Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe

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Sogno di un paese dove parole come cultura, leggi, rispetto, uguaglianza, civiltà, umanità e pietà non siano soltanto delle belle ma purtroppo inutili parole ma rappresentino invece le basi di un popolo che ha fatto di quel sogno, di quello stupendo sogno che si chiama Costituzione Italiana, le sue fondamenta.

"C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". Paolo Borsellino da "Lezione sulla mafia" del 1989

"Il nostro è un Paese senza memoria e senza verità"
Pier Paolo Pasolini

martedì 30 marzo 2010

Nei programmi scolastici scompare la Resistenza

"...Il ministero ritiene che quando si affronta il Novecento ci si debba limitare a studiare 'la formazione e le tappe dell'Italia repubblicanà, come se la nostra Repubblica e la nostra Costituzione fossero sbocciate dal nulla".

da L'Unità.it

Nei nuovi programmi dei licei non si fa alcun cenno esplicito alla Resistenza. Opposizione e sindacati protestano, il ministero dell'Istruzione assicura che se ne parlerà nel corso dello studio della seconda guerra mondiale. "È grave - afferma il segretario generale della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo - che nelle indicazioni nazionali di storia, per l'ultimo anno dei licei, non ci sia la Resistenza che è stata uno straordinario movimento di massa contro il fascismo e che ha ispirato i contenuti della nostra Costituzione". Nella bozza delle Indicazioni nazionali per i licei si legge che l'ultimo anno è dedicato allo studio dell'epoca contemporanea. E si precisa: "nella costruzione dei percorsi didattici non potranno essere tralasciati i seguenti nuclei tematici: l'inizio della società di massa in Occidente; l'età giolittiana; la prima guerra mondiale; le rivoluzioni russe e l'Urss da Lenin a Stalin; la crisi del dopoguerra; il fascismo; la crisi del '29 e le sue conseguenze negli Stati Uniti e nel mondo; il nazismo; la shoah e gli altri genocidi del XX secolo; la seconda guerra mondiale; la 'guerra fredda: il confronto ideologico tra democrazia e comunismo; l'aspirazione alla costruzione di un sistema mondiale pacifico: l'Onu; la formazione e le tappe dell'Italia repubblicana".

La parola Resistenza non compare come pure assenti sono Antifascismo e Liberazione. "È gravissimo - afferma Manuela Ghizzoni, capogruppo in Commissione istruzione alla Camera per il Pd - che le indicazioni di studio per i licei non prevedano esplicitamente lo studio della Resistenza e dell'Antifascismo. Il ministero ritiene che quando si affronta il Novecento ci si debba limitare a studiare 'la formazione e le tappe dell'Italia repubblicanà, come se la nostra Repubblica e la nostra Costituzione fossero sbocciate dal nulla"."È già di per se sconfortante che qualcuno al ministero abbia pensato che riferimenti precisi all'Antifascismo e alla Resistenza non abbiano valore didattico, civile ed educativo - aggiunge - ma pensare che nemmeno il Ministro ritenga che ciò abbia valore politico è allarmante". Ghizzoni invita quindi a un chiarimento la Gelmini "perchè ogni silenzio apparirebbe inevitabilmente come un avvallo a posizioni che di fatto implicano la cancellazione dello studio della storia migliore del nostro Paese".

Da viale Trastevere una risposta è già arrivata. In una nota si assicura che è destituita di "qualsiasi fondamento" la notizia secondo la quale nei programmi scolastici sarebbe stato ridimensionato lo studio della Resistenza. "Lo studio della Resistenza è importante - dice il ministero - ed è previsto dalle nuove Indicazioni nazionali, nell'ambito della storia della seconda guerra mondiale e della nascita della Repubblica. La Resistenza dunque continuerà ad essere affrontata dagli studenti come momento significativo della storia d'Italia". Intanto, però, il sindacato chiede di mettere nero su bianco. "Domani ci sarà un incontro specifico, presso il ministero dell' Istruzione, sulle indicazioni nazionali dei licei e in quella sede - annuncia il leader della Flc-Cgil - chiederemo che ci sia un riferimento esplicito al valore della resistenza".

30 marzo 2010

In Sicilia comanda sempre Cosa Nostra

di Giuseppe Lo Bianco, da l'AnteFatto


30 marzo 2010

Concorso esterno in associazione mafiosa: l’accusa al governatore Lombardo non smuove gli alleati


L’arresto dell’architetto Liga, boss di casa a Palazzo d’Orleans era stato il classico campanello d’allarme. Ieri la bomba politico-giudiziaria è esplosa a Catania in tutto il suo fragore nel giorno dello spoglio delle regionali: Raffaele Lombardo, il governatore autonomista convinto che il berlusconismo sia alla fine, e che ha spaccato il Pdl in Sicilia, è indagato, insieme con il fratello deputato nazionale, per concorso esterno in associazione mafiosa. Si ripete, come dice Claudio Fava, il “brutto film” già visto con Cuffaro: Lombardo avrebbe stretto rapporti inconfessabili e relazioni pericolose con i boss del clan Santapaola, quel Vincenzo Aiello che negli anni delle stragi del ’92 teneva i contatti con i corleonesi protagonisti dell’attacco allo Stato. L’inchiesta, rivelata ieri da Repubblica, e fondata su intercettazioni telefoniche e sulle accuse del nuovo pentito del clan Laudani, Giuseppe, di 32 anni, sarebbe già conclusa e per il governatore sarebbero pronte le manette.

La notizia scuote i Palazzi del potere, tra Roma e Palermo, e provoca l’immediata convocazione della giunta regionale a Catania, nel primo pomeriggio di ieri, scatenando imbarazzi tra i due assessori-magistrati con solide storie antimafia alle spalle, Caterina Chinnici e Massimo Russo. Tra le ipotesi sul tavolo anche l’autosospensione del governatore che, intanto, la butta in politica, sposando la tesi del procuratore di Catania, Vincenzo D’Agata, secondo cui "la notizia non è stata certo diffusa dall'Azione cattolica", la sua pubblicazione è "determinata da interessi e da contrapposizioni di natura politica dei quali i giornali divengono a volte involontario strumento". Anche se – precisa il procuratore, "i giornalisti fanno correttamente il loro mestiere".

"Replico a questa pattumiera di informazione dicendo molto chiaramente che si tratta di notizie paradossali fino ad essere ridicole – è la prima dichiarazione di Lombardo – la matrice della loro diffusione, ne sono convinto anch’io, è politica". Intanto di politico c’è ben poco nella valutazione che i magistrati di Palermo stanno facendo in queste ore, se trasmettere ai colleghi catanesi gli atti dell’inchiesta Liga, da cui emergono le visite del "boss architetto" a palazzo d’Orleans, sede della presidenza della regione, che avrebbe garantito al presidente Lombardo un sostegno elettorale alle europee. Tutti elementi che inducono i neo alleati del governatore ad assumere atteggiamenti di cautela. A partire dalle prudenti dichiarazioni di Beppe Lumia (Pd), che mette in guardia da possibili strumentalizzazioni. "Se i fatti verranno confermati anche per il presidente Lombardo vale la presa di posizione che ho avuto nei confronti di casi simili: chi sbaglia paga", dice il senatore secondo cui "è chiaro pure che in questo momento riforme come quella dei rifiuti facciano saltare in aria i vecchi sistemi di potere. Potrebbe, quindi, esserci una strumentalizzazione, ma ciò non può esimere Lombardo e la politica dal fare chiarezza".

Non si pronuncia, nel merito, il neo alleato di Lombardo Gianfranco Micciché, che preferisce affidare le sue considerazioni ad una dichiarazione linguisticamente contorta: "Se dovessi scegliere tra la verità di Repubblica e la verità che traspare dalle dichiarazioni nette e serene di Lombardo, sceglierei Raffaele tutta la vita – dice il leader di dissidenti del Pdl – ma non scelgo, non mi pronuncio, non entro nel merito data la delicatezza della questione e del momento, questa è una notizia che merita grande cautela". La stessa che mostrano anche gli ex alleati, i cosiddetti lealisti del Pdl, secondo i quali le vicende giudiziarie di esponenti politici non meritano di essere commentate perchè esulano dalla competenza di un capogruppo. Così la pensa Innocenzo Leontini, al vertice del gruppo Pdl all’Ars: "La vicenda giudiziaria non è di nostra competenza – dice – rimangono le nostre preoccupazioni e i giudizi politici già espressi".

Sospensione immediata e ritiro dell’appoggio alla Giunta da parte del Pd è invece la richiesta netta di Claudio Fava: "Ci sono due cose da fare subito: il Pd ritiri il suo sostegno e i suoi due assessori e Lombardo si sospenda. Se le accuse saranno confermate, l'attuale presidente della Regione si dimetta, si torni a votare e ci venga risparmiata l'agonia istituzionale già vissuta con Cuffaro". Lombardo, intanto, ha chiesto attraverso il suo legale, di essere sentito dalla procura di Catania. Il suo fedele scudiero, il senatore Giovanni Pistorio, intanto parla di "ogni mezzo, anche illecito, per fermare la stagione di cambiamento inaugurata da Lombardo". E si augura che le aggressioni all’azione riformatrice "si esauriscano esclusivamente all’ambito mediatico".



