Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe

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Sogno di un paese dove parole come cultura, leggi, rispetto, uguaglianza, civiltà, umanità e pietà non siano soltanto delle belle ma purtroppo inutili parole ma rappresentino invece le basi di un popolo che ha fatto di quel sogno, di quello stupendo sogno che si chiama Costituzione Italiana, le sue fondamenta.

"C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". Paolo Borsellino da "Lezione sulla mafia" del 1989

"Il nostro è un Paese senza memoria e senza verità"
Pier Paolo Pasolini

martedì 23 febbraio 2010

Corruzione & Protezione

articolo di Peter Gomez tratto da L'AnteFatto


22 febbraio 2010

Nelle 20 mila pagine dei verbali la fotografia del “sistema gelatinoso”: appalti truccati, auto di lusso e massaggiatrici

Quanto sia seria la situazione lo raccontano le facce scure e le dichiarazioni di chi lavora tra Palazzo Grazioli e Palazzo Chigi. "Sono turbato e preoccupato", dice il sottosegretario Gianni Letta. "Approveremo nuove norme contro la corruzione" gli fa eco un po’ bugiardo il premier, Silvio Berlusconi, dopo aver esaminato i focus group e i sondaggi riservati che ormai lo assimilano alla Casta. "Posso aver commesso errori e omissioni", si giustifica il capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso. "È vero il sistema di potere esiste, ma non è illegale" assicura il coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini, atterrito dalle intercettazioni che hanno svelato la sua vera passione: non la politica, ma gli affari.

A dieci giorni esatti dagli arresti per corruzione di tre importanti funzionari pubblici, Angelo Balducci, Fabio De Santis, e Mauro Della Giovampaola, e dell’imprenditore romano Diego Anemone, la politica italiana entra in una fase nuova, diversa, mai vista prima. In attesa che la magistratura faccia di nuovo scattare le manette ai polsi di qualche protagonista del "sistema gelatinoso" attraverso cui vengono assegnati gli appalti nella Penisola, diventa chiaro perché nel nostro paese le opere pubbliche costino molto più che all’estero e perché spesso non vengano mai terminate.

Per rendersene conto basta leggere le 20.000 pagine, piene zeppe di omissis, dei rapporti del Ros dei carabinieri alla base delle 4 ordinanze di custodia cautelare e dei 40 avvisi di garanzia emessi mercoledì 10 febbraio. Il Fatto Quotidiano, dopo averle esaminate tutte, ha deciso di fornire ai suoi lettori un’ampia sintesi.

Già ora, in attesa che i giudici stabiliscano chi è colpevole e chi è innocente, è così possibile trarre dalle carte qualche conclusione. Anzi, sette punti fermi.
1) Nel corso degli anni, e sotto diversi governi, si è deciso di derogare per legge alla normativa europea sugli appalti. Ufficialmente la scelta è stata presa per permettere di concludere celermente una serie di opere pubbliche. In realtà la discrezionalità con cui vengono assegnati i lavori si è rivelata criminogena.
2) Alla Protezione civile di Bertolaso sono stati affidati compiti che non hanno nulla a che vedere con la salvaguardia delle popolazioni e del territorio: per esempio il G8 alla Maddalena, i Mondiali di Nuoto, la Celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia (tutti eventi ora sotto i riflettori degli investigatori).
3) Intorno a Bertolaso (oggi indagato) si è coagulato un gruppo di gran commis dello Stato che andava a braccetto con le imprese a cui erano stati affidati gli appalti. Esemplare è il caso di Balducci, fino a pochi giorni fa presidente del Consiglio superiore delle opere pubbliche. La famiglia Balducci era socia della famiglia Anemone, proprietaria di un’azienda di soli 26 dipendenti, a cui sono stati affidati più di 100 milioni di euro di lavori per il G8 e i mondiali di nuoto. Insomma il controllore faceva affari con il controllato.
4) In una situazione per certi versi analoga si trovano molti parlamentari. Verdini era legato a doppio filo alla Baldassini Tognozzi Pontello di Riccardo Fusi. Il suo collega di partito Rocco Girlanda si muoveva invece in favore del gruppo Barbetti. Ma l’elenco è lungo. E comprende aziende vengono considerate "di riferimento" per importanti esponenti del centro-sinistra. Nelle carte spuntano, a questo proposito, i nomi di Francesco Rutelli e Walter Veltroni, che però smentiscono e annunciano querele.
5) Il sistema delle "aziende di riferimento" rende spesso (ma non sempre) inutile le mazzetta. Il rapporto del Ros elenca piuttosto una serie di favori. Che possono andare da quelli sessuali (escort), fino alle raccomandazioni per concorsi o esami. In pratica il funzionario dello Stato, che ha bisogno della politica per far carriera, ha tutto l’interesse a favorire l’impresa segnalata dal politico di turno.
6) Questo metodo di spartizione degli appalti è esteso anche a lavori che non riguardano la Protezione Civile. Nella documentazione si parla spesso di gare che riguardano l’Anas. E di riunioni, tra imprenditori, politici e funzionari, in cui vengono discussi business rimasti per ora misteriosi.
7) Anche la ricostruzione del post terremoto abruzzese, fiore all’occhiello di Bertolaso e del governo, è in qualche modo entrata nella partita.

