bagarella, da Brusca ai fratelli Graviano, da Aglieri a Spatuzza. E 650 ergastoli, sequestri di beni e di armi da guerra. Insomma, se oggi si riapre il discorso sui mandanti occulti è anche perché abbiamo risollevato la testa».

Ma fino ad oggi si è colpita soprattutto la mafia militare, mentre le "entità" di cui parlava anche Falcone sono rimaste senza volto.
«Falcone chiedeva una legge sui collaboratori di giustizia che è arrivata solo dopo la sua morte e che è letteralmente intrisa del suo sangue. Parlo con le sue parole quando a proposito di quella che definiva "inerzia" nel mettere a punto questa legge citava gli "inquietanti rapporti della mafia con il mondo politico e i centri di potere extraistituzionale per far sorgere il sospetto che non si voglia far luce sui misteri politico-mafiosi per evitare di rimanervi coinvolti". Un´analisi spietata quella di Falcone, forse ancora molto attuale se fosse vero che qualcuno rema contro. Dell´insegnamento di Falcone dobbiamo tenere conto per tutti i processi che toccano la zona grigia».

Molti processi sono stati avviati quando lei era procuratore a Palermo, con alterne fortune.
«I processi ai cosiddetti imputati eccellenti li abbiamo fatti perché i rapporti con pezzi di politica sono nel Dna della mafia. E´ verità storica che chi si inoltra lungo il sentiero delle collusioni deve mettere in conto aggressioni e calunnie. Io ho dovuto subire una legge "contra personam" per escludermi dal concorso per la Dna perché avevamo osato toccare Andreotti. Questo è un paese che dimentica».

Perché dice questo?
«Chi oggi chiede chiarezza sulle complicità istituzionali, dov´era? C‘è una sentenza che dice che quel signore sette volte presidente del Consiglio fino al 1980 ha commesso il delitto di associazione per delinquere con la mafia. La verità sempre, e non ogni tanto. Fermo restando, sia chiaro, che Andreotti con le stragi non c´entra niente».

Appunto, e le stragi?
«Gli autori materiali della strage di Capaci sono venuti fuori da un atto istruttorio della Procura di Palermo, un verbale di interrogatorio reso a me dal pentito Santino Di Matteo dell´ottobre 93. Tutto comincia qui. Come l´inchiesta sui sistemi criminali che ha dato un grosso contributo al lavoro sulle stragifatto in simbiosi con il collega Chelazzi di Firenze. Oggi tornano ad occuparsi delle stragi magistrati con cui ho avuto l´onore di lavorare a Palermo, professionisti di straordinario spessore, onesti e, a differenza di molti che pontificano oggi, non scaltri. Uso un´espressione di Peppino Di Lello, il quale diceva: "sono tanti in teoria a riconoscere le connessioni tra mafia e potere politico ma poi in pratica colpiscono solo l´ala militare". I magistrati che indagano sulle stragi sanno assumersi le loro responsabilità e occuparsi di quello che il collega Scarpinato definisce il lato "osceno", cioè fuori scena, della mafia. Se oggi speriamo di scoprire la verità è anche perché in passato sono state portate avanti e inchieste che hanno aperto una breccia importante».

Tratto da: La Repubblica

Una campagna mondiale per chiedere la liberazione di un leader studentesco iraniano: centinaia di uomini in abiti femminili

da Repubblica.it

We are all MAJIDs

Berlusconi - Il pubblico italiano è evoluto come un bambino di dodici anni

di Alessandro, da blogaprogetto

Nemmeno nei primi banchi?

Finalmente ho trovato un filmato che cercavo da diverso tempo.
Risale al 9 dicembre del 2004, quando Berlusconi si trovava con Vespa a presentare uno dei suoi libri, “Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi”. Titolo azzeccato, quantomeno nella contiguità storico-politica, seppur con modalità differenti.

Ma non sto scrivendo questo post per far notare come un dipendente della tv pubblica – Vespa – ad ogni uscita editoriale per la casa editrice scippata dal padrone, sia lì a farsi pubblicizzare da uno che, appunto, oltre a “fare l’editore”, fa anche il presidente del consiglio. Ebbene no.

So anche che vi starete chiedendo come sia possibile rispettare il diritto di informazione per i cittadini da parte di uno che lavora in Rai ma scrive libri e confeziona trasmissioni su misura per il padrone; comunque sia, per questa volta, gliela faremo passare liscia.

Tornando al video, Berlusconi non fa altro che ammettere ingenuamente una delle sue tante verità. Ci sta dicendo quello che pensa di gran parte degli italiani, come ci tratta e a che stregua considera i suoi elettori (lo zoccolo duro, la casalinga di Voghera, eccetera eccetera). Poi dite che esagero:

"Uno studio corrente dice che la media del pubblico italiano rappresenta l’evoluzione mentale di un ragazzo che fa la seconda media…e che non sta nemmeno seduto nei primi banchi".*

Ovviamente Bruno Vespa non può che annuire accanto a lui. Perché lui scrive proprio per questo pubblico.
Quando vi dico che a loro un popolo – che poi proprio un popolo vero e proprio non è - come quello italiano gli fa comodo, anzi comodissimo, e che la riforma scolastica che hanno attuato punta ancora di più ad appiattire le menti e a spingere i futuri cittadini a delegare ogni singola decisione alla figura del padre autoritario, non credo di essere così lontano dalla realtà.

Anche se questa volta, un po’ d’accordo con Berlusconi (nonostante sia lui una delle cause principali di questa regressione) potrei proprio esserlo.

12 gennaio 2009

*= La citazione completa è stata pubblicata dal Corriere della Sera del 10 dicembre 2004: "Il pubblico italiano non è fatto solo di intellettuali, la media è un ragazzo di seconda media che nemmeno siede al primo banco... È a loro che devo parlare."

sabato 29 maggio 2010

"Più fanno leggi ad personam più dimostrano la loro debolezza": L'intervista a Marco Travaglio

da:Tempo Stretto, quotidiano online di Messina e provincia

28 maggio 2010

Era l'ospite più atteso al festival del giornalismo d'inchiesta. E non ha deluso il suo pubblico

