Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe

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Sogno di un paese dove parole come cultura, leggi, rispetto, uguaglianza, civiltà, umanità e pietà non siano soltanto delle belle ma purtroppo inutili parole ma rappresentino invece le basi di un popolo che ha fatto di quel sogno, di quello stupendo sogno che si chiama Costituzione Italiana, le sue fondamenta.

"C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". Paolo Borsellino da "Lezione sulla mafia" del 1989

"Il nostro è un Paese senza memoria e senza verità"
Pier Paolo Pasolini

lunedì 25 gennaio 2010

Adottiamo i magistrati antimafia

dal blog di Beppe Grillo



I magistrati Antonio Ingroia, Sergio Lari, Gaetano Paci, Nico Gozzo e Giovanbattista Tona sono dei bersagli viventi. Sono a rischio attentato. Il procuratore antimafia Nino De Matteo che sta indagando sulle rivelazioni di Massimo Ciancimino è più fortunato, è solo sotto scorta da 16 anni, come molti suoi colleghi. In Francia o in Gran Bretagna sotto scorta, o fuggiti all'estero ci sarebbero i mafiosi, non i giudici. Nel Sud le procure della Repubblica sono avamposti, fortini circondati dall'Antistato. Cuffaro è stato condannato a 7 anni in appello anni, due anni in più per l'aggravante mafiosa. Dell'Utri è in attesa della sentenza di secondo grado dopo le elezioni, in primo grado è stato condannato a 9 anni. La cosa sensazionale è che si tratta di due senatori della Repubblica intervistati con reverenza in trasmissioni come "Porta a Porta" e nei servizi dei telegiornali da giornalisti al loro servizio, ma pagati da noi.
Molti pentiti, più di trenta, parlano delle relazioni tra mafia e Stato come atto fondativo della seconda Repubblica. I processi per le stragi di Capaci, via D'Amelio e in tutta Italia del biennio 92/93 si stanno riaprendo e coinvolgono i politici di allora in modo bipartisan. In carcere a scontare ergastoli su ergastoli ci sono solo mafiosi, dai Graviano a Riina a Provenzano, ma nessun politico. Chi li ha fregati? Chi non ha mantenuto le promesse?
Un nuovo ciclo si sta per aprire. Dopo 16 anni di stragi, alcune commissionate da mandanti del cosiddetto "continente", secondo i pentiti, e delle quali la mafia sarebbe stata solo il braccio armato, c'è stata la Pax mafiosa, durata anch'essa circa 16 anni. I prossimi processi potrebbero mandare in galera politici eccellenti, distruggere carriere costruite sul sangue. Quelli in corso in Sicilia sulle stragi non sono processi alla mafia, ma processi allo Stato. Per questo si potrebbe aprire un nuovo ciclo di omicidi. Passare dal processo breve al magistrato morto è un attimo. I partiti che hanno occupato lo Stato non si possono condannare. I democristiani non si volevano far processare nelle piazze.I politici attuali (Berlusconi è solo il loro rappresentante) neppure nei tribunali.
La Rete deve adottare i giudici Antonio Ingroia, Sergio Lari, Gaetano Paci, Nico Gozzo e Giovanbattista Tona. Dar loro e alle loro inchieste la massima visibilità e sostegno. L'informazione è il loro giubbetto anti proiettile. Prima li diffamano (e lo stanno facendo da anni), poi li isolano (operazione in corso), poi li uccidono. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

mercoledì 20 gennaio 2010

Le Monde: "La memoria corta degli italiani"

Giustizia&Impunità | Redazione Il Fatto Quotidiano
19 gennaio 2010

"Craxi, o la memoria corta degli italiani": si intitola così una "lettera dall’Italia" del corrispondente da Roma del quotidiano francese, Le Monde, pubblicata ieri.

"A 420 euro, trasporto e notti di albergo comprese, i tre aerei partiti venerdì 15 gennaio da Milano, Roma e Palermo, destinazione Hammamet sono stati subito riempiti", esordisce Philippe Ridet, aggiungendo che a "fedeli" e "nostalgici" di "colui che ha incarnato la corruzione della classe politica alla fine degli anni Ottanta e all’inizio degli anni Novanta, si sono aggiunti quest’anno tre ministri. Avendo fatto i loro primi passi al fianco di Bettino Craxi, Franco Frattini (Esteri), Renato Brunetta (Funzione pubblica) e Maurizio Sacconi (Sanità) hanno scelto stavolta di esprimere la loro fedeltà alla luce del sole".

A 10 anni dalla morte, se "Berlusconi, che Craxi aiutò molto a costruire il suo impero mediatico grazie a leggi su misura" ritiene Craxi soltanto un "perseguitato", i "nemici di ieri, soprattutto gli ex comunisti", "si dicono anche loro pronti a fargli un posto nel pantheon della sinistra".