La Baldassini, per esempio, costituisce un consorzio, che lavorerà all’Aquila, dopo un incontro a Palazzo Chigi con il sottosegretario Letta. E Gianni, come dice Verdini per telefono, "ha portato tutto a Guido".

Se questo è il quadro, ecco che diventa chiaro come sia del tutto inutile cercare la “pistola fumante”, cioè la prova incontrovertibile di eventuali passaggi di denaro. Perché i soldi ci sono. E sono i 1000 euro in più di tasse che ogni cittadino è costretto a versare per far fronte a spese inutili o gonfiate. Il malaffare, dicono le statistiche, costa al Paese 60 miliardi all’anno. E a fumare in Italia ormai non sono le pistole, ma qualcos’altro.



Da il Fatto Quotidiano del 20 febbraio

LEGGI ANCHE:

Grandi opere grandi speculazioni: "L’assalto alla diligenza della Protezione Civile non ha guardato troppo per il sottile. Manifestazioni e avversari prevedibili come le Olimpiadi invernali, il Giubileo, il G8 del 2009, i Giochi del Mediterraneo a Pescara, addirittura la commemorazione di San Giuseppe di Copertino, le regate della Vuitton cup sono state tramutate per decreto in emergenze nazionali. In tal modo si aggiravano le norme e i controlli ordinari. Al di là delle ruberie, resta inevasa una domanda chiave dello scandalo: cosa resterà ai cittadini di questa gigantesca spesa? Siamo andati a verificare, evento per evento, lo stato dell’arte...(continua)" di Monica Raucci

Un Paese al contrario: "Un paese nel quale nessuno fa più il suo mestiere. Un mondo di politici che non si occupano più della polis, di imprenditori non fanno più impresa e di giudici che non controllano ma aspirano solo a favori e incarichi.
E’ questa l’immagine dell’Italia che emerge dall’inchiesta del Ros dei carabinieri. E non stiamo parlando di mele marce ma di una pianta ben radicata nella coscienza nazionale. I protagonisti sono Denis Verdini, coordinatore del primo partito italiano; Btp, la settima impresa italiana di costruzioni; Achille Toro, numero due della Procura di Roma; Guido Bertolaso, secondo un sondaggio di Sky del 2009, più popolare del Papa. Non è la degenerazione del sistema berlusconiano, ma la migliore espressione del suo funzionamento. A volte le coincidenze sono presagi...(continua)" di Marco Lillo

SCARICA IL DOSSIER(8 pagine pdf 5,83mb) da Il Fatto Quotidiano del 20 febbraio 2010

giovedì 18 febbraio 2010

"Oggi la casta dei corrotti fa quadrato"

tratto da l'Antefatto

"Mani Pulite ci insegnò che la corruzione è un fenomeno seriale e diffusivo: quando ne trovi uno con le mani nel sacco, di solito alle sue spalle ce ne sono molti altri e non è la prima volta che lo fa. Poi, se si riesce o meno a risalire al sistema che c’è dietro, dipende dalle circostanze storiche"




"Nel 1992 uno dei fattori decisivi fu che erano finiti i soldi e gli imprenditori non potevano più pagare un sistema politico che non dava più nulla in cambio. I vincoli europei di Maastricht erano strettissimi e impedivano allo Stato di fare altri debiti per mantenere la spesa pubblica con acquisti di beni e servizi. All’inizio i partiti scaricavano i soggetti che venivano via via arrestati, descrivendoli come mariuoli isolati, singole mele marce. E quelli, sentendosi mollati, ci dissero: 'Ah sì, mela marcia io? Allora vi racconto il resto del cestino'. E venne giù tutto. Oggi mi pare che i partiti continuino a difendere i propri uomini che finiscono nei guai, o almeno il sistema nel suo complesso. La casta fa ancora quadrato, nessuno viene scaricato".