Da il Fatto Quotidiano del 30 marzo

lunedì 29 marzo 2010

La polizia della Casta - di Marco Travaglio (video)

Vittoria per i ragazzi di Grillo Un futuro a 5 stelle?

29 marzo 2010

Redazione Il Fatto Quotidiano, tratto da l'Antefatto

Alla fine chi li maledirà di più sarà probabilmente il centro-sinistra. Se la Lega conquisterà il Piemonte sarà in buona parte a causa loro. Ma l'ottimo risultato che si profila all'orizzonte per il "Movimento a 5 stelle" fondato da Beppe Grillo e dai suoi meet-up è una novità che ha il sapore del giro di boa. Qualcosa si muove nell'asfittica politica italiana. In Emilia Romagna i grillini - che si sforzano di non farsi etichettare negli schemi novecenteschi della destra e della sinistra, ma vogliono occuparsi dei problemi del territorio - sembrano destinati a superare il 6 per cento dei consensi, mentre in Lombardia, Piemonte e Veneto si attestano attorno al 3. Solo in Campania il movimento resta su percentuali più basse. Per questo c'è chi si chiede: ma se l'Udc aveva l'ambizione di diventare l'ago della bilancia della partitocrazia italiana, quale sarà l'obiettivo del "movimento"?

Si, perché da oggi diventa molto più complicato per i partiti tradizionali sostenere che Grillo è l'anti-politica. Il comico in questa campagna elettorale ci ha messo la faccia. E, seppur ignorato dalla stampa e dalle tv, non l'ha persa. Anzi. Ha riempito le piazze e ha (cominciato) a riempire le urne. Tanto che in molte zone i ragazzi dei Meet up hanno raccolto consensi superiori alle liste di realtà con ben altra tradizione, come l'Udc o i Radicali, Rifondazione comunista, Comunisti Italiani, Sinistra, Ecologia e Libertà e Verdi. Segno che in molti vogliono ancora occuparsi della cosa pubblica, ma non riescono a trovare chi li sa (o vuole) rappresentare. Il fenomeno è destinato a durare? Difficile dirlo ora. Certo però che Grillo e suoi già adesso, nonostante il digital divide, dimostrano che la rete, le persone e soprattutto le idee, anche in Italia possono contare qualcosa.

Regionali: vince il disgusto. Ma Berlusconi perde?

redazione Il Fatto Quotidiano, da AnteFatto

29 marzo 2010

Doveva essere una sorta di giudizio di Dio sul premier. Anche perché il 16 febbraio Silvio Berlusconi l'aveva detto chiaro: "Si vota in 13 importanti regioni, sono elezioni nazionali che chiamano gli italiani ad una presa di posizione importante, e cioè tra la politica del fare e la sinistra delle parole". Ma alla fine Dio è rimasto a casa. E con lui sono rimasti a casa milioni di italiani. Un elettore su tre, infatti, non ha votato (il 35%) e in attesa di qualche risultato attendibile (le regioni in bilico, a partire dal Piemonte, sono ancora molte) un dato sembra chiaro: vince il disgusto per questa politica. Non è poco. Il presidente del Consiglio infatti aveva assicurato che da domani avrebbe cominciato a mettere pesantemente mano alla giustizia e poi avrebbe riscritto la Costituzione. Ma i suoi non l'hanno seguito. Le domande a questo punto sono due: cambiamenti epocali di questo tipo si possono decidere anche se agli italiani non interessano? Oppure il non voto resterà solo una testimonianza e Berlusconi, forte di una grande maggioranza parlamentare, andrà avanti lo stesso?

Post scriptum: ma chi si astiene è di destra o di sinistra?

La Digos,dopo aver sequestrato il sovversivo noto ai più come FoglioA4(21x29cm),ha provveduto a fermare e sequestrare le sovversive carrriole aquilane

Che dire, la Digos non si risparmia sulla sicurezza dei cittadini e dei suoi rappresentanti e dopo aver eliminato con grande sprezzo del pericolo il pericolosissimo foglio A4 che campeggiava sui vetri di un ufficio di Sky (leggi articolo di Marco Travaglio: un tranquillo venerdì di regime) ora sono passati, sempre con grande sprezzo del pericolo, ad eliminare le altrettanto pericolosissime, facinorose e sovversive carriole aquilane....

28 marzo 2010

CARRIOLE ELETTORALI
di Anna, tratto dal blog Miss Kappa



Domenica delle palme. La stessa domenica che, un anno fa, ha visto spezzate le nostre vite.Le carriole aquilane sono tornate in piazza, nonostante i divieti e le intimidazioni. E le voci che davano rimandata per motivi elettorali la giornata di lavoro sulle macerie. Abbiamo trovato la Digos ad aspettarci alla villa comunale, stamani. Divieto categorico di introdurre le carriole in piazza Duomo. "Sono un simbolo elettorale", ci siamo sentiti dire. Alle nostre vibrate proteste, "siamo lavoratori", sono state sequestrate. Non ci siamo dati per vinti. Abbiamo raggiunto il presidio permanente in piazza Duomo ed abbiamo tirato fuori dal tendone le carriole che stavano lì dalla scorsa domenica. E ci siamo diretti verso piazza Nove Martiri, per ultimare il lavoro iniziato la scorsa settimana. Correndo e spingendo le carriole, abbiamo guadagnato la piazzetta attraverso i vicoli che costeggiano il corso. E abbiamo iniziato a spalare, come sempre. E nessuno aveva provveduto a svuotare i cassoni che avevamo riempito con il lavoro dell'ultima domenica. Ma la catena umana si è formata ugualmente. Tante persone hanno il desiderio di lavorare e di apportare il loro contributo materiale alla città. E si è cantato, mentre si lavorava. La Digos, imperterrita, rispettando ordini venuti dal Prefetto, che dice di averli ricevuti direttamente dal ministero, ha provveduto ad intimorire i cittadini. "Denunceremo all'istante i proprietari delle carriole", hanno tuonato minacciosi. Chi è sopravvissuto ad un terremoto come il nostro, chi è sopravvissuto a mesi e mesi di soprusi che hanno calpestato i diritti e la dignità dei cittadini non ha paura. Men che meno di una carriola. O di una denuncia. Per prima mi sono assunta la paternità dell'attrezzo. Per prima sono stata identificata. Dopo si sono aggiunti gli altri. Mentre partecipavamo, a mezzogiorno, alla sempre più affollata assemblea cittadina, ci è giunto il verbale di sequestro che vi produco. Abbiamo riso, per non arrabbiarci. Ma tutto ciò è gravissimo. Continuano a calpestarci, pur coprendosi di ridicolo. Non ci fermiamo qui. L'ho già detto. Lo ripeto. Le proposte per lo smaltimento delle macerie sono pronte in un documento dettagliatissimo. E altri temi sono stati affrontati e saranno discussi in tavoli di lavoro che produrranno i documenti da sottoporre alle amministrazioni. Intanto si avvicinano i giorni dell'anniversario. Il 31 sarà trascorso un anno da quel giorno in cui la commissione grandi rischi rassicurò la popolazione tutta dalla paura di una grande scossa. Ci invitarono a bere del buon Montepulciano d'Abruzzo. E a non pensarci. Mentre non si approntavano piani di evacuazione e non si predisponevano supporti in loco. La notte del 6 aprile, quasi un anno fa, erano in servizio solo quindici vigili del fuoco. Mentre qualcuno, lontano, rideva. E le macerie, e le nostre case distrutte sono ancora qui. Oggi. A dirci che poco è cambiato da un anno fa. Mentre, intorno alla nostra città, su quella terra che amiamo, incorniciata dalle nostre montagne, diciannove nuove città, che resteranno lì per sempre, ci mostrano un territorio devastato dalla mano dell'uomo. Orribili casermoni che ospitano una piccola parte di senza tetto e che lasciano lontani dalla città ancora tanti. E tanti ancora, la maggioranza, a provvedere a se stessi da soli. Non so se gli Aquilani elettori vorranno premiare questo governo. Io ho votato. Con la nausea e la rabbia. Poiché la sinistra si è comportata in maniera vergognosa nella gestione del dopo terremoto. Avallando le sconcezze volute dal governo. Ma ho preferito scegliere il nemico interlocutore. Tornando nella casa che abito da qualche giorno, ho fatto scivolare lo sguardo sulle mie montagne, le ho accarezzate. Loro, almeno, non son cambiate. E mi danno sicurezza. E le amo. Così come amo la mia città martoriata. E la mia gente battagliera. Che non si arrende. Ci aspetta una settimana pesante. Le passerelle di politici, prelati, giornalisti sono alle porte. Resisteremo anche a questo.


