Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe

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Sogno di un paese dove parole come cultura, leggi, rispetto, uguaglianza, civiltà, umanità e pietà non siano soltanto delle belle ma purtroppo inutili parole ma rappresentino invece le basi di un popolo che ha fatto di quel sogno, di quello stupendo sogno che si chiama Costituzione Italiana, le sue fondamenta.

"C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". Paolo Borsellino da "Lezione sulla mafia" del 1989

"Il nostro è un Paese senza memoria e senza verità"
Pier Paolo Pasolini

giovedì 29 aprile 2010

Bocchino si dimette: «Il Pdl sta diventando il partito della paura»

di Federico Brusadelli , da FareFuturo

«Un atto dovuto». Italo Bocchino, fino a questa mattina capogruppo vicario dei deputati del Popolo della libertà, definisce così le sue dimissioni irrevocabili. «Se ero io il problema del Pdl – spiega sul sito di Generazione Italia – oggi il problema non c’è più. Faccio un passo indietro». Ma quello di Bocchino è un passo indietro che si accompagna a una dura critica di come i vertici (e il presidente) del partito hanno gestito la vicenda. «Non è accettabile che il Presidente del Consiglio chieda la mia testa solo perché ho avuto l’ardire di partecipare a una trasmissione televisiva (Ballarò). Con l’aggravante che avrei rappresentato la “minoranza” del Pdl davanti a milioni di telespettatori. Obama, Merkel, Sarkozy non avrebbero mai nemmeno lontanamente immaginato di fare una cosa del genere». E ai giornalisti Bocchino racconta che, dopo la puntata “incriminata”, Berlusconi – con una telefonata concitata – gli disse testuali parole: «Farai i conti con me».Siamo dunque arrivati – si chiede Bocchino – al “colpirne uno per educarne cento” di stampo maoista? E d’altronde quella “profonda gratitudine” al capo prescritta dal documento finale approvato dalla direzione nazionale del partito non fa presagire nulla di buono. In sostanza – scrive ancora il “finiano” su Generazione Italia – «il problema di Silvio Berlusconi è che non riesce a comprendere le dinamiche connaturate a un partito democratico. Un partito liberale di massa deve essere innanzitutto plurale e liberale al proprio interno. Senza liste di proscrizione». E allora il premier «deve capire che chi viene da una storia politica antica, non ha paura delle epurazioni. Non ha paura di esporre in pubblico determinate tesi anche se non condivise. Noi non abbiamo paura».


E adesso? Per la sostituzione di Bocchino – mentre il capogruppo Fabrizio Cichitto resta al suo posto – si prevedono tempi lunghi, e Fabio Granata (anche lui nel novero dei “finiani”) avverte che «non si può pensare di calare dall'alto un altro vicacapogruppo vicario: da adesso in poi le decisioni nel gruppo si prendono votando». Ma non è un problema di poltrone. Il punto in questione è l’idea stessa di partito politico. E la capacità di gestire, all’interno del Pdl, un confronto democratico e plurale. Per il momento Bocchino continuerà «a lavorare per un Pdl diverso da quello attuale». Molto diverso. «Il Pdl sta diventando il partito della paura, altro che partito dell’amore». E noi, spiega, «vogliamo un partito della Libertà. Quella vera».

29 aprile 2010

martedì 27 aprile 2010

Domani 28 aprile davanti al Senato contro DDL intercettazioni

di Gianfranco Mascia - 27 aprile 2010
(da Libera Cittadinanza)

Tutti con i giornalisti in piazza dalle ore 10 alle 14 il 28 aprile, davanti al Senato (piazza Navona Corsia Agonale) contro le nuove norme bavaglio che il Governo intende introdurre nel disegno di legge sulle intercettazioni.

Facciamoci sentire per protestare contro gli emendamenti al disegno di legge già approvato dalla Camera che inaspriscono sanzioni civili e penali a carico dei giornalisti, al fine di impedire qualsiasi notizia su inchieste giudiziarie.

Tutti con i giornalisti in piazza dalle ore 10 alle 14 il 28 aprile, davanti al Senato (piazza Navona Corsia Agonale) contro le nuove norme bavaglio che il Governo intende introdurre nel disegno di legge sulle intercettazioni.

Partecipano: Federazione Nazionale della Stampa, BOBI BOicotta il BIscione, Articolo 21, Popolo Viola Roma, Liberacittadinanza

Iscrivetevi all'evento su Facebook:
http://www.facebook.com/event.php?eid=1163231483


'Questo è il paese che non amo racconta l’ascesa,nei primi anni '80,d’una classe spaccona e vanitosa,ottimista,sorridente e dalla barzelletta facile'.

Chi parla male vive male. Linguaggio e “questione morale” nell’Italia degli ultimi trent’anni

di Tommaso De Lorenzis, da micromega



Antonio Pascale è uno scrittore inclassificabile. Cucirgli addosso una definizione si rivela uno sforzo inutile. Dalla pubblicazione de La città distratta in avanti è stato tutto: romanziere nelle pagine di S’è fatta ora, saggista con il competente argomentare di Scienza e sentimento e ancora una volta esploratore della provincia casertana in Ritorno alla città distratta, monumentale approfondimento-sequel del libro d’esordio. Dell’uso di chiavi narrative molteplici ha fatto una precisa scelta poetica. Il rigore espositivo è la sua firma. Sovente ha mischiato le carte, intrecciando reportage in presa diretta e memorie autobiografiche, ragionamento analitico e uso delle fonti orali. «Si dice che» e «Ci sono quei casertani che» sono le locuzioni con cui ha filtrato gli elementi popolari, trasformando le voci della strada in fonti d’una narrazione impeccabile.

Se nell’Italia di oggi l’etichetta d’“intellettuale” non richiamasse la cialtroneria degli opinionisti da salotto televisivo, Pascale sarebbe semplicemente un intellettuale. E anche di razza. Tuttavia la parola in questione non basta più e così lo scrittore stesso si fa carico d’una significativa precisazione. Lo fa nell’introduzione a Questo è il paese che non amo, pubblicato di recente da minimum fax, coniando una formula che non lascia spazio a dubbi: «L’intellettuale di servizio è dunque un cittadino (più o meno indignato) che ha voglia di trasformare un sentimento poco nobile come la rabbia in una metodologia conoscitiva: ovvero è attento ai dati, alle misure, all’uso degli aggettivi».

Fedele a questo proposito culturale, con una prosa circostanziata e mai verbosa, Pascale narra trent’anni di storia italiana: dalla rottura antropologica degli Eighties al livido tramonto degli anni Zero. Si tratta del periodo di cui hanno scritto Enrico Deaglio e Andrea Gentile in Patria 1978-2008, brillante esempio di storiografia informale che – attraverso l’accostamento di fulminanti istantanee – centrifuga costume e spettacolo, musica e letteratura, epocali svolte politiche e grandi fatti di cronaca. Pascale esplicita, sul piano del metodo, gli orientamenti di Deaglio e sceglie la «questione stilistica» come lente per leggere lo stesso passato.

«Come abbiamo raccontato quello che abbiamo raccontato?», si chiede lo scrittore. «Male, con colpevole ambiguità, scarsa attenzione e pessimi ammiccamenti retorici», potremmo rispondere. Ed ecco spiegato il sottotitolo che recita «Trent’anni nell’Italia senza stile». Sono i tre decenni durante i quali si sono smarrite le coordinate della rappresentazione del dolore, sono state infrante le regole delle narrazioni e sono saltate perfino le norme elementari che, in una democrazia, dovrebbero regolare il confronto tra opinioni diverse.

Questo è il paese che non amo racconta l’ascesa, nei primi anni Ottanta, d’una classe spaccona e vanitosa, ottimista, sorridente e dalla barzelletta facile. Ripercorre l’avvento del capitalismo finanziario e misura la profondità d’una voragine chiamata debito pubblico. Restituisce le altalenanti vicende politiche dei Novanta e si sofferma su casi dal forte appeal mediatico come l’affaire Di Bella. Infine precipita nell’abisso dell’ultimo decennio, scivolando nelle pieghe delle crociate clericali e dell’enfasi progressista. Ma lo scrittore non si limita alla precisione dei documenti. Nemmeno s’accontenta dell’originalità del punto di vista, benché negli inserti autobiografici – a base di prospettive casertane e scorci romani – risuoni la ben nota capacità di elevare il ricordo personale a presupposto dell’argomentazione. Piuttosto: sottopone a disamina critica i linguaggi prodotti da questi eventi e le parole impiegate per raccontarli. Così, i softporno delle prime televisioni private vengono indagati in relazione al formarsi di quelle immagini fantasmagoriche, consacrate dalla tv di Drive In, che accompagnarono l’avvento del capitalismo immateriale. E La vita è bella di Roberto Benigni suscita inquietanti dubbi sull’opportunità di rendere tollerabile la rappresentazione dell’orrore.