Torinese classe ’64, editorialista e co-fondatore de Il Fatto Quotidiano. Fra i tanti nomi eccellenti presenti 2° festival del giornalismo d’inchiesta “A Chiarelettere”, Marco Travaglio era certamente il più atteso e difatti il suo incontro/spettacolo, Povera Patria, era davvero gremito, colmando ogni tipo di posto disponibile nel cortile del Complesso San Pietro che l’ospitava. Travaglio ha cominciato subito con una precisazione che ha chiarito il senso dell’intera serata: «Il titolo ha un che di pessimista, di rassegnazione che non condivido appieno, difatti penso che questo sia un momento non dico allegro ma molto interessante, soprattutto per chi fa il mestiere di giornalista ma anche per chi fa quello di cittadino. Come tutti i momenti in cui il sistema va in crisi si aprono degli squarci di libertà nei quali ci si può infilare per fare delle cose dirompenti». Il riferimento a Il Fatto Quotidiano di cui lo stesso Travaglio è anche azionista è lampante, difatti continua: «Insieme ad altri colleghi siamo riusciti a far nascere questo giornale di cui un anno fa cominciavamo a parlare proprio qui a Marsala. C’era grande prudenza anche un logico timore di non farcela ed invece abbiamo avuto una grande risposta da parte dei lettori e degli abbonati e solo a loro, oggi, dobbiamo rendere conto del nostro operato. Ma è bene sapere che non tutti i giornalisti hanno questo “potere”, anzi, la maggior parte di loro passa più tempo a cercare di convincere l’editore a pubblicare le notizie piuttosto che a cercarle. Invece noi dobbiamo solo cercare le notizie, verificarle e scrivere il pezzo. Sembra strano ma è così. Al massimo la notizia passa il giorno dopo per questioni di spazio. Forse anche Il Manifesto agisce così ma loro non possono condurre la nostra battaglia contro il finanziamento pubblico ai giornali, altro enorme conflitto di interessi. Vi spiego come funziona: ogni anno il governo, intorno all’autunno, fa sapere che eliminerà questo contributo che è vitale per molti quotidiani e così scatta la gara a chi chiama per primo per questa questua legalizzata sino a che appare Gianni Letta che annuncia sorridente che anche per questa volta il peggio è passato. Capite che c’è una spada di Damocle che pesa ogni anno sui giornali e soprattutto sugli editori? Sarebbe irrazionale credere che non abbia un peso…». Inevitabilmente Travaglio affronta la questione morale e il degrado politico italiano attuale: «C’è una magistratura che vuole fare ancora il proprio mestiere ed è riuscita ancora una volta a scoperchiare una serie di scandali in giro per l’Italia e tutto questo nonostante abbia dovuto far fronte a numerosi ostacoli al proprio operato. Nel mio ultimo libro, Ad Personam (Chiarelettere; pp. 587 € 16.90) ho contato circa 105 leggi fatte per tutelare gli interessi di una persona. Nello specifico sono 38 quelle fatte per tutelare gli interessi giudiziari, finanziari e affaristici di Silvio Berlusconi ma poi ce ne sono un’altra settantina che sono state fatte da maggioranze bipartisan, talvolta unanimi, per sistemare gli affari di poche persone: dalla legge pro-Sofri fatta dal centro-sinistra, alle leggi pro-mafia fatte dal centro-destra e dal centro-sinistra insieme, alle leggi pro-Confindustria, pro-Telecom, pro-Sismi per coprire le vergogne e le deviazioni dei nostri servizi segreti pubblici e privati, le leggi pro-Dell’Utri, pro-Previti, alle leggi per i furbetti del quartierino, l’indulto all’allargato ai reati dei colletti bianchi eppure – continua Travaglio – nonostante questa fiumana incontenibile di leggi ad personam che hanno di fatto privatizzato la seconda Repubblica, ancora la magistratura e i giornalisti riescono a fare il proprio dovere. Secondo me il fatto stesso che si continuino a progettare nuove leggi ad personam è motivo di grande ottimismo perché vuol dire che dopo 15 anni non hanno ancora ottenuto il loro scopo e dunque hanno ancora paura che qualche magistrato o qualche giornalista riesca a scoprire i loro reati, altrimenti non si vedrebbe per quale motivo, nel 2010, si vuole tentare di bloccare, anzi abolire, sia la cronaca che le indagini giudiziarie perché sono proprio questi gli obiettivi della cosiddetta legge sulle intercettazioni. Più fanno leggi ad personam più dimostrano la loro debolezza, evidentemente quello che fanno nella loro quotidianità è talmente grosso che non c’è coperchio che possa coprirlo». Quindi sembra esserci ancora un residuo di speranza per chi dissente e difatti Travaglio prosegue: «Per molti anni noi giornalisti ci siamo chiesti se esistesse un’asticella sotto la quale non si potesse scendere, un limite oltre il quale non si potesse andare. Ecco, la buona notizia è che il caso-Scajola cui, vale la pena ricordarlo, è stata acquistata una casa a sua insaputa, ha finalmente rivelato un limite invalicabile persino per gli elettori di destra che hanno subissato i loro giornali di riferimento di lettere di protesta. Pensate che quest’acquisto era talmente a sua insaputa che si vantava con Lory Del Santo dell’affare che aveva fatto acquistando a così poco prezzo un appartamento di ben 250 metri quadrati davanti al Colosseo… 250 metri quadrati, mica un mezzanino, come ha provato a difendersi in prima battuta Scajola». Riguardo la libertà di stampa, Travaglio rincara la dose: «E’ vero che siamo considerati da Freedom House un paese semi-libero e abbiamo un assetto editoriale assurdo. Tuttavia è bene sapere che ai giornalisti, per contratto, è garantita la possibilità di non firmare un pezzo che non avrebbero voluto scrivere e che invece gli è stato imposto dalla proprietà del giornale. Immaginate se domani aprendo il giornale trovaste un pezzo non firmato, diversi articoli non firmati, non vi verrebbe la curiosità di capire cosa c’è dietro? Per questo motivo apprezzo la scelta della Busi di togliere la propria faccia dal TG1 di Minzolini, dato che il suo volto equivale ad una firma a fondo di un pezzo». E sempre a proposito di libertà di stampa, Marco Travaglio rivela: «Molto spesso giornalisti chiamano in forma anonima la nostra redazione per “consegnarci” gratuitamente una notizia che il loro giornale non intendeva pubblicare. Una sorta di sabotaggio silenzioso che mi fa convincere che questo periodo non è certamente allegro ma è sicuramente interessante».

Francesco Musolino

"Salvate l'Isae": appello di 1.150 economisti

da Repubblica.it

L'istituto di Analisi Economica è nell'elenco degli enti pubblici che la manovra del governo ha deciso di sopprimere. Firme da tutte le aree politiche, da università, istituzioni, settore privato e anche dall'estero

"Salvate l'Isae": appello di 1.150 economisti

La sede dell'Isae a Roma

ROMA - "Salvate l'Isae": per ora le firme all'appello contro la chiusura dell'Istituto di Analisi Economica (ente di ricerca pubblico,) in evidenza sul suo sito (www. isae. it), sono 1.147, ma l'iniziativa è partita solo da due giorni e sono quindi destinate ad aumentare.

L'Isae, che svolge analisi e studi economici a supporto delle decisioni del governo in materia sociale ed economica, è uno degli enti di cui si prevede l'eliminazione nella manovra appena varata dall'esecutivo. Ma la decisione sta provocando una sollevazione bipartisan - nel senso che ci sono firmatari di tutte le aree politiche - di economisti, studiosi, membri delle istituzioni che utilizzano i dati e le ricerche prodotti dall'istituto e non ritengono evidentemente che si tratti di un "ente inutile".