RAIperunanotte. Cosa cambia per la RAI, i media e Berlusconi, dopo il successo del programma di Santoro

di Gianni Rossi, da Articolo21

RAIperunanotte. Cosa cambia per la RAI, i media e Berlusconi, dopo  il successo del programma di Santoro

Dalla notte stellare del 25 marzo niente è più lo stesso nel sistema integrato dei media: Tv, web, satellite, digitale terrestre, radio, piazze, un mix di luoghi virtuali e concreti, che hanno fornito la rete di trasmissione del programma anticensura organizzato dalla FNSI e condotto da Michele Santoro, "Raiperunanotte". Un successo di ascolti, che va ben aldilà delle rilevazioni tradizionali eseguite dall’Auditel. Un caso mediatico unico in Europa ed esemplare a livello mondiale.

Cosa cambia per la TV e per la RAI, ora? Intanto, la censura non paga. Un pubblico “fidelizzato” a certi programmi segue autori e conduttori anche in altre reti, che siano quelle tradizionali o quelle di “Nuova Generazione”. Il pubblico giovanile, già poco presente negli share di ascolto RAI, preferisce “navigare” verso altri lidi tecnologici. Così la RAI invecchia il suo target, ma la stessa epidemia sta colpendo anche Mediaset. Sarà un problema che interesserà da subito anche gli inserzionisti pubblicitari. Quando in una serata come quella di giovedì scorso, il panel complessivo di ascolti delle reti tradizionali si abbassa di parecchi milioni di utenti, a favore dei nuovi media, suona un campanello di allarme!

Il mercato è maturo, seppure ancora un po’ indefinito, a recepire inserzioni pubblicitarie via WEB. Magari non con i soliti spot, insopportabili, che interrompono “le emozioni”, che chiudono temporaneamente il racconto mediatico del programma, ma come sponsor di qualità all’inizio, a metà percorso e alla fine dell’opera stessa. Questo è quanto vuole un “pubblico adulto”, che si è fatto le ossa sul WEB, scaricando file più o meno abusivamente, chattando di notte, dialogando nei social network, bloggando o discutendo nei forum dei siti più o meno politicizzati. Ed è un pubblico vasto, che abbraccia tutte le sfumature del popolo italiano, sia generazionalmente (svariando dai 18 ai 70 anni), sia come cultura (da medie superiori a laureati, ma anche ad “alfabetizzati di ritorno” grazie al WEB), sia poi per classi sociali: la rete è interclassista e supera le barriere di provenienza di “casta” economica o lavorativa. Il cosiddetto “Popolo viola” ne riassume perfettamente tutte le caratteristiche.

Calerà nel tempo, quindi, la disponibilità da parte dei grandi pubblicitari a investire nelle reti tradizionali, spostandosi, come già avviene in USA, Canada e Gran Bretagna, verso i “New media”, verso l’interconnessione tra le varie piattaforme. Pertanto, non solo la RAI dovrà correre ai ripari, ma anche Mediaset. Qui sta il vero problema di Berlusconi. La sua idiosincrasia a confrontarsi col mercato, con la libera concorrenza, lo ha sempre spinto, prima negli affari immobiliari, poi con i media e, infine, nella politica, a mettere nell’angolo i “competitors” ,utilizzando tutti i mezzi leciti ed illeciti, come dimostrano anche questi ultimi 16 anni di inchieste giudiziarie e di processi.

Partito con l’ombrello politico di Craxi e dei socialisti lombardi, ma anche mantenendo forti contatti con i democristiani meneghini, Berlusconi si è allargato dall’immobiliare alla TV, alla grande distribuzione. Con la Standa (la prima “Casa degli italiani”, ricordate?) è stato il suo primo, grande flop, tanto da rimetterci soldi, sonni e alleanze. Era incapace di reggere alla concorrenza agguerrita delle altre catene distributive nazionali ed europee ed era ancora pieno di debiti (tanto che le banche e la Consob avevano obbligato il gruppo a ripianare i debiti bancari attraverso gli introiti giornalieri della Standa). Forse, studiando con attenzione il caso Standa, si potranno scoprire i veri lati deboli e il castello di illusioni su cui si basa il “successo” politico di Berlusconi! Lo stesso sta avvenendo con i New media.

Berlusconi crede di poter “raschiare il fondo del barile” del suo consenso, ancora basandosi sull’elettorato scarsamente acculturato, fatto anche di pensionati e casalinghe, di gente senza idee politiche precise, qualunquiste, di strati della popolazione interessata a fare gli affari tipo “mordi e fuggi”, propensa all’evasione e all’elusione fiscale, che si identifica con il successo del leader “fai da te” e con i suoi molteplici programmi reality. Questo “panel” è in via di esaurimento, però, perché la stessa crisi economica e sociale ha colpito pesantemente il loro potere di acquisto e li ha fatti ricadere sulla cruda realtà: si sentono isolati dal resto delle altre categorie sociali, il loro “tiranno-sultano” non ha più ricette miracolistiche, le famiglie entrano in crisi interna, prospettive di qualsiasi genere, lecite ed illecite, per uscire dal tunnel non ne intravvedono. E poi c’è la crescita inarrestabile e liberatoria della Rete, che sta coinvolgendo larghi strati della popolazione, anche quella un tempo più sensibile ai richiami illusionistici del “mago di Arcore”.

Sulla rete di discute, ci si incontra come in una piazza o in un locale virtuali, si confrontano gli stili di vita e si confessano le difficoltà. Si cerca anche di reagire solidaristicamente. Si tenta di inventarsi espedienti per uscire dalla crisi e per “farsi vedere”, “farsi riconoscere”, magari nelle piazze reali, dove si organizzano eventi concreti. Si esce dall’isolamento locale, regionale, nazionale e, persino, internazionale. Si scambiano, quindi, informazioni e si ricevono analisi, critiche, filmati, contenuti informativi da realtà diverse e più libere di quelle italiane. Un po’ come succede negli stati davvero più oppressi da regime autocratici o dittatoriali, come Cina, Iran, Russia. Questo scambio fondamentale per la circolazione dei diritti di libertà a livello mondiale fa sì che anche un popolo molto “provinciale”, come quello italiano, abbandoni i “paraocchi mediatici” e scopra che “il re è nudo”.

Ecco, allora, consumato il “grande tradimento” nei confronti di Berlusconi, ecco spiegata l’ossessione del “tiranno-sultano” contro alcuni programmi tv, contro Santoro, Travaglio e Dandini, contro i giornalisti e la stampa ancora liberi. Berlusconi ha trovato nella Rete i suoi “competitors”, certo ancora senza collegamenti diretti e scambievoli con i settori della politica di opposizione o dell’economia e della finanza che contano; ma questi "competitors" ora esistono, escono allo socperto, organizzano eventi di piazza, e stanno mutando sia il mercato sia le regole del gioco. La politica “tradizionale” fa fatica ad appropriarsi di questi nuovi luoghi dei “messaggi”: i “nuovi media” sono troppo fluidi, incostanti ma anche straripanti, un po’ anarcoidi e , comunque, gelosi della loro indipendenza sia a livello di movimenti sia a livello di singoli.

Questa realtà moderna comunque consuma, vive realmente i drammi e la crisi della società, che si informa onnivoramente, in maniera spezzettata (dai siti dei quotidiani on-line italiani ed esteri, dalle WEB TV e Radio di tutto il mondo,ecc..), che coinvolge e si fa coinvolgere in mille attività e appuntamenti quotidiani: ebbene questo “nuovo mondo” sta alla base del successo di “RAIperunanotte” e corrode le fondamenta stessa del regime autocratico, che Berlusconi ha costruito dagli inizi degli anni Novanta.

Il cammino verso l’uscita del tunnel non sarà breve né indolore, ma il popolo libero ci si è incamminato. Questa volta, non è più solo, ha voce, volti e possibilità di farsi sentire dentro e fuori i confini d’Italia. Ed è anche una realtà "sensibile, appetibile" per il mercato nel senso più vasto del termine (consumi, pubblicità,ecc.). Per queste ragioni, fa paura al “tiranno-sultano”. Per questo, assisteremo nelle prossime settimane ai micidiali colpi di coda del regime.

Ma se il “gigante rosso” cinese non è riuscito a fermare Google, refrattario ad ogni censura, di certo non sarà Berlusconi a bloccare questa ondata liberatoria. Altro che “toghe rosse”, “giornalisti comunisti”, "intercettazioni spazzatura", “leader politici giustizialisti”!

E’ dal mondo della Rete che il “mago di Arcore” deve guardarsi. E non c’è avversario più difficile da contrastare di quello che sfugge alle regole tradizionali, antiquate, perché dotato di mobilità, flessibilità, fluidità e idee sempre nuove.