Da Il Fatto Quotidiano del 19 gennaio

lunedì 18 gennaio 2010

Purtroppo è tristemente vero: "gli italozombie applicano alla lettera la terza legge fondamentale della stupidità umana"

L'Italozombie dal blog di Beppe Grillo

Gli italiani, esclusi come sempre i presenti per non far torto a nessuno, sono zombie di seconda generazione. Una involuzione della specie. Gli zombie di prima generazione, quelli descritti da Romero nella: "Notte dei morti viventi", avevano un obiettivo comune: divorare gli umani per sopravvivere. Erano lenti nei movimenti, con espressioni vacue, suoni gutturali. Dei bamboccioni d'altri tempi. Gli italozombie applicano alla lettera la terza legge fondamentale della stupidità umana di Carlo M. Cipolla, professore Emerito di storia Economica a Berkeley: "Una persona stupida è chi causa un danno ad un altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita". Gli italozombie hanno migliaia di obiettivi personali, ognuno dei quali danneggia gli altri e sé stesso. La somma di questi obiettivi rappresenta la società degli italozombie nel suo complesso.
L'italozombie è accomunato allo zombie tradizionale da una apparente incapacità di intendere e di volere. In realtà è vittima della legge transitiva dell'imbecille propagata da giornali e televisioni. Quando prende una decisione sbagliata la sostiene a costo di sembrare imbecille, fino a diventarlo realmente. Un numero consistente di italozombie rimbecilliti scatena l'invidia di coloro che vogliono emularli. Vige, in questo caso, un'altra legge, quella dell'aggregazione preferenziale per la quale più è alto il numero degli imbecilli, più se ne aggiungeranno.
Un italozombie diventa aggressivo con chiunque tenti di spiegargli che ha un comportamento da italozombie. In questi casi alza il tono della voce e ricopre di insulti chi ha davanti, L'italozombie non vuole essere contraddetto, né scoprire la sua vera natura. Il suo comportamento quotidiano è mediadiretto, non ha idee o opinioni, ma profonde convinzioni dovute a Minzolini, Vespa, Belpietro, Giordano, Scalfari, Riotta, Battista. Opinioni di cui però non conosce le origini, nè del resto gli interessa. Inoltre ha una memoria temporanea di pochi giorni e non riesce a fare associazioni. L'italozombie è un predatore sociale, appartiene alla categoria dei furbi che fottono i fessi. E' un piccolo Attila, dove passa lui non cresce più la solidarietà e non si sviluppa la conoscenza e non cresce più l'erba. L'italozombie è camaleontico, si mimetizza tra gli italiani non ancora infetti, è il vicino di casa, il familiare, il collega d'ufficio. Il prete che benedice un casello autostradale tra gli applausi della folla. Le azioni di un italozombie non sono quasi mai plateali, sempre però antisociali, dalla fattura non rilasciata, alla discarica in un fiume, al parcheggio dell'auto su uno scivolo per portatori di handicap. L'italozombie vota da sempre per i partiti che più lo rassicurano di poter continuare a fare i cazzi suoi. L'italozombie è la metastasi del Paese e la libera informazione è la cura. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

lunedì 11 gennaio 2010

La favola delle aliquote: "L'ennesima balla elettorale. L'ennesimo spot ad effetto architettato da Tremonti-Berlusconi"



L'ennesima balla elettorale. L'ennesimo spot 'ad effetto' architettato dai 'Gianni e Pinotto' della politica italiana: Tremonti-Berlusconi.

Sto parlando della riforma del fisco proposta dal ministro del Tesoro. Ma andiamo a vedere nel dettaglio l’idea di Tremonti. Sul tavolo del confronto politico c’è la riduzione delle aliquote Irpef da tre a due (23 per cento fino a 100 mila euro e 33 per cento oltre i 100 mila euro) che costerebbe alle casse dello stato 20-25 miliardi di euro. Vorrei partire dal fatto che i 20-25 miliardi di euro non ci sono e Tremonti si guarda bene dal dire dove intende andare a pescarli. Già questo la dice lunga su quanto poco di serio ci sia in questa proposta. Ma passi. Quello che è più grave è il fatto che questa è una pessima idea.

La nostra Costituzione, infatti, prevede la progressività dell’imposizione fiscale: chi guadagna di più, per un principio di equità sociale, deve pagare più tasse. Con questa riforma, invece, si va in direzione totalmente opposta, molto di più di quanto non appaia dal semplice passaggio da tre a due aliquote. La realtà è che si passerebbe di fatto ad un'unica aliquota se si pensa che il 99 per cento dei contribuenti italiani dichiara redditi fino a 100 mila euro, per cui l’aliquota del 33 per cento si applicherebbe soltanto ad una ristrettissima minoranza. In soldoni significa che il pensionato o l’operaio pagherà allo Stato, in percentuale, le stesse tasse di un imprenditore o di un avvocato.

Tutto questo non farebbe altro che aumentare iniquità e le ingiustizie sociali, che già vedono il nostro paese svettare al sesto posto al mondo per la crescita delle disuguaglianze, superato solo da Messico, Turchia, Portogallo, Usa, e Polonia.

Per questa ragione noi presenteremo una proposta completamente diversa che ha, invece, l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze sociali nel nostro paese e di attuare un grande trasferimento di fiscalità dal lavoro (sia dipendente che d’impresa) alle rendite e alle speculazioni.

Per questo proponiamo da un lato un’imposta di solidarietà sociale, sul modello francese che vada a colpire i grandi patrimoni e le grandi rendite e, dall’altro, di raddoppiare l’imposta sulle speculazioni finanziarie passando dall’attuale 12,5 al 25 per cento. Tutti i proventi di queste imposte dovrebbero essere utilizzati per un’unica grande azione di riduzione del costo fiscale sul lavoro, ottenendo il doppio risultato di aumentare il netto in busta paga per lavoratori e pensionati e facilitare la ripresa del mercato del lavoro rendendo le assunzioni meno onerose per le imprese.