Nelle qualifiche accanto alle firme si ritrovano tutte le università italiane, pubbliche e private, dalla Sapienza alla Bocconi all'università del Molise, altri centri di ricerca come l'Isfol, il Censis, il Cer, il Cerm, l'Arel, Prometeia, il Ref, l'Istat; le istituzioni, dalla Banca d'Italia alla presidenza del Consiglio, dal ministero dell'Economia all'Istituto affari internazionali, dalla Bce alla Covip agli enti locali; il settore privato, dalla Confindustria al Cida al centro studi Italcementi, da Intesa Sanpaolo a Unicredit. E poi giornalisti e parecchie firme dall'estero, sia da università che da centri di ricerca. Ovviamente si potrebbe proseguire con l'elenco, ma già così si può avere un'idea della stima generalizzata di cui gode l'Isae.

La necessità di risparmiare costringe talvolta a scelte dolorose, ma è anche vero che a volte risparmiare in conoscenza può significare subire perdite maggiori nel futuro. Un appello da prendere molto sul serio.

La strage della Repubblica (af)fondata sul lavoro

E’  arrivato un bastimento carico di…?

di Nadia Redoglia, da Articolo21

In Sardegna ha perso la vita un sub che faceva riprese televisive. Nel Teramano, un bracciante è rimasto folgorato, così come un addetto alla linea elettrica ferroviaria di Padova. Nel Cuneese un operaio è morto in una cava e, nei pressi di Udine, un altro ha perso la vita colpito da un tronco caduto da una teleferica. 5 ammazzati dal lavoro in un solo giorno. Si aggiungono agli altri 6 di questa settimana, non ancora finita. Rainews ha dedicato loro almeno l'onore della notizia. Gli altri hanno fatto scorrere poche righe, inframmezzate alle brevi, che così non s’identifica la strage della repubblica (af)fondata sul lavoro. Alla barca di Caronte, i media preferiscono dedicar le prime pagine a quella su cui, secondo il premier dell’amore, siamo tutti imbarcati. Non pare stia affondando: di topi, primi a fuggire, ancora non ne abbiamo visti. Poiché è il comandante l'ultimo ad abbandonar la nave, siamo fiduciosi. Lui però dice, ispirandosi alle parole di Mussolini, che non ha potere. Dunque non può essere il comandante. Visto che polene e sirene, nel mare burrascoso in cui ci troviamo, sono superflue, quanto d’impiccio, ci piacerebbe sapere, allora, che funzione avrebbe a bordo.

''La notte del '92 con la paura del golpe''

da: antimafiaduemila

di Massimo Giannini - 29 maggio 2010

Parla l'ex presidente della Repubblica: "Alle quattro di notte parlai con Scalfaro al Quirinale e gli dissi 'dobbiamo reagire'. Grasso dice cose giuste".

"Non c'è democrazia senza verità. Questo è il tempo della verità. Chi c'è dietro le stragi del '92 e '93? Chi c'è dietro le bombe contro il mio governo di allora? Il Paese ha il diritto di saperlo, per evitare che quella stagione si ripeta...". Dopo la denuncia di Piero Grasso 1, dopo l'appello di Walter Veltroni 2, ora anche Carlo Azeglio Ciampi chiede al governo e al presidente del Consiglio di rompere il muro del silenzio, di chiarire in Parlamento cosa accadde tra lo Stato e la mafia in uno dei passaggi più oscuri della nostra Repubblica.

L'ex presidente, a Santa Severa per un weekend di riposo, è rimasto molto colpito dalle parole del procuratore nazionale antimafia, amplificate dall'ex leader del Pd. E non si sottrae a una riflessione e, prima ancora, a un ricordo di quei terribili giorni di quasi vent'anni fa. "Proprio la scorsa settimana ho parlato a lungo con Veltroni, che è venuto a trovarmi, di quelle angosciose vicende. E ora mi ritrovo al 100 per cento nei contenuti dell'intervista che ha rilasciato a "Repubblica". Quelle domande inevase, quel bisogno di sapere e di capire, riflettono pienamente i miei pensieri. Tuttora noi non sappiamo nulla di quei tragici attentati. Chi armò la mano degli attentatori? Fu solo la mafia, o dietro Cosa Nostra si mossero anche pezzi deviati dell'apparato statale, anzi dell'anti-Stato annidato dentro e contro lo Stato, come dice Veltroni? E perché, soprattutto, partì questo attacco allo Stato? Tuttora io stesso non so capire... ".

Il ricordo di Ciampi è vivissimo. E il presidente emerito, all'epoca dei fatti presidente del Consiglio di un esecutivo di emergenza, che prese in mano un Paese sull'orlo del collasso politico (dopo Tangentopoli) e finanziario (dopo la maxi-svalutazione della lira) non esita ad azzardare l'ipotesi più inquietante: l'Italia, in quel frangente, rischiò il colpo di Stato, anche se è ignoto il profilo di chi ordì quella trama. "Il mio governo fu contrassegnato dalle bombe. Ricordo come fosse adesso quel 27 luglio, avevo appena terminato una giornata durissima che si era conclusa positivamente con lo sblocco della vertenza degli autotrasportatori. Ero tutto contento, e me ne andavo a Santa Severa per qualche ora di riposo. Arrivai a tarda sera, e a mezzanotte mi informarono della bomba a Milano. Chiamai subito Palazzo Chigi, per parlare con Andrea Manzella che era il mio segretario generale. Mentre parlavamo al telefono, udimmo un boato fortissimo, in diretta: era l'esplosione della bomba di San Giorgio al Velabro. Andrea mi disse "Carlo, non capisco cosa sta succedendo...", ma non fece in tempo a finire, perché cadde la linea. Io richiamai subito, ma non ci fu verso: le comunicazioni erano misteriosamente interrotte. Non esito a dirlo, oggi: ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi... ".

Resta da capire per mano di chi. Su questo Ciampi allarga le braccia. "Non so dare risposte. So che allora corsi come un pazzo in macchina, e mi precipitai a Roma. Arrivai a Palazzo Chigi all'una e un quarto di notte, convocai un Consiglio supremo di difesa alle 3, perché ero convinto che lo Stato dovesse dare subito una risposta forte, immediata, visibile. Alle 4 parlai con Scalfaro al Quirinale, e gli dissi "presidente, dobbiamo reagire". Alle 8 del mattino riunii il Consiglio dei ministri, e subito dopo partii per Milano. Il golpe non ci fu, grazie a dio. Ma certo, su quella notte, sui giorni che la precedettero e la seguirono, resta un velo di mistero che è giunto il momento di squarciare, una volta per tutte". La certezza che esponeva ieri Veltroni è la stessa che ripete Ciampi: non furono solo stragi di mafia, ed anzi, sulla base delle inchieste si dovrebbe smettere di definirle così. Furono stragi di un "anti-Stato", ancora tutto da scoprire. E come Veltroni anche Ciampi aggiunge un dubbio: perché a un certo punto, poco dopo la nascita del suo governo, le stragi cominciano? E perché, a un certo punto, dopo gli eccidi di Falcone e Borsellino, le stragi finiscono? Perché la mafia comincia a mettere le bombe? Perché la mafia smette di mettere le bombe?

