
È un testimone d’eccezione. Il suo nome, Ciancimino, evoca di per sé le relazioni pericolose della politica italiana e della Mafia. Da un anno, il figlio dell’ex-sindaco di Palermo collabora con la giustizia. Le sue confessioni inedite sono appena uscite in Italia nel libro scritto in collaborazione con il giornalista Francesco La Licata e intitolato “Don Vito”.
Si continuano ad esplorare le relazioni segrete e inconfessabili dei rapporti tra lo Stato e la Mafia. Ultimamente, un uomo ha creato scompiglio in Italia: Massimo Ciancimino. Ne ha viste e sentite di cose, il figlio dell’ex-sindaco di Palermo, mezzo democristiano, mezzo mafioso, Don Vito Ciancimino, senza dubbio uno dei testimoni più “competenti” riguardo ai compromessi della politica siciliana e nazionale del dopo-guerra con la Mafia.
Intimo del boss dei boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano, lo chiamavano “il sindaco dei Corleonesi” … Aveva così scelto questo figlio, Massimo, tra i suoi cinque rampolli, per farne il suo autista-segretario e uomo tuttofare.
Da un anno, quest’ultimo ha deciso di collaborare con la giustizia: la sua testimonianza è passata al setaccio di cinque procure italiane. E Ciancimino colpisce duro, su argomenti scottanti. Mentre il processo al senatore Marcello Dell’Utri, storico braccio destro di Berlusconi, perseguito per complicità [concorso esterno, N.d.T.] in associazione mafiosa, giunge al termine, Massimo Ciancimino ha affermato che Forza Italia era il frutto di un patto con Cosa Nostra, che Dell’Utri ne era il mediatore…
Si è attirato le ire del senatore e di Berlusconi, i quali smentiscono.
Nel contesto di un altro processo in corso contro il generale dei carabinieri Mario Mori, accusato di aver coperto la fuga di Provenzano, arrestato nel 2006 dopo 43 anni di latitanza, Ciancimino ha ancora parlato di un patto tra Stato e Cosa Nostra, attraverso il quale Provenzano avrebbe aiutato le autorità a catturare nel 1993 il suo predecessore Toto Riina, in cambio della sua impunità e di uno stop alle bombe…
Il personaggio è controverso: arrestato nel 2006 per aver riciclato il tesoro accumulato dal padre, è stato condannato in primo grado a cinque anni e mezzo di carcere , pena ridotta in appello a tre anni e cinque mesi.
Ma Massimo fa parlare Don Vito, morto nel 2002… E le sue confidenze sono state appena pubblicate in Italia, in un libro intitolato Don Vito, le relazioni segrete tra Stato e Mafia nel racconto di un testimone d’eccezione (ed. Feltrinelli), scritto in colllaborazione con Francesco La Licata, giornalista di La Stampa, uno dei più fini conoscitori di Cosa Nostra. Delle dichiarazioni raccolte per la prima volta in presa diretta e arricchite da documenti originali.
Intervista a La Licata.
Perché ha scritto questo libro con Massimo Ciancimino?
Francesco La Licata:
La parte che mi ha appassionato di più, nel suo racconto, è quella che riguarda il passato, vale a dire la Palermo degli anni ‘60-’70-’80. Per me, è apparso come una conferma delle vicende sulle quali avevo scritto a Palermo sul giornale L’Ora. Per anni, pochi cronisti avevano insistito sui legami tra Mafia e politica, nell’indifferenza generale, per non dire avversione generale…
Scrivevamo su Salvo Lima [il deputato della Democrazia Cristiana e referente politico di Cosa Nostra, N.d.R.], su Vito Ciancimino, sulla DC dell’epoca e molti liquidavano queste vicende con sufficienza, accusandoci addirittura di denigrare la Sicilia… Il racconto di Massimo ha il merito di essere un punto fermo, direi quasi storico, a più di trent’anni di fatti e misfatti della vita politica siciliana. È anche per questo che ho accettato di scrivere questo libro.
Perchè parla solo oggi, mentre suo padre è morto nel 2002?
Parla solo oggi perché fino a che suo padre era in vita, nessuno gli ha mai chiesto niente. Quando Don Vito è morto, sono andati a chiedergli tutto ciò che non si era mai voluto ascoltare dal padre.
Arrestato e giudicato, con qualche anomalia come la scomparsa di molti documenti sequestrati durante una perquisizione, in un primo tempo, [Massimo Ciancimino] ha cercato di “proteggere” gli amici di suo padre, e in particolare il “signor Franco” [un agente dei servizi segreti, in stretto contatto con i servizi americani, secondo Massimo N.d.R.] e Provenzano. Poi ha deciso di collaborare, spinto dalla moglie Carlotta, nell’idea di assicurare un futuro dignitoso al figlio Vito Andrea.