Due proposte che noi mettiamo sul tavolo del confronto. Due idee chiare e semplici contro la demagogia ormai surreale dei Gianni e Pinotto all’italiana che da quindici anni campano sullo slogan ‘meno tasse per tutti’ e invece di anno in anno propinano agli italiani specchietti per le allodole ogni volta che si avvicina una scadenza elettorale.

articolo di Massimo Donadi, tratto da Italia dei Valori

venerdì 8 gennaio 2010

Democrazia alla Vaticana:"Dare più poteri ad un premier che ne ha già troppi, che è sotto processo per reati non politici, è assolutamente insensato."

tratto dal blog di Unoenessuno

Democrazia alla Vaticana

Esiste uno stato nel mondo, in cui chi viene eletto, governa finchè campa
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In questo stato la parola di chi governa è dogma, incontrovertibile. Coloro i quali si permettono di non osservare o smentire questa parola, sono ritenuti scismatici, fuori dalla grazia, fuori dalle regole.
In questo stato non esiste una opposizione, ma il congresso ha il compito di testimoniare e ratificare la parola del capo dello stato.
Di tessere rapporti con l'esterno, politici, imprenditoriali e sociali.
In questo stato non esistono clandestini, non esiste ben definito un equilibrio di poteri.In questo stato, il capo ogni domenica parla ai suoi sostenitori - citttadini, direttamente.

Penso che, quando si parla di riforme costituzionali, con così tanta leggerezza persino da commentatori illustri, si pensi proprio ad un modello Vaticano della democrazia (come già detto da Benigni nella sua serata dedicata al Quinto canto).

Dare più poteri ad un premier che ne ha già troppi, che è sotto processo per reati non politici, è assolutamente insensato.

giovedì 7 gennaio 2010

Bersani e la prova d'amore



tratto dal blog di Beppe Grillo:

Ma Bersani ci è o ci fa? Forse vuole una nuova prova d'amore dopo le tante ricevute in passato dallo psiconano. Il prossimo passo del portavoce di D'Alema sarà la fusione d'amore fredda del Pdmenoelle nel Pdconlaelle.


ed ecco il miglior commento del giorno sull'argomento:

"Bersani: "Berlusconi chiarisca se vuole le riforme per sé o per il paese."
Signor Bersani, ma dopo il LODO SCHIFANI, IL LODO ALFANO, LA SOPPRESSIONE DELLE INTERCETTAZIONI TELEFONICHE, IL SEGRETO DI STATO APPOSTO ALLE INDAGINI SUI CAPI DEL SISMI, LA DEPENALIZZAZIONE DEL FALSO IN BILANCIO, LO SCUDO FISCALE, IL PROCESSO BREVE, LA SVENDITA DEI BENI MAFIOSI, I TAGLI AI FONDI PER LA SICUREZZA... possiamo sapere di quanti e quali ulteriori CHIARIMENTI ha bisogno?".

Raffaele Muraglia, Diano Castello (IM)

mercoledì 6 gennaio 2010

"La paura è un business elettorale, chi impaurisce la popolazione e diventa difensore della massa degli impauriti vince le elezioni."



dal blog di Beppe Grillo

Chi ha paura del Lupo Cattivo?

Chi non ha paura di morire muore una volta sola. Chi invece ha paura di vivere è morto in partenza. E allora perché avere paura? Cos'è la paura? Un intenso turbamento? Preoccupazione per il futuro?Inquietudine per un pericolo? Timore che i dossier Telecom/Sismi sullo spionaggio riguardino politici eccellenti dell'opposizione? Terrore che l'agenda rossa di Borsellino emerga dal passato e inchiodi i padri della seconda repubblica? La paura è un investimento. Nulla rende più della paura. E' il miglior titolo di Borsa.

La paura è un paradosso. I mafiosi dovrebbero avere paura dello Stato, ma sono i giudici a essere sotto scorta. I politici predicano sicurezza per i cittadini, ma sono loro a girare con le guardie del corpo. In Italia abbiamo novanta testate nucleari americane a Ghedi Torre e ad Aviano, ma nessuno si preoccupa. La paura è un business elettorale, chi impaurisce la popolazione e diventa difensore della massa degli impauriti vince le elezioni. "Sono il lupo cattivo" diceva Jack Nicholson con un'ascia in mano in "Shining". In una classifica nazionale dei fobici, i politici italiani sono, senza alcuna discussione, al primo posto. Chi ha più paura di loro? Chi ha veramente paura della mafia, della camorra, della 'ndrangheta che non possono essere prese per il culo come gli elettori. Per ogni paura c'è il lodo su misura, prima il Lodo Alfano e poi il Lodo Graviano di inizio anno. Il terrorismo islamico se volesse farebbe saltare San Pietro e la Torre di Pisa. Con la paura del feroce Saladino ci hanno fracassato le palle per 10 anni, introdotto leggi sulla sicurezza con l'unico obiettivo di controllarci meglio.

Eppure, in un decennio, dalle Due Torri, il terrorismo islamico in Italia non ha fatto una sola vittima. Non è stata Al Qaeda a uccidere a Messina, all'Aquila, a Viareggio, ma l'Antistato. Un islamico, Abu Omar, è invece stato rapito in questo Paese, grazie all'Antistato, e consegnato all'Egitto perché fosse torturato con comodo.

Quando la paura diminuisce (può succedere) allora arrivano le bombe o le bombette, come quella all'università Bocconi a dicembre. I bombaroli e i servizi segreti hanno creato per un ventennio quel giusto clima di paura per il Potere. Senza quella paura non avremmo avuto Craxi, Andreotti, Cossiga e forse, chissà, CIA permettendo, Berlinguer sarebbe diventato presidente del Consiglio.