Spaziando dal cinema alla televisione, dalla letteratura al giornalismo, Pascale passa in rassegna i vizi del linguaggio e la sostanziale immoralità che li alimenta. La stessa vicenda di Eluana Englaro è considerata a partire da quella strategia di comunicazione tesa a cancellare ogni distinguo e a supportare l’espansione invasiva del «corpo mistico», grande utero nel quale «si fluttua per grazia ricevuta, tutt’insieme», al di là della possibilità di operare una scelta. Lascia sbigottiti il minuzioso elenco di ricatti emotivi, irresponsabili omissioni e rozze metafore poetiche che supportarono quella furia propagandistica. La trascrizione dell’intervento radiofonico durante il quale Paolo Sorbi, presidente del Movimento per la Vita di Milano, si rivolge a Giuseppe Englaro, vale da termine ultimo d’un climax che manifesta la pericolosità del linguaggio volto alla manipolazione dei sentimenti: «Peppì, ma quante volte fai ’sti ricorsi? […] Se l’embrione è una persona umana e Eluana come te siete due postembrioni ma perché devi uccidere Eluana… Ma te la tengono le suore, te la tenimm’noi, non la vuoi vedere più? E non la vedere più…».

Questo è il paese che non amo è una sistematica denuncia delle immagini lacrimose e degli ammiccamenti allusivi, degli eccessi d’immaginazione e delle metafore consunte, delle zoomate morbose e delle parole ambigue. Forse – si potrebbe aggiungere – perfino dell’uso di simboli e miti nel tessuto delle narrazioni. Non a caso lo scrittore richiama due strumenti conoscitivi (il procedimento giudiziario e il metodo sperimentale) fondati sulla stringente verifica delle ipotesi e l’accorto vaglio delle asserzioni. Tuttavia, varrebbe la pena misurare questa riflessione, combinata a una palese sfiducia nel concetto di creatività, con i molteplici aspetti della finzione: ad esempio con le inclinazioni della narrativa popolare, le grammatiche dei generi letterari e l’uso romanzesco della Storia. Non va dimenticato, infatti, come – in un recente passato – proprio queste forme di racconto, agitate da una vigorosa tensione mitica, segnate dal continuo ritorno dei cliché e condite da contesti esotici o remoti slittamenti temporali, abbiano svolto un insostituibile ruolo di supplenza nei riguardi d’un giornalismo accomodante e di una storiografia dimentica e omertosa.

Antonio Pascale ha il merito di aver indicato il problema della lingua come parte fondamentale della “questione morale” e come ineludibile presupposto per discernere la democrazia dal populismo e la partecipazione dall’esibizione. Del resto, come diceva Nanni Moretti, «Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti».

(27 aprile 2010)

Schifani fa causa a 'Il Fatto' per 720.000€. Piena solidarietà a Il Fatto e se si dovesse avviare una raccolta fondi pronta a fare la mia parte!

27 aprile 2010, da l'AnteFatto

Il presidente del Senato chiede 720.000 euro di risarcimento per le inchieste pubblicate dal quotidiano. La direzione risponde: "Le indagini giornalistiche proseguono, noi non ci faremo intimidire".

Il presidente del Senato, Renato Schifani, ci ha notificato ieri una citazione civile con cui domanda 720 mila euro di risarcimento per le inchieste giornalistiche che lo riguardavano da noi pubblicate. La somma richiesta è superiore al nostro capitale sociale, ma noi non ce ne lamentiamo. Schifani, al pari di qualsiasi altro cittadino, se si ritiene diffamato ha il diritto di rivolgersi al Tribunale per veder riconosciute le proprie ragioni. Anche se, dopo aver letto le 54 pagine della citazione, dobbiamo confessare la nostra sorpresa: nonostante gli sforzi non abbiamo ancora capito quali delle notizie riportate su il Fatto Quotidiano non siano vere. A questo punto chi ha ragione e chi ha torto non lo potrà che stabilire il giudice.

Certo, avremmo preferito che il presidente Schifani, proprio per l'importante incarico pubblico da lui ricoperto, avesse risposto alle numerose e-mail contenenti dettagliate richieste di chiarimenti che gli abbiamo inviato prima di scrivere ogni pezzo. E ora ci saremmo aspettati almeno una querela penale che, da una parte, avrebbe consentito al pubblico ministero di svolgere autonomamente indagini sui fatti contenuti negli articoli in maniera più ampia rispetto a quanto si può fare in sede civile. E che, dall'altra, sarebbe potuta sfociare, in caso di un nostro rinvio a giudizio, in un dibattimento pubblico senz'altro interessante per chi vuol conoscere i trascorsi della seconda carica dello Stato.

In passato, quando Schifani era ancora il semplice capogruppo di Forza Italia al Senato, le cose andarono proprio in questo modo. Il nostro Marco Lillo, all'epoca a l'Espresso, pubblicò un'inchiesta sui soci di Schifani poi condannati per fatti di mafia o finiti sotto processo per altri reati. Il pm stabilì che ciò che Lillo aveva raccontato era vero e la querela fu archiviata. Per questo, dopo aver riletto l'atto di citazione, oggi pensiamo che la causa miri più che altro a mettere una spada di Damocle economica sulla testa di un giornale appena nato. Ma se le cose stanno così, i nostri lettori possono stare tranquilli. Già domani dalle colonne de il Fatto Quotidiano spiegheremo dettagliatamente perché, a nostro avviso, la citazione di Schifani non è basata su argomentazioni serie e degne di un presidente del Senato. E nei prossimi giorni racconteremo altre storie inedite sulla vita del senatore, prima e dopo il suo ingresso in politica. Notizie che l'opinione pubblica deve conoscere.

LEGGI

20/11/2009 - Schifani e il palazzo abitato dai boss di Marco Lillo

26/11/2009 - "Schifani incontrava Graviano, l’uomo delle stragi e dei contatti milanesi" di Peter Gomez e Marco Lillo

27/11/2009 - I soci di Schifani? Arrestati, condannati e confiscati di Peter Gomez e Marco Lillo

13/01/2010 - Quando Schifani faceva l'autista di Marco Lillo

lunedì 26 aprile 2010

Fenomenologia dell’osceno


In rari momenti la televisione riesce ad essere strumento di verità. Cerimonia funebre per Vianello: Berlusconi arriva circondato dalla scorta, si leva il cappotto e senza girarsi, con indifferenza che deve considerare regale, lo lascia nelle mani dell’agente che lo segue. Si avvicina alla vedova, inferma, semisdraiata e circondata dai due figli adottivi.

Col braccio ne scansa uno per farsi posto al centro dell’inquadratura. Per una minuscola frazione di secondo il gesto occupa la scena. Subito si accorge di quanto possa essere sgradevole e rimedia con una sorta di meccanico abbraccio ai due figli attoniti. Si china sulla malata e lascia indovinare sussurri affettuosi. Poi, forse al richiamo della voce di Pippo Baudo che sta parlando, rialza la testa e si produce in un lungo, insistito sorriso impudico a tutto beneficio dell’inquadratura, manichino pubblicitario di sé stesso.

Non sappiamo se questo attimo di verità televisiva verrà replicato o, come è più probabile, censurato nelle sue brevi parti imbarazzanti fino a trasformarlo in uno dei tanti frammenti di rappresentazione servile del potere. Forse scomparirà ma negli occhi di chi l’ha visto resta come documento di volgarità innata. La stessa del gesto triviale cui mandava al diavolo l’ex Presidente Scalfaro, intervenuto in Senato. Gesto e movimento labiale per esprimere l’inequivocabile: ma va a fan culo.

Ora, sull’onda del successo, ottenuto con lo strapotere mediatico, nelle elezioni regionali, il campione della volgarità italiana ripresenta come inevitabile la sua candidatura al Quirinale. Sostanziali ostacoli si oppongono: il suo passato di falsificatore di bilanci e corruttore di magistrati, il suo passato-presente di monopolista dell’informazione. Ma nel suo partito si troverà certo qualcuno capace di sostenere che anche con la volgarità si rappresenta un popolo.

Pancho Pardi (Fonte:micromega)

(18 aprile 2010)

Nucleare: Berlusconi, prima di siti necessario cambiare opinione pubblica..."i cittadini nel sentir parlare di centrali si terrorizzano"

da Yahoo Finanza

lunedì, 26 aprile 2010

LESMO (MF-DJ)--"Bisogna che prima di individuare il posizionamento delle centrali nucleari cambi l'opinione pubblica italiana" visto che "i cittadini nel sentir parlare di centrali si terrorizzano". Pertanto "dobbiamo procedere con una vasta opera di convincimento guardando all'esperienza dei francesi che hanno raggiunto un'assoluta sicurezza" nel settore nucleare.

Lo ha affermato il premier Silvio Berlusconi in merito al dossier del ritorno al nucleare dell'Italia, ribadendo che il ministro Claudio Scajola "e' fermamente intenzionato a far partire entro questa legislatura, cioe' entro 3 anni", i lavori per la costruzione della prima centrale atomica italiana dopo il referendum del 1986.

Berlusconi ha anche annunciato l'avvio di una campagna di sensibilizzazione tra i cittadini italiani a favore del nucleare. "Stiamo lavorando per raccogliere l'esperienza francese" con la rai, ha precisato Berlusconi ricordando come "le centrali portino tanto, tanto lavoro e in Francia la dove vi sono problemi di disoccupazione, si scatena la rincorsa" ad avere le centrali.

Berlusconi ha poi ribadito che "non e' piu' possibile stare fuori" dalla produzione di energia con fonti nucleari. mur/ds

"E' finito e ora comprerò tutti i suoi uomini". "Glieli sfilo uno ad uno".

da nonleggerlo.blogspot.com

domenica 25 aprile 2010

2 giorni fa non credevo ai miei occhi.

