Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe

.

Sogno di un paese dove parole come cultura, leggi, rispetto, uguaglianza, civiltà, umanità e pietà non siano soltanto delle belle ma purtroppo inutili parole ma rappresentino invece le basi di un popolo che ha fatto di quel sogno, di quello stupendo sogno che si chiama Costituzione Italiana, le sue fondamenta.

"C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". Paolo Borsellino da "Lezione sulla mafia" del 1989

"Il nostro è un Paese senza memoria e senza verità"
Pier Paolo Pasolini

venerdì 31 dicembre 2010

Messaggio di fine anno 2010 di Beppe Grillo

giovedì 30 dicembre 2010

Auguri a tutti per un Sereno e Felice 2011: Auguri di cuore



Solidarietà ai pastori sardi

da: "Lettere dalla Rete" da La Rete del Grillo del 30 dicembre 2010

di C.A.

Il comitato cittadino aquilano 3e32 esprime solidarietà al Movimento dei Pastori Sardi, che ieri a Civitavecchia si sono visti ancora una volta negare il diritto a manifestare il loro disagio economico e sociale. E' inammissibile che duecento manifestanti provenienti dalla Sardegna, imprenditori del comparto agropastorale che fornisce più della metà del latte ovocaprino consumato in Italia, vengano picchiati dalla Polizia e letteralmente sequestrati all'interno del porto di Civitavecchia per un giorno intero. E' inaccettabile che non siano stati fatti neanche avvicinare a Roma. E' deprecabile che la notizia venga relegata nelle ultime pagine dei giornali. E' insopportabile che venga impedito ai cittadini di manifestare il proprio dissenso nella capitale, divenuta ormai una gigantesca zona rossa. L'Aquila ha subito tale repressione sulla propria pelle lo scorso luglio, quando persino gli anziani furono manganellati perché non era 'concesso' il presidio sotto i palazzi del potere, che decidono delle nostre vite. Abbiamo sinceramente ringraziato il popolo sardo per esserci stato vicino nel periodo immediatamente successivo al sisma, anche con pratiche pastorizie come «sa paradura»: ora è il momento di far fronte comune. E' necessario ribellarsi una logica repressiva sempre più dura e alla totale ignoranza delle nostre problematiche, divenute di importanza nazionale. Uniamo le lotte per dire basta. Riprendiamoci il futuro, insieme e ora.


mercoledì 29 dicembre 2010

Domanda un po’ diretta, ma non infondata

da Pioviono rane di Alessandro Gilioli del 29 dicembre 2010


«Caro Fassino io ho le mani indolenzite perchè tutto il giorno ho tenuto in mano una smerigliatrice da 8 kg. A te non fa male la bocca per le stronzate che dici?»

Arresti preventivi: quando Bob Kennedy si scontrò con lo sceriffo

Per vedere il filmato clicca qui !

Il ministro Gasparri ha chiesto "arresti preventivi" per evitare le violenze in strada.

Chissà se Gasparri conosce l’episodio in cui Robert Kennedy - allora Ministro di Giustizia - si trovò a confrontarsi con lo sceriffo della contea di Kern, in California, durante le udienze di un comitato senatoriale sullo sciopero dei lavoratori.

Articolo e filmato tratti dal sito: http://www.luogocomune.net


domenica 19 dicembre 2010

Se la risposta è la zona rossa

dal BLOG di Alberto Puliafito, su Il Fatto Quotidiano.it del 19 dicembre 2010

Studenti medi e appena entrati all’università, i veri soggetti nuovi del movimento, sono radicali nei comportamenti e nell’espressione di piazza perché hanno afferrato la radice della questione: o si trasforma tutto, o la crisi la pagheremo noi. Insomma, a bruciare sulle barricate dei palazzi assediati è la fiducia non solo in questo o quel governo ma nella speranza, che – come Monicelli ci ha insegnato – è una trappola dei padroni.

Lo scrive Gigi Roggero, che, in un pezzo dal titolo Il fuoco della conoscenza, fotografa in maniera spietata e realistica una classe politica – ma anche giornalistica – impreparata e sorpresa di fronte agli eventi del 14 dicembre a Roma.