Nel 2010 ci sarà la paura della Rete, dei blog, di Facebook. Ci spaventeranno i temibili guerriglieri afgani e iraqeni. Tremeremo come foglie per il clima d'odio causato da terroristi mediatici, ma anche per l'influenza cavallina (quella aviaria e suina se le sono già giocate). Ogni paura ha il suo Cavaliere Bianco, noi abbiamo avuto solo un Cavaliere Sporco che più Sporco non si può. La conoscenza è il miglior antidoto alla paura. Ognuno conta uno e ognuno può informare molti. "Non sono i popoli a dover aver paura dei propri governi, ma i governi che devono aver paura dei propri popoli”. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Flores d’Arcais a Sergio Zavoli: Non posso stringere la mano al senatore Schifani

(Per capirne di più, leggete: Schifani e il palazzo abitato dai boss di Marco Lillo)

A Sergio Zavoli, da Paolo Flores d’Arcais

Caro Sergio,
avevo aderito all’invito che mi hai rivolto di partecipare al seminario su “Lo stato della Tv in Italia e il ruolo della Rai. Il Servizio pubblico e la sua identità” per la stima che da decenni nutro per te. Alcuni fatti recenti mi impongono tuttavia di rinunciare.



Il quotidiano “Il Fatto” ha pubblicato venerdì 20 novembre un’inchiesta di Marco Lillo che negli Stati Uniti avrebbe candidato l’autore al premio Pulitzer e che in Italia gli ha invece garantito il più assordante silenzio. Da parte, in primo luogo, di quel “Servizio pubblico” (che tu metti con la maiuscola, come si fa con le parole Costituzione e Repubblica, per sottolineare il carattere istituzionale dello stesso, il suo “appartenere” ai cittadini tutti), che si è ben guardato dal riferire i fatti cui l’inchiesta fa riferimento. Fatti clamorosi, e che in qualsiasi altro paese dell’Occidente avrebbero già portato (sollecitate in primo luogo dalla sua parte politica) alle dimissioni del presidente del Senato Renato Schifani.

Nel frattempo continua la menzogna sistematica della Rai sul disegno di legge del “processo morto”, spacciato per “processo breve” ma che in realtà condanna all’estinzione un numero altissimo benché ancora imprecisato di processi. Numero imprecisato, perché la maggioranza di governo sbandiera ai quattro venti ciò che tale legge deve garantire in modo catafratto, che Silvio Berlusconi non possa assolutamente essere processato quale che sia il reato di cui sia stato o possa essere incriminato (fino ad oggi e nel futuro), ma ancora non sa con quale “azzeccagarbuglio” aggirare l’evidente incostituzionalità di una legge che abbia tale abnorme, ma dichiaratissimo, fine.

Di fronte a una situazione che vuole ripristinare il pre-moderno sovrano “legibus solutus”, e vede un presidente del Senato ancora al suo posto, malgrado l’inchiesta giornalistica (questa sì un autentico “Servizio pubblico”) che ha mostrato il suo ruolo di avvocato di un condominio (abusivo) zeppo di mafiosi o parenti di mafiosi e costruito calpestando i diritti di due anziane e inermi signore ancora fiduciose, come il mugnaio di Federico, che ci sia “un giudice a Berlino”, come potrei partecipare a un seminario che si apre proprio con i saluti del senatore Renato Schifani, a cui per un minimo di moralità e di senso dello Stato non potrei ovviamente stringere la mano?

Tu sei l’indimenticabile autore di un grande servizio televisivo a puntate che ha onorato il “Servizio pubblico”, “La notte della Repubblica”, e sei dunque nella posizione migliore per capire lo sgomento, di decine di milioni di cittadini e mio, di fronte al momento davvero cupo per la resistenza della democrazia che il nostro paese sta attraversando. In questa situazione mi sembra necessario che tutte le ore che il lavoro mi lascia disponibili vengano da me dedicate a dare un contributo alla realizzazione della manifestazione con cui il 5 dicembre l’Italia che crede ancora nella Repubblica scenderà in piazza in difesa della Costituzione.

Sono certo che mi capirai.
Un caro saluto
Paolo



24 novembre 2009 - da micromega-online

Riforme condivise, ovvero: qui comando io - di Paolo Farinella

articolo di Paolo Farinella, prete

Il discorso ecumenico di fine d’anno del Presidente della Repubblica ha dato la stura alla feccia e alle fogne. In un tempo normale, sarebbe stato un discorso sereno e di respiro pacificante con uno stimolo alla speranza. Sarebbe stato … se non fosse …! Infatti, così fu.

Il Presidente non aveva ancora chiuso la sua augusta bocca che subito cominciano i botti di capodanno, specialmente sulla sponda destra del Paese, per festeggiare il grande equilibrio, lo spirito unitario e specialmente il richiamo alle riforme che la ministra Carfagna, esperta in materia, vorrebbe anche che fossero fatte «con amore» e magari fissate su calendario finto Pirelli. Detto e fatto. Bisogna fare subito le riforme: lo dice anche il Capo dello Stato. Al convito di nozze delle riforme bisogna invitare anche l’opposizione. Quale opposizione? Non certamente quella che c’è, ma solo quella che la Destra vorrebbe e vuole, anche a costo di comprarla al mercato. Berluskonijad infatti domenica 3 gennaio, sistemate le bende, va al supermercato a comprare un par di chili di «manzo condiviso». Com’era bello il vostro presidente, con le bende del martirio!