È lo scenario ipotizzato dal procuratore Grasso: gli attentati servirono forse a preparare il terreno alla nascita di una nuova "entità politica", che doveva irrompere sulla scena tra le macerie di Mani Pulite. Un "aggregato imprenditoriale e politico" che doveva conservare la situazione esistente. Quell'entità, quell'aggregato, secondo questo scenario, potrebbe essere Forza Italia. Nel momento in cui quel partito si prepara a nascere, e siamo al '94, Cosa Nostra interrompe la strategia stragista. È uno scenario credibile? Ciampi non si avventura in supposizioni: "Non sta a me parlare di tutto questo. Parlano gli avvenimenti di quel periodo. Parlano i fatti di allora, che sono quelli richiamati da Grasso. Il procuratore antimafia dice la verità, e io condivido pienamente le sue parole".

Per questo, in nome di quella verità troppo a lungo negata, l'ex capo dello Stato oggi rilancia l'appello: è sacrosanto che chi sa parli. Ed è sacrosanto, come chiede Veltroni, che "Berlusconi e il governo non tacciano", perché la lotta alla mafia non è questione di parte, "ma è il tema bipartisan per eccellenza". Si apra dunque una sessione parlamentare, dedicata a far luce su quegli avvenimenti. Perché il clima che si respira oggi, a tratti, sembra pericolosamente rievocare quello del '92-'93. Ciampi stesso ne parlerà, in un libro autobiografico scritto insieme ad Arrigo Levi, che uscirà per "il Mulino" tra pochi giorni. "Lì è tutto scritto, ciò che accadde e ciò che penso. Così come lo riportai, ora per ora, sulle mie agende dell'epoca... ". Deve restare memoria, di tutto questo. Ma insieme alla memoria deve venir fuori anche la verità. "Perché senza verità - conclude l'ex presidente della Repubblica - non c'è democrazia".

Tratto da: La Repubblica

Le relazioni segrete tra lo Stato italiano e la Mafia raccontate da un testimone d’eccezione


articolo de L'Express (Francia), tratto da Italia dall'estero

12 aprile 2010

È un testimone d’eccezione. Il suo nome, Ciancimino, evoca di per sé le relazioni pericolose della politica italiana e della Mafia. Da un anno, il figlio dell’ex-sindaco di Palermo collabora con la giustizia. Le sue confessioni inedite sono appena uscite in Italia nel libro scritto in collaborazione con il giornalista Francesco La Licata e intitolato “Don Vito”.

Si continuano ad esplorare le relazioni segrete e inconfessabili dei rapporti tra lo Stato e la Mafia. Ultimamente, un uomo ha creato scompiglio in Italia: Massimo Ciancimino. Ne ha viste e sentite di cose, il figlio dell’ex-sindaco di Palermo, mezzo democristiano, mezzo mafioso, Don Vito Ciancimino, senza dubbio uno dei testimoni più “competenti” riguardo ai compromessi della politica siciliana e nazionale del dopo-guerra con la Mafia.

Intimo del boss dei boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano, lo chiamavano “il sindaco dei Corleonesi” … Aveva così scelto questo figlio, Massimo, tra i suoi cinque rampolli, per farne il suo autista-segretario e uomo tuttofare.

Da un anno, quest’ultimo ha deciso di collaborare con la giustizia: la sua testimonianza è passata al setaccio di cinque procure italiane. E Ciancimino colpisce duro, su argomenti scottanti. Mentre il processo al senatore Marcello Dell’Utri, storico braccio destro di Berlusconi, perseguito per complicità [concorso esterno, N.d.T.] in associazione mafiosa, giunge al termine, Massimo Ciancimino ha affermato che Forza Italia era il frutto di un patto con Cosa Nostra, che Dell’Utri ne era il mediatore…
Si è attirato le ire del senatore e di Berlusconi, i quali smentiscono.
Nel contesto di un altro processo in corso contro il generale dei carabinieri Mario Mori, accusato di aver coperto la fuga di Provenzano, arrestato nel 2006 dopo 43 anni di latitanza, Ciancimino ha ancora parlato di un patto tra Stato e Cosa Nostra, attraverso il quale Provenzano avrebbe aiutato le autorità a catturare nel 1993 il suo predecessore Toto Riina, in cambio della sua impunità e di uno stop alle bombe…

Il personaggio è controverso: arrestato nel 2006 per aver riciclato il tesoro accumulato dal padre, è stato condannato in primo grado a cinque anni e mezzo di carcere , pena ridotta in appello a tre anni e cinque mesi.
Ma Massimo fa parlare Don Vito, morto nel 2002… E le sue confidenze sono state appena pubblicate in Italia, in un libro intitolato Don Vito, le relazioni segrete tra Stato e Mafia nel racconto di un testimone d’eccezione (ed. Feltrinelli), scritto in colllaborazione con Francesco La Licata, giornalista di La Stampa, uno dei più fini conoscitori di Cosa Nostra. Delle dichiarazioni raccolte per la prima volta in presa diretta e arricchite da documenti originali.

Intervista a La Licata.

Perché ha scritto questo libro con Massimo Ciancimino?
Francesco La Licata:

La parte che mi ha appassionato di più, nel suo racconto, è quella che riguarda il passato, vale a dire la Palermo degli anni ‘60-’70-’80. Per me, è apparso come una conferma delle vicende sulle quali avevo scritto a Palermo sul giornale L’Ora. Per anni, pochi cronisti avevano insistito sui legami tra Mafia e politica, nell’indifferenza generale, per non dire avversione generale…

Scrivevamo su Salvo Lima [il deputato della Democrazia Cristiana e referente politico di Cosa Nostra, N.d.R.], su Vito Ciancimino, sulla DC dell’epoca e molti liquidavano queste vicende con sufficienza, accusandoci addirittura di denigrare la Sicilia… Il racconto di Massimo ha il merito di essere un punto fermo, direi quasi storico, a più di trent’anni di fatti e misfatti della vita politica siciliana. È anche per questo che ho accettato di scrivere questo libro.

Perchè parla solo oggi, mentre suo padre è morto nel 2002?

Parla solo oggi perché fino a che suo padre era in vita, nessuno gli ha mai chiesto niente. Quando Don Vito è morto, sono andati a chiedergli tutto ciò che non si era mai voluto ascoltare dal padre.
Arrestato e giudicato, con qualche anomalia come la scomparsa di molti documenti sequestrati durante una perquisizione, in un primo tempo, [Massimo Ciancimino] ha cercato di “proteggere” gli amici di suo padre, e in particolare il “signor Franco” [un agente dei servizi segreti, in stretto contatto con i servizi americani, secondo Massimo N.d.R.] e Provenzano. Poi ha deciso di collaborare, spinto dalla moglie Carlotta, nell’idea di assicurare un futuro dignitoso al figlio Vito Andrea.

Vito Ciancimino, il padre, è dunque stato uno protagonista molto importante dei rapporti Mafia-politica.. Chi era, in fondo?

Egli è stato per più di 30 anni il punto di riferimento politico del boss Provenzano, allo stesso modo in cui lo era stato in precedenza per gli uomini della corrente di Fanfani [l'ex presidente del Consiglio negli anni '50-'60, N.d.R.] a Palermo e per i simpatizzanti di Andreotti [sette volte presidente del Consiglio DC tra il 1972 e il 1992, N.d.R.] legati a Cosa Nostra a Palermo. Nel libro, bisogna leggere i racconti sui legami tra Mafia e politica: gli amministratori, i burocrati e gli imprenditori che decidevano secondo le “esigenze” della Mafia. Un quadro impressionante.