Dì la tua sulla serata di Bologna/ Leggi i commenti

I diritti dei giornalisti e del pubblico affermati da Raiperunanotte - di Domenico d’Amati / Filo spinato sull'articolo21 - di Ottavio Olita / RAIperunanotte. Cosa cambia per la RAI, i media e Berlusconi, dopo il successo del programma di Santoro - di Gianni Rossi / E ora licenziateci tutti - di Giuseppe Giulietti

"Raiperunanotte". Una grande serata di libertà. Marco Travaglio: “gli abbiamo smontato il giocattolo della censura”- di Stefano Corradino / BICE BIAGI: "Straordinario l'evento di stasera: la sensibilità della gente è cresciuta rispetto a otto anni fa"- di Roberto Secci / MICHELE SANTORO: "Il nostro buco nel filo spinato che circonda l'informazione" / VAURO: "La Rai va difesa come luogo dell'informazione pubblica"- di Debora Aru

domenica 28 marzo 2010

Berlusconi baciamo le mani. Perché la stampa italiana ha occultato questa foto?

domenica 28 marzo 2010

Fonte: San Precario (tratto dal blog Informare è un dovere)



Che Berlusconi abbia una passione per i dittatori è noto: del resto il suo modello è quello e non fa nulla per nasconderlo. Ma per Gheddafi, Berlusconi, ha un debole particolare. Riuscite ad immaginare Obama che bacia la mano al dittatore coreano Kim II Jong? Improbabile, anzi no impossibile. E invece Berlusconi va al meeting della Lega Araba e che fa? Bacia le mani al raìs di Tripoli (qui il video) come dimostra questa immagine che appare su questo blog per la prima volta in Italia. Queste immagini, girate ieri, stanno facendo il giro dei paesi arabi ma in Italia nulla, nessuna traccia. Non è che in fondo c'è un po' da vergognarsi?

Soros denuncia Berlusconi alla Corte Europea per i Diritti Umani: democrazia italiana a rischio

di OPEN SOCIETY INSITUTE - 18 marzo 2010 (tratto da Liberacittadinanza)

L'Italia ha il più alto tasso di concentrazione di proprietà delle televisioni in Europa e la mancanza di diversità ostacola il dibattito e limita l'accesso del pubblico all'informazione e all'analisi critica

“Il primo ministro d’Italia Silvio Berlusconi è stato denunciato alla Corte Europea di tutela dei Diritti Umani di Strasburgo, a seguito del controllo che egli esercita fuori dalla legalità sul sistema televisivo italiano, contrario agli standard democratici europei, una situazione inaccettabile per una democrazia” - La notizia è stata diffusa dall'ufficio stampa della Fondazione “Open Society Institution” del multimiliardario liberal George Soros.

L’esposto depositato a Strasburgo trova il suo background nelle attività di monitoraggio condotte negli ultimi anni da diversi enti indipendenti internazionali sullo stato dell’informazione e del sistema televisivo in Italia. In particolare, sull’aggravarsi della concentrazione dell’informazione del sistema televisivo riconducibile ad una sola persona fisica, che è anche il capo del governo italiano. Una anomalia, si denuncia, a cui non pare estranea la vicenda di "Centro Europa 7 s.r.l.", la rete televisiva che, pur avendo vinto nel 1999 una concessione di frequenze nazionale articolate su tutto il territorio italiano, "per 10 anni si è vista negare l'accesso alle frequenze" per poter trasmettere su scala nazionale. "Questo caso – ha osservato James Goldstone - mette in luce il fallimento dei governi italiani nell'affrontare il doppio problema del controllo della concentrazione e del conflitto d'interessi nell’ambito del sistema televisivo".

La situazione italiana, per Goldstone perciò : "è inaccettabile per una democrazia, e noi facciamo appello alla Corte Europea affinché sostenga il principio del pluralismo dei media. L'Italia ha il più alto tasso di concentrazione di proprietà delle televisioni in Europa e la mancanza di diversità ostacola il dibattito e limita l'accesso del pubblico all'informazione e all'analisi critica". Il Direttore internazionale della “Open Society Justice Iniziative”, ha poi ricordato come : “già nel 2004 sia il Consiglio d'Europa, che il Parlamento Europeo condannarono il conflitto d'interessi di Berlusconi. Eppure, a distanza di sei anni, la situazione anomala persiste, mentre l'attuale governo Berlusconi è stato accusato ripetutamente di interferenze nelle scelte editoriali della Rai". Va ricordato che la giovane sezione italiana dell’Associazione “Open Society Justice Iniziative”, è componente dell’UPR (Universal Periodic Review) il forum di una nuova procedura di monitoraggio internazionale affidata ad un cartello di ONG che ha per obiettivo la valutazione periodica di verifica ogni 4 anni dei progressi sullo standard democratico di ciascuno dei 192 paesi membri dell’ONU. La corte potrebbe prendere delle decisioni su questa questione nei prossimi mesi, ha detto Goldston a Reuters.

Né l’Ufficio Stampa di Mediaset, né quello di Palazzo Chigi hanno ritenuto di voler commentare l’iniziativa legale contro Berlusconi della“Open Society Justice Iniziative”.

FONTE ORIGINALE: OPEN SOCIETY INSITUTE

Un tranquillo venerdì di regime - di Marco Travaglio

da Il Fatto Quotidiano del 28 marzo 2010

di Marco Travaglio

Ultime notizie dalla celebre democrazia del Bananistan. Venerdì pomeriggio, l’altroieri, Sua Eccellenza il Presidente del Consiglio è atteso per le 14.30 negli studi di Sky, sulla via Salaria a Roma, per una lunga intervista in diretta a SkyTg24. Per strada, il solito spiegamento di uomini armati fino ai denti. Il corteo presidenziale, sobriamente formato da un furgoncino blindato, da tre auto e da una pattuglia motorizzata di carabinieri, attraversa il piazzale del palazzo murdochiano. Anche la vigilanza interna è mobilitata, casomai alle dipendenze del noto magnate bolscevico australiano si annidassero cellule sovversive. Infatti ne viene subito scoperta una, nel reparto grafici: sull’ampia vetrata dei loro uffici campeggia in bella (si fa per dire) vista un foglio bianco formato A4 (21 x 29 centimetri su una superficie di 4 metri per 4) con una scritta inequivocabile: una citazione dell’ultimo iscritto al Partito dell’Odio, tale Marco Fabio Quintiliano, classe 35 d.C., nativo di Calagurris Iulia Nasica (Spagna), che dai primi accertamenti non risulta schedato. La scritta recita testualmente (ci scusiamo con i minori eventualmente in lettura): “Odiare i mascalzoni è cosa nobile”. Trattasi della citazione recitata da un altro facinoroso, il noto Daniele Luttazzi, la sera precedente nella radunata sediziosa del Paladozza a Bologna. Alla parola “mascalzone”, il pensiero dei vigilantes corre immediatamente al premier. Pronta e scattante come non mai, la security Sky allerta la scorta presidenziale. Ed ecco due nerboruti agenti della Digos materializzarsi sul luogo del delitto. Sbarrano tutte le finestre che s’affacciano sul cortile, onde evitare sguardi indiscreti. Piombano dinanzi alla vetrata. Leggono la parola “mascalzone” e, anche per loro, l’associazione d’idee col presidente del Consiglio è automatica. Sequestrano il corpo del reato (il foglio A4 con l’orrenda scritta). Poi uno dei due, il più sveglio, si dirige verso il computer principale dell’ufficio, vi prende posto con fare minaccioso e inizia ad armeggiare sulla tastiera. Ma è ben presto costretto ad arrendersi dinanzi a un oggetto misterioso che inopinatamente sostituisce il tradizionale mouse: si chiama “tavoletta grafica”. Ai primi sintomi di un’ernia al cervello, l’agente intima a una ragazza seduta lì vicino di stampargli i file aperti di recente, nella certezza di smascherare immantinente gli autori del vile attentato cartaceo. Ma invano. Anche perché i due principali sospettati – peraltro rei confessi, in concorso con il Quintiliano di cui sopra - sono già stati tradotti all'ingresso dell’edificio. Qui altri agenti in assetto antisommossa chiedono loro i documenti per procedere all’identificazione e scortarli in questura. Soltanto il pronto intervento di un rappresentante legale dell’emittente ne scongiura il fermo. Ma la denuncia è scontata, il reato si troverà. Segue mail ufficiale dell’ufficio Risorse Umane dell’azienda, che rammenta a tutti i dipendenti quanto segue: “E’ legittimo avere opinioni politiche di qualunque tipo, ma non fare esternazioni nei relativi spazi”. Voci di corridoio giurano di aver udito gli agenti della Digos commentare che quanti lavorano a Sky sono tutti comunisti, come del resto il loro editore Murdoch, noto amico di Bush. Questa volta, contrariamente a quanto accaduto in occasione dei lanci di cavalletti e souvenir, la sicurezza presidenziale ha funzionato con perfetta efficienza e l’incolumità del premier è salva. Provvede poi lui a farsi del male da solo nell’intervista in studio, con le consuete litanie sul partito dell’amore e sul comunismo alle porte che mettono in fuga gli eventuali telespettatori all’ascolto, totalizzando alla fine un formidabile 0,3% di share (contro 2.5% di Raiperunanotte soltanto su Sky). Proseguono intanto, con posti di blocco e unità cinofile, le ricerche del capocellula, il succitato Quintiliano, resosi irreperibile.