Vito Ciancimino, il padre, è dunque stato uno protagonista molto importante dei rapporti Mafia-politica.. Chi era, in fondo?
Egli è stato per più di 30 anni il punto di riferimento politico del boss Provenzano, allo stesso modo in cui lo era stato in precedenza per gli uomini della corrente di Fanfani [l'ex presidente del Consiglio negli anni '50-'60, N.d.R.] a Palermo e per i simpatizzanti di Andreotti [sette volte presidente del Consiglio DC tra il 1972 e il 1992, N.d.R.] legati a Cosa Nostra a Palermo. Nel libro, bisogna leggere i racconti sui legami tra Mafia e politica: gli amministratori, i burocrati e gli imprenditori che decidevano secondo le “esigenze” della Mafia. Un quadro impressionante.
Questo piccolo teatro della politica è durato fino all’avvento di Giovanni Falcone. È stato lui a rompere il “giocattolo”, appunto con l’arresto di Vito Ciancimino e dei cugini ricattatori Ignazio e Nino Salvo. Il ruolo di Ciancimino è stato quello di mediatore continuo tra gli interessi divergenti dei boss della Mafia e della politica. Il libro pullula di aneddoti incredibili e a volte perfino divertenti.
E com’era l’uomo…?
Autoritario ed a volte violento. Padrone della politica ma anche della sua famiglia. Per sua moglie e i suoi figli, è stato un padre e un marito autoritario. /Basti pensare che, per punire Massimo della sua scarsa attenzione agli studi, lo legava a una catena lunga 16 metri. Giusto il necessario per permettergli di raggiungere il bagno… Con i politici, aveva un rapporto di amore-odio. Con Salvo Lima, non arrivava mai allo scontro, perché era convinto che gli affari si alimentassero mantenendo una pace durevole. Egli detestava Andreotti ma non ha esitato a entrare nella sua corrente… In somma, era machiavellico.
Come comincia la “trattativa”, questo negoziato che avrebbe avuto luogo tra lo Stato e Cosa Nostra all’inizio degli anni ‘90? Sappiamo a chi è stato consegnato il papello – questo documento evocato per la prima volta dal pentito Giovanni Brusca nel 1997, riguardante queste trattative dopo l’attentato contro il giudice Falcone nel 1992, e la cui esistenza rimase ipotetica fino a quando Massimo Ciancimino lo consegnò al tribunale di Palermo alla fine del 2009?
La storia della “trattativa” non è stata raccontata solamente da Vito a Massimo. Fu proprio quest’ultimo ad aver accompagnato i carabinieri nella casa del padre… È stato lui a rivolgersi al capitano De Donno dei ROS [unità antiterrorismo e anti criminalità, N.d.R.] per entrare in contatto con don Vito e cercare una tregua alla politica dei massacri di Toto Riina. Il papello è stato consegnato da Toto Riina – tramite il medico Nino Cina – a Vito Ciancimino.
È stato Massimo ad averlo ricevuto dalle mani di Cina per portarlo al padre e secondo lui, esso è stato in seguito affidato ai carabinieri e ai servizi segreti, attraverso il sig. Franco. Quali strade abbia poi preso il papello, non si sa, visto che ancora oggi il ROS nega averlo mai visto e il processo è ancora in corso. Il ministro dell’Interno di allora, nel 1992, Nicola Mancino, nega ogni coinvolgimento.
Massimo Ciancimino ha visto molte volte Provenzano a casa, fino al 1992.. Come ha preso quest’ultimo le redini di Cosa Nostra?
Provenzano ha iniziato a prendere il controllo di Cosa Nostra nel 1993, dopo la cattura di Riina. L’operazione si è conclusa due anni dopo con la cattura dei Graviano, di Giovanni Brusca e di Leoluca Bagarella, l’ala irriducibile dei sanguinari di Cosa Nostra. A partire da questo momento, una nuova “pax mafiosa” è iniziata, [per durare] fino ad oggi. Provenzano ha sempre avuto un buon rapporto con Riina, fino a quando era in libertà.
In seguito, la linea politica del compromesso è cambiata e Provenzano ne è l’interprete ideale. È possibile che per una sorta di “ragione politica”, Provenzano abbia collaborato alla cattura di Riina. Una volta rimosso il leader della linea dura, è stato possibile affermare la linea del negoziato. Che Provenzano possa avere in un modo o nell’altro determinato la fine di Riina è stato anche detto da alcuni collaboratori di giustizia come Nino Giuffré e Giovanni Brusca. Ma Massimo Ciancimino è stato più preciso affermando che Provenzano ha fornito ai carabinieri una cartina di Palermo dove si poteva identificare il covo di Riina.