Questo piccolo teatro della politica è durato fino all’avvento di Giovanni Falcone. È stato lui a rompere il “giocattolo”, appunto con l’arresto di Vito Ciancimino e dei cugini ricattatori Ignazio e Nino Salvo. Il ruolo di Ciancimino è stato quello di mediatore continuo tra gli interessi divergenti dei boss della Mafia e della politica. Il libro pullula di aneddoti incredibili e a volte perfino divertenti.

E com’era l’uomo…?

Autoritario ed a volte violento. Padrone della politica ma anche della sua famiglia. Per sua moglie e i suoi figli, è stato un padre e un marito autoritario. /Basti pensare che, per punire Massimo della sua scarsa attenzione agli studi, lo legava a una catena lunga 16 metri. Giusto il necessario per permettergli di raggiungere il bagno… Con i politici, aveva un rapporto di amore-odio. Con Salvo Lima, non arrivava mai allo scontro, perché era convinto che gli affari si alimentassero mantenendo una pace durevole. Egli detestava Andreotti ma non ha esitato a entrare nella sua corrente… In somma, era machiavellico.

Come comincia la “trattativa”, questo negoziato che avrebbe avuto luogo tra lo Stato e Cosa Nostra all’inizio degli anni ‘90? Sappiamo a chi è stato consegnato il papello – questo documento evocato per la prima volta dal pentito Giovanni Brusca nel 1997, riguardante queste trattative dopo l’attentato contro il giudice Falcone nel 1992, e la cui esistenza rimase ipotetica fino a quando Massimo Ciancimino lo consegnò al tribunale di Palermo alla fine del 2009?

La storia della “trattativa” non è stata raccontata solamente da Vito a Massimo. Fu proprio quest’ultimo ad aver accompagnato i carabinieri nella casa del padre… È stato lui a rivolgersi al capitano De Donno dei ROS [unità antiterrorismo e anti criminalità, N.d.R.] per entrare in contatto con don Vito e cercare una tregua alla politica dei massacri di Toto Riina. Il papello è stato consegnato da Toto Riina – tramite il medico Nino Cina – a Vito Ciancimino.

È stato Massimo ad averlo ricevuto dalle mani di Cina per portarlo al padre e secondo lui, esso è stato in seguito affidato ai carabinieri e ai servizi segreti, attraverso il sig. Franco. Quali strade abbia poi preso il papello, non si sa, visto che ancora oggi il ROS nega averlo mai visto e il processo è ancora in corso. Il ministro dell’Interno di allora, nel 1992, Nicola Mancino, nega ogni coinvolgimento.

Massimo Ciancimino ha visto molte volte Provenzano a casa, fino al 1992.. Come ha preso quest’ultimo le redini di Cosa Nostra?

Provenzano ha iniziato a prendere il controllo di Cosa Nostra nel 1993, dopo la cattura di Riina. L’operazione si è conclusa due anni dopo con la cattura dei Graviano, di Giovanni Brusca e di Leoluca Bagarella, l’ala irriducibile dei sanguinari di Cosa Nostra. A partire da questo momento, una nuova “pax mafiosa” è iniziata, [per durare] fino ad oggi. Provenzano ha sempre avuto un buon rapporto con Riina, fino a quando era in libertà.

In seguito, la linea politica del compromesso è cambiata e Provenzano ne è l’interprete ideale. È possibile che per una sorta di “ragione politica”, Provenzano abbia collaborato alla cattura di Riina. Una volta rimosso il leader della linea dura, è stato possibile affermare la linea del negoziato. Che Provenzano possa avere in un modo o nell’altro determinato la fine di Riina è stato anche detto da alcuni collaboratori di giustizia come Nino Giuffré e Giovanni Brusca. Ma Massimo Ciancimino è stato più preciso affermando che Provenzano ha fornito ai carabinieri una cartina di Palermo dove si poteva identificare il covo di Riina.

Massimo Ciancimino ha molto parlato del ruolo di “mediatore” con la Mafia che avrebbe avuto il senatore Dell’Utri, il cui processo è in corso. La Corte d’appello ha tuttavia rifiutato di sentirlo nel quadro del processo. Perché?

[La Corte] ha in effetti rifiutato la domanda del pubblico ministero di accogliere tra i testimoni Massimo Ciancimino. Nelle loro motivazioni, i giudici definiscono le sue dichiarazioni alla procura di Palermo come confuse e contraddittorie. Ma questo non significa che sia marcato a fuoco di non credibilità “tout-court”. Questo significa semplicemente che la Corte non lo ritiene fondamentale per questo processo. Bisogna dire che i verbali trasmessi dalla procura di Palermo alla Corte d’appello sono pieni di “omissis”, di fatti che i procuratori non vogliono ancora rivelare perchè sono sotto inchiesta. Questo può aver irritato in un modo o nell’altro la Corte d’appello obbligata a valutare l’importanza di un testimone basandosi su verbali incompleti…

Un altro elemento che può aver contribuito a questo rifiuto: la “paura” dichiarata da Massimo Ciancimino del fatto di addentrarsi nelle vicende riguardanti Berlusconi e Dell’Utri. In effetti, egli non avrebbe mai voluto parlare – per paura delle conseguenze – dei fatti che li riguardano, così come di Forza Italia. È stato costretto a farlo soltanto dopo che la procura di Palermo è entrata in possesso delle “lettere” di minacce a Berlusconi contenute nei documenti conservati da Vito Ciancimino e trasmessi a suo figlio.
In ogni caso, non penso che la motivazione della Corte d’appello sia un giudizio definitivo di non credibilità: in seguito, in effetti, Massimo Ciancimino è stato sentito come testimone nel processo sull’assassinio del banchiere Roberto Calvi a Roma malgrado l’opposizione della difesa che, giustamente, si riferiva all’ordinanza della Corte d’appello di Palermo.

Massimo Ciancimino riassume il ragionamento di suo padre, nel 1992: “Vendo Toto Riina [arrestato nel 1993, N.d.R.], mi arrestano, e quello che mi rimpiazza continua a dialogare con Provenzano e va in seguito fino alla nascita di questo partito, è Marcello dell’Utri”. Vale adire che Forza Italia e’ il frutto di un patto tra Provenzano e Dell’Utri … È il primo a dire questo?

In realtà, Massimo Ciancimino non dice esplicitamente che Forza Italia è il frutto di un accordo tra Provenzano e Dell’Utri. Egli racconta le impressioni di suo padre che, messo fuori gioco dalle trattative a causa del suo arresto imprevisto ed imprevedibile [dicembre 1992, N.d.R.], “deduce” la presenza di un nuovo soggetto e lo identifica in Marcello Dell’Utri.

Che il senatore di Forza Italia sia stato tra i fondatori di questo partito è un fatto storico. Sulle sue “frequentazioni pericolose” con la mafia, esistono varie testimonianze, e non solamente risultate dal suo processo. Sulla nascita di Forza Italia, i magistrati di Firenze, di Caltanissetta e di Palermo hanno a lungo indagato, così come sulla natura del contributo economico di Cosa Nostra alle imprese edili di Berlusconi a Milano, molto prima della sua entrata in politica.