Dopo le regionali arriva la manovra lacrime e sangue: PIU' TASSE PER TUTTI

28 marzo 2010

Archiviato il voto il governo dovrà trovare 20 miliardi entro l'estate

di Superbonus, da Il Fatto Quotidiano del 28 marzo 2010

"L’ Italia sta uscendo dalla crisi prima e meglio di altre nazioni europee": se le bugie dei politici avessero un costo questa l’abbiamo pagata 2,2 miliardi di euro. Infatti nel piano di salvataggio della Grecia varato dalla Unione europea (impegni bilaterali a prestare denaro ad Atene se le aste di titoli di debito andranno deserte) l’Italia sarà chiamata a contribuire con questa cifra. Come poteva infatti tirarsi indietro una nazione che nelle proprie previsioni è già uscita dalla crisi e che nei prossimi due anni crescerà, secondo il ministro dell’economia, del quattro per cento? Da dove usciranno fuori questi soldi nessuno lo dice.

SENZA VIA D’USCITA. Berlusconi ha sottoscritto l’aiuto alla Grecia senza che abbia avuto l’occasione e l’autorevolezza di dire una parola, condannando se stesso non solo a un pagamento imprevisto ma anche a una manovra economica immediata prima dell’estate. Tremonti aveva tentato di lasciare la totale responsabilità del salvataggio greco al Fondo monetario internazionale con due finalità: risparmiare soldi e riservare l’intervento europeo per una prossima occasione, quando a dover chiedere aiuto potrebbero essere paesi con una dimensione del debito più grande (tipo l’Italia). Fino a quando era stato il nostro ministro dell’Economia a condurre le trattative, l’Italia aveva saldamente mantenuto questa posizione. L’asse franco tedesco tra Nicolas Sarkozy e Angela Merkel dell’ultima settimana ha spazzato via le resistenze di un Berlusconi che, forse troppo impegnato a denunciare complotti delle toghe rosse, non ha capito le implicazioni che ha per l’Italia e per la stabilità del suo governo l’accordo raggiunto sulla questione greca.

IL COMPROMESSO. L’accordo prevede infatti che la Grecia potrà accedere al fondo monetario internazionale per ritirare i primi 10 miliardi nel caso in cui non si riuscisse a finanziare sui mercati internazionali e successivamente si provvederebbe ad una serie prestiti bilaterali con i Paesi europei, Italia compresa. Nessuna creazione di un fondo europeo per le crisi da finanziare con emissioni di titoli obbligazionari europei, nessun intervento solitario di Germania e Francia nessuna azione che potesse escludere dall’intervento i paesi più deboli. Gli investitori internazionali hanno subito capito che questa modalità di salvataggio può funzionare per paesi di piccole dimensioni ma se i problemi dovessero averli Italia o Spagna, allora la musica sarebbe molto diversa.

I CONTI PUBBLICI. La stitica solidarietà europea non potrebbe più manifestarsi e saremmo lasciati soli con i nostri problemi, questo non fa che aumentare la necessità di Tremonti di mettere i conti a posto rapidamente. Nessuno crede più alle previsioni di crescita economica contenute nel Dpef e conseguentemente ale promesse di contenimento del rapporto tra deficit e Pil. I più ottimisti (come la Commissione Europea) dicono che nel biennio 2011/2012 la crescita media dell’economia italiana sarà del 1,4 per cento annuo, altri analisti di mercato sostengono che ci fermeremo al 1 per cento. Se queste stime si riveleranno corrette, a Tremonti mancano dai 20 ai 30 miliardi di euro per far quadrare i conti, come calcolato dal Fatto Quotidiano già a novembre 2009 quando, a chi voleva vederlo, era già evidente che le previsioni economiche del governo erano volutamente taroccate e servivano semplicemente a guadagnare abbastanza tempo per rimandare la stangata a dopo le elezioni regionali.

PIÙ TASSE PER TUTTI. La novità ora è che la manovra non sarà più rimandabile perché, venuta meno la speranza di un solido paracadute europeo, i mercati guardano con crescente attenzione alla nostra finanza pubblica e al suo stato di salute. Nelle prossime settimane sarà molto interessante capire come si muoverà il ministro dell’Economia per reperire le risorse necessarie da inserire nel Dpef 2011/2013. E tagliare le spese, in questo contesto, non sarà facile: i bambini a scuola hanno il grembiulino ma non le insegnanti di sostegno, d’inglese e d’informatica, ai ministeri ci sono i tornelli ma Bertolaso ha assunto 480 persone in 6 anni, le regioni commissariate dal governo per i buchi sulla sanità continuano ad aumentare i debiti ed i comuni sono in rivolta sul patto di stabilità. Visto che fino ad ora gli interventi sulla spesa pubblica sono stati tutti estemporanei senza un piano preciso di razionalizzazione e di rilancio delle strutture pubbliche non possiamo attenderci nulla di diverso. Il dibattito non sarà su cosa tagliare e su quali sprechi ridurre, se fermare o meno la follia del ponte sullo Stretto ma semplicemente su come presentare il conto agli italiani. Come fare in modo che non capiscano che stanno arrivando altri sacrifici sotto forma di tagli ai servizi offerti dallo Stato e dagli Enti Locali o come mascherare un aumento delle tasse facendolo passare per una grande riforma. Certo non è a questo scenario che Berlusconi sembrava alludere quando ha detto che subito dopo le elezioni porterà in parlamento i provvedimenti di "una rivoluzione liberale che prevede la riforma del fisco". In realtà quello di cui sembra aver bisogno questo governo è un bel pasticcio sulle aliquote o sulla base imponibile, utile per confondere le idee e far tornare i conti.
Fino a ora Tremonti ha resistito alla tentazione del blitz fiscale in cui cade ogni tanto Berlusconi ed è arrivato a minacciare le dimissioni quando il presidente del Consiglio si stava impuntando a tagliare l’Irap (che vale 40 miliardi). Continuerà nel suo atteggiamento conservativo o, per salvare la poltrona, sarà disposto a ingannare la piccola borghesia del nord che lo osanna conuna riforma fiscale che serve solo ad aumentare il gettito?

Da il Fatto Quotidiano del 28 marzo

Si taglia anche sul cibo: storie di ORDINARIA povertà

di Elisabetta Viozzi, da Articolo21

Si taglia anche sul cibo: storie di ordinaria povertà

La crisi cambia in peggio il menù degli italiani. Tempi sempre più bui per molte famiglie: il paese è costretto a tagliare addirittura sul cibo. E l’Istat a diffondere dati non proprio rassicuranti: un calo del 3,3% sui beni alimentari rispetto a gennaio 2009, mese considerato di picco per la crisi. Se molti sono dunque costretti a togliere dalla tavola i prodotti più costosi, ci siamo chiesti quanti invece non riescono neanche più a mettere insieme un pasto decente.

Il commento di Federconsumatori e della Comunità di Sant’Egidio. Ascolta il servizio.

"L’amore vince sempre sull’odio". Cosa c’è dietro il linguaggio della politica. E di Berlusconi

di Silvia Iachetta, tratto da Articolo21

"...invece di lasciarci travolgere dai discorsi emozionali, dovremmo essere tutti bravi a seguire un “vecchio” suggerimento di Dewey: “fermarsi e pensare”.


Che rapporto c’è tra le emozioni e la politica? Come sta cambiando il linguaggio politico negli ultimi anni? A pochi giorni dalle elezioni regionali e amministrative, nelle battute finali di una campagna elettorale che ha visto non pochi colpi di scena, abbiamo cercato di capire lungo quali linee direttrici si muovono i politici, intervistando il sociologo Massimo Cerulo, docente di “Etnografia e ricerca sociale” all’Università della Calabria. Cerulo da qualche anno indaga sul rapporto tra emozioni e società ed è autore del fortunato libro “Un mondo (quasi) a parte. La vita quotidiana del politico di professione” (Guerini e associati) e del recente lavoro “Il sentire controverso. Introduzione alla sociologia delle emozioni” (Carocci).

Prof. Cerulo, le campagne politiche sono sempre più basate sul personaggio politico e sempre meno sul partito. L’impressione è che il personaggio cerchi di attirare l’attenzione su di sé mediatizzando o veicolando emozioni. C’è la tendenza ad impostare la campagna politica facendo leva più sulle emozioni che sul programma in sé?
Mi sembra ci sia poca attenzione al programma. Si fa leva meno sui temi e più su come il soggetto si pone emozionalmente nei confronti dell’elettorato. D’altronde, una lacrima e un sorriso sono molto più afferrabili del miglior progetto politico descritto in termini politichesi. L’emozione è diretta, arriva sempre prima. Esempi di questa tendenza sono le campagne pubblicitarie elettorali, dai cartelloni agli spot televisivi, in cui conta non tanto descrivere linee guide o punti salienti del programma, bensì mettere in risalto un’immagine costruita, attraente, emozionalmente forte e accompagnarla con uno slogan. Ad esempio, in Calabria si può notare come la stragrande maggioranza degli spot elettorali si compongano con una serie di fotografie sovrapposte l’un l’altra, che ritraggono il soggetto in presenza di persone famose o pseudo tali, una colonna sonora d’impatto e nessun riferimento al programma politico da attuare. Mi vengono in mente immagini di candidati fotografati ad un’udienza papale, o con i leader nazionali dei rispettivi partiti, o durante un abbraccio con il famoso attore o cantante. Quasi come a voler spostare l’attenzione dell’elettore dal programma al personaggio.