Intervista al giudice Piercamillo Davigo di Marco Travaglio: "Si ruba di più ma i partiti non mandano a casa nessuno"
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BIO ( da l'AnteFatto)

Piercamillo Davigo, lei oggi è giudice di Cassazione, ma 18 anni fa era una delle punte di diamante del pool Mani Pulite. Si respira di nuovo l’aria di quel momento magico?

Segnali ce ne sono, ma è presto per dirlo. In fondo, quando fu arrestato Mario Chiesa il 17 febbraio 1992, non era la prima volta che veniva preso un pubblico amministratore in flagranza di tangente. Mani Pulite ci insegnò che la corruzione è un fenomeno seriale e diffusivo: quando ne trovi uno con le mani nel sacco, di solito alle sue spalle ce ne sono molti altri e non è la prima volta che lo fa. Poi, se si riesce o meno a risalire al sistema che c’è dietro, dipende dalle circostanze storiche.

Quelle attuali sono propizie?

Nel 1992 uno dei fattori decisivi fu che erano finiti i soldi e gli imprenditori non potevano più pagare un sistema politico che non dava più nulla in cambio. I vincoli europei di Maastricht erano strettissimi e impedivano allo Stato di fare altri debiti per mantenere la spesa pubblica con acquisti di beni e servizi. L’Italia era alla bancarotta, la lira svalutò (o le altre monete rivalutarono, come disse il premier Amato) e uscì dal Sistema monetario europeo. Oggi mi pare che la spesa continui a crescere dilatando il debito con la scusa della crisi internazionale. Diciotto anni fa la crisi era solo italiana e non si poteva dare la colpa agli altri.

Altre differenze fra allora e oggi?

All’inizio i partiti scaricavano i soggetti che venivano via via arrestati, descrivendoli come mariuoli isolati, singole mele marce. E quelli, sentendosi mollati, ci dissero: "Ah sì, mela marcia io? Allora vi racconto il resto del cestino". E venne giù tutto. Oggi mi pare che i partiti continuino a difendere i propri uomini che finiscono nei guai, o almeno il sistema nel suo complesso. La casta fa ancora quadrato, nessuno viene scaricato.

Eppure i partiti sono tanto arroganti nell’occupare il potere quanto deboli e dilaniati all’interno e lontani dalla gente.

Non so, non mi occupo di politica. Ma nel ’92 era entrata in crisi la forma-partito come strumento di aggregazione del consenso. Oggi non sono più i partiti ad aggregare il consenso, ma l’informazione, o meglio la disinformazione a essi sottostante. Nel ’92 giornali e tv raccontavano i fatti, e i fatti superavano i commenti perché parlavano da soli; oggi molto spesso i fatti vengono nascosti, filtrati e manipolati da un sistema mediatico ferreamente controllato. Il commento fuorviante prevale sulla cronaca, relegata in posizioni marginali per consentire ai media di parlar d’altro.

Si riferisce a qualche episodio in particolare?

Ci vorrebbe un’enciclopedia. Ultimamente, dopo 18 anni passati a sentirmi dare della toga rossa e del comunista, ho scoperto di essere un agente della Cia e di aver fatto Mani Pulite per ordine degli americani. Almeno nelle diffamazioni ci vorrebbe un po’ di coerenza.

Nel 1992 la corruzione costava agli italiani 5 miliardi di euro all’anno. Oggi 40 per la Banca Mondiale e 60 per la Corte dei Conti. Si ruba di più?

Sicuramente più di quanto risulti dalle statistiche. La corruzione ha alcune caratteristiche della mafia, fra cui la sommersione. E’ nella sua natura. Non si consuma di fronte a testimoni; è un reato a vittima diffusa, non viene subita da una persona fisica che abbia l’interesse a denunciarla; e le pratiche comprate sono proprio le più "a posto", le più curate; se a ciò aggiungiamo le leggi fatte apposta per impedirci di scoprirla e di reprimerla, il clima in cui operano i magistrati e lo sfascio della giustizia non impedito e talora accentuato da parte di tutti i legislatori che si sono trasversalmente avvicendati in questi 18 anni, mi domando perché mai la corruzione dovrebbe emergere.

Ecco, il clima. La magistratura sembra molto più pavida, rispetto al ’92.