Massimo Ciancimino ha molto parlato del ruolo di “mediatore” con la Mafia che avrebbe avuto il senatore Dell’Utri, il cui processo è in corso. La Corte d’appello ha tuttavia rifiutato di sentirlo nel quadro del processo. Perché?
[La Corte] ha in effetti rifiutato la domanda del pubblico ministero di accogliere tra i testimoni Massimo Ciancimino. Nelle loro motivazioni, i giudici definiscono le sue dichiarazioni alla procura di Palermo come confuse e contraddittorie. Ma questo non significa che sia marcato a fuoco di non credibilità “tout-court”. Questo significa semplicemente che la Corte non lo ritiene fondamentale per questo processo. Bisogna dire che i verbali trasmessi dalla procura di Palermo alla Corte d’appello sono pieni di “omissis”, di fatti che i procuratori non vogliono ancora rivelare perchè sono sotto inchiesta. Questo può aver irritato in un modo o nell’altro la Corte d’appello obbligata a valutare l’importanza di un testimone basandosi su verbali incompleti…
Un altro elemento che può aver contribuito a questo rifiuto: la “paura” dichiarata da Massimo Ciancimino del fatto di addentrarsi nelle vicende riguardanti Berlusconi e Dell’Utri. In effetti, egli non avrebbe mai voluto parlare – per paura delle conseguenze – dei fatti che li riguardano, così come di Forza Italia. È stato costretto a farlo soltanto dopo che la procura di Palermo è entrata in possesso delle “lettere” di minacce a Berlusconi contenute nei documenti conservati da Vito Ciancimino e trasmessi a suo figlio.
In ogni caso, non penso che la motivazione della Corte d’appello sia un giudizio definitivo di non credibilità: in seguito, in effetti, Massimo Ciancimino è stato sentito come testimone nel processo sull’assassinio del banchiere Roberto Calvi a Roma malgrado l’opposizione della difesa che, giustamente, si riferiva all’ordinanza della Corte d’appello di Palermo.
Massimo Ciancimino riassume il ragionamento di suo padre, nel 1992: “Vendo Toto Riina [arrestato nel 1993, N.d.R.], mi arrestano, e quello che mi rimpiazza continua a dialogare con Provenzano e va in seguito fino alla nascita di questo partito, è Marcello dell’Utri”. Vale adire che Forza Italia e’ il frutto di un patto tra Provenzano e Dell’Utri … È il primo a dire questo?
In realtà, Massimo Ciancimino non dice esplicitamente che Forza Italia è il frutto di un accordo tra Provenzano e Dell’Utri. Egli racconta le impressioni di suo padre che, messo fuori gioco dalle trattative a causa del suo arresto imprevisto ed imprevedibile [dicembre 1992, N.d.R.], “deduce” la presenza di un nuovo soggetto e lo identifica in Marcello Dell’Utri.
Che il senatore di Forza Italia sia stato tra i fondatori di questo partito è un fatto storico. Sulle sue “frequentazioni pericolose” con la mafia, esistono varie testimonianze, e non solamente risultate dal suo processo. Sulla nascita di Forza Italia, i magistrati di Firenze, di Caltanissetta e di Palermo hanno a lungo indagato, così come sulla natura del contributo economico di Cosa Nostra alle imprese edili di Berlusconi a Milano, molto prima della sua entrata in politica.
Il pentito Francesco Di Carlo parla di un incontro a Milano tra Dell’Utri, Berlusconi, i mafiosi Bontate e Teresi e l’imprenditore Filippo Rapisarda.
L’investimento di circa 10 miliardi di lire in Milano 2 da parte dei mafiosi palermitani risalirebbe a quest’epoca, nella metà degli anni ‘60. Queste vicende, già affrontate dai giudici e in parte archiviate, sono oggi di nuovo al centro delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino.
Se Ciancimino si contraddice, come sostiene la Corte d’appello, egli ha tuttavia fornito dei “pizzini” di Provenzano inviati a Don Vito che lo informavano di aver parlato con “il sen.”… Ci sono dunque delle tracce scritte?
In effetti, questi sono dei messaggi inviati durante l’incarcerazione di Vito Ciancimino, tra il 2000 e il 2002. Delle verifiche sono in corso per stabilirne l’origine e il periodo. Massimo Ciancimino dice che “il sen.” citato è Dell’Utri. Ma l’unico che potrebbe confermarlo è suo padre, morto nel 2002…
Tra queste tracce scritte presentate da Ciancimino, c’è un frammento di lettera ritrovato tra le sue carte sequestrate nel 2005, nelle quali si minacciava Berlusconi di un “triste evento”. Perchè, quando Massimo Ciancimino è stato arrestato un anno dopo, non sono state aperte in quel momento le casseforti in cui erano conservati tutti i documenti di suo padre? E per l’appunto il “papello”?