Si dice che la cantina di Arcore sia piena di poster formare 6x6 con la sua faccia sanguinante che dai muri delle città «colpirà» a morte, ma sempre con amore, i distributori dell’odio per le prossime elezioni regionali. Una commissione sta già lavorando per le prossime politiche: invece dell’album di foto di «Una famiglia italiana», distribuirà «porta-a-porta» una reliquia fatta con le bende e specialmente con la camicia che in tutto il parapiglia non si è sporcata nemmeno di una goccia di sangue. E’ stato un miracolo! Don Verzè glielo aveva anticipato: Tu sarai miracolato sulla via del Duomo. Tocchetti di malta e silicone che ricoprivano la guancia sinistra colpita (ah! la sinistra fonte di perenne dolore!), verranno messe all’asta e il ricavato andrà in beneficienza al sereno, mitico, sano partito dell’Amore. Lui lo dice sempre: chi ama deve pagare!

Dal canto suo la sinistra – ohibò, non esageriamo! –, ma sarebbe meglio dire la destra che gira tanto su se stessa che qualche volta si trova per caso a sinistra e si confonde, fa di tutto per facilitare l’en plain. Chi fosse incredulo faccia un pellegrinaggio in Puglia o in Lazio e si accorgerà che tutto è pronto per incoronare Berluskonijad 1° presidente a vita dei resti archeologici della ex sinistra, ora riformista, forse centrista, probabilmente destra che non disdice di svoltare a sinistra quando si tratta di fare riforme condivise.

Bersani è coccolato da tutta la destra e Berluskonijad manda ogni sera Bonaiuti, Bondi e Brunetta a rimboccargli le coperte, a cantargli la ninna-nanna e a suonargli il serpente a sonagli per incantarlo. Con Bersani, sì che si può parlare: è persona seria, non disdice il salvataggio del capo da quei cattivi dei giudici, e poi anche lui vuole «più potere al premier» perché così qualche volta può andare a pescare a Piacenza tranquillo e coltivare gli affetti «condivisi» in famiglia; tanto di là c’è lui che comanda sia la maggioranza che l’opposizione. Meno male che non siamo al tempo di Troia perché allora si diceva che «Timeo Danos et dona ferentes – Temo hgli sciacalli berlusconiani anche quando portano doni». Ma no, Bersani è come il gas, «gli dà una mano».

La Moratti si chiama Letizia ed è così lieta del centenario di Bettino che ad ogni costo gli vuole intitolare una via, ma ha un problema: «Via Bettino Craxi» potrebbe essere equivocato e tutti potrebbero intendere «Fuori Bettino Craxi». Che fare? Come onorare uno «statista» che tanto fece per l’Italia e per la «Milano da bere»? Gli si potrebbe dedicare il carcere di Opera con un cartiglio: «A Bettino Craxi che questo carcere non ospitò perché da ladro di Stato, corruttore e corrotto, per il rotto della cuffia riuscì a scappare a spese degli Italiani, fregandoli anche da latitante. Al grande Ladro, donna Letizia pose in memoriam». Oppure si potrebbe optare per mettere una targa a Montecitorio: «In questa casa del popolo espresse l’arte sua migliore di politico socialista e sognatore del sol dell’avvenire: qui fu maestro di furto con destrezza, di corruttela con garbo, di politica con amore a pagamento. Monito d’esempio perenne ai nuovi inquilini. Devoti posero i figli naturali, il figlio prediletto Berluskonijad e tutti i delinquenti latitanti. Una prece».

Un mio amico prete con delicatezza mi ha fatto osservare che le mie note trasudano «astio», parola ripetuta più volte e solo due volte ha detto anche la parola «odio», dichiarandosi preoccupato di dovermi poi difendere anche di fronte a chi dà giudizi negativi. Siccome stimo questo mio amico, ho riflettuto molto sulle sue parole e ho fatto anche un radicale esame di coscienza, andando a rileggere qualche nota precedente. Mi sono detto: chissà che leggendo a freddo no venga fuori anche da me questo sentimento di «astio». Devo però dire che non ho trovato in me e nei miei scritti tracce di «astio» e tanto meno di «odio». Non conosco questi due sentimenti che non mi appartengono per natura, né per formazione né per lavoro di profondità fatto in me per anni e anni. Ho controllato di corsa anche le migliaia di e-mail ricevute da uomini, donne, anche preti, credenti e non credenti e alcuni hanno da eccepire sul «tono» (a occhio il 5%), mentre il restante 95% condivide in tutto o in parte. Solo tre lettori (un uomo e due donne) mi hanno chiesto «perché odio così tanto Berlusconi». Altre due persone mi hanno chiesto di essere depennati dalla lista che comprende circa un migliaio di nomi.