Sul Secolo XIX, pagina 3, ecco la bomba.

Berlusconi dice "glieli sfilo uno ad uno",

Berlusconi dice che comprerà tutti gli uomini di Fini.

Li comprerà.

Venerdì ne ho scritto subito, appena saputo della notizia. La butto lì un po' dubbioso, a questi virgolettati non bisogna dare troppo peso, mi dico. Magari non è nemmeno vero, magari, sai, nella confusione generale. Magari il retroscenista del Secolo ha esagerato un po', o frainteso, magari entro un paio d'ore arrivano le proteste del Palazzo, le marce indietro, le smentite. Meglio aspettare.

Beh, sono passati 2 giorni, e la cosa è ancora in piedi. Decido di telefonare alla redazione del quotidiano genovese, vediamo che dicono. Roba di pochi minuti fa. Il centralino mi passa un responsabile. Ma quali smentite, "Qui non è arrivato niente, nessuna smentita", mi dice. "Anche perché la notizia è vera, Berlusconi ha utilizzato davvero quelle parole, il nostro è un bravissimo retroscenista". Gli chiedo come sia possibile che solo qualche blogger abbia ripreso la notizia, nel disinteresse più totale. Nonostante quelle parole. Mi dice che "sì, le parole del Premier sono pesanti, ma la cosa era abbastanza scontata, le mosse di Berlusconi prevedibili".

Va bene, non sarebbe la prima volta che il nostro Premier "convince" con le giuste argomentazioni dei politici a passare dalla propria parte, ma scusate, non riesco a capacitarmene. Ed in questo 25 aprile vi voglio salutare così, con un dubbio, che magari è solo mio: che Democrazia è una Democrazia che lascia correre una dichiarazione del genere, quelle precise parole, come se niente fosse, senza chiedere immediati chiarimenti, immediate spiegazioni a chi di dovere, così, come stessimo parlando di figurine Panini e non di Presidenti del Consiglio, Deputati e Senatori della Repubblica?
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[Ingrandisci/Condividi ... Mi sembrava un vero peccato non "riportare" sul sito Pdl cotanta frase ...]

La Resistenza senza voce

dal blog di Beppe Grillo


Le manifestazioni per il 25 aprile si sono aperte con un giorno di anticipo con uno spettacolo celebrativo alla Scala. Il comitato antifascista formato da Napolitano, Berlusconi, Moratti, Formigoni è stato accolto dai milanesi con grande entusiasmo. Un trionfo soprattutto per Morfeo, la firma più veloce della Repubblica, che si è pure commosso. Fuori, lontani dai lustrini e colliers, un gruppo di cittadini aspettava con ansia di salutare il Primo Partigiano d'Italia. Il loro entusiasmo era tale che è stato necessario transennarli come delle bestie. Uno di loro ha preso un megafono per farsi sentire dai celebranti all'uscita dal teatro. Ha potuto solo ricordare le leggi vergogna proposte da Berlusconi e firmate con la rapidità di una raffica di mitra partigiana dall'eroico Napolitano. Poi, tra l'indifferenza di molti, Piero Ricca è stato trascinato via e il suo megafono è stato sequestrato. Pertini, un vero Presidente e un vero Partigiano, è stato nominato all'interno della Scala. Se fosse stato in vita li avrebbe presi tutti a calci nel culo.

Agorà. "L'eco di un grido, di una vicenda cancellata. Il cinema rende giustizia a chi fu giusto, ignominia a chi fu feroce".

26 aprile 2010

L'eco di un grido, di una vicenda cancellata. Il cinema rende giustizia a chi fu gusto, ignominia a chi fu feroce.

Teso e avvincente, Agorà è un film dal ritmo incalzante. La storia della dimenticata Ipazia d'Alessandra (370-415 d. C. circa) raccontata nel bel film di Alejandro Amenabar è un peplum d'autore girato con solidi mezzi. Grazie a un accurata ricostruzione della città, ai costumi e ai bravi attori (la protagonista Rachel Weisz è incantevole), Amenabar ci immerge nell'antica “metropoli” dell'Impero romano e cattura lo spettatore.

Ipazia, figlia del filosofo Teone, è una scienziata, ella stessa una filosofa (neoplatonica) e insegna agli studenti della Biblioteca di Alessandria. È una delle personalità più eminenti della città e tutti la rispettano, sebbene sia una donna. Tutto fila liscio finché ad Alessandria non si fa pressante la questione (politica) legata alla diffusione del cristianesimo. Quando il vescovo Cirillo (poi fatto Santo) conquista il potere, le cose si mettono molto male per chi professa come Ipazia un solo credo: la filosofia. Che è, come dice lei, l'arte "di riconsiderare sempre tutto". L'opposto della fede nelle scritture. Ipazia, nella realtà, non chinò il capo al potere religioso che divenne, in breve tempo, potere temporale. Così fu uccisa, smembrata e bruciata. I cristiani non potevano permettere l'esistenza di una donna astronoma, osservatrice della natura, ascoltata dagli uomini di potere. I cristiani vinsero su tutti i fronti, visto che del nome di Ipazia, nei manuali di filosofia, viene fatto talvolta solo un rapido cenno. Nonostante, secondo fonti secondarie, fosse considerata un'importante pensatrice.

In Agorà Ipazia parla della teoria di Aristarco (III secolo a. C.). Uno che, bizzarramente, pensava che non fosse il sole a ruotare attorno alla terra, ma la terra a ruotare attorno al sole. La teoria non piaceva granchè alla religione trionfante. E neppure alle convenienze della politica, che della fede si è sempre servita. Il rapporto tra religione – ma sarebbe meglio dire "potere" – che assoggetta le masse con messaggi semplici e la filosofia è il tema dominante del film. Ma, più che screditare la religione, piace pensare a quanto in Agorà venga innalzata la filosofia. La cosa più sacra per Ipazia. Che si sente rispondere, con ironia, dal prefetto Oreste: “Proprio quel che ci serve, di questi tempi”. Ovvero tempi di caos, in cui bisogna dare ordine, tenere a bada il popolo con parole chiare e banali. Con motti indiscutibili, come: “Questa è la parola di Dio”. Credeteci. Non coltivate il dubbio e lo scetticismo. L'attività critica, quella che fa veramente progredire l'uomo (che ha portato sul rogo Giordano Bruno o fatto scomunicare Spinoza), è la più grande nemica dell'ordine e della fede. Il film non è anti-cristiano. Dice chiaramente che la filosofia è disturbante per chi desidera imporre una verità universale. Vale anche per la politica e per tutte le parole d'ordine che si sono avvicendate nei secoli dei secoli. Il secondo tema del film è la femminilità. Ipazia è l'unica donna che ha diritto di parlare in un mondo di uomini.

E questo per il vescovo Cirillo è inaccettabile: "Voglio che la donna stia in silenzio: è la parola di Dio", proclama minaccioso l'uomo che manderà ad uccidere la filosofa. In Agorà tutti gli uomini, anche quelli che amano Ipazia, scendono a patti con il realismo politico o non contengono i propri istinti ferini. Lei sola, una donna, mantiene lucidità, pietà e indipendenza. La vera forza, propria solo degli esseri liberi. La rimozione storica di Ipazia e dell'intelletto femminile è totale. Complici della congiura religioni e, soprattutto, la violenza maschile. Agorà racconta quindi un doppio scempio: quello sulla filosofa e quello sulla donna. Ma nel film c'è un terzo tema, più nascosto, eppure molto forte. Viene racchiuso in una battuta, ma è presente sempre, sotto traccia: nel film vediamo Ipazia mettere in discussione il sistema tolemaico.

Lei stessa, però, è attaccata ai concetti della "dottrina" greca secondo cui il cerchio è la forma perfetta. Eppure, se la terra si muove attorno al sole, non può farlo con movimento circolare. E Ipazia dice: "Non avere un centro, però, mi spezza il cuore". La verità nascosta di Agorà è in questa frase. Ognuno di noi, Ipazia compresa, desidera un centro. Perché tutti, Ipazia compresa, devono credere in qualcosa e basarsi su pregiudizi. Anche Ipazia ne ha bisogno e a modo suo "crede". Ma crede nella ricerca della verità, nel dubbio (differenza tra una spiritualità fortissima e l'essere religiosi). Ipazia crede, fino alla morte, in ciò che fa progredire l'uomo, in ciò che gli fa realizzare scoperte scientifiche. Gli altri attorno a lei sono fanatici di dominio.

Lottano per Dio come sintomo dell'ordine, del divieto di dubitare, della certezza che tenga a bada il pensiero. Ode alla filosofia e alla donna, Agorà ci dice anche che la filosofia non è fuori da quella lotta tra forme di vita che costella la storia. Ipazia, come gli altri personaggi incarna una “volontà di potenza”. Solo che è indirizzata alla dialettica, all'ascolto, alla tolleranza. Dalla lotta per la vita, la filosofia non è esclusa. È semplicemente una forma d'esistenza raffinata. Infatti Ipazia saprà dubitare della dottrina. E, almeno nella finzione cinematografica, penserà che il cerchio non è l'unica forma con cui concepire l'orbita di un pianeta. Keplero, più di mille anni dopo, penserà la stessa cosa.

Noi non siamo razzisti, sono loro che sono meridionali/napoletani/immigrati/rom/...e quant'altro....