Il politico, dunque, mette in mostra anche la sua sfera privata? Non c’è più la propensione a tenerla fortemente distanziata da quella pubblica?
Proviamo a chiarire. Il processo di cui lei parla rientra nello “stravolgimento” emozionale che la politica ha attuato da una quindicina di anni a questa parte. Un cambiamento partito, a livello mondiale, da Bill Clinton, nel corso dei suoi 8 anni da Presidente degli Stati Uniti, che stravolse le regole emozionali nella politica. Fino all’inizio degli anni ’90, il politico si mostrava in pubblico, teneva comizi, partecipava agli eventi, però tenendo abbastanza riservata la sua sfera privata; serbando nel retroscena quello che accadeva nella sua famiglia. Con Clinton ci fu un cambio radicale di questo atteggiamento. Soprattutto dopo il cosiddetto scandalo Monica Lewinsky, non ci fu una più una chiusura del e nel privato, bensì avvenne lo straripamento del privato nel pubblico. Il Presidente confessò quello che aveva fatto e nello stesso tempo si pentì. Questo pentimento, per quanto vero o falso sia stato, ha fatto sì che l’emozionalità del politico venisse messa pubblicamente in piazza. Per la prima volta, grazie soprattutto all’esplosione dei new media, il mondo vide le lacrime di Clinton, ascoltò le sue parole intrise di emozionalità. Non a caso, la sua frase più celebre, con cui era solito iniziare i suoi discorsi pubblici, era “I feel good about”: ossia io provo queste emozioni al momento e mi sento bene se le condivido con voi. Era il punto della condivisione a segnare uno spartiacque dal modo precedente di fare politica. Io soggetto politico, io privilegiato, io politico di professione condivido con voi quello che sto provando.

Questa condivisione delle emozioni è tuttora presente? Anche in Italia i politici mettono in piazza le loro emozioni? Lei crede che questa apertura sia un elemento positivo nella politica?
La condivisione poteva essere vista in modo positivo, nel senso di non creare un distacco tra politici e cittadini. Il politico, in un certo senso, usciva dal suo “mondo a parte”, dalla sua sfera di realtà privilegiata e scendeva in mezzo ai cittadini per renderli partecipi della propria emozionalità. Ma, con il passare degli anni, questo atteggiamento si è modificato. Ultimamente sembra che esso sia marcato da una certa coltre di populismo, che si sia passati ad una manifestazione delle emozioni che vuole essere una sorta di presa in giro, di incantesimo nei confronti degli elettori. Della serie: “Capite come sto soffrendo, votatemi”. Oppure: “Gli altri mi stanno facendo del male, votatemi”.

Sembra ci sia un chiaro richiamo al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Questo suo continuare a sostenere che ci sia una campagna di odio nei suoi confronti potrebbe far parte di una tattica?
Sì, io parlerei proprio di tattica di micropolitica. Come ci insegnano i sociologi che si occupano di emozioni, in ogni situazione di vita quotidiana il politico mette in atto tattiche di micropolitica che hanno a che fare con le emozioni. Il politico non manifesta le sue emozioni soltanto per una mera condivisione, per creare una empatia con il suo elettore, bensì per tenere in pugno l’elettore. Il punto a mio parere fondamentale è che, attraverso tali tattiche di micropolitica, l’emozione è usata come strumento di potere. Fra le tante modalità in cui ciò può avvenire, vorrei sottolinearne una in particolare e che, a mio parere, riguarda anche Berlusconi: quando manifesto emozioni positive conseguentemente indico il mio rivale come colui che manifesta emozioni negative. Così facendo, però, trasmetto l’idea al cittadino e all’elettore che sono io il portatore del bene mentre l’altro è portatore del male, giocando sulla distinzione tra emozioni positive e negative. Io manifesto emozioni positive quindi sono colui che rappresenta il bene, l’altro manifesta emozioni negative quindi rappresenta il male. Non uso esattamente questi termini, ma trasmetto tale significato. Ecco l’emozione come strumento di potere e di mantenimento di status. Pensiamo al discorso che Berlusconi sta tessendo nell’ultimo periodo, in particolare alla manifestazione di sabato scorso; dietro il palco dove parlava c’era scritto: “L’amore vince sempre sull’odio”. Frase che egli stesso ha ripetuto poi spesso. Se noi intendiamo amore e odio come due emozioni - forzando i termini, perché l’amore si configura come sentimento, più che come emozione – chi parla è portatore di amore e i rivali/concorrenti (in questo caso la sinistra-opposizione, ma anche alcuni magistrati) sono portatori di odio. Dietro questa semplice frase, dietro questa richiesta di fratellanza, di simpatia che sembra rivolta soltanto ai suoi elettori, c’è una tattica di micropolitica sociologicamente fondata. C’è una perversione del discorso clintoniano, tesa a costruire socialmente un’emozione che dovrebbe rivelarsi, nell’ottica del relatore, come incentivo al voto

E l’opposizione, invece, come si muove in questo campo? “Usa” anch’essa le emozioni?
C’è una parte della sinistra italiana che mi sembra essere più concentrata su fatti e programmi, penso in particolare ad Emma Bonino o alla Bresso. Di Pietro, invece, mi sembra quello che manifesti di più quello che prova: si infervora nei dibattiti televisivi, diventa rosso quando parla, urla, ecc. Forse una manifestazione più “autentica” delle proprie emozioni.

Di Pietro mette in scena le sue emozioni senza programmarle?
Sul non programmarle andrei con i piedi di piombo. È davvero difficile che il politico non programmi in anticipo le emozioni da manifestare. Così come il politico prepara le interviste - prestando attenzione a trovare la sala più adatta, lo sfondo e le luci migliori, chiedendo di controllare le domande in anticipo per trovare le risposte migliori - forse anche nel caso delle emozioni è così. Ad esempio, nell’ultima “sceneggiata” a cui abbiamo assistito in un approfondimento del tg di Rai3 con Bianca Berlinguer, in cui Di Pietro si alza e va via dopo uno scontro verbale con La Russa, non metterei la mano sul fuoco che sia stato un atteggiamento “naturale”, che abbia pensato in quel momento di andar via. Può darsi che sia stato costruito prima.

Siamo di fronte a quello che lei nei suoi ultimi libri definisce “la commercializzazione, la teatralizzazione politica delle emozioni”?
Sì. Oggi le emozioni sono incanalate in una teatralizzazione mediatica che mettono in atto i politici di professione. Teatralizzazione che – attenzione - sembra essere gradita alla maggior parte dei cittadini. Un ambiente così emotivamente surriscaldato è richiesto dal cittadino. Pensi ai reality show: se hanno così successo è perché c’è una richiesta di emozioni da parte della società. Il politico è bravo a cavalcare questa onda. Ricordo una frase del sociologo francese Lacroix che, nel suo libro “Il culto dell’emozione”, scrive: «i politici devono rispondere in modo adeguato alla domanda emotiva dell’opinione pubblica. La collettività si riconosce nell’immagine di uomini capaci di vibrare». Questo significa che se Berlusconi continua a vincere è anche perché riesce a trasmettere queste vibrazioni all’elettorato.

Teme che ci sia qualcosa di sbagliato in questo atteggiamento?
Il mio timore è che si arrivi ad una deriva populistica, dove il politico, leader carismatico e comunicatore emozionale, dispensi emozioni costruite a tavolino, preconfezionate, emozioni usa e getta, per incantare più gente possibile e ottenere più voti. Ma il soggetto non può essere votato solo per la sua bravura nella teatralizzazione delle emozioni, ma per il progetto che propone, per le idee che esprime. Altrimenti l’Italia rischia di cadere in una sorte di caos emozional-elettorale.

Lei nel suo ultimo libro fa una distinzione tra emozioni, sentimenti e passioni. Queste ultime che ruolo giocano in questo nuovo agone politico?
Se si forza questo discorso di amore/odio si rischia di stimolare passioni devastanti: gelosia, ira, invidia, ecc., che non porteranno ad un discorso civile, democratico, a una sfera pubblica alla Habermas, in cui comuni cittadini discutono tra loro in maniera libera e razionale. Continuando di questo passo il rischio è di indurre passioni di “odio” forti e intense nei confronti dell’avversario politico. E la storia insegna che l’odio non ha mai portato a conclusioni pacifiche. Pensi, da tale rischio metteva in guardia il primo sociologo delle emozioni, Gabriel Tarde, oltre un secolo fa…

Ma è proprio questo quello che il centrodestra rimprovera all’opposizione: fomentare odio…
Ma paradossalmente, continuando a sostenere ciò, non fa che buttare benzina sul fuoco. Berlusconi continua ad affermare: “Questo ambiente ostile nei miei confronti è frutto della campagna di odio attuata dalla sinistra”. Leggendo tra le righe questo vuol dire: noi non facciamo campagne di odio, bensì campagne di amore. In questo modo non si fa altro che fingere un tentativo di riappacificazione fra le parti quando invece si alzano ulteriormente le barriere e si acuisce il solco del non dialogo.

Emozione e ragione sono sempre due facce della stessa medaglia: l’agire sociale. Non dovrebbe esistere l’una senza l’altra.