A questo punto, tiro io una conclusione. Se qualcuno percepisce sentimenti che io non nutro e non ho, vuol dire questi ha un problema che deve risolvere e forse non è un problema di astio, ma di altro genere che bisogna indagare e chiamare per nome. Voglio dire che forse sotto c’è dell’altro, situato a livello d’inconscio che non viene a galla o gli si impedisce di venire a galla. Molti mi scrivono: «lei ha coraggio». Io rispondo, ed è la verità: non è coraggio, ma solo coerenza con la propria coscienza e con la fede. La materia poi non rientra tra quelle definite della dottrina, ma deve essere illuminata dalla dottrina, altrimenti noi predichiamo in un modo e viviamo in un altro e questo non sta bene. Se criticare il governo e i comportamenti personali del presidente del consiglio e i le sue leggi che cozzano alla grande con i principi cristiani che lui dichiara «essere al centro dell’azione del suo governo» dà fastidio alla gerarchia cattolica, il vescovo mio ha un solo obbligo di coscienza: dimettermi da parroco. Lui però sa che non può fare a norma di diritto. Io penso che quando il presidente del consiglio scrive pubblicamente al papa che «i principi cristiani sono al centro del governo da me presieduto», i preti, i parroci, i vescovi, le suore, i cardinali, il papa, i santi e le sante, atei e non credenti dovrebbero sorgere come una sola cosa e rovesciare il suo palazzo come una calza e buttarlo nella spazzatura non riciclabile, magari in un inceneritore che lui stesso ha fatto finta di inaugurare. Io so e vedo che l’apparato ecclesiastico tace e disorienta il suo popolo. Voglio sapere se per interesse o per complicità di altro genere.

Per gli stessi motivi che io scrivo, nel 1977 il cardinale di Milano, Giovanni Colombo, ridusse allo stato laicale un prete, Don Marco D’Elia, che criticava ferocemente la dc milanese (oggi confluita nella Lega e nel pied-à-terre berlusconiano), Comunione e Liberazione e una parte della chiesa ambrosiana per gli illeciti affari immorali «condivisi». A distanza di 33 anni, oggi quel prete viene riabilitato da un altro cardinale, Dionigi Tettamanzi, che lo ha riammesso nel clero milanese. La cosa tragica è che nella Messa di ringraziamento con lui hanno concelebrato il Decano che si è operato per riammetterlo e tre preti. Solo tre preti su circa un migliaio di preti milanesi. Hanno fatto bene perché si sarebbero sentiti a disagio (per non dire altro). E’ meglio che il mio vescovo non faccia nulla perché mi costringerebbe a vivere almeno altri 33 anni in attesa che un altro cardinale, dopo di lui, ripeta la riparazione. E’ meglio lasciare le cose come stanno.

Ai preti che mi telefonano e mi scrivono per incoraggiarmi ed esprimermi in privato la loro solidarietà, dò la mia gratitudine, nulla pretendendo da loro e niente chiedendo, nemmeno che mi difendano perché non so da cosa debbo essere difeso. Si vuole dire che sono pazzo? Lo si dica! Si vuole dire che sono strano? Non equilibrato? Poco sacerdotale? Io garantisco la libertà di pensiero e di espressione. Nessuna paura! Pongo a tutti, però, una semplice domanda che non può essere elusa: le cose che dico «sono vere o sono false»? Il resto è pula che il vento disperde.

Verrà un giorno, in cui a noi verrà chiesto conto di dove eravamo in questi tempi, in questi giorni. Ebbene, io non voglio essere nel mucchio degli ignari e degli ignavi. Sbaglio o indovino, io voglio rispondere all’appello: «Presente. Io c’ero e ho dato del mio».

5 gennaio 2010 - da micromega-online

Il “partito dell’amore” tra Orwell e Ceaucescu

di Paolo Flores d’Arcais, da "Il Fatto Quotidiano", 2 gennaio



Quella del “Partito dell’amore” è una trovatina che farebbe acqua perfino nella più insulsa comicità da oratorio o nel più triviale umorismo da Bagaglino. Da scompisciarsi per la vergogna, insomma. Se i media la prendono per buona è solo in virtù (cioè in vizio) di un controllo ormai orwelliano – alla lettera – esercitato dal regime sui canali televisivi. Al punto che Berlusconi, vittima del dissennato lancio di souvenir da parte di uno psicolabile, pretende oramai alla santificazione, nemmeno avesse ricevuto le stigmate. A quando il moltiplicarsi delle reliquie, le boccette di terra di Arcore, le spine di cactus di Villa Certosa, i preservativi di Palazzo Grazioli? La vendita delle indulgenze è invece fiorente da tempo.

Siamo alla pretesa di un culto della personalità rivoltante, in perfetto stile Ceausescu. Del resto, la definizione di Berlusconi come un “Ceausescu buono” è del suo fedelissimo Confalonieri, che lo conosce da una vita e sa quel che dice. E che per correggere l’incresciosa definizione ha spiegato che voleva intendere uno “tipo il Re Sole”! Se questo è Berlusconi, uno che si crede il Re Sole, perché nella prossima riforma istituzionale bipartisan, non si stabilisce che l’inquilino di Palazzo Chigi venga sorteggiato fra quanti, scolapasta in testa o meno, credono di essere Napoleone? C’è poco da scherzare, infatti. Siamo al delirio quotidiano, reso possibile da una menzogna mediatica talmente onnipervasiva che ha trasformato in realtà l’incubo orwelliano della neolingua, nella quale le parole “significavano quasi esattamente l’opposto di quel che parevano in un primo momento” – il mafioso diventa eroe, l’odio amore, la latitanza esilio – ma il cui fine “non era soltanto fornire un mezzo di espressione alla concezione del mondo del Regime, ma soprattutto rendere impossibile ogni altra forma di pensiero”.