No, tutto sommato, nonostante i violentissimi attacchi, ha tenuto. Anzi negli anni Ottanta, quando subì il referendum sulla responsabilità civile dopo le prime indagini sulla corruzione e il crimine organizzato, ne uscì a pezzi. Oggi è molto più corazzata. Grazie a Dio, gli attacchi hanno investito non solo i pm, ma tutti i giudici di ogni grado, fino alle sezioni unite della Cassazione. E ci hanno tenuti uniti. Poi certo, ci sono quelli che non cercano rogne. Ma sono controbilanciati da altri che si impegnano molto. Il fatto che in tutta Italia ci siano ancora tante inchieste e processi sui reati dei colletti bianchi, nati quasi sempre da iniziative dei pm e quasi mai dalle forze di polizia (che non hanno le nostre guarentigie di indipendenza dal potere politico) dimostra che siamo riusciti nell’intento che un giorno mi enunciò Mario Cicala: tenere insieme le pattuglie dei samurai e il resto della truppa, rallentando un po’ i primi e spingendo avanti la seconda.

Infatti vogliono staccare la polizia giudiziaria dal pm.

Incostituzionale. L’articolo 109 della Costituzione dice che "l’Autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria".L’avverbio "direttamente" vuol dire senza la mediazione del governo. Ma a certuni non va bene nemmeno il verbo "dispone"...

Come si ripercuote sulle indagini il clima creato dai politici?

La corruzione, come la mafia, crea relazioni con altissime capacità di inquinare le prove: basta un’occhiata per indurre qualcuno a raccontare le cose in un modo anziché in un altro e modificare così le ipotesi di reato fino a renderle non penalmente perseguibili, viste le norme farraginose che abbiamo. Una normativa chiara e semplice potrebbe venire dal recepimento della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla corruzione, ma l’Italia, dopo averla firmata nel 1999, non l’ha mai ratificata. Per tutti questi motivi, non si può indagare su un caso di corruzione se i protagonisti comunicano fra loro. Ma le campagne contro le presunte "manette facili" hanno sortito l’effetto che oggi si arresta molto meno, dunque molte indagini vengono irrimediabilmente inquinate e muoiono lì. Gli indagati fingono di collaborare, ti dicono solo quel che non possono negare e spesso te lo raccontano a modo loro, dopo aver concordato versioni di comodo con i complici. Nel sistema ci sono meno smagliature in cui infilarsi per scoprire la verità.

Quali sono le leggi più dannose degli ultimi anni?

Le sole che rendevano più facile la scoperta e il perseguimento di questi reati derivano da convenzioni internazionali. Però in sede di ratifica sono state comunque depotenziate. Esempio: è stata introdotta la confisca per equivalente del prezzo, ma non del profitto di reato. La legge, come ha confermato una recente pronuncia della Cassazione a sezioni unite in materia di peculato, non consente la confisca dei beni per l’equivalente del profitto sottratto (a meno che, si capisce, non si trovi il bottino). Si può soltanto confiscare l’equivalente del prezzo del reato. Come portar via al rapinatore l’equivalente della paga avuta per compiere una rapina, ma non la refurtiva. Le leggi più dannose sono quella del centrosinistra sui reati fiscali e quella del centrodestra sul falso in bilancio.

La prima è quella varata sotto il governo Amato nel 2000?

Esatto: punisce l’uso di fatture per operazioni inesistenti solo se superano una certa soglia e se si riverberano sulla dichiarazione dei redditi: basta portare spese gonfiate o inventate fra i costi non deducibili, e non fra quelli detraibili, e si ottengono risorse fuori bilancio senza più commettere reato.

Poi c’è la riforma del falso in bilancio del 2001, governo Berlusconi.

Hanno abbassato le pene e dunque la prescrizione: impossibile fare i processi in tempo utile. Poi hanno introdotto soglie di non punibilità altissime: la "modica quantità" di fondi neri, come per la droga. Ma soprattutto, per le società non quotate, il reato è perseguibile se la parte offesa, creditore o azionista, sporge querela contro gli amministratori. Mai visto processi per falso in bilancio scaturiti dalla denuncia del socio di maggioranza, che di solito è il mandante e il beneficiario del reato (altrimenti, invece di denunciare l’amministratore, lo caccia). Quanto al socio di minoranza, se anche sporge denuncia, è facile fargliela ritirare risarcendogli il danno subìto, o anche di più. Stabilire la perseguibilità del falso in bilancio a querela dell’azionista è come stabilire la perseguibilità del furto a querela del ladro. E il creditore, l’unico che potrebbe denunciare, come fa a sapere che i bilanci sono falsi?

Niente processi per falso in bilancio, niente processi per corruzione?