Penso che, invece di lasciarci travolgere dai discorsi emozionali, dovremmo essere tutti bravi a seguire un “vecchio” suggerimento di Dewey: “fermarsi e pensare”.

sabato 27 marzo 2010

"LaRai è il servizio pubblico?Ma che pubblico aBerluscò,la Rai è il servizio tuo,l'abbiamo dato a te,Berlusconi ci abbiamo messo mezzaMediaset dentro"

sketch di satira (roba ormai da museo nel nostro paese) tratto dalla trasmissione Rai "l'Ottavo nano", correva l'anno 2001...

La rivoluzione di Monicelli


Nel corso dell’intervista a Mario Monicelli all’interno della trasmissione “Raiperunanotte”, il regista ha affermato che forse solo una rivoluzione potrebbe sovvertire lo stato delle cose in Italia. Fra i giornalisti in studio, Floris si è mostrato preoccupato per il ricorso ad una soluzione del genere, come se la parola “rivoluzione” evocasse scenari inquietanti. Ma allo stesso modo per cui nel 2010 una dittatura non è necessariamente basata su manganelli e olio di ricino (tanto che oggi si parla di dittatura dolce) possiamo pensare che nel 2010 una rivoluzione non debba essere necessariamente basata su ghigliottine e barricate nelle strade. E’ Internet, la partecipazione collettiva, le reti sociali la rivoluzione dolce dei nostri tempi?

Luigi Torino, da Mail Box su Il Fatto Quotidiano del 27 marzo 2010



In tre milioni voltano le spalle alla Rai dei servi

27 marzo 2010

Raiperunanotte
: 13% di share sulle tv. Santoro: "Il sito dell’evento è stato il quinto più visto al mondo. Se ci vogliono cacciare devono passare sopra tutta questa gente". E Masi prepara la vendetta


di Antonio Massari e Silvia Truzzi, redazione Il Fatto Quotidiano

Il balletto dei dati comincia in una mattinata bolognese mite solo nell’aria, stanca di sbadigli dei reduci della notte al Paladozza. Molto vento attorno e mica è un’annotazione climatica. La Rai, dopo aver agitato anche lo spauracchio della violazione del diritto di esclusiva che vincola Santoro all’azienda, organizza la controffensiva. Intanto diffonde i dati alla maniera della questura di Roma: il pallottoliere con l’aiutino. Stavolta il calcolatore però funziona al ribasso.

Piccolo scherno. La serata, secondo l’azienda, sarebbe stata seguita su SkyTg24 da 450 mila telespettatori, pari al 2,03% di share e su Current da 540 mila telespettatori (2,4%). Su RaiNews24, che trasmetteva l’evento in differita – grazie alla lungimiranza del Cda – i telespettatori sarebbero stati 200.450, pari all’1,6% di share. Ma nel primo pomeriggio Santoro, Travaglio e lo staff di Annozero, ospiti dell’Fnsi a Bologna, convocano i colleghi: l’Auditel dell’evento si attesta sul 13%, "pari a circa tre milioni di spettatori". Sky avrebbe ottenuto più del 6% (anche se le cifre non sono complete: canali come YouDem non vengono monitorati). Current si attesta sul 2,50%, percentuale più o meno simile a quella di SkyTg24. La quota restante va a RaiNews24. Il rimanente 7% di ascolti se l’è preso il network delle televisioni locali: "La sola Telelombardia – ha spiegato Santoro – ha avuto 300 mila ascoltatori di media e un milione di contatti. Telelombardia, in Lombardia, ha avuto 3 volte l’ascolto di RaiDue". Le “conseguenze dell’amore” sarebbero un’emorragia del 10% di ascolti per le reti Rai e Mediaset. E comunque i dati sono difficili da decifrare. "Il dato andrebbe valutato nella sua complessità", spiega Santoro. "Siamo andati in onda su piattaforme differenti, che spaziano dal digitale a Internet e quindi questo 13% rappresenta una valutazione pessimistica rispetto alla portata reale dell’evento. Un evento che è paragonabile a una scossa tellurica nel sistema televisivo italiano. E l’Auditel non ha gli strumenti adatti per verificare la vastità di questo terremoto".

A gonfie vele. Navigando, navigando: i numeri televisivi sono una parte – e non la più importante – della questione. I dati del Web faranno la differenza. "Il sito di Raiperunanotte è stato il quinto più visto al mondo: storicamente l’accesso più importante in Italia". Il tutto senza considerare le altre piattaforme digitali che hanno mandato in streaming l’evento. Filtrano alcune – prime – cifre dei contatti: 700 mila alla pagina web Tg3, 350 mila sul sito di Repubblica, 80 mila utenti unici su Current, 30 mila i singoli utenti sul sito di Youdem. Mentre su Twitter sono arrivati 5700 messaggi taggati @raiperunanotte (in media 2 al secondo), portando questa tag a essere ieri una delle più utilizzate giovedì in Europa. Duecentomila i contatti all’edizione on-line del Fatto, 50 mila gli spettatori dal nostro sito. Ma sono tutte ancora cifre provvisorie. "Potremo fare un bilancio corretto soltanto nei prossimi giorni. Comunque mi pare che già si possa dire che siamo di fronte a una tv, in Internet, in grado di sfidare emittenti come La7".

Dopo la matematica, le opinioni. E quindi questi numeri, ancora imberbi, che cosa ci dicono? "Ieri abbiamo dimostrato che il pubblico continua a esistere anche quando un programma viene chiuso. Il canone smette di essere solo una tassa e diventa l’affermazione del diritto di dire la propria opinione su quello che la televisione pubblica deve mostrare". O oscurare. Il vento, appunto, si sente: da viale Mazzini arriva a Bologna. Ed è l’eco minacciosa di un dossier lungo otto anni e di un ipotetico Cda ad personam. A quanti vorrebbero una sua uscita dalla tv di Stato, Michele Santoro promette battaglia: "Noi apparteniamo alla Rai. Siamo un potenziale dell’azienda che può essere utilizzato per il servizio pubblico. Se poi qualcuno intende ingaggiare con noi la battaglia finale, noi l’affronteremo. Per cacciarci dovranno passare sul nostro corpo. Che non è soltanto il mio o quello di Travaglio, ma è anche quello di tutta la gente che ieri era presente dentro e fuori, oltre alle 250 mila persone in piazza".

Ci sarà un seguito di Raiperunanotte? Il giornalista di RaiDue sembra propendere per l’esperimento isolato: "L’iniziativa di ieri, per come è stata realizzata, è un unicum. Ma non finisce qui: "Dal punto di vista spirituale no. La prossima volta lo faremo al Colosseo. Potrebbe essere una bellissima sfida: l’imperatore contro i gladiatori. Però se i gladiatori vincono, l’imperatore se la prende in saccoccia". C’è tempo anche per tornare sul conflitto d’interessi, tema dell’editoriale d’apertura al Paladozza. "Chi deve uscire dalla Rai è Berlusconi che ha dimostrato di saper fare la televisione privata. Non certamente noi. Ha già tre reti televisive e non mi sembra debba avere anche la Rai. Quando è sceso in politica disse che non avrebbe toccato neanche una pianta, invece non solo sta tagliando le piante ma sta arando il giardino estirpando quanto c’è di buono. Le sue televisioni sono ansimanti. Mediaset fa fatica a stare sul mercato. È lui che dovrebbe stare zitto. Noi lo rispettiamo come presidente del Consiglio, ma non come imprenditore televisivo che vuole fare i suoi interessi nella televisione pubblica".

Da il Fatto Quotidiano del 27 marzo



LEGGI: B. ordina, Masi esegue: cda ad personam anti-Santoro di Caterina Perniconi

Via i partiti dalla Rai

Questo obbrobrio va punito

articolo di Alduccio, tratto dal blog Unoenessuno


Faccio mie le parole del premier: questi sono i dati dell'AGCOM relativamente alla presenza dei partiti politici nelle trasmissioni.
Hai ragione Silvio, "Questo obbrobrio va punito".
Via i partiti dalla Rai (e via i conflitti di interesse da questo paese, già che ci siamo).
Segnalazioni:

E ora licenziateci tutti

di Giuseppe Giulietti, tratto da Articolo21

E ora  licenziateci tutti

“Vieni avanti censore!” Questa è la sfida che Articolo21 intende lanciare a quanti, a cominciare dal direttore generale(vedi articolo su Repubblica.it: "l'affondo di Masi contro Santoro: danneggia l'azienda, va licenziato"), hanno già annunciato l’intenzione di promuovere azioni disciplinari contro quanti hanno ancora intenzione di rassegnarsi alla scomparsa della Rai. La manifestazione di Bologna, peraltro promossa dal sindacato dei giornalisti, come le decine di iniziative promosse in tutta Italia sono un vero e proprio atto d’amore di chi ancora paga un canone per essere insultato, vilipeso, cancellato, censurato. Per la prima volta gli esclusi e gli escludendi manifestano non contro il servizio pubblico, come pure facevano i leghisti e i forzisti prima di occuparla, ma per il servizio pubblico.
Può sembrare un paradosso, ma cosi è. Non si tratta dunque di un gesto di disobbedienza civile, ma di una vera e propria campagna nazionale per reclamare l’obbedienza civile alla costituzione, alle leggi, all’articolo 21 della Costituzione. Gli unici veri disobbedienti civili sono quelli che adorano i conflitto di interesse, che hanno sottomesso la Rai agli interessi di Mediaset, che concordano per telefono la espulsione di giornalisti e autori sgraditi, i veri disobbedienti, i veri felloni sono loro. E contro di loro bisognerà promuovere ogni iniziativa utile a facilitare la loro immediata rimozione.