Ci siamo già dentro, se i Galli della Loggia, Panebianco e altri Ostellino insistono dal pulpito sempre più teocon del Corriere della Sera a farfugliare la leggenda nera delle colpe della sinistra, ostaggio dei “cattivi” (Travaglio, Di Pietro, Santoro. E i magistrati che non guardano in faccia a nessuno, naturalmente) perché non ancora sufficientemente conquistata all’amoroso arrembaggio bipartisan contro la Costituzione repubblicana. Proviamo perciò ad uscire dall’incantesimo totalitario della neolingua (“altre parole erano ambivalenti e avevano significato positivo se applicate al Partito e ai suoi membri e negativo se applicate ai loro nemici”). In buon italiano le cose stanno così: lasciati definitivamente alle spalle gli anni di piombo – Brigate rosse e stragi di Stato – nella politica del nostro Paese l’odio era per fortuna e da tempo solo un ricordo. I politici godevano di un crescente disprezzo, a dire il vero meritatissimo, ma nulla di più.

È stato Berlusconi, solo ed esclusivamente Berlusconi, con i suoi alleati e signorsì mediatici, a reintrodurre nella vita pubblica questo sentimento. E nel momento di più autentica pacificazione, gli esordi di Mani Pulite, quando ogni sondaggio raccontava l’afflato quasi unanime del Paese intorno ai magistrati del pool di Borrelli, che applicavano senza sconti la stella polare di ogni liberaldemocrazia, la legge eguale per tutti. In quel corale anelito del Paese per fare pulizia di corruzione e altra criminalità politica, se vi fu qualche voce stonata, inclinante all’odio, non fu certo il tintinnar di monetine di fronte all’hotel Raphael, innocua manifestazione di disprezzo per il partitocrate Craxi, ma il cappio sventolato in parlamento da quelli che col tempo sono diventati alleati “perinde ac cadaver” del berlusconiano “Partito dell’amore”, attraverso una sequenza di amorevolezze in dolce stilnovo, pulirsi il culo col tricolore e far pisciare maiali su terreni destinati a luogo di culto religioso.

È Berlusconi e solo Berlusconi, con i suoi alleati e signorsì mediatici, ad aver di nuovo trasformato in nemici gli avversari politici.

E, prima ancora, i più onesti servitori dello Stato, i magistrati integerrimi che non si facevano piegare né da minacce né da lusinghe (e magari scoprivano e dunque incriminavano i loro colleghi corrotti proprio dalle aziende di Berlusconi). È questo mondo che ha inveito al grido di “killer”, dai pollici catodici del santificando di Arcore, contro magistrati che nella lotta alla mafia rischiavano ogni giorno la vita. Mentre ad Arcore, non ancora Unto del Signore, il signore della menzogna televisiva aveva già tenuto come commensale uno stalliere poco aduso ai cavalli, Attilio Mangano, che finirà i suoi giorni all’ergastolo per mafia. A meno che i “cavalli” di Mangano non fossero le partite di droga, come sostenuto da Borsellino nella sua ultima intervista, in cui fa anche i nomi di Dell’Utri e Berlusconi.

È Berlusconi che ha radunato la piazza intorno a una gigantesca bara che auspicava la morte di un imbelle Prodi. Inutile continuare: grazie a Travaglio e Gomez i lettori di questo giornale hanno trovato un elenco assai ampio – e tuttavia niente affatto esaustivo – delle sistematiche manifestazioni di odio con cui Berlusconi ha imbarbarito lo scontro politico. Nulla di tutto ciò sanno invece quanti traggono l’informazione esclusivamente dai telegiornali, circa nove italiani su dieci. Ed è allucinante che nel maggiore (speriamo ancora per poco) partito di “opposizione” si continuino a considerare democratiche delle competizioni elettorali che si svolgono dentro questo incubo orwelliano, trasformato in realtà anche per la loro acquiescenza. Del resto, è il mondo berlusconiano che ha cancellato dalla scena pubblica (che oggi quasi coincide con quella televisiva) ogni residuo di argomentazione razionale, addestrando allo squadrismo dell’interruzione e del “man-darla in vacca” manipoli di cloni della menzogna über alles (“al membro del partito” si richiede la capacità di “esprimere opinioni corrette in modo automatico, come un fucile mitragliatore una scarica di pallottole… Si sperava, da ultimo, di far articolare il discorso nella stessa laringe, senza che si dovessero chiamare in causa i centri del cervello”).

Questo odio si è fatto programma, reso esplicito di fronte ai parlamentari europei del Partito popolare (l’internazionale Dc, per capirsi): violentare la Costituzione repubblicana fino a sfigurarla, col vetriolo che costringa la “balance des pouvoirs” di magistrati e giornalismo al bacio della pantofola verso un governo “legibus solutus”. Il totalitarismo mediatico della menzogna onnipervasiva per tornare indietro di oltre tre secoli, prima di Jefferson e Montesquieu, in una parodia degradante e vomitevole della corte di Versailles.

L’odio berlusconiano contro la Costituzione – fondamento della nostra convivenza civile, che nasce dalla Resistenza, “questo patto/giurato fra uomini liberi/che volontari si adunarono/per dignità e non per odio” immortalato da Piero Calamandrei – è talmente attivo che ha costretto un cautissimo Presidente della Repubblica a denunciare il “violento attacco contro le fondamentali istituzioni di garanzia” perpetrato da Berlusconi, e un ondivago Fini a intimare “chiarimenti” (ma prendersi in risposta lo sputo di un “basta ipocrisie”, e rientrare nei ranghi).

È dunque da quella solenne – e colpevolmente rimossa – denuncia di Napolitano che l’Italia non ancora mitridatizzata nel gorgo orwelliano del totalitarismo televisivo deve ripartire (e il suo Presidente per primo): fermare l’odio significa infatti fermare questa violenza contro la Costituzione, le leggi ad personam e altri “vulnera”, non firmarle, e prima ancora non votarle.