Giobbe Covatta e Francesco Paolantoni in una famosa scenetta di un dibattito politico tra un'esponente della Lega Lombarda e uno della Lega Veneta, dai contenuti ancora tanto attuali e che si concludeva sempre con la seguente frase ,anche lei purtroppo attualissima: "Noi non siamo razzisti,sono loro che sono napoletani".

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Quel piccolo prossimo lasciato a piedi alla fermata del pulmino scolastico, un giorno crescerà. E sarebbe meglio che non avesse altri motivi x odiarci

MAMMINA CARA

di Silvia Truzzi, da Il Fatto Quotidiano del 25 aprile 2010

Le persone bisogna provare a capirle. Altrimenti si scade nel giudizio: banale, liquidatorio, mai utile. A volte è anche l’unica cosa da fare per non chiudersi nell’arrogante anatema della parte giusta. Guardando le mamme di Adro, quelle incazzate perché un imprenditore ha pagato la retta della mensa alle famiglie che non possono, bisogna provare a capire: da dove viene l’odio sputato nel microfono, orribile anche perché va in scena davanti a una scuola.

La mamma Giovanna ha detto ad Annozero: “Non doveva intervenire una persona per pagare i debiti di quelli che fanno i furbi, pensando di comprarsi il diritto a offendere una comunità”. Senza contare che dà un messaggio sbagliato: tutto è dovuto. “Noi ai nostri figli insegniamo che ci sono diritti, ma ci sono doveri”. “Prima si paga la retta, poi tutto il resto”, tuona un’altra fuori da scuola, digrignando i denti contro una sua collega (non si dolga la signora, ma biologicamente si è mamme anche se “diversamente pigmentate”).
“Nemmeno abbiamo diritto al buono affitto”, spiega lì vicino una signora extracomunitaria. E poi: “Perché? Siamo uguali a voi”. E lo dice anche facendo lo sconto: difficile avere voglia di vicinanza con la ferocia.

Ma è questa l’equazione senza soluzione: i nuovi italiani non sono italiani. Sono un po’ meno uguali, nel paese governato dai più uguali.
Da dove arriva questa cattiveria che induce i genitori a mostrarsi davanti ai propri figli come belve chiuse in gabbia?
La crisi economica rende la vita difficile a molte persone. E questo è il tipo di problema che esaspera gli animi, rozzi e meno. Tra genitori italiani cassintegrati ma solventi, una signora spiega: “Se andiamo avanti così in Italia comanderanno quelli lì”.
Come fa giustamente notare un ospite di Michele Santoro, Yassin, studente universitario sul suolo patrio da 12 anni: non diventi mai uguale. Ma succede così solo qui.

Dietro il banchetto della Lega, un signore spiega ai microfoni di RaiDue che “questi fanno danno”. E che il Comune di Adro non ha soldi. “Non c’è un euro” . Se ce n’è mezzo, va a chi paga i contributi da quarant’anni.
Nessuno si fa domande sul perché mancano le risorse, se abbiamo cominciato a uscire dalla crisi ancora prima di entrarci, stando a quanto ci viene quotidianamente propinato da una
propaganda che usa i numeri dell’economia senza pensare che dietro ci stanno persone.

La teoria geografica che spiega come nel nord bresciano o veneto il lavoro più che una cultura è un mito, non basta. In un paese vicino a Trento, qualche anno fa, un agricoltore restò in ospedale per diversi mesi. Senza dire nulla, a turno, i contadini vicini di campo coltivarono il suo appezzamento, perché il raccolto non andasse a male.

La solidarietà è stata uccisa dalla paura dell’altro? Eppure, se queste mamme danno una sbirciatina al Vangelo nel rito domenicale, si tratta di quel prossimo che bisognerebbe amare. Ed è meglio, anche opportunisticamente: il prossimo che fa il furbo, “diversamente pigmentato”, quel piccolo prossimo lasciato a piedi alla fermata del pulmino scolastico, un giorno crescerà. E sarebbe meglio che non avesse altri motivi, oltre al ghigno schiumante, per odiarci.


s.truzzi@ilfattoquotidiano.it

Franco Cordero, giurista: “Contro il Caimano niente guanti, altrimenti si va dritti al suicidio”. La Resistenza? “Una speranza durata poco”

Intervista al grande giurista Franco Cordero

di Silvia Truzzi, da Il Fatto Quotidiano del 25 aprile 2010

Superato l’imbarazzo (parlare di Berlusconi nello studio di Franco Cordero), l’intervista al professore - docente emerito di Procedura penale alla Sapienza e commentatore di Repubblica - può cominciare.

Professore, se dovesse riscrivere il suo manuale come comincerebbe il capitolo sul legittimo impedimento?

Direi che il legittimo impedimento è l’espediente con cui viene reintrodotta un’immunità due volte dichiarata incostituzionale. Però il Parlamento dominato dal centrosinistra nei tardi anni 90 ha elaborato norme dal taglio già berlusconiano. Sfruttandone una, l’imputato Previti allungava a dismisura l’udienza preliminare accampando impegni parlamentari come la discussione di norme per la tutela delle minoranze linguistiche. Il giudice, stanco dei rinvii, emette un’ordinanza incauta nella forma, il cui senso era “la giustizia non è meno importante degli impegni parlamentari”. Insorge la difesa
Previti e insorge anche Luciano Violante. Ex magistrato ed ex comunista d’un genere severo - credo lo chiamassero Vishinskij, il pubblico ministero delle purghe staliniane. Violante solleva un conflitto di attribuzioni: la Consulta risponde che sono due interessi egualmente importanti. Di qui la prassi dei calendari concordati.

Capitolo intercettazioni.

Capirei l’apprensione se intere classi di persone fossero intercettate, come probabilmente avverrebbe in un regime berlusconiano: la sua privacy vale solo finché bisogna addomesticare l’arnese giudiziario scomodo ai suoi simili. Quando fosse il signore d’Italia - come aspira a diventare - la privacy scadrebbe a concetto fuori moda. I suoi gusti vanno verso il modello Kgb più che in senso liberale. L’idea che siano intercettabili solo persone a carico delle quali esistono gravi indizi di reato è demenziale.


Lei ha scritto che assistiamo a un golpe al ralenti: c’è stata una accelerazione?

Gli strappi di Berlusconi non fanno notizia perché lui è fuori dal sistema. È un po’ meno cauto di quanto fosse nella prima apparizione governativa. È allora che il sistema italiano ha dimostrato d’essere privo di anticorpi. Allora bisognava cogliere l’anomalia - non scandalosa, ma terrificante - dell’avere come capo del governo il duopolista dell’etere. È allora che il presidente Scalfaro dichiara l’intenzione di vegliare personalmente sul rispetto delle regole:i mpegno che non poteva essere adempiuto perché la violazione era nel fatto che costui avesse tre reti televisive e fosse così ricco da poter comprare mezzo mondo.


E ora?

Il Berlusconi attuale è selvaggio: prima non si sarebbe avventato contro i
magistrati che gli davano fastidio paragonandoli alla Banda della Uno bianca. Adesso ha minori inibizioni. Anzi, nessuna. Non è cambiato. La metafora del caimano coglie questa potenza biologica, monolitica dell’individuo: può essere solo così. E va avanti non a colpi di raziocinio, ma guidato da riflessi. Come lo squalo, il caimano non sbaglia l’azzannata. Nella prima esperienza di governo sentiva poteri ostili: quel presidente della Repubblica era meno mansueto dell’attuale.

Napolitano è stato criticato
per aver firmato decreti ad personam e molto difeso dai costituzionalisti.
Non spetta a lui ma alla Consulta dichiarare invalide le leggi. Però poteva farsi costringere a promulgare dopo il rinvio un paio di leggi incostituzionali.

Perché non l’ha fatto?
Probabilmente i suoi consulenti giuridici l’hanno persuaso che non lo fossero.

Anche il lodo Alfano? Gridava incostituzionalità: la firma è stata un gesto malaccorto. Era un caso tipico di rifiuto della
promulgazione d’emblée.

Napolitano l’ha fatto per poter giocare la carta rinvio nella partita delle riforme istituzionali? Alcuni lo sostengono.
Il fatto era molto grave, il tentativo di procurarsi un’immunità di quel genere andava talmente oltre ogni legalità da non essere tollerabile. Subire - sia pure a denti stretti come male minore, come via di fuga da un male peggiore minacciato dall’estorsore - non è un gesto politicamente lodevole. Ci sono soperchierie davanti alle quali bisogna parlare chiaro.


Leggi ad personam: abuso d’ufficio e revisione del processo. Due provvedimenti targati centrosinistra.
Il centrosinistra non ha la coscienza limpida. La maggioranza sinistrorsa pendeva su una linea di resa incondizionata. Dal ‘98 al 2001 le Camere hanno legiferato in un senso prossimo all’ideologia bicameralista
. Il ceppo genetico di quelle leggi era piduistico.

Gelli ha detto che vuole il copyright sul Piano di Rinascita.
Rispetto al dominante attuale aveva dello stile. Non che fosse sopraffino, ma senz’altro preferibile.


Lei ha scritto: “Il diritto ha una logica refrattaria all’imbroglio”. Vale sempre?

Non il diritto prodotto da Camere in cui l’interessato a sciogliere certi conflitti a proprio beneficio, adoperi suoi avvocati in aula e nelle Commissioni parlamentari. Siamo allo scherno delle istituzioni. La forma giuridica maschera una violenza, un gesto padronale.