Se e quando tenteranno di chiudere la bocca a Michele Santoro,a Serena Dandini, a Raitre, a Giovanni Floris, a Corradino Mineo, che non si è piegato al comando di oscurare la grande manifestazione bolognese, se e quando ci proveranno dovremo costruire attorno a loro e a tanti altri una vera e propria grande muraglia della solidarietà, della azione civile, della denuncia quotidiana,i ndividuale e collettiva.
Il collegio dei legali di Articolo21, coordinato dall’avvocato Domenico D’Amati è già pronto a presentare le sue denunce e i suoi esposti ovunque sarà possibile: ai tribunali, alla Corte dei Conti, al Tar, al Consiglio di Stato, li inseguiremo ovunque, aula per aula, procura per procura.

Non gli daremo tregua sino a quando non se ne andranno.
Non ci sono mediazioni possibili quando è in gioco la libertà d’espressione e la libera circolazione delle opinioni.
In ogni caso questi signori hanno già dimostrato di avere più a cuore il conflitto di interessi che non l’interesse generale; qualsiasi censura è sempre da respingere, ma una censura inflitta da chi ha fatto finta di non vedere e di non sapere alcunché circa le gravissime violazioni deontologiche ed etiche che si sono consumate attorno a loro e tra di loro, ha un sapore ancora più disgustoso, sembra quasi un inno alla vita intonato dalla associazione nazionale dei boia.

venerdì 26 marzo 2010

Lo stalking di B. e i camerieri dell’Agcom

LE MANGANELLATE CONTRO I PROGRAMMI NEMICI E IL VIZIETTO DI CHIAMARE GLI ARBITRI
di Marco Travaglio ( da "Il Fatto Quotidiano" del 26 marzo 2010)

Il 12 marzo il Fatto rivela che la Procura di Trani, indagando su una truffa di carte di credito a tassi usurari, ha intercettato Minzolini e Innocenzi che parlano con Berlusconi. Il direttore del Tg1 concorda col premier come neutralizzare le rivelazioni di Spatuzza. Innocenzi è un ex dirigente Fininvest, ex sottosegretario, ora membro dell’Agcom, l’autorità che dovrebbe essere indipendente per garantire libertà e pluralismo nelle comunicazioni. Berlusconi gli dice di “chiudere tutto”, specie Annozero, ma non ama neanche Ballarò e non vuol più vedere Di Pietro in tv né Scalfari e Mauro dalla Dandini. Lo incalza, lo cazzia: roba da stalking. Innocenzi è disperato: “Berlusconi mi fa uno shampoo dopo l’altro e mi manda a fare in culo tre volte al giorno”. La sua missione è portare l’Agcom a dare alla Rai il pretesto giuridico
per oscurare Santoro o impedirgli di parlare dei processi a Berlusconi. Innocenzi mobilita altri commissari. Preme sul presidente Calabrò perché diffidi la Rai minacciando per Santoro multe del 3% sul fatturato (90 milioni!). Concerta strategie col dg Masi, col giudice Ferri del Csm, coi forzisti in Vigilanza, col consigliere Rai Gorla (anche lui ex Fininvest). Minaccia di denunciare Calabrò, che si muove “solo quando deve farsi i cazzi suoi”, mentre col premier è tiepido; o magari di far “chiudere questa cazzo di Agcom” da Tremonti. Dice a Letta di chiamare Calabrò. Istruisce Cosentino e Dell’Utri perché presentino esposti contro Santoro. Prega Berlusconi di commissionare un altro esposto ai carabinieri. Inventa ostacoli ad Annozero: tipo vietare di fare docufiction o di parlare di processi. Che l’Agcom sia un tribunale dei partiti l’abbiamo sempre detto. Ma i nastri di Trani dimostrano che è anche peggio: commissari “indipendenti” trattati come camerieri dal premier che ha giurato fedeltà alla Costituzione. Le “Authority” hanno un garante supremo: il capo dello Stato, che però non dice nulla. Anche il Pd balbetta. Politica, tg e giornali al seguito minimizzano e depistano uno scandalo più grave del Watergate. Il problema diventano le intercettazioni, i giudici che le fanno, i giornali che le raccontano. Non il loro contenuto. Si guarda il dito per nascondere la luna. Dicono: non c’è il reato. Ma Minzolini, appena il pm gli dice che il suo verbale è segretato, spiattella il suo interrogatorio a Bonaiuti. Innocenzi, al pm che domanda se ha mai subìto pressioni su Annozero, risponde: mai. Ma le intercettazioni dicono il contrario: indagato per false dichiarazioni e favoreggiamento. Berlusconi è accusato di concussione per aver tentato di costringere l’Agcom a fare una cosa illegale. Quando la notizia scivola in fondo alle prime pagine dei giornali, interviene il geniale Ghedini: “Berlusconi non è indagato, sfido i pm a smentirmi”. I pm l’accontentano subito: sì, Berlusconi è indagato, e pure per minacce a una pubblica Autorità per turbarne l’attività. Un reato che pare scritto da una toga rossa dopo aver letto le telefonate di Berlusconi. Invece l’ha scritto nel 1930 Alfredo Rocco, un fascista. È il Codice Rocco, non rosso. Dicono: ma Trani è incompetente, infatti Berlusconi sta a Roma. Ma i presunti reati di Minzo e Innocenzi sono avvenuti a Trani. Quanto a Berlusconi, nei casi urgenti il pm ha il dovere di raccogliere le prove del reato in corso, poi a bocce ferme le manderà alla procura competente. Se un pm indaga su un pastore che ruba pecore a Trani e intanto scopre che quello vuole pure uccidere la moglie a Bari, non stacca il registratore; se no, mentre le carte sono in viaggio per Bari, la moglie se ne va al Creatore. Dicono che Masi e Calabrò hanno resistito alle pressioni: ma non è così. I due sanno bene che è illegale bloccare preventivamente un programma e giocano allo scaricabarile per chi deve lasciare le impronte digitali. Masi spera che Santoro “faccia la pipì fuori dal vaso” per punirlo dopo e sollecita esposti contro la propria azienda. Come se Moratti chiamasse l’arbitro perché s’inventi un fallo ed espella il centravanti dell’Inter, il tutto su richiesta del padrone del Milan. Dicono: è normale che il direttore del Tg1 parli con il premier: ma dipende da cosa si dicono. Dicono: è normale che Berlusconi parli con l’Agcom. Ma stiamo scherzando? È come Fiorani che parla con Fa-zio, come Moggi che parla col designatore arbitrale. Berlusconi non dovrebbe manco avere il numero di telefono dell’Agcom: perché è il capo del governo e perché è il padrone di Mediaset. Facesse un esposto, se ha qualcosa da denunciare. Non una telefonata. Dicono: è ovvio che l’Agcom risponda ai partiti che la nominano. Ma la legge dice che i commissari sono indipendenti. In caso di pressioni, devono disobbedire, o appellarsi al Quirinale, o dimettersi. Anche se rinunciare a 400 mila euro è dura. Berlusconi dice: è una vergogna che il premier sia intercettato. Ma lui non è mai stato intercettato in vita sua. Anche stavolta, come quando fu beccato a parlare con Dell’Utri, con Cuffaro, con Saccà, con Fiorani, con Tarantini e le escort, gli intercettati sono gli altri. Il guaio è che cosa dice e a chi lo dice. Ogni anno i magistrati intercettano 20 mila italiani su 60 milioni: possibile che Berlusconi non riesca mai a parlare con gli altri 59.980.000? Berlusconi dice che lui le stesse cose su Annozero le ha sempre dette in pubblico. A parte il fatto che non è vero (nelle telefonate c’è ben di più), ma anche se fosse? È come se uno dicesse per anni “vorrei ammazzare mia moglie” e poi, quando scoprono che ha assoldato il killer per farla fuori, dicesse al giudice: “Dov’è il problema? Io l’avevo detto!”. Un alibi di ferro… Dicono che non è successo niente perché Annozero c’è ancora: ma l’istruttoria su Annozero l’Agcom l’ha aperta; la Rai ha vietato le docufiction e ha chiuso i programmi per un mese con la scusa delle elezioni. Innocenzi lo sapeva già il 4 dicembre: “Tra due mesi sospendono le trasmissioni per le elezioni”. E poi i minimizzatori non sanno che la minaccia è reato anche se non va a buon fine. Chi dice che non è successo niente ricorda quel tale che sparò alla moglie, poi andò in tribunale a difendersi così: “Vostro onore, sono innocente, l’ho colpita solo di striscio”. Naturalmente, fu condannato.



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