4 gennaio 2009 - da micromega-online

2009: se non qui, l’inferno dove?

articolo in rima di Carlo Cornaglia

Il consuntivo del duemilanove,
sedicesimo con il Cavaliere,
il peggio fu…e qui ci son le prove.
Di peggio ancora cosa può accadere?

Gennaio. Hanno stuprato una pulzella:
“Non è question di scarsa sicurezza,
il fatto è ch’era forse troppo bella…
Ci vorrebbe un soldato per bellezza,

ma per questo di soldi non ce n’é.
Gli stupri, pur infame delinquenza,
non sono certo colpa del premier,
ma solo segno di troppa avvenenza!”

Febbraio. “Di vedute identità –
afferma il Cavaliere, faccia tosta –
esiste fra me e Vostra Santità!”,
il quale gli sorride per risposta,

senza smentir l’astuta affermazione.
Vedendo quanto il Cavalier lo arrapa,
si può trarre una sola conclusione:
“Berlusconi ha corrotto pure il Papa!”

E’ marzo. Ci propone il Cavaliere
che solo i capigruppo abbiano il voto.
Già in Parlamento le due opposte schiere
non sono state elette, come è noto,

ma scelte fra i fedeli servitori
di capi e segretari di partito.
Un passo ancora e ai poveri elettori
il falso voto pur sarà proibito…

Aprile. Finalmente un cataclisma
col qual si può far bello il Cavaliere:
su L’Aquila si abbatte un forte sisma.
“Aquilan, non c’è nulla da temere,

starete in tenda come in un campeggio
in un bel luogo di villeggiatura
e fra tre mesi verrò qui a passeggio
con tutta la mondial nomenklatura!”

Maggio. La Lario infine si è incazzata
e vuole divorziar dal Presidente…
“Da cronisti bugiardi fu ingannata
Veronica, piuttosto ingenuamente,

se vuol la verità si legga Chi.
Minorenni, per quanto io mi sforzi,
non ne conquisto con quel coso lì,
poiché son duro solo nei divorzi!”

E’ giugno. Ci proiettano un film porno:
a Palazzo Grazioli il Cavaliere
si può veder con tante gnocche attorno,
con poco trucco e gonne corte e nere,

ma dopo un poco, ahimé, ne manca una…
La candidata in Puglia è nel lettone
di Putin, col premier che la importuna:
“A Bari ti prometto l’erezione!”

Luglio. Si tiena a L’Aquila il G8,
il trionfo mondial del Cavaliere.
S’alza un coro di lodi ininterrotto:
“Sa fare lo statista, è il suo mestiere!

Non ha detto ad Obama ch’è un negretto,
non ha toccato il culo alle signore,
non si è portato prostitute a letto,
non si è esibito come cantautore…”

Agosto. Festa della Perdonanza,
la quale, all’improvviso si è dissolta…
Troppe le gnocche e arriva la doglianza
del Cardinal Bertone: “Questa volta

l’hai fatta troppo grossa e Benedetto,
offeso dal tuo fare libertino,
senza perdono, ahimé, ti manda a letto
e senza una battona a te vicino!”

Settembre. Il nostro capo del governo,
nuovamente caimano senza fren,
si crede diventato un Padreterno,
in versione terrena un superman:

“Come premier in centocinquanta anni
di certo il sottoscritto fu il migliore…”
D’accordo, per menzogne, per inganni,
per prese per il culo e per livore.

Ottobre. E’ successo un finimondo:
dicendo che la legge è ugual per tutti
il lodo la Consulta mandò a fondo:
“Son anche i presidenti farabutti!”

“Ognun sa di che pasta sono fatto,
la Consulta è una banda di imbroglioni
e di Napolitano me ne sbatto!
Viva l’Italia! Viva Berlusconi!”

Novembre. E’ l’ora del processo breve,
l’arma finale della gran battaglia
per dir che processare non si deve
un premier pur s’è stato una canaglia.

La legge ad hoc è ormai la diciannove,
Silvio la sfrutterà, verrà bocciata
poiché la Corte, ahimé, non si commuove.
Galera? No, ventesima porcata!

Dicembre, infin. Ferito con un duomo,
il Sire, dal suo letto di dolore,
dolente e incerottato, ma non domo,
critica l’odio e predica l’amore:

“Di questi dì ricordo sol due cose:
l’odio di pochi e l’amor di tanti.
Prometto agli uni e agli altri in grande dose
l’impegno di portare tutti quanti

verso un futuro con la libertà!”
Nasce così il partito dell’Amore,
chi dice “Sì”! è campione di bontà,
chi dice “No!” è un perfido aggressore.

Nel fare il consuntivo al presidente
mi ritorna alla mente la mia mamma:
“Figlio, tu stai studiando poco o niente
per spupazzarti qualche nuova fiamma,

da tempo non fai più la comunione,
alle elezioni vuoi votar Pci
in attesa che la rivoluzione
travolga l’amatissima Dc

ed alla festa a messa non ci vai…
Attenzione, ti aspetta il fuoco eterno,
poiché, se i miei principi tradirai,
andrai nel più profondo dell’inferno!”

Or che vivo nell’era Berlusconi
d’aver deluso mamma son pentito,
per non seguir le sue sante opinioni,
nel più profondo inferno son finito!

(30 dicembre 2009) - da micromega-online