Bè, chi vuol corrompere qualcuno deve avere dei fondi neri, cioè deve truccare i bilanci. Dietro un falso in bilancio molto spesso si nascondono tangenti. Poi hanno depenalizzato l’abuso d’ufficio non patrimoniale e abbassato le pene per quello patrimoniale, vietando la custodia cautelare. Raramente un pubblico amministratore tarocca una pratica così, per sport: se lo fa, spesso, è perché qualcuno lo paga per essere favorito. Ai tempi di Mani Pulite dicevamo che gli abusi d’ufficio erano spesso corruzioni di cui non avevamo ancora scoperto la tangente. Quel reato era utilissimo per mettere le mani nelle pratiche abusive e di lì iniziare a indagare su quel che c’era dietro. Ora è impossibile.

E i danni dell’ex Cirielli?

Oltre a ridurre le prescrizioni e a mandare in fumo decine di migliaia di processi in più, ha sortito un effetto spesso ignorato: prima, se un corrotto prendeva tangenti per 10 anni, tutte le mazzette rientravano in un unico disegno criminoso e l’istituto della continuazione gli dimezzava la pena: ma la prescrizione decorreva dall’ultima tangente intascata. Con l’ex Cirielli invece ogni tangente fa storia a sé ed evapora dopo 7 anni e mezzo. Se anche il processo comincia subito dopo l’ultima, quelle dei primi due anni e mezzo sono già prescritte e le altre si prescrivono a scalare. Alla fine non rimane praticamente nulla.

Ora il Parlamento tenta di blindarsi con l’immunità parlamentare. S’è convertito anche Luciano Violante. Dice che la Legge rischia di abbattere il Voto, la magistratura di alterare l’equilibrio democratico-elettorale. Paragona i magistrati ai leoni che vogliono scalare il trono del re.

Mi pare una sciocchezza. Noi non abbiamo scalato un bel nulla. E poi è la legge che dà il voto. Senza legge non c’è voto. Non ho mai capito che senso abbiano i discorsi sul primato della politica: il primato, in uno Stato di diritto, è della legge. Sopra tutto c’è la Costituzione. Non si cambiano le regole contro la Costituzione.

Infatti vogliono cambiare la Costituzione.

E devono fare molta attenzione, perché non possono cambiarla come pare a loro. I principi generali scritti nella prima parte non si toccano. Prendiamo l’articolo 2: "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo" eccetera. Li riconosce perché sono preesistenti, dunque anche se a qualcuno viene in mente di scrivere il contrario in un nuovo articolo 2, non bastano le procedure e le maggioranze previste dal 138 per farlo.

Possono esistere leggi costituzionali incostituzionali?

Certamente, la Corte costituzionale l’ha affermato più volte. E comunque l’Europa certe sconcezze non le consentirebbe.

Vale anche per l’immunità parlamentare?

Certo: anche l’articolo 3, cioè il principio di eguaglianza, è un principio immutabile. Eventuali deroghe devono essere eccezionali, ben definite, limitate e basate su altri principi di rilievo costituzionale. Non si può stabilire nemmeno con legge costituzionale che qualcuno è più uguale degli altri. L’autorizzazione a procedere come la immaginano certuni riprenderebbe non lo spirito del vecchio articolo 68, ma la lettura che se ne fece per quarant’anni fino al ‘93: non come una difesa dell’autonomia del Parlamento, ma come scudo spaziale per qualunque delitto della casta. E poi, là dove ha senso, cioè per le opinioni espresse e i voti dati, l’immunità c’è già (e viene fin troppo dilatata, abbracciando anche gli insulti che questo o quel politico lancia in tv o per strada). Non c’è bisogno di altro. I Padri costituenti non avevano certo concepito l’autorizzazione a procedere per fermare indagini e processi per reati gravi, comuni ed extrafunzionali. Ma solo per eventuali fattispecie delittuose legate alle funzioni, all’attività politica. Non pensavano certo alla corruzione, alla truffa, alla mafia.

Si spieghi meglio.

Io trovo giusto che non si possa arrestare un parlamentare prima del processo senz’autorizzazione della Camera di appartenenza. Trovo invece irragionevole l’autorizzazione del Parlamento per le intercettazioni e le perquisizioni: sono atti a sorpresa, come si fa ad avvertire prima l’intercettando o il perquisendo? Tanto vale dire che i parlamentari non si possono intercettare né perquisire.

Dunque niente ripristino dell’autorizzazione a procedere?

Gliel’ho detto, non mi occupo di politica. Se la maggioranza pensa di avere la forza di reintrodurla, lo faccia. Invece stanno cercando i voti dell’opposizione per raggiungere i due terzi ed evitare il referendum popolare. Il che la dice lunga su quanto credono nella condivisione dei loro propositi da parte dei cittadini.