Il pentito Francesco Di Carlo parla di un incontro a Milano tra Dell’Utri, Berlusconi, i mafiosi Bontate e Teresi e l’imprenditore Filippo Rapisarda.
L’investimento di circa 10 miliardi di lire in Milano 2 da parte dei mafiosi palermitani risalirebbe a quest’epoca, nella metà degli anni ‘60. Queste vicende, già affrontate dai giudici e in parte archiviate, sono oggi di nuovo al centro delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino.

Se Ciancimino si contraddice, come sostiene la Corte d’appello, egli ha tuttavia fornito dei “pizzini” di Provenzano inviati a Don Vito che lo informavano di aver parlato con “il sen.”… Ci sono dunque delle tracce scritte?

In effetti, questi sono dei messaggi inviati durante l’incarcerazione di Vito Ciancimino, tra il 2000 e il 2002. Delle verifiche sono in corso per stabilirne l’origine e il periodo. Massimo Ciancimino dice che “il sen.” citato è Dell’Utri. Ma l’unico che potrebbe confermarlo è suo padre, morto nel 2002…

Tra queste tracce scritte presentate da Ciancimino, c’è un frammento di lettera ritrovato tra le sue carte sequestrate nel 2005, nelle quali si minacciava Berlusconi di un “triste evento”. Perchè, quando Massimo Ciancimino è stato arrestato un anno dopo, non sono state aperte in quel momento le casseforti in cui erano conservati tutti i documenti di suo padre? E per l’appunto il “papello”?

Il frammento in questione si trovava nella cassaforte della casa di Mondello, a Palermo, di Massimo Ciancimino, perquisita nel 2005 al momento dell’inizio dell’inchiesta sulla vendita della società GAS per la quale Massimo è stato condannato in appello per riciclaggio. La casa è stata perquisita ma la cassaforte non è stata aperta come quella della sua casa di Roma.

Se fossero state aperte, i carabinieri avrebbero trovato molti documenti interessanti, tra cui questo famoso “papello” che tutti cercavano dal 1997, quando il pentito Brusca ne ha parlato. Perché non le hanno aperte? Massimo sostiene che gli era stato detto che “nessuno avrebbe fatto niente”. Chi glielo avrebbe detto? Secondo Massimo, il “sig.Franco”, sempre questo strano personaggio indicato come facente parte dell’ambiente dei servizi segreti, che per anni ha protetto Vito Ciancimino e lo ha accompagnato durante le trattative tra Cosa Nostra e lo Stato…

Per tornare alla nascita di Forza Italia, il partito di Berlusconi lanciato all’inizio del 1994, fu proprio Dell’Utri a convincere Berlusconi a crearlo?

Certamente, la maggioranza dei collaboratori di Berlusconi (Letta, Confalonieri, Mentana e Costanzo) era contraria alla sua “entrata in politica”. La tesi di Dell’Utri ha prevalso e il partito è stato creato. I sondaggi hanno convinto anche il Cavaliere: a causa degli scandali di Tangentopoli [sistema di corruzione messo alla luce da "Mani pulite" nel 1992, N.d.R.], davano un trionfo certo della sinistra in tutta Italia. Quindi il Cavaliere ha sentito la necessità di salvare il paese dall’avanzata dei comunisti…

Nel novembre 1973, prima dell’annuncio ufficiale della creazione di Forza Italia, Vittorio Mangano [un criminale legato a Cosa Nostra, N.d.R.] e Dell’Utri si vedono due volte. Di cosa parlano?

A questo, nessun tribunale ha saputo rispondere. Dell’Utri non ha smentito questi incontri ma li ha sempre fatti rientrare nel quadro di una frequentazione normale di vecchie conoscenze. Egli dice che Mangano è venuto a trovarlo per parlargli di problemi di salute.
Il pentito Salvatore Cocuzza [sic], un uomo di Mangano, ha detto una cosa diversa: secondo lui, Mangano era l’uomo della Mafia in casa di Berlusconi e già nel 1993, i mafiosi avevano ricevuto delle assicurazioni sulle modifiche delle leggi in senso favorevole a Cosa Nostra. Promesse che, secondo lui, sarebbero state reiterate nel corso di un altro incontro Dell’Utri-Mangano prima del Natale 1994.

In fondo, qual è stato il ruolo politico, psicologico …di Dell’Utri su Berlusconi?

All’inizio dell’inchiesta che è in seguito sfociata nel processo Dell’Utri, l’ipotesi accusatrice metteva sullo stesso piano di complicità il senatore e Berlusconi. Ma la requisitoria dei procuratori in prima istanza ha supposto un ruolo secondario di Berlusconi, quasi incosciente della messa in scena di Dell’Utri. Questa tesi trova appoggio in vari scritti di Vito Ciancimino, raccontati da suo figlio. Il processo racconta dell’irresistibile ascesa di un siciliano sbarcato a Milano e a Roma nei palazzi del potere. E, come spesso accade quando i protagonisti sono siciliani, alcuni lo vedono come un spirito diabolico e altri dicono che non è stato altro che un grande manager…

Le garanzie politiche e giudiziarie che Dell’Utri avrebbe dato a Cosa Nostra, in fondo, si sono verificate?

Nel corso degli ultimi anni in molte occasioni, il Parlamento ha cercato di lanciare delle misure in un modo o nell’altro favorevoli a delle persone incolpate o sotto inchiesta, dal decreto Biondi detto “salva-ladri” nel 1994 fino ai giorni nostri e alla legge che vieta le intercettazioni telefoniche, uno strumento essenziale nella lotta alla Mafia.
Ma, secondo me, quello che pesa di più, è l’atteggiamento generale della politica e in particolare la battaglia intrapresa da molto tempo contro la magistratura. La Mafia osserva e apprezza questi gesti di ostilità contro quelli che conducono questa battaglia quotidiana per la legalità.

[Articolo originale "Les relations secrètes entre l'Etat italien et la Mafia racontées par un témoin d'exception" di Delphine Sauberer]

Crisi RAI. Verso gli Stati Generali di tutti i lavoratori, giornalisti e dirigenti per arginare la “deriva” RAISET.

Mercoledì 26 Maggio, si è svolta la prima assemblea cittadina del Movimento Lavoratori RAI. L’incontro ha avuto luogo presso i locali della FNSI (Federazione Nazionale della stampa). Vi hanno preso parte oltre 150 colleghe e colleghi delle varie sedi romane. I lavoratori RAI di Torino raccolti sotto la sigla “La RAI Siamo Noi” erano presenti in sala e in collegamento audio video. La FNSI è intervenuta all’assemblea con un saluto del segretario generale aggiunto, Giovanni Rossi. Articolo 21 ha espresso la solidarieta’ all’iniziativa di Beppe Giulietti ed era presente in sala il collega Gianni Rossi. Erano presenti e sono intervenuti anche il segretario nazionale dello SNATER, Piero Pellegrino, ed Alessio De Luca della SLC-CGIL.