Il frammento in questione si trovava nella cassaforte della casa di Mondello, a Palermo, di Massimo Ciancimino, perquisita nel 2005 al momento dell’inizio dell’inchiesta sulla vendita della società GAS per la quale Massimo è stato condannato in appello per riciclaggio. La casa è stata perquisita ma la cassaforte non è stata aperta come quella della sua casa di Roma.
Se fossero state aperte, i carabinieri avrebbero trovato molti documenti interessanti, tra cui questo famoso “papello” che tutti cercavano dal 1997, quando il pentito Brusca ne ha parlato. Perché non le hanno aperte? Massimo sostiene che gli era stato detto che “nessuno avrebbe fatto niente”. Chi glielo avrebbe detto? Secondo Massimo, il “sig.Franco”, sempre questo strano personaggio indicato come facente parte dell’ambiente dei servizi segreti, che per anni ha protetto Vito Ciancimino e lo ha accompagnato durante le trattative tra Cosa Nostra e lo Stato…
Per tornare alla nascita di Forza Italia, il partito di Berlusconi lanciato all’inizio del 1994, fu proprio Dell’Utri a convincere Berlusconi a crearlo?
Certamente, la maggioranza dei collaboratori di Berlusconi (Letta, Confalonieri, Mentana e Costanzo) era contraria alla sua “entrata in politica”. La tesi di Dell’Utri ha prevalso e il partito è stato creato. I sondaggi hanno convinto anche il Cavaliere: a causa degli scandali di Tangentopoli [sistema di corruzione messo alla luce da "Mani pulite" nel 1992, N.d.R.], davano un trionfo certo della sinistra in tutta Italia. Quindi il Cavaliere ha sentito la necessità di salvare il paese dall’avanzata dei comunisti…
Nel novembre 1973, prima dell’annuncio ufficiale della creazione di Forza Italia, Vittorio Mangano [un criminale legato a Cosa Nostra, N.d.R.] e Dell’Utri si vedono due volte. Di cosa parlano?
A questo, nessun tribunale ha saputo rispondere. Dell’Utri non ha smentito questi incontri ma li ha sempre fatti rientrare nel quadro di una frequentazione normale di vecchie conoscenze. Egli dice che Mangano è venuto a trovarlo per parlargli di problemi di salute.
Il pentito Salvatore Cocuzza [sic], un uomo di Mangano, ha detto una cosa diversa: secondo lui, Mangano era l’uomo della Mafia in casa di Berlusconi e già nel 1993, i mafiosi avevano ricevuto delle assicurazioni sulle modifiche delle leggi in senso favorevole a Cosa Nostra. Promesse che, secondo lui, sarebbero state reiterate nel corso di un altro incontro Dell’Utri-Mangano prima del Natale 1994.
In fondo, qual è stato il ruolo politico, psicologico …di Dell’Utri su Berlusconi?
All’inizio dell’inchiesta che è in seguito sfociata nel processo Dell’Utri, l’ipotesi accusatrice metteva sullo stesso piano di complicità il senatore e Berlusconi. Ma la requisitoria dei procuratori in prima istanza ha supposto un ruolo secondario di Berlusconi, quasi incosciente della messa in scena di Dell’Utri. Questa tesi trova appoggio in vari scritti di Vito Ciancimino, raccontati da suo figlio. Il processo racconta dell’irresistibile ascesa di un siciliano sbarcato a Milano e a Roma nei palazzi del potere. E, come spesso accade quando i protagonisti sono siciliani, alcuni lo vedono come un spirito diabolico e altri dicono che non è stato altro che un grande manager…
Le garanzie politiche e giudiziarie che Dell’Utri avrebbe dato a Cosa Nostra, in fondo, si sono verificate?
Nel corso degli ultimi anni in molte occasioni, il Parlamento ha cercato di lanciare delle misure in un modo o nell’altro favorevoli a delle persone incolpate o sotto inchiesta, dal decreto Biondi detto “salva-ladri” nel 1994 fino ai giorni nostri e alla legge che vieta le intercettazioni telefoniche, uno strumento essenziale nella lotta alla Mafia.
Ma, secondo me, quello che pesa di più, è l’atteggiamento generale della politica e in particolare la battaglia intrapresa da molto tempo contro la magistratura. La Mafia osserva e apprezza questi gesti di ostilità contro quelli che conducono questa battaglia quotidiana per la legalità.
[Articolo originale "Les relations secrètes entre l'Etat italien et la Mafia racontées par un témoin d'exception" di Delphine Sauberer]