Lei guarda la tv?

Poco, vedo il Tg3.

Però avrà letto delle polemiche sull’editoriale del direttore del Tg1 su Mills. Prescrizione e assoluzione sono sinonimi?

Dire che l’imputato di un reato prescritto sia stato assolto è uno sgorbio.

È il 25 aprile: ci crede al nuovo fascismo?

È durata poco la speranza d’una metamorfosi italiana alimentata dalla guerra partigiana, dallo scioglimento del conflitto mondiale. Il fondo organico è rimasto tale e quale. Ed era chiaro come non fosse facile modificarlo, tanto era incarnata l’esperienza dei 22 anni di fascismo. Già nel giugno ‘46 Togliatti
Guardasigilli propone un’amnistia che taglia corto sulle responsabilità penali in materia di criminalità politica. Togliatti era un metternichiano. Alcuni aspetti dalemiani credo siano riconducibili al modello Togliatti: con la differenza che adesso c'è il vacuum ideologico, allora c’era un orientamento ideologico fideistico. Nel ‘47 il Pci vota in sede costituente l’articolo 7 della Carta sui Patti lateranensi. Voleva essere una mossa astuta di addomesticamento della parte cattolica.

Non molto lungimirante?

Tutt’altro che lungimirante. Qualcosa di analogo è successo durante il sequestro Moro, quando il Pci era rigorosamente ostile al negoziato perché lo Stato non deve trattare. Non era un gesto particolarmente furbo dal punto di vista politico, né molto morale. Giuridicamente parlando la questione era ovvia. Bisognava salvare l’uomo politico. Il Codice penale prevede come scriminante lo stato di necessità. Trattare non significava riconoscere le Br ma venire a capo
della questione poliziesca che il ministro degli Interni Cossiga non riusciva a risolvere. E subito dopo dare la caccia ai sequestratori.

L'origine della domanda era il nuovo regime. Siamo in una democrazia diminuita?

B. non vuole il Parlamento né la separazione dei poteri, aspira a una formula costituzionale in cui chi governa non abbia impacci camerali, non sia costretto a negoziare, possa agire da padrone. Questo è un regime sudamericano. O europeo del genere nazista 1933-45, quando il Führer era la legge. Abbiamo sotto gli occhi questa spinta autocratica: è radicata nei suoi cromosomi. Agiva e agisce occultamente da imprenditore talora monopolista. In quel mestiere non esiste dialettica politica, conta la volontà del padrone. E lui vuol essere tale: l’affare Fini lo prova.


Fini, già leader dell’ Msi, poi sdoganato - “defascistizzato” - da Berlusconi, ora sembra l’ultimo argine della democrazia.
Sono convinto della serietà del cambiamento interno di Fini: non è più l’allievo di Almirante. È l’esponente di una maniera civile e liberale di intendere il gioco politico. Non capisco come possa condividere certe posizioni berlusconiane. Il premier doveva risolvere le sue difficoltà giudiziarie e ha speso così alcuni anni.

Non gli è riuscito benissimo però. I giureconsulti azzurri non sono ferratissimi?
In varie occasioni l’operazione non è riuscita. A breve scadenza però hanno ottenuto risultati: B. ha di fatto lucrato l’estinzione del reato, anche accorciandosi due volte la prescrizione.

La notte della giustizia?

È triste vedere come gli oppositori siano fiacchi. Danno l’impressione di essere entrati nell’ordine di idee dell’avversario, l’hanno accettato come antagonista più che legittimo, lo trattano con un timoroso rispetto fuori luogo: se c’è qualcosa che non va trattato con i guanti è il gesto padronale con cui lui dispone del Paese. Sia Bersani che Letta jr non hanno l’aspetto degli antagonisti efferati. Letta jr ha detto che era incline alla leggina e alle riforme. E poi che “è chiaro come l’opposizione frontale, l’antiberlusconismo viscerale conduca solo ad altre sconfitte”.


Ma quando mai c’è stato l’antiberlusconismo frontale?

Mai. Può anche darsi che l’esito sia una sconfitta, come dice Letta jr. Ma la casistica delle sconfitte prevede differenze: ci sono quelle con onore, che implicano rivincite anche gloriose. Poi ci sono quelle vergognose: farsi battere avendo accettato quasi tutto ciò che il nemico rappresenta è una sconfitta disonorevole. In termini di politica seria questo si chiama suicidio.

Il suo ultimo libro s’intitola “Il brodo delle 11”: che significa?
Il brodo delle 11 era l’ultimo pasto del condannato, il sabato mattina c’era l’esecuzione.


È il sabato italiano?

Spira aria d’apocalisse, viviamo una situazione da ultimi tempi: speriamo non chiudano la storia. Ci vorrebbero secoli per riemergere dal letargo. Certi danni sono irreversibili, soprattutto grazie all’opposizione che non ha saputo tener vive certe idee. Le prognosi non sono troppo incoraggianti.

Borrelli direbbe ancora “Resistere, resistere, resistere”?
Io credo di sì. Anche se c’è stato un logoramento in questi ultimi anni. Però può darsi che nelle persone sopravvenga la stanchezza, il disgusto. Il non votare è già un modo di estromettersi, di uscire dalle scelte spiacevoli stando alla finestra.

Ultima: lei vota?
Certo.
“Il brodo delle 11 L’Italia nel nodo scorsoio” Edito da Bollati Boringhieri, l’ultimo libro di Franco Cordero, professore emerito di Procedura penale alla Sapienza (FOTO OLYCOM)

domenica 25 aprile 2010

Emergency, i tre operatori: «Noi siamo puliti. Chi ha calunniato pagherà»


da l'Unità.it

I tre operatori di Emergency detenuti in Afghanistan per nove giorni sono stati liberati perché del tutto estranei alle accuse. Lo ha sottolineato Marco Garatti, uno dei tre, durante una conferenza stampa a Milano. «Il nostro obiettivo è quello di riaprire l'ospedale di Lashkar Gah». Lo ha detto Gino Strada nel corso della conferenza stampa. «Chi ha organizzato tutto non lo so, noi non centravamo niente e siamo liberi per questo. Ne siamo contenti, orgogliosi e fieri», ha spiegato Garatti. Durante la detenzione il medico ha detto di essere stato, come i suoi compagni, «allo scuro di quanto fosse stato detto contro di noi. Poi abbiamo saputo di essere stati accusati di avere saputo che armi sarebbero dovute entrare nel nostro ospedale in quanto in contatto con i talebani e loro fiancheggiatori». Quanto alle ipotesi di compensi ricevuti da Emergency per la mediazione di Emergency nella liberazione del giornalista Daniele Mastrogiacomo, Garatti ha ironizzato: «Ho scoperto di essere un uomo ricco, ma al momento della sua liberazione ero già da sei mesi in Sierra Leone».

Il chirurgo di Emergency si è detto addolorato per ciò che ha letto in questi giorni una volta giunto in Italia. «Sto cercando di leggere con molta calma - ha detto - ciò che è stato scritto in questi giorni perché fa più male dell'essere stato in carcere. Su di noi sono state scritte cose infamanti. Il giorno del mio compleanno ho visto i due ambasciatori che hanno chiesto a me, ma anche ai miei compagni, cosa chiedevo. A loro ho detto che volevo uscire a testa alta. Così è stato perché non volevamo uscire spinti dalla diplomazia. Poi ho scoperto che si è cercato di buttare addosso fango a noi e ad Emergency. Per questo, per quanto mi riguarda, chi è responsabile pagherà».

Matteo Dell'Aira dice di essere convinto che sia stato ordito un complotto contro Emergency che in Afghanistan oltre a curare i feriti ha fatto conoscere al mondo gli orrori della guerra. «Prima del 10 aprile, giorno dell'arresto - ha spiegato -, non abbiamo avuto alcuna avvisaglia. È probabilmente corretto dire che quello che è accaduto è accaduto perchè abbiamo raccontato la guerra. Ha dato fastidio perchè abbiamo raccontato a tutti le storie dei nostri feriti, il 40% dei quali sono bambini. Questo non va dimenticato. Non si raccontano più le barzellette sulla guerra. Cito una frase che non è mia però è significativa e cioè "la guerra è odore di sangue, di morte e di merda". Molti parlano senza mai aver visto i feriti». Anche Dell'Aira ha sottolineato l'impegno che ci sarà da parte di tutta l'Ong per riaprire l'ospedale.

Gino Strada ha infine annunciato l'intenzione di querelare il quotidiano "Libero" e "Il Giornale" per gli articoli scritti nei nove giorni di detenzione dei tre operatori della ong. In particolare Strada ha citato i titoli riguardanti la presunta confessione dei tre operatori e ha definito i due giornali come «espressone del giornalismo spazzatura». «Adesso mi aspetto -ha detto Strada- un titolo a tutta pagina "Liberi, sono innocenti", ma questo non succederà perché continueranno a fare il loro sporco mestiere. Questo vale per il giornalismo spazzatura per "Il Giornale" e per quello "mini spazzatura" di "Libero". I nostri tre operatori sono stati calunniati anche in Italia».