Lo scopo della nostra iniziativa era innanzitutto fare il punto della situazione. Riteniamo che la presentazione del nuovo piano industriale, i cui contenuti saranno resi noti nelle prossime ore alle organizzazioni sindacali, sarà l’occasione per un nuovo scontro con i vertici aziendali. La grave crisi economica in cui versa la RAI è stata certificata il mese scorso con la decisione di non pagare il premio di risultato. Gli elementi di criticità erano già contenuti nel piano industriale del triennio 2008-2010: crescita dei costi esterni, difficoltà a presidiare le nuove piattaforme tecnologiche, mancati investimenti su impianti, studi, macchinari e archivio, calo delle entrate pubblicitarie, sottoutilizzazione delle risorse interne, calo degli ascolti, fuga di una parte del pubblico (soprattutto la popolazione più giovane e quella più scolarizzata) dai canali della tv generalista, eccetera. Nulla di nuovo. Eppure!

Davanti ad una situazione di crisi un’azienda sana, guidata da un management consapevole, sarebbe intervenuta sulle cause ed avrebbe ridefinito il proprio modello industriale. Non la RAI, che nulla o quasi ha fatto per porre in essere politiche efficaci per contrastare un declino che rischia di diventare inarrestabile. Unica certezza: di fronte ad una situazione preoccupante dei conti economici l’azienda sceglie ancora una volta di intervenire sul costo del lavoro. Sappiamo che anche questa volta la soluzione individuata sarà quella di incentivare i pre-pensionamenti e il blocco delle assunzioni. In altre parole si riduce il personale e al contempo si rilancia un uso selvaggio del lavoro precario. L’indebitamento è cresciuto e l’immagine della RAI nel Paese si è oltremodo deteriorata per causa di politiche editoriali sciagurate e gestioni economiche fallimentari.

Di più, gli spazi di libertà si sono ristretti: ogni giorno apprendiamo di nuovi attacchi a questo o quel conduttore, a questo o quel programma. La vicenda Santoro è illuminante ma non è la sola. L’autonomia editoriale della RAI è ormai inesistente o quasi e non basta la sopravvivenza (fino a quando?) di poche isole felici. Il ruolo della politica nella gestione dell’azienda è stato nefasto: petulante, arrogante ed invasiva in materia di informazione, semplicemente inesistente su tutto il resto, quando non asservita al conflitto di interessi che grava sul capo del governo. Così la RAI affonda e con essa il nostro lavoro, la nostra dignità. E’ tempo di dire basta e di dare vita a quella che Michele Serra qualche giorno fa ha auspicato: una ribellione memorabile della Rai e dei suoi lavoratori. Da una parte il mondo del lavoro e della produzione, dall’altra un potere sempre più arrogante che spreca e dilapida le risorse di un’azienda che appartiene a tutto il Paese.

Le reazioni dell’azienda alla nostra mobilitazione sono preoccupanti. In assemblea ha parlato Federica, una nostra collega cui l’azienda ha fatto pervenire una contestazione disciplinare per l’intervento da lei fatto nel corso di un’assemblea sindacale. E’ un’intimidazione inaccettabile che respingiamo. CGIL e SNATER hanno già annunciato con un comunicato che tuteleranno Federica in ogni modo possibile ed hanno chiesto alla RAI di ritirare immediatamente il provvedimento disciplinare. Da parte nostra abbiamo scritto una lettera a sua difesa e chiederemo a tutti i lavoratori di sottoscriverla. Riteniamo grave non solo il fatto in sé, ma anche il modo con cui l’azienda si sta muovendo, e ci preoccupa un management che cede alla pericolosa tentazione dei provvedimenti disciplinari e di forme più o meno latenti di spionaggio ai danni dei propri dipendenti.

Per tutte queste ragioni ci siamo ritrovati ed uniti. Ora si tratta di decidere che fare. Le prossime mobilitazioni saranno quasi certamente sul piano industriale. Chiediamo a tutti di essere uniti, consapevoli e solidali. Ricordiamoci che ci stiamo facendo carico del futuro del servizio pubblico radiotelevisivo. Il secondo problema riguarda la socializzazione della nostra esperienza, delle nostre azioni e delle nostre ragioni. Abbiamo un problema di visibilità? Certamente sì, ma lo possiamo risolvere poco per volta, crescendo in forza e portando la nostra battaglia fuori dalle mura aziendali, rivolgendoci all’intera società, ai cittadini che pagano il canone. Da ieri sappiamo di non essere soli. Abbiamo con noi non solo le sigle sindacali con cui siamo soliti confrontarci ma anche la FNSI e articolo 21, che seguono con attenzione e simpatia la nostra vicenda, e l’USIGRAI.

Il rapporto con loro non potrà che dare linfa alla nostra lotta, e noi alle loro, a cominciare da quella contro la legge-bavaglio sull’informazione. Saremo al loro fianco nelle prossime iniziative e lo saremo in maniera visibile. Le magliette arancioni dei colleghi di Torino con la scritta “LA RAI SIAMO NOI” saranno presto in piazza anche a Roma. Infine lavoriamo alla costruzione degli Stati Generali della RAI, un’assemblea nazionale che veda insieme tutte le figure professionali della nostra azienda. L’assemblea di ieri è stato un primo, importante passaggio, ed è stata un successo. Significa che possiamo andare avanti.

venerdì 28 maggio 2010

La vergogna senza legge.

È una notizia sconcertante. Una di quelle notizie che, in un paese normale, occupano per giorni le prime pagine di tutti i quotidiani e i titoli di testa di tutti i telegiornali. E che restano lì, esposte al giudizio dell’opinione pubblica, finché il diretto interessato non dà una risposta convincente. O si dimette.
Il diretto interessato è il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La notizia è che, secondo un atto giudiziario articolato e motivato, l’attuale premier, in compagnia di suo fratello Paolo, la sera del 24 dicembre del 2005 entrò in possesso della registrazione, coperta da segreto istruttorio, della telefonata tra Piero Fassino e Giovanni Consorte. Quella della famosa frase “abbiamo una banca” che, pochi giorni dopo, Il Giornale pubblicò a tutta pagina avviando una campagna mediatica che ebbe un peso non piccolo nella rimonta del centrodestra e nel “quasi pareggio” delle politiche del 2006.

È una vicenda che ricorda quel «caso Watergate» che portò alla dimissioni di Richard Nixon. Con una differenza fondamentale, che è la stessa differenza che passa tra un paese normale e l’Italia di Berlusconi: il presidente degli Stati Uniti fu obbligato a giustificarsi. Lo fece in modo goffo, mentì. E per questo fu costretto a dimettersi. Il presidente del Consiglio italiano non solo non ha detto una parola, ma hanno evitato di farlo anche i suoi parenti e amici coinvolti nella vicenda.
Quanto avete letto fino a questo momento, se passerà la cosiddetta «legge sulle intercettazioni» nella versione preferita dal governo, non potrete leggerlo più. Non è una novità. Sono settimane che la (ancora) libera stampa segnala questo genere di articoli e questo pericolo. Ma oggi c’è qualcosa di nuovo e sbalorditivo. Oggi - leggere l’articolo di Claudia Fusani e Giuseppe Vespo per credere - veniamo a sapere che il capo di una maggioranza che, in un momento tragico per l’economia del paese, sta obbligando il Parlamento a dedicare giorni a una legge che limita l’uso investigativo delle intercettazioni e il diritto di cronaca, è pesantemente sospettato di aver messo in atto, in materia di intercettazioni, un comportamento ben più grave di quelli che la nuova legge vorrebbe impedire.