Una classe politica che sembra scendere dalla montagna del sapone, sconnessa dalla realtà, si accorge dei giovani solo quando questi escono dal seminato di bontà e buonismo e ignora quanto sia priva di prospettive, oggi, la vita per le generazioni dai trenta in giù.
Una classe politica sorpresa, come se la violenza di un giorno fosse esplosa immotivatamente da un momento all’altro, senza preavviso, in un Paese dov’è tutto perfetto. E così, molti a rincorrersi nel predicare la condanna all’atto violento. Pochi a chiedersi quale violenza a monte abbia generato, negli anni, esasperazione e tensione sociale. Praticamente nessuno a fare una riflessione autocritica. Praticamente nessuno a chiedersi cosa significhi, se la piazza si incattivisce; se chi si incattivisce trova consensi anche in chi non commetterebbe mai atti violenti. Sarà solo colpa della piazza? O potrebbero esserci responsabilità altre, politiche? Da dove nasce, questa violenza? Cosa si può fare per fermarla, oltre che reprimere?

Politica deriva da “polis”, che in greco significa città, comunità dei cittadini. La risposta della politica – che dovrebbe occuparsi del bene collettivo – a un dissenso pacifico è stata la chiusura al dialogo. Quella al dissenso violento, la condanna acritica e decontestualizzata dalla situazione storico-sociale in cui si trova l’Italia oggi. E’ una risposta fatta di parole obsolete e di strategie fatiscenti, per nulla affine a quel che, giustamente, auspica Travaglio quando dice che occorrono parole nuove e luoghi non comuni per comunicare.

La risposta della politica nostrana al dissenso è la zona rossa. Magari, la tessera del manifestante, a pareggiare i conti con quella del tifoso: non sorprenderebbe, visto che la politica si è ridotta a tifo e calciomercato.

Ignorare invece di comprendere. Difendere la contingenza e lo status quo invece di distendere e pianificare il futuro. Militarizzare invece di dialogare.
E’ una risposta vecchia e impreparata, esasperante, che potrebbe avere conseguenze sociali pesanti.
E quando le conseguenze sociali arriveranno, la classe politica potrà di nuovo osservarle sorpresa, chiedersi come sia stato possibile, continuare a non capire, condannare e lavarsene le mani.

venerdì 17 dicembre 2010

Assalto. Incursione. Tortura. "Le truppe di Santoro invadono casa Scilipoti: la madre colta da malore". Bene, era tutto falso. Guardate.

Fonte: Non leggere questo Blog!

16 dicembre 2010
Cercavano le prove della corruzione del deputato ex Idv. Invece hanno solo spaventato la mamma 91enne del parlamentare ... Davanti a microfoni, telecamere, domande a raffica e fari puntati ha un mancamento. Un grande spavento con un piccolo malore, da cui si è fortunatamente ripresa in breve senza avere ben capito che cosa le fosse successo ... Anche lui (Scilipoti) si è preso un bello spavento quando, verso mezzogiorno, ha ricevuto la telefonata dei familiari che gli hanno raccontato la brutta avventura capitata alla mamma anziana. "Se la sono presa con una donna di 91 anni".

Il Giornale - lunedì 13 dicembre 2010

Scilipoti: è stata una vera e propria "aggressione". Cicchitto: questa è "tortura verbale". Butti, Pdl: "Un'incursione: fare giornalismo significa raccontare i fatti, non spaventare le vecchiette con incursioni minacciose".

Corriere della Sera, lunedì 13 dicembre 2010.

Scilipoti: "Ho appena saputo che quelli di Annozero sono andati ad infastidire, ad importunare mia mamma di 91 anni, e questo è veramente mortificante.

Tg4, domenica 12 dicembre 2010
Annozero va all'"assalto" di mamma Scilipoti. 91 anni, colta da malore ... Talmente invasati dalla furia ideologica hanno letteralmente invaso l'abitazione di Domenico Scilipoti ... Se per costruire un servizio degno di questo nome si deve mandare all'ospedale una povera donna , significa che la Rai e i santoriani hanno superato ogni limite.

La Padania, martedì 14 dicembre 2010
Subito dopo l'esplosione dello scandalo, un'inviata di Annozero aveva pure provato a spiegare l'accaduto: "Mentre giravamo in piazza, ci siamo accorti per caso della signora, ci siamo avvicinati con garbo e lei ha risposto alle domande senza alcuna tensione". Maffiguriamoci, perché darle retta, conosciamo Annozero. Bene, ecco finalmente le immagini dell'intollerabile violenza perpetuata dallo staff di Santoro, ecco finalmente il video dell'assalto, della minaccia, della furia, della tortura, dell'invasione, dell'incursione, dell'aggressione subita dalla mamma dell'Onorevole Scilipoti.





mercoledì 15 dicembre 2010

Per l’Italia - di Fabio Granata

15 dicembre 2010 | di Fabio Granata

“Lasciate che chi non ha voglia di combattere se ne vada.
Dategli dei soldi perché acceleri la sua partenza, dato che non intendiamo morire in compagnia di quell’uomo.
Non vogliamo morire con nessuno ch’abbia paura di morir con noi”

Enrico V – William Shakespeare

Queste parole immortali non per raccontare una sconfitta ma per rivendicare il valore del coraggio, della lealtà e della coerenza.