23 aprile 2010

Muore intossicata a 12 anni mentre tenta di riscaldarsi con un braciere. Dramma della povertà a Genova, gas staccato perchè non pagavano

da La Stampa.it


GENOVA - Avrebbe compiuto 13 anni il 10 di luglio Margarita Johaily Castillo Rivera, ma è morta per una probabile intossicazione da monossido di carbonio, scaturito da un bracierino improvvisato in un contenitore di alluminio, in un appartamento di Busalla, nell’entroterra di Genova, dove da alcuni giorni era stata sospesa la fornitura del gas per morosità.

La mamma, una donna di 34 anni originaria come Margarita della Repubblica Dominicana, ausiliaria in una casa di riposo per anziani, e la figlioletta di sei mesi, nata dalla nuova unione della donna con un italiano, sono state invece trasferite rispettivamente al pronto soccorso dell’ospedale San Martino e all’Istituto Gaslini. Gravi le condizioni della donna, in prognosi riservata e intubata in camera iperbarica, con un probabile danno anossico-cerebrale, mentre la lattante è stata dimessa con due giorni di prognosi. Proprio oggi la donna avrebbe dovuto versare la caparra per una nuova casa in affitto, per lasciare quell’appartamento concesso in uso al suo compagno da un’azienda per la quale l’uomo aveva lavorato in passato.

Le utenze infatti erano intestate al vecchio datore di lavoro del patrigno di Margarita, il titolare di una ditta fallita da qualche tempo. A scoprire la tragedia, oggi intorno alle 14.30, è stata la zia di Margarita, che vive a Bolzaneto. La donna è stata contattata dal patrigno della ragazza, a Milano per lavoro (è dipendente di una ditta di mobili), che non riusciva a mettersi in contatto con la famiglia. Arrivata davanti allo stabile di piazza Malerba ha suonato il campanello più volte senza ottenere risposta ed ha chiesto aiuto ad un conoscente per riuscire ad aprire la porta. Nell’appartamentino di una cinquantina di metri quadri, composto da due camere, un corridoio, un bagno e la cucina, la donna ha subito avvertito uno strano odore ed ha visto il corpo della sorella accasciato a terra, nel corridoio, vicino al bracierino realizzato con un contenitore di alluminio, di una sessantina di centimetri di diametro (di quelli che normalmente vengono utilizzati per riscaldare le pietanze), sul quale era stata versata dell’acqua, forse nel tentativo di spegnerlo.

Poco distante, in una camera, sul letto matrimoniale, il corpo di Margarita e accanto la sorellina di sei mesi. Il verdetto dei medici del 118 è stato immediato, Margarita era già morta, almeno da sei ore (intorno alle 8 del mattino), mentre per la donna e la piccina è iniziata la corsa contro il tempo per le cure. Sul posto i carabinieri hanno raccolto le prime dichiarazioni, hanno fatto intervenire la scientifica per i rilievi, i vigili del fuoco per gli accertamenti, al fine di ricostruire la dinamica della tragedia, che presenta ancora alcuni interrogativi. L’ipotesi ritenuta più probabile dai militari è che la ragazzina si trovasse in una stanza da sola col braciere e che la madre con la piccola in braccio sia entrata nella stanza in un secondo momento, abbia appoggiato la piccola sul letto cercando di rianimare la figlia maggiore, e poi abbia spostato il braciere nel corridoio accasciandovisi accanto. Conferme si attendono anche dall’autopsia della ragazza, disposta dal sostituto procuratore titolare dell’inchiesta, Silvio Franz.

A Perugia Saviano sul palco con Gore Il Nobel: voglio Santoro su Current tv

da La Stampa.it


PERUGIA - «Bisogna parlare, raccontare, farsi capire, solo così abbiamo una speranza di sconfiggere le mafie». Roberto Saviano racconta così la sua storia intervenendo al Festival internazionale del giornalismo di Perugia.

Ad ascoltarlo centinaia di persone dentro il teatro Morlacchi e fuori, dove è stato allestito uno schermo gigante. Aprendo la serata che lo ha visto confrontarsi con il premio Nobel Al Gore, Saviano ha voluto rispondere a chi «incredibilmente ha detto che scrivere di mafia è un modo di diffamare il proprio paese». Per replicare a queste accuse, l’autore di Gomorra ha usato un video con un discorso di Paolo Borsellino in cui il magistrato sottolineava la necessità di un ’movimento culturalè per sconfiggere le mafie.

«Accendere le luci dà speranza - ha detto Saviano - raccontare il voto di scambio, che in Campania alle ultime elezioni ha visto voti pagati 22-25 euro, aiuta il paese, non lo diffama», invece «qui quando c’è un incendio si dà la colpa a chi dà l’allarme, non a chi lo ha appiccato». Per Saviano, non bastano gli arresti dei latitanti, pur meritori, perchè «le organizzazioni non vanno decapitate, ma sradicate» e per farlo «bisogna raccontare ciò che accade».

Da Gore è arrivato invece un vero e proprio elogio del Web. «Nel sistema di oggi, ancora dominato dalla tv, ma in cui internet ha aperto nuove prospettive, occorre il coraggio di innovare e spirito di indipendenza per fare buona informazione». Il premio Nobel ha citato Santoro, Milena Gabanelli, richiamato la memoria di Enzo Biagi come esempi di «grande giornalismo». «La libertà vi rende liberi», ha detto l’ex vicepresidente americano ai giovani giornalisti, esprimendo poi il suo «più grande rispetto» per Saviano.

«Oggi - ha detto Gore, parlando a braccio - il giornalismo soffre il modello di business che mescola news e spettacolo e che non permette piena libertà e indipendenza ai giornalisti». In Italia, secondo il Nobel, «ci sono giornalisti di grande livello ma troppi sono costretti a piegarsi al sistema del business delle news. Non capisco nemmeno - ha aggiunto - perchè non si possano fare talk show vicino alle elezioni, ecco perchè abbiamo chiesto a Michele Santoro di portare il suo programma su Current tv (il canale fondato da Gore, ndr), così come vorrei che lo spirito di Enzo Biagi riviva su Current tv». Al Gore ha poi lanciato un messaggio a tutti i giornalisti italiani che si sentano costretti dal sistema radiotelevisivo: «se avete problemi a raccontare una storia - ha detto -, portatela a Current tv e noi la trasmetteremo»

sabato 24 aprile 2010

Ruotolo: 'Non avevo ancora capito cosa fosse la Lega'

Silvia D'Onghia da l'AnteFatto

24 aprile 2010

Il giornalista di Annozero dopo la diretta dal comune bresciano: quanta amarezza nelle aggressioni verso quelle donne

"Conoscevo la Lega romana, ma non avevo mai capito cosa fosse veramente la Lega nel suo territorio". Il giorno dopo la diretta per Annozero da Adro, il paese del bresciano che ha lasciato fuori dalla mensa scolastica i bambini le cui famiglie non pagavano la retta, Sandro Ruotolo è ancora scosso. E’ stata una diretta difficile la sua, dalla mensa incriminata, piena di mamme italiane livide di rabbia nei confronti delle mamme immigrate, che cercavano di difendersi, e col sindaco di Adro, Oscar Lancini, che rivendicava l’operato leghista della sua amministrazione con atteggiamenti intimidatori e repressivi.

"Il clima era tesissimo – spiega Ruotolo – le donne italiane non volevano che le immigrate portassero alcune amiche. Nei fuorionda il sindaco era arrabbiato per come stava andando il dibattito in studio. Io gli ho detto: 'Guardi che siete tre contro tre (in studio c’erano il ministro Carfagna e l’onorevole Della Vedova per il Pdl, Civati, Renzi e Serracchiani per il Pd, ndr). Lui mi ha risposto: 'Sono cinque contro uno, noi cosa c’entriamo col Pdl?' Ho capito l’uscita di Bossi di oggi (ieri, ndr)".

"Nei due giorni precedenti alla trasmissione – prosegue Ruotolo – ho incontrato il segretario bresciano della Cgil e i volontari di una onlus che mi hanno raccontato cose pazzesche di quello che succede da queste parti. Si va dal bonus bebè riservato ai figli di italiani, alle case popolari negate agli immigrati, alle variazioni sull’iscrizione anagrafica. Tutti provvedimenti contro i quali il sindacato ha presentato ricorsi". E’ molto stanco, Ruotolo, l’adrenalina accumulata nella serata di giovedì gli ha fatto passare una notte difficile: "Ho verificato di persona cos’è l’allarme per la coesione sociale. Valori come la solidarietà, il rispetto per gli altri, rischiano di venir meno a causa dell’acuirsi della crisi economica". Eppure sacche di razzismo nel nord-est ci sono sempre state. Ora, però, c’è qualcuno che cavalca e strumentalizza quei malumori, che fino a vent’anni fa si potevano esprimere solo al bar della piazza. "Abbiamo fatto vedere quanta ricchezza portano gli immigrati al nostro Paese – prosegue l’inviato di Annozero – quanti anziani possono godere della pensione grazie al lavoro di quelle persone. Ma è una guerra tra poveri, dove c'è chi è povero e chi lo è di più. C’è sempre un sud del sud. Nel programma della Lega si legge: prima ai nostri, e poi anche agli altri. Le donne immigrate sono invece venute a ribadire, con estrema dignità, che il diritto è uguale per tutti".