Il legittimo impedimento le pare legittimo?

Da un lato mi pare inutile: come può un giudice negare la legittimità di un impedimento del premier? Sempreché esista davvero, è ovvio. Se invece significa un rinvio automatico per ordine del governo, la legge è incostituzionale: i giudici non possono prendere ordini dal governo.

Dicono: non si può fare l’imputato e governare.

Giusto. Allora i casi sono due: o si concordano le date delle udienze nei momenti liberi da impegni di governo, almeno per quelle in cui si trattano questioni legate alla posizione del governante; oppure basta dimettersi. Quando Clinton fu tratto in giudizio da Paula Jones, che sosteneva di avere subìto molestie, lui chiese alla Corte Suprema di esentarlo dal sottoporsi all’ispezione corporale su un suo particolare anatomico. La Corte gli disse di scordarselo: poteva fare l’esame alla Casa Bianca, ma doveva farlo come ogni altro imputato. E non si può dire che il presidente degli Stati Uniti abbia meno da fare del presidente del Consiglio italiano. In altri paesi questi discorsi sono inimmaginabili. Non è questione di regole, ma di costume.

Obiettano che un politico viene bloccato da un processo e poi magari risulta innocente.

A parte che non ricordo politici bloccati da processi, i processi si fanno appunto per stabilire se uno è colpevole o innocente. Si sa dopo, non prima. Spesso però i processi evidenziano fatti che dovrebbero bastare e avanzare perché l’imputato si metta da parte. Le scelte politiche ed etiche sono molto diverse dai nostri criteri di valutazione della prova. Se vado al ristorante e mi avveleno, non aspetto la condanna del ristoratore: cambio subito ristorante. Se un tizio viene rinviato a giudizio o condannato "solo" in primo grado per pedofilia, non vedo perché dovrei fargli accompagnare mia figlia a scuola. La prudenza non c’entra con la presunzione di non colpevolezza. In casi simili la Chiesa usava un brocardo: "Nisi caste, saltem caute". Se non riesci a essere casto, sii almeno cauto. Qui invece si fa l’apologia dei reati. Una volta, nei partiti, valeva la regola che si perdonava di tutto in camera caritatis, ma quando si veniva scoperti si andava a casa: per mancanza di cautela. Ora non va più a casa nessuno, nemmeno se viene preso con le mani nel sacco, nemmeno se viene condannato in via definitiva. L’unica reazione è: "Embè?". Poi qualcuno si meraviglia se continuano a prendere mazzette: e perché dovrebbero smettere?

Dicono: così fan tutti.

Ugo Tanassi quando fu pizzicato nello scandalo Lockheed: parlò di "delitto politico". Io ero molto giovane e rimasi di sasso. Poi capii: lo facevano in tanti. Ma almeno non gli perdonarono di essersi fatto scoprire e lo misero da parte.

L’hanno ripetuto per la beatificazione di Craxi: rubano tutti.

Quando sento questa frase, mi vien voglia di ribattere: "Ah sì, ruba anche lei?". Quello risponderà: "No". "Ecco, vede? Siamo almeno in due che non rubiamo"…

Da il Fatto Quotidiano del 17 febbraio.


martedì 16 febbraio 2010

Berlusconi a Dusseldorf

dal blog di Beppe Grillo

Carnevale
foto da Julienews.it

Berlusconi è sempre più popolare all'estero, è l'unico prodotto italiano che tira!

"CARRO DI CARNEVALE TEDESCO - MADE IN ITALY. MADOOOOOOOOOOO I TEDESCHI."Non sono solo Rio de Janeiro e Viareggio che ospitano sfilate di carri a Carnevale. Ma mentre il sindaco (rigorosamente del Pdl) di Viareggio ha imposto una pesante censura proibendo di fare carri che riguardassero il Presidente del Consiglio, all'estero non si fanno gli stessi problemi. A Dusseldorf, in Germania, hanno fatto il carro allegorico che riguarda Berlusconi. E, come potete vedere dalla foto, è una rappresentazione molto volgare dei rapporti tra la mafia e il nostro Presidente del Consiglio SIlvio Berlusconi"". Marco Folli, Bologna

A L’Aquila hanno mangiato tutto

articolo di Carlo Costantini (Capogruppo IDV Regione Abruzzo)




15 Feb 2010

Con Bertolaso e’ tutto fatto in casa!
Non solo gli appalti fatti in casa; tutto cio’ che ruota attorno al denaro gestito dalla protezione civile e’ fatto in casa.