Contro il potere del Dio Denaro e la miseria di piccoli uomini e piccole donne.

Per l’Italia.


CONDIVIDO E SOTTOSCRIVO!!!


"Il profeta d'illusioni ha vinto solo un turno, nella storia che stiamo vivendo"

di BARBARA SPINELLI, da Repubblica.it del 15 dicembre 2010

C'E' CHI DIRA' che l'iniziativa di sfiduciare Berlusconi era votata a fallire: non solo formalmente ma nella sostanza. Perché non esisteva una maggioranza alternativa, perché né Fini né Casini hanno avuto la prudenza di perseguire un obiettivo limpido, e hanno tremato davanti a una parola: ribaltone. Parola che solo per la propaganda berlusconiana è un peccato che grida vendetta al cospetto della Costituzione. Hanno interiorizzato l'accusa di tradimento, e non se la sono sentita di dar vita, guardando lontano, a un'alleanza parlamentare diversa. Hanno ignorato l'articolo 67 della Costituzione, che pure parla chiaro: a partire dal momento in cui è eletto, ogni deputato è libero da vincoli di mandato e rappresenta l'insieme degli italiani. Non manca chi già celebra i funerali per Fini, convinto che la sua scommessa sia naufragata e che al dissidente non resti che rincantucciarsi e pentirsi.

Per chi vede le cose in questo modo Berlusconi ha certo vinto, anche se per 3 voti alla Camera e spettacolarmente indebolito. Il Premier ha avuto acume, nel comprendere che la sfiducia era una distruzione mal cucita, un tumulto più che una rivoluzione, simile al tumulto scoppiato ieri nelle strade di Roma. Neppure lontanamente gli oppositori si sono avvicinati alla sfiducia costruttiva della Costituzione tedesca, che impone a chi abbatte il Premier di presentarne subito un altro.

A ciò si aggiunga la disinvoltura con cui il capo del governo ha infranto l'etica pubblica, esasperando lo sporco spettacolo del mercato dei voti. Il mese in più concesso da Napolitano, lui l'ha usato ricorrendo a compravendite che prefigurano reati, mentre le opposizioni l'hanno sprecato senza neanche denunciare i reati (se si esclude Di Pietro). Eugenio Scalfari ha dovuto spiegare con laconica precisione, domenica, quel che dovrebbe esser ovvio e non lo è: non è la stessa cosa cambiar campo per convinzione o opportunismo, e cambiarlo perché ti assicurano stipendi fasulli, mutui pagati, poltrone.

Ma forse le cose non stanno così, e la vittoria del Cavaliere è in larga misura apparente. Non solo ha una maggioranza esile, ma è ora alle prese con due partiti di destra (Udc e Fli) che ufficialmente militano nell'opposizione. Il colpo finale è mancato ma la crisi continua, come un torrente che ogni tanto s'insabbia ma non cessa di scorrere. Quel che c'è, dietro l'apparenza, è la difficile ma visibile caduta del berlusconismo: caduta gestita da uomini che nel '94 lo magnificarono, lo legittimarono. È un Termidoro, attuato come nella Francia rivoluzionaria quando furono i vecchi amici di Robespierre a preparare il parricidio. Non solo le rivoluzioni terminano spesso così ma anche i regimi autoritari: in Italia, la fine di Mussolini fu decretata prima da Dino Grandi, gerarca fascista, poi dal maresciallo Badoglio, che il 25 luglio 1943 fu incaricato dal re di formare un governo tecnico pur essendo stato membro del partito fascista, responsabile dell'uso di gas nella guerra d'Etiopia, firmatario del Manifesto della Razza nel '38.

Un'uscita dal berlusconismo organizzata dal centro-destra non è necessariamente una maledizione, e comunque non è il tracollo di Fini. Domenica il presidente della Camera ha detto a Lucia Annunziata che dopo il voto di fiducia passerà all'opposizione: se le parole non sono vento, la sua battaglia non è finita. Sta per cominciare, per lui e per chiunque a destra voglia emanciparsi dall'anomalia di un boss televisivo divenuto boss politico, ancor oggi sospettato di oscuri investimenti in paradisi fiscali delle Antille. Il successo non è garantito e se si andrà alle elezioni, Berlusconi può perfino arrestare il proprio declino e candidarsi al Colle.