Ruotolo è rimasto molto colpito dall’attacco compiuto dalle mamme alla signora Graziella, la responsabile (volontaria) della mensa di Adro: "Non me lo aspettavo, mi ha ferito molto. In 22 anni di lavoro con Santoro non mi sono mai permesso di esprimere una mia opinione durante i collegamenti, e giovedì sera mi sono dovuto trattenere. Nessuno ha aggredito me, ma sono rimasto sconvolto dalle aggressioni cui ho assistito. Ho cercato di rimanere freddo, ma credo si sia notato anche da casa che ero in difficoltà". L’ha notato anche Santoro, che gli ha chiesto di essere più fermo nel concedere il microfono.

Da il Fatto Quotidiano del 24 aprile 2010

Il video della diretta di Sandro Ruotolo (Annozero, 22/04/10)

IMBARCATI ANCHE TU SULLA NAVE DEI DIRITTI. PARTENZA DA BARCELLONA, SBARCO A GENOVA!


E la nave va: il manifesto


Siamo un gruppo di italiani/e che vivono a Barcellona.

Insieme ad amici (non solo italiani) assistiamo seriamente preoccupati a ciò che avviene in Italia. Certo la crisi c’è anche qua, ma la sensazione è che la situazione nel nostro Paese sia particolare, soprattutto sul lato culturale, umano, relazionale.

Il razzismo cresce, così come l’arroganza, la prepotenza, la repressione, il malaffare, il maschilismo, la diffusa cultura mafiosa, la mancanza di risposte per il mondo del lavoro, sempre più subalterno e sempre più precario. I meriti e i talenti delle persone, soprattutto dei giovani, non sono valorizzati. Cresce la cultura del favore, del disinteresse per il bene comune, della corsa al denaro, del privato in tutti i sensi.

In Spagna, negli ultimi mesi, sono usciti molti articoli raccontando quello che avviene in Italia, a volte in toni scandalistici, più spesso in toni perplessi, preoccupati, sconcertati.

Si è parlato dei campi Rom bruciati, dei provvedimenti di chiusura agli immigrati, delle aggressioni, dell’aumento dei gruppi neofascisti, delle ronde, dell’esercito nelle strade, della chiusura degli spazi di libertà e di democrazia, delle leggi ad personam.

Dall’estero abbiamo il vantaggio di non essere quotidianamente bombardati da un’informazione (??) volgare e martellante, da logiche di comunicazione davvero malsane.

E allora: che fare? Prima di tutto capire meglio, confrontarci, quindi provare a reagire. Siamo convinti che ci siano migliaia di esperienze di resistenza, di salvaguardia del territorio, di difesa dei diritti, della salute, di servizi pubblici di qualità. E che vadano sostenute.

Al termine di un percorso che abbiamo appena iniziato, vogliamo quindi organizzare una nave che parta da Barcellona il 25 giugno 2010 e arrivi a Genova.

Sarà la nave dei diritti, che ricorderà la nostra Costituzione e la sua origine, laica e pluralista, la centralità della libertà e della democrazia vera, partecipata, trasparente: dai luoghi di lavoro alle scuole, ai quartieri, ai servizi, al territorio. Ricorderà che il pianeta che abbiamo è uno, è questo, questo è il nostro mare, di tutti i popoli. Che chiunque ha diritto di esistere, spostarsi, viaggiare, migrare, come ha diritto che la sua terra non sia sfruttata, depredata. Ricorderà che le menzogne immobilizzano, mentre la verità è rivoluzionaria.

Ricorderà che cultura e arte sono i punti più alti del genere umano, sono fonte di gioia e piacere per chi li produce e per chi ne beneficia, non sono fatte per il mercato.

Ricorderà che esistere può voler dire resistere, difendere la propria e l’altrui dignità, conservare la lucidità, il senso critico e la capacità di giudizio.

Creiamo ponti, non muri.

È un grido di aiuto e solidarietà, che vogliamo unisca chi sta assistendo da fuori a un imbarbarimento pericoloso a coloro che già stanno resistendo e non devono essere lasciati/e soli/e.

Non siamo un partito, non siamo una fondazione, non sventoliamo bandiere, tanto meno bianche. Siamo piuttosto un movimento di cittadini/e che non gode di alcun finanziamento.

Potete contattarci fin da subito all’indirizzo e-mail: contatto@losbarco.org

Scarica questo manifesto in pdf

Feudalesimo 2010

di Alessandro Gilioli, dal blog Piovono rane

feudal

Tra i più interessanti effetti dello showdown di giovedì, c’è la scoperta che il Pdl non è un partito.

Berlusconi l’ha fatto mettere nero su bianco, in quella specie di “confessio fidei” votata in direzione, e oggi Denis Verdini l’ha ripetuto come un mantra: il nostro non è un partito, è un patto.

Ora, cosa sia un partito più o meno è chiaro: bello o brutto che sia, di solito ci sono degli iscritti, degli eletti, dei congressi, cose così.

Invece, un “patto” qualcuno mi sa dire che cos’è? Chi ne stabilisce le regole? Chi ne sono i contraenti? Non somiglia terrificantemente al foedus medievale, da cui appunto il feudalesimo?

E quanti passi indietro abbiamo fatto per aver trasformato quello che dovrebbe essere uno strumento di partecipazione democratica in un rapporto feudale tra un capo carismatico e il suo popolo, in cui le categorie fondanti sono la fedeltà e l’amore contro il tradimento e l’odio?

23 aprile 2010

Il film della settimana: "AGORA" di Alejandro Amenabar. Chi pensa è sgradito al potere.


E nella scena della distruzione della Biblioteca di Alessandria, che vibra di indignazione altissima, Alejandro Amenabar si ritaglia una battuta fulminante che da sola può valere tutto il film. Un filosofo urla angosciato a uno studente tra le fiamme: “Salva solo le opere importanti! Lascia stare quelle minori!”. L’allievo risponde smarrito: “Quali sono le opere minori?”.

AGORA
di Alejandro Amenabar (Spagna, 2009)

di Giona A. Nazzaro, da micromega-online

Chi pensa è sgradito al potere. Pensare è un’attività sovversiva. Pone infatti le basi del cambiamento. Pensare è la vera rivoluzione permanente. Di conseguenza, pensare è pericoloso.

Curiosamente Agora di Alejandro Amenabar vede il buio delle sale italiane a un anno esatto dalla sua presentazione fuori concorso a Cannes e in un momento in cui, a causa degli scandali che hanno travolto il Vaticano e il Papa, lo spettro del libero pensiero non è mai stato più inquietante per i detentori del potere (e tacendo, ovviamente, per una volta, del nostro presidente del consiglio).

Accolto da bordate di fischi da una parte del pubblico presente sulla Croisette, il film di Amenabar, riportando alla luce la figura di Ipazia, straordinaria ricercatrice di verità, audace esploratrice di altri mondi e modalità alternative del vivere, afferma con passione che il mondo non basta. Altri mondi sono continuamente possibili (senza contare che stanno là fuori, addirittura appena oltre il raggio del nostro sguardo).

Pur soffrendo di alcune rigidità espositive, pensiamo alla vicenda sentimentale calata con qualche difficoltà di articolazione nel contesto più ampio di quella filosofica e politica, Agora di Amenabar possiede il grande merito di affrontare dei nodi cruciali della storia del protocristianesimo che ritroviamo ancora intatti nel nostro oggi. Come se i fatti messi in scena da Agora fossero accaduti solo ieri.

Rievocando la società alessandrina, Amenabar sembra voler porgere omaggio al maiuscolo Il destino (Al massir) di Youssef Chahine nel quale il maestro egiziano, attraverso la figura di Averroé, rifletteva come l’Islam, nell’abbraccio con la politica, abbandonasse il primato della ricerca intellettuale e spirituale, per diventare confessione normativa rinunciando così alla parte più ricca e affascinante del suo enorme bagaglio culturale.

Amenabar concentra invece la sua attenzione sul sorgere del cristianesimo focalizzando correttamente il suo sguardo sull’aspetto libertario ed egualitario del messaggio di Cristo. Infatti la società alessandrina, per quanto fosse avanzata ed esemplare, era divisa ferocemente in classi e la sua economia si reggeva sulla schiavitù. La forza politica e l’autorità morale dei protocristiani si afferma quindi attraverso il proclamare l’uguaglianza di tutti gli uomini. Inevitabile il diffondersi rapido di tesi che si rivolgono a strati amplissimi della popolazione alessandrina mettendo in discussione il primato di un numero ristretto di persone.

Coraggiosamente Amenabar in questo scontro di pensieri opposti riesce a evocare in controluce la polemica nietzschiana nei confronti del cristianesimo: gli schiavi non esistono più non perché abbiamo abbattuto la schiavitù ma perché tutti siamo diventati degli schiavi. Uguaglianza quindi non come ricerca della massima felicità possibile, ma come minimo comune denominatore verso il basso. La vita stessa viene ridotta a quella condizione di schiavitù che si affermava di voler abbattere. Per ricordare agli uomini che sono tutti uguali, si estende a tutti la medesima condizione di schiavitù e miracolosamente la schiavitù non esiste più. Un solo pensiero sostituisce tutti i possibili pensieri e Dio gli Dei. Di conseguenza il cristianesimo, collante dell’Europa secondo Novalis (e non solo), diventa il prototipo per eccellenza del pensiero unico. E il rogo della biblioteca di Alessandria anticipa drammaticamente i roghi dell’inquisizione e quelli nazisti atti a purificare la cultura degenerata.