Prendiamo il caso degli incarichi tecnici a L’Aquila: la progettazione e la direzione dei lavori di decine di cantieri del Progetto C.A.S.E.. Una torta di svariate decine di milioni di euro.
Almeno quelli (penserebbe una persona di buon senso) dovrebbero essere stati affidati a tecnici indipendenti dal “sistema”, a studi tecnici locali, a professionisti abruzzesi associati o comunque ad ingegneri ed architetti scelti con procedure trasparenti ed aperte.
E invece no!
Anche quei soldi sono rimasti all’interno del “sistema”, a disposizione di chi di quel “sistema” fa parte o di chi – magari grazie ad un massaggio – e’ riuscito ad avvicinarlo.

Sia la responsabilita’ del progetto, che la direzione dei lavori sono rimasti nella disponibilita’ esclusiva di Gian Michele Calvi, braccio destro di Bertolaso, che attraverso la Fondazione Eucentre, destinataria dell’incarico e dei relativi compensi, ha selezionato i professionisti da coinvolgere nell’operazione.

In verita’, le cose non potevano andare diversamente, non solo e non tanto perche’ Calvi e gli altri non avrebbero mai rinunciato a questa parte del potenziale “bottino”, quanto e soprattutto perche’ la Direzione dei Lavori affidata a professionisti esterni avrebbe potuto aprire una falla nel sistema.

I Direttori dei Lavori indipendenti ed autonomi dal “sistema” avrebbero, infatti, potuto: 1) accertare che il Progetto c.a.s.e. e’ uno sperpero di denaro pubblico senza precedenti; 2) impedire o scoprire “magagne” tra la protezione civile e le imprese appaltatrici ed addirittura opporsi e dununciarle; 3) riscontrare dall’interno che il Progetto c.a.s.e. e’ completamente illogico ed irrazionale anche sul piano tecnico, considerato che e’ invasivo per il territorio al pari di qualsiasi altro progetto che utilizza diffusamente il cemento armato, ma e’ al tempo stesso provvisorio per la qualita’ e le caratteristiche dei materiali utilizzati; costera’ complessivamente (espropri ed urbanizzazioni inclusi) il triplo di quanto sarebbe costato un edificio realizzato nel pieno rispetto delle normative antisismiche vigenti; ha costretto e continua a costringere lo Stato - per i suoi lunghi tempi di realizzazione e per la sua insufficienza quantitativa – a spendere centinaia di milioni di euro per prolungare la permanenza di decine di migliaia di aquilani negli alberghi o in sistemazione autonoma.

Meglio, quindi, non correre rischi e mangiarsi, dopo la torta, pure i piatti e le posate.

venerdì 12 febbraio 2010

Il film-profezia di Pasolini, così nel '63 raccontò l'Italia d'oggi

"...Pasolini ha capito per primo e più a fondo di chiunque altro la mutazione antropologica del popolo italiano all'impatto con una modernità feroce, che l'avrebbe riconsegnato a un fascismo sotto nuove forme."

"...
Negli anni de "La rabbia" un altro solitario, Ennio Flaiano, annotava nel diario notturno: "Fra trent'anni l'Italia non sarà come l'avranno fatta i governi, i partiti o i sindacati, sarà come l'avrà fatta la televisione"."

tratto da Fondazione Roberto Franceschi onlus

rabbia

La visione de "La rabbia", il film-saggio di Pier Paolo Pasolini finalmente ricomposto da Giuseppe Bertolucci, con la Cineteca di Bologna che presiede, nella versione pensata dall'autore, senza l'insensata aggiunta di Giovanni Guareschi, solleva un dubbio terribile. O Pasolini era davvero un profeta oppure l'Italia è tornata indietro di mezzo secolo, ai peggiori anni Cinquanta, tempi gretti, reazionari, impauriti.

Nel dubbio che siano vere entrambe le ipotesi, scegliamo per carità di patria la migliore. Pasolini ha capito per primo e più a fondo di chiunque altro la mutazione antropologica del popolo italiano all'impatto con una modernità feroce, che l'avrebbe riconsegnato a un fascismo sotto nuove forme. Per usare una formula che rimbalza in queste settimane da Famiglia Cristiana ai vertici della magistratura.

Il film è modernissimo nella forma, d'avanguardia per l'epoca. Sul materiale assai grezzo dei cinegiornali, Pasolini sovrappone un'orazione civile composta di sue poesie e prose affidate alle voci di Giorgio Bassani e Renato Guttuso. Senza altro filo narrativo che non sia una viscerale, acutissima visione dei conflitti sociali, l'opera viaggia dai funerali di Alcide De Gasperi alla morte di Marilyn Monroe, dalla rivoluzione cubana alla guerra di Corea all'indipendenza dell'Algeria. Ma la parte più sorprendente è certo quella dedicata "al mio paese, che si chiama Italia".