Non è garantita neppure la condotta del Vaticano, che ha pesato non poco in questi giorni, facendo capire che la sua preferenza va a un patto Berlusconi-Casini che isoli Fini, ritenuto troppo laico. A Berlusconi, che manipola i timori della Chiesa e promette addirittura di creare un Partito popolare italiano, Casini ha risposto seccamente, alla Camera: "La Chiesa si serve per convinzione, non per usi strumentali".

Resta che il futuro di una destra civile, laica o confessionale, si sta preparando ora.

È il motivo per cui non è malsano che la battaglia avvenga in un primo tempo dentro la destra. Sono evitati anni di inciuci, che rischiano di logorare la sinistra e non ricostruirebbero l'Italia, la legalità, le istituzioni. Il Pd sarebbe polverizzato, se la successione di Berlusconi fosse finta. Un governo stile Comitato di liberazione nazionale (Cln) sarebbe stato l'ideale, ma tutti avrebbero dovuto interiorizzarlo e l'interiorizzazione non c'è stata. Anche tra il '43 e il '44 fu lento il cammino che dai due governi Badoglio condusse prima al riconoscimento del Cln, poi al governo Bonomi, poi nel '46 all'elezione dell'assemblea che avrebbe scritto la Costituzione.

Oggi non abbiamo alle spalle una guerra perduta, e questo complica le cose. Abbiamo di fronte una guerra d'altro genere - il rischio di uno Stato in bancarotta - e ne capiremo i pericoli solo se ci cadrà addosso. L'impreparazione del governo a un crollo economico e a pesanti misure di rigore diverrebbe palese. Anche la natura dei due regimi è diversa: esplicitamente dittatoriale quello di Mussolini, più insidiosamente autoritario quello di Berlusconi. Il suo potere d'insidia non è diminuito, soprattutto quando nuota nel mare delle campagne elettorali o quando mina le istituzioni. Subito dopo la fiducia, ieri, ha anticipato un giudizio di Napolitano ("Il Quirinale vuole un governo solido") come se al Colle ci fosse già lui e non chi parla per conto proprio.

L'opposizione del Pd è a questo punto decisiva, se non allenta la propria tensione e non considera una disfatta la battaglia condotta per un governo vasto di responsabilità istituzionale. Anche se incerte, le due destre d'opposizione sanno che senza la sinistra non saranno in grado di compiere svolte cruciali. Un Termidoro fatto a destra è un vantaggio in ogni circostanza. Se il governo dovesse estendersi a Casini e Fini e riporterà l'equilibrio istituzionale che essi chiedono, la sinistra potrà dire di aver partecipato, con la sua pressione, alla restaurazione della legalità repubblicana. Il giorno del voto, potrà ricordare di aver agito non per ottenere poltrone, ma nell'interesse del Paese. Se la destra antiberlusconiana non si emanciperà, se inghiottirà nuove leggi ad personam, la sinistra potrà dire di aver avuto, sin dall'inizio, ragione. Con la sua costanza, avrà contribuito alla fine al berlusconismo. Potrà influenzare anche la natura, più o meno laica, della destra futura. Potrà prendere le nuove destre d'opposizione alla lettera ed esigere riforme della Rai, pluralismo dell'informazione, autonomia della magistratura, lotta all'evasione fiscale, leggi definitive sul conflitto d'interessi. Per questo il duello parlamentare di questi giorni è stato tutt'altro che ridicolo o provinciale.

I partiti di oggi non hanno la tenacia dei padri costituenti: proprio perché il passaggio è meno epocale, i compiti sono più ardui. Ma non sono diversi, se si pensa allo stato di rovina delle istituzioni. L'unico pericolo è cadere nello scoramento. È farsi ammaliare ancora una volta dal pernicioso pensiero positivo di Berlusconi. Quando le civiltà si cullano in simili illusioni ottimistiche la loro fine è prossima. Lo sapeva Machiavelli, quando scriveva che con i tiranni occorre scegliere: bisogna "o vezzeggiarli o spegnerli; perché si vendicano delle leggieri offese, ma delle gravi non possono". Lo sapeva Isaia, quando diceva dei figli bugiardi che si cullano nell'ozio: "Sono pronti a dire ai veggenti: 'Non abbiate visionì e ai profeti: 'Non fateci profezie sincere, diteci cose piacevoli, profetateci illusioni'".

Il profeta d'illusioni ha vinto solo un turno, nella storia che stiamo vivendo.