Perché i sostenitori della legge bavaglio parlano di “tutela della privacy”, di vite devastate, etc etc. ma non menzionano mai il caso di intercettazioni coperte da segreto e di fatto rubate agli investigatori. Non ne parlano perché per punire questi comportamenti non c’è alcun bisogno di nuove leggi. Basta il vecchio codice penale.
Siamo dunque a questo. Berlusconi – colpito da un sospetto da codice penale – può fare finta di niente. Tacere, non dare alcuna spiegazione. E, nello stesso tempo, può essere il primo fautore di una legge che rende penalmente rilevanti – nella stessa materia - comportamenti che in tutte le altre democrazie occidentali non lo sono. Qua siamo oltre le leggi ad personam, siamo anche oltre il concetto assolutista dell’imperatore che sta al di sopra delle leggi. Siamo al di là di qualunque legge-vergogna. Siamo alla vergogna pura e semplice.

27 maggio 2010

Leggi anche:«Berlusconi ha ascoltato l'audio»

Berlusconi ai deputati del Pdl: “Sapete perché abbiamo messo il tetto dei contanti a 5mila euro? Per pagare le mignotte”

di Luca Telese, da l'AnteFatto
28 maggio 2010

Prostitute 'tracciabili'

La prima battuta regalata all’assemblea dei deputati del Pdl era trapelata in tempo (quasi) reale direttamente sui quotidiani di ieri: “Finalmente ho capito che cosa è una escort. Una prostituta che parla inglese”. Finissima e arguta, ça va sans dire. Ma la seconda, quella che Silvio Berlusconi ha fatto subito dopo (e sempre sui rapporti con la stessa categoria professionale), deve essere filtrata con qualche comprensibile ritardo, forse dovuto al pudore delll’uditorio. Noi non abbiamo fatto in tempo a scriverla, ieri, chissà quali altri quotidiani la riporteranno oggi. Infatti, parlando dell’ormai celebre norma sulla tracciabilità introdotta nella manovra correttiva (che impone pagamenti con assegno solo per spese al di sopra dei 5mila euro) Berlusconi si è ingegnato cercando di trovare un lato comico del provvedimento. Purtroppo ci è riuscito.

Anziani col portasoldi. Mercoledì, nell’ormai celebre conferenza stampa a Palazzo Chigi, aveva detto: “Dobbiamo consentire alle persone anziane che sono abituate alle vecchie lire, di poter andare in giro con almeno dieci milioni in tasca” (un cult). Nella riunione con gli azzurri, invece, ha dato questa più credibile versione: “Sapete perché abbiamo limitato la tracciabilità degli assegni a 5mila euro? Per poter pagare le mignotte”. Non elegantissima, ovvio. Ma illuminante.

Rivoluzione cartesiana. In realtà, intorno a questo piccolo provvedimento e a questo pirotecnico fuoco d’artificio di umorismo da Bagaglino, si celano una piccola rivoluzione e una vistosa retromarcia. Fino a ieri la tracciabilità, per il Pdl, era una parolaccia da usare in piazza. Uno degli argomenti prediletti contro il governo dell’Unione e al suo ministro-simbolo, Vincenzo Visco. Visco era riuscito a introdurre il vincolo dell’assegno per tutti i pagamenti di prestazioni professionali, l’anagrafe dei conti e l’invio telematico dei corrispettivi. In pratica un doppio controllo incrociato che rendeva molto più strette le maglie degli evasori abituali. Per tutta la campagna elettorale , e anche dopo, Berlusconi aveva cavalcato la rabbia degli evasori (l’ultima volta a San Giovanni, con uno dei suoi memorabili “Volete voi....?”) definendo questi provvedimenti “Degni di uno stato di polizia tributaria”. Adesso cosa succede? Sorpresa. Nella manovra “lacrime e sangue” (copyright Winston Churchill-Gianni Letta) l’odiata tracciabilità rientra dalla finestra, dopo essere stata cacciata dalla porta. A volerla è stato, con una svolta “pragmatica” , Giulio Tremonti. Certo, il tetto è incredibilmente alto, ma si associa all’introduzione della fatturazione elettronica, ed è un piccolo segnale. Anche il ministro del’Economia, in conferenza stampa, se l’era cavata con delle battute: “Dobbiamo permettere a un vecchio signore di spendere cento euro per le scarpe senza dover fare un assegno...”.

La rivincita di Visco. Ovviamente, i provvedimenti di ieri, segnavano una piccola rivincita per Vincenzo Visco. Quando Il Fatto lo ha raggiunto, l’ex ministro era a metà tra il divertito e il sarcastico: “Primo. Non è vero, anzi è una balla, che il vecchietto di cui Tre-monti sembra preoccuparsi tanto, con le mie norme non avrebbe potuto pagare in contanti. La mia norma vincolava dentisti, medici, meccanici...”. Secondo? “Mi dispiace che Berlusconi e Tremonti siano costretti a fare marcia indietro e a darmi ragione, almeno in linea di principio, ma che non riescano comunque a fare le cose perbene...”. In che senso? Che il loro tetto imporrebbe a Scajola la fatica di staccare 120 assegni invece di 80’. Per il resto non cambierebbe nulla”. E allora perché hanno fatto marcia indietro? “Perché chiunque sia dotato di senno capisce che la direzione deve essere quella. In tempi di crisi nera persino loro - affonda la lama sarcastico l’ex ministro - devono fingere di fare qualcosa”. Ma i risultati della lotta al’evasione di Visco? “Sorprendenti, anzi, incredibili: fra il ‘96 e il 2000, l’evasione diretta era diminuita di 10 punti!”. Dati certi? Il ministro diventa serrissimo: “Secondo il governo, cioè noi, l’extragettito fiscale era di 20 miliardi di euro, praticamente l’intera entita di questa manovra! Secondo la Banca d’Italia era di 15 miliardi. Vede - conclude Visco - il primo effetto che provocano queste norme, e lo avranno anche loro, è la deterrenza”. Signorine poliglotte escluse, grazie a Dio.

Da il Fatto Quotidiano del 28 maggio

giovedì 27 maggio 2010

"Ma c’era un tempo non troppo remoto in cui al Cavaliere piaceva moltissimo intercettare".

Col cazzo che i ricchi piangono

da Piovonorane di Alessandro Gilioli

27 maggio 2010

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Lo so, è troppo facile, è demagogico, è populista e bla bla bla. Ma secondo me non è stata una grandissima idea che proprio nello stesso giorno in cui il premier ha usato per la prima volta in vita sua l’indicibile parola “sacrifici”, il suo sobrio figliuolo abbia messo in mare questo.

Per il resto, buona navigazione.