Il film doveva uscire nelle sale all'inizio del '63, dopo Accattone e Mamma Roma, ma il produttore Gastone Ferranti si spaventò, convinse l'autore a tagliarlo e volle a tutti i costi affidare una seconda parte "vista da destra" a Guareschi, il quale diede nell'occasione il peggio del proprio qualunquismo. Così snaturata, l'opera fu rinnegata da Pasolini e ritirata dopo pochi giorni, per rimanere nel buio quarantacinque anni.

Ora torna nella versione concepita dal poeta, grazie al lavoro di recupero e rimontaggio di Giuseppe Bertolucci, su un'idea di Tatti Sanguinetti. "La rabbia" sarà presentata alla Mostra di Venezia il 28 agosto e sarà distribuita nei cinema dall'Istituto Luce dal 5 settembre.

Per capire quanto sia attuale basta forse citare una piccola antologia dei testi.

L'Europa: "Le piccole borghesie fasciste sono pronte all'unità d'Europa in nome della comune aridità".

Le guerre in Medio Oriente: "In questi deserti comincia la nostra preistoria".

Le giustificazioni della guerra: "Se comincia la guerra di chi è la colpa? Dei peccati della povera gente, naturalmente. Dio punisce le Sodome di stracci, le Gomorre della miseria".

I coreani all'epoca, oggi gli irakeni, gli afghani, i curdi, i popoli africani: "Eravate milioni di uomini come noi e per conoscervi abbiamo dovuto sapervi in guerra".

Il nuovo Papa: "Ci saranno fumate bianche per papi figli di contadini del Ghana o dell'Uganda? Per papi figli di braccianti indiani morti di peste nel Gange, per papi figli di pescatori gialli morti di freddo nella Terra del Fuoco?".

La politica sull'immigrazione: "Dobbiamo accettare distese infinite di vite reali che vogliono con innocente ferocia entrare nella nostra realtà".

Bush, Berlusconi, Putin eccetera: "La classe padrona della ricchezza, giunta a tanta dimestichezza con la ricchezza da confondere la natura con la ricchezza. Così perduta nel mondo della ricchezza da confondere la storia con la ricchezza. Così addolcita dalla ricchezza da riferire a Dio l'idea della ricchezza".

Si potrebbe continuare a lungo, ma almeno fino alla televisione, appena apparsa sulla scena. Quando lo speaker del cinegiornale annuncia trionfante che presto gli abbonati saranno "decine di migliaia", Pasolini lo corregge: "No. Saranno milioni. Milioni di candidati alla morte dell'anima. Il nuovo mezzo è stato "inventato per la diffusione della menzogna". "È la voce che contrappone il buon senso degli assassini agli eccessi degli uomini miti".

La voce di Pasolini è viva, attuale e urticante oggi come nel '63. Gli eccessi di uomo mite non gli sono stati mai perdonati, neppure dopo la fine straziante. Lui stesso ne era consapevole: "Dice Saba che ci sono animali che non fanno pena neppure quando vengono mangiati, perché volevano essere mangiati. Forse sono uno di questi animali". Bertolucci aggiunge nel finale alcuni esempi del linciaggio cui Pasolini fu sottoposto per tutta l'esistenza, da ogni parte. Si trova sempre "nel paese chiamato Italia" un buon compromesso bipartisan per annientare le voci critiche.

Quello che s'è perso per sempre da "La rabbia" ai nostri giorni non sono le parole, ma le immagini, anzi: le facce. I volti di quel popolo, testimonianza vivente e stupenda di un retaggio millenario. I ragazzi di vita delle borgate romane vivono ma non sono come i ragazzi di Scampia filmati da Garrone in Gomorra. Più poveri e meno miserabili, avevano facce e corpi prodotti dalla storia, questi facce da cronaca, corpi creati in palestra, indistinguibili da quelli dei borghesi di successo, dagli attori delle telenovelas, dai calciatori e dalle veline.

La rivoluzione antropologica ha funzionato come una pulizia etnica, cancellando i tratti di un'antica civiltà, di un'immensa bellezza.

Negli anni de "La rabbia" un altro solitario, Ennio Flaiano, annotava nel diario notturno: "Fra trent'anni l'Italia non sarà come l'avranno fatta i governi, i partiti o i sindacati, sarà come l'avrà fatta la televisione".

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