La figura di Ipazia in questo scontro di culture emerge come una portatrice di complessità. Quella di Ipazia è già una condizione dell’esilio. Né dentro e né fuori il suo mondo che si lacera in presenza del sorgere di un altro ordine, Ipazia vive già la condizione moderna del nomadismo del pensiero. Avendo abbattuto le frontiere che porta dentro di sé assurge alla condizione di sradicata. Quindi lei è già altrove. Ipazia scruta il firmamento pensando ad altre modalità di esistenza e intanto nelle strade e nelle catacombe si progetta il rogo dei libri.

In questi momenti il film di Amenabar riesce davvero a comunicare uno struggimento sincero per tutte le possibilità non colte. La solitudine di Ipazia diventa la solitudine della ragione in un mondo dove circolano arroganti portatori di verità assolute, miracoli, rivelazioni e vendette divine. La parola di Dio cancella di fatto la possibilità della moltitudine delle possibili parole degli uomini. Il vero scandalo non è l’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio quanto la presunta parola di Dio elevata a modello unico (immagine) di quelle che dovrebbe pensare e pronunciare l’uomo, precludendo così indagine, rischio, ricerca dal novero delle possibili attività umane. La disubbidienza diventa quindi l’imperativo morale di chi resta al di qua della parola di Dio. E pensare continua a essere pericoloso.

In tempi di caccia all’islamico, furore razzista contro gli immigrati, complotti sionisti che spuntano nelle parole di prelati scottati da scandali che secondo l’insegnamento di Gesù avrebbero meritato loro macine al collo per avere scandalizzato i più piccoli tra noi, Agora ripercorre alcune pagine poco note di intolleranza religiosa restituendo ai protocristiani ciò che è sempre stato loro in termini di odio e violenza. E nella scena della distruzione della Biblioteca di Alessandria, che vibra di indignazione altissima, Alejandro Amenabar si ritaglia una battuta fulminante che da sola può valere tutto il film. Un filosofo urla angosciato a uno studente tra le fiamme: “Salva solo le opere importanti! Lascia stare quelle minori!”. L’allievo risponde smarrito: “Quali sono le opere minori?”.

(23 aprile 2010)


venerdì 23 aprile 2010

Così naufraga l'Unità d'Italia



di Monica Raucci , da L'AnteFatto (il blog de Il Fatto Quotiano)

23 aprile 2010

Dimissioni e soldi sprecati per le celebrazioni dei 150 anni. I pochi euro rimasti divisi per sistemare alcuni monumenti a Marsala e Caprera. Dei progetti culturali non si parla più. E la Lega sorride

Lo aveva promesso un anno fa: se le cose fossero andate avanti così, avrebbe abbandonato l’incarico. Ha resistito un altro anno, ma alla fine Carlo Azeglio Ciampi si è dimesso da presidente del Comitato dei Garanti per le celebrazioni del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. "Ragioni di salute", la motivazione ufficiale, ma che suona a molti come poco convincente. Quel che è certo è che all’interno del Comitato, nato per vagliare le proposte culturali, tira una brutta aria: dopo le dimissioni di Ciampi sono seguite quelle di Dacia Maraini, Gustavo Zagrebelsky, Ugo Gregoretti e Marta Boneschi. "Non contavamo più niente", dicono. Una bufera che soffia sul clima già avvelenato del Pdl: un anniversario dimenticato dal governo per accontentare la Lega, secondo Fini. Accuse infondate, per Berlusconi, che sbandiera impegno e progetti, come un grande speciale televisivo curato da Giovanni Minoli o il restauro del Monumento ai Mille di Quarto. In realtà lo stanziamento dei primi veri fondi per la cultura è avvenuto solo tre mesi fa, in fretta e furia, sull’onda delle prime polemiche: 35 milioni di euro che devono andare alla valorizzazione di trecento luoghi della memoria. Ma per anni per l’anniversario non c’era un euro.

Fondi di Prodi
Idee dei saggi

Eppure il governo Prodi nel 2007 aveva stanziato 150 milioni. È allora che nasce la macchina da guerra governativa per le celebrazioni. Il suo fiore all’occhiello è il Comitato dei Garanti, istituito dall’allora ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli e presieduto da Carlo Azeglio Ciampi. Un conclave di saggi per vagliare le proposte culturali. Nomi come Louis Godart, Dacia Maraini, Giovanni Conso, solo per citarne alcuni. Menti, energie, pezzi di storia del Paese di ogni età e ispirazione.Metti insieme Gustavo Zagrebelsky e Giovanni Allevi e vedi cosa esce fuori.
Una straordinaria fabbrica di idee. Passano i mesi e i soldi sfilano via, dalla cultura al mattone, finiscono in gran parte nelle mani dei soliti affaristi e degli amici degli amici. Lavori che erano già stati messi in cantiere da anni.Ma quando arriva il carro dei finanziamenti per l’Unità, tutti ci salgono sopra. E così nel nome del patriottismo che infiamma improvvisamente gli animi, tra le iniziative del 150esimo anniversario d’Italia finiscono nove progetti, tra cui l’indispensabile aeroporto di Perugia, città, come è noto, simbolo del Risorgimento. E via 20 milioni di euro. Altri 10 finiscono tra Imperia e Sanremo, per opere simbolo della lotta per l’Unità, come un ex magazzino e una sala polivalente, la costruzione di un bed&breakfast e una pista ciclabile, impianti sportivi e perfino un patriottico parcheggio nella frazione sanremese di Bussana.Tutti appalti gestiti dalla cricca di Balducci ma con l’avallo di un comitato interministeriale (di cui faceva parte anche l’ex ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro). Si è visto come è andata a finire: sotto il fuoco delle Procure di mezza Italia.

L’avvento di Bondi
Gli affari della cricca

Con l’arrivo di Berlusconi, esce Rutelli ed arriva Sandro Bondi, mentre il vento leghista spazza via i pochi spiccioli rimasti per le celebrazioni: i dieci milioni vanno a coprire il disavanzo dell’Ici. Nelle casse per l’Unità d’Italia non c’è più un euro. Il Comitato dei saggi per un anno non viene convocato. Ciampi scrive, sollecita. Nel 2009 riprendono le riunioni, ma senza fondi non si va da nessuna parte. Le proposte di finanziamento dei comuni muoiono nei cassetti. Al massimo i saggi possono concedere il logo. E così niente soldi a Marsala per il monumento dei Mille, che da 35 anni giace incompiuto. A Caprera, dove Garibaldi scelse di vivere e morire, il sindaco avrebbe voluto risistemare la fortezza per ampliare il museo garibaldino. Poche migliaia di euro. Spera che arrivino. Almeno per ora si deve accontentare dell’impianto antincendio finanziato dalla Protezione civile. Sarà pure poco patriottico, ma meglio di niente.

Anche le proposte degli intellettuali fanno una brutta fine. C’era di tutto: genio e sregolatezza. C’era,per esempio,il progetto di Roberto Faenza, un viaggio attraverso l’Italia filmata dai giovani, o la grande rassegna dedicata al cinema italiano e l’Esposizione sui Macchiaioli, firmate dallo storico Aldo Schiavone, c’erano i video sulla storia delle istituzioni di Carlo Lizzani. Ugo Gregoretti propose una rivisitazione della famosa Mostra delle Regioni promossa nel 1911. In una seduta memorabile, partorì una Esposizione sulla storia della pubblicistica e propagandistica italiana da Napoleone a Berlusconi. E un’altra sui dialetti e le parolacce, con tanto di sala delle pernacchie. Una provocazione ma neanche tanto: aveva capito, dall’alto dei suoi ottant’anni, che per avvicinare i giovani alla storia dell’Italia bisognava parlare un linguaggio diverso da quello delle parate. Tutto finito nel cestino.

Lapidi e dialetti della Gelmini

Ma ora arrivano le buone notizie. Perché quando tre mesi fa si materializzano per magia i 35 milioni, i progetti dei saggi e dei comuni vengono sostituiti, oltre che dall’iniziativa sui Luoghi della memoria, dalle proposte di Berlusconi, anzi, della Gelmini. Il ministro, che vuole eliminare la Resistenza dai programmi scolastici, è il nuovo faro del garibaldismo di centrodestra. Da citare tra le proposte il rifacimento di targhe e lapidi, e il dizionario dei dialetti, di cui esistono edizioni a valanga. Quando Sandro Bondi tre mesi fa le comunicò al comitato, in sala calò il gelo. Volti marmorei e occhi vitrei. “Carine”, sibilò qualcuno. Qualche giorno dopo Gregoretti mandò a Ciampi una proposta di titolo per le celebrazioni: Centocinquanta, la Gelmini canta.

Il 150esimo anniversario dell’Unità è naufragato negli appalti truccati. Alcune opere, come il palazzo del Cinema di Venezia, erano già in ritardo prima che scoppiasse la bufera. L’unica a salvarsi, e a salvare l’Unità, è Torino: fin dall’inizio si è sganciata dalla task force governativa, costituendo un proprio comitato autonomo e finanziato dagli enti territoriali. Lucio Villari oggi pubblica un libro dal titolo che è subito metafora: “Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento”. E pensare che nel 1911 per il cinquantenario dell’Unità, solo a Roma si costruirono due ponti, un enorme quartiere della cultura in cartapesta, le scuole itineranti nell’agropontino. Altre epoche, altri uomini, altro senso storico.

Da il Fatto Quotidiano del 23 aprile