(15 dicembre 2010)

sabato 4 dicembre 2010

"... Se ci fate caso, forse per lo stress dell’avvicinarsi della fine, un po’ tutti stanno dimostrando quello che sono e quello che realmente pensano"

La nostalgia squadrista di Verdini

di Gioacchino Genchi, da Il Fatto Quotidiano del 4 dicembre 2010


La nostalgia squadrista di Verdini L’espressione noi ce ne freghiamocon cui Denis Verdini ha replicato alla corretta rivendicazione delle prerogative del Capo dello Stato non è solo un’espressione screanzata. Il tono e il contenuto non voleva nemmeno rappresentare un esercizio del diritto di critica che – per come ritengo – chiunque, in uno stato democratico, può esercitare anche nei confronti del Capo dello Stato. Verdini, per una volta, si è espresso con sincerità e naturalezza, dimostrandoci quello che è e quello che pensa e di questo gli dobbiamo essere grati.

Nei momenti di difficoltà, infatti, si riducono i freni inibitori e si evidenziano gli aspetti più originali e reconditi del pensiero e del carattere di ogni essere umano. Verdini, se ricordate, aveva già dato il meglio di sé in occasione della conferenza stampa del 28 luglio scorso. I toni e i modi delle risposte fornite alla giornalista dell’Unità Claudia Fusani anche allora fecero emergere il suo cipiglio, anche se Giorgio Stracquadanio, che da tempo compete con lui, ha cercato di superarlo. Pure Giuliano Ferrara, nel tentativo di misurarsi con entrambi, ha contribuito alla caciara per impedire che fossero poste domande imbarazzanti all’intervistato.

Se ci fate caso, forse per lo stress dell’avvicinarsi della fine, un po’ tutti stanno dimostrando quello che sono e quello che realmente pensano. Ed è così che il reale spirito squadrista che li anima li porta ad esprimersi con i motti che più gli sono congeniali. L’espressione “me ne frego”, correttamente riportata al plurale da Verdini, altro non è che il nostalgico ricordo del motto fascista, rielaborato in una filastrocca del dopoguerra di cui riporto alcuni brani.

Me ne frego è il nostro motto,
me ne frego di morire,
me ne frego di Togliatti
e del sol dell’avvenire.

Ce ne freghiamo della galera,
camicia nera trionferà.
Se non trionfa sarà un macello
col manganello e le bombe a man!

Ecco, non mi pare sia necessario aggiungere altro per commentare l’espressione di Verdini che, visto che non parlava solo per lui, non a caso si è espresso al plurale: “Noi ce ne freghiamo!”.

mercoledì 1 dicembre 2010

Hanno picchiato anche oggi

fonte: pubblicato da Giandonato De Cesare su Facebook il giorno venerdì 26 novembre 2010

Hanno picchiato anche oggi. Che potevamo fare. Dovevamo obbedire. Faccio parte della Polizia di Stato. Si, anch’io ho una figlia all’università che protestava. Mi sono messo in malattia. Non c’ero. Ho protestato anch’io.

Hanno picchiato anche oggi. Ma non dovevamo fare male. Fare finta, come nei film. Caricare e adagiare il manganello. Sei feriti. “Per Bacco!!!”.

Anche mio figlio c’era oggi e non potevo chiedere malattia. Che orrore, mi ha visto. Il kefiah !!! Noi, in famiglia, siamo comunisti.

Io ho sempre adorato il corpo di Polizia.

Gli ho mandato messaggi per spostarsi, per evitargli il casino.

Sono rimasto fermo. Il mio superiore lo sa. Ho visto ragazzi che ci credono. Ho visto ragazzi che lo fanno solo per moda.

Ho visto altri ragazzi che sperano davvero che il 14 dicembre, Berlusconi si dimetta. Ma si sa, si faranno operazioni al naso, lifting, mal di pancia, diarrea, mal di testa, vomito, febbre, cause di divorzio.

Tanto non cade.

Hanno picchiato anche oggi.

Luigi, col tamburo della banda musicale, Maria Luisa col flauto. Gli hanno picchiati perché davano fastidio. Il regime dice che si deve stare in silenzio. Però col mio collega gli avevamo appena regalato sorrisi.

Erano pacifici, e che cazzo!!! Fischio d’attacco. Ordine superiore.

“Attaccooo!!!” Non era Mazinga Zeta, eravamo noi.

Il flauto di Maria Luisa è volato, il labbro insanguinato. Il tamburo di Luigi, bucato. Ma che fastidio dava. Dava fastidio al regime. Ai suoi ultimi giorni di Pompei.

Pompei, Gela, Napoli, ma quante città stanno nella merda quotidiana? Pensava Marco mentre manganellava. Ci tolgono soldi, e noi manganelliamo. C’inchiniamo allo stato, perché poi, perdiamo il posto. E c’è crisi. E poi non rientro più nel corpo di Polizia.

Che faccio?

Sarebbe bello rimettere in funzione la gelateria di mia madre. Torno a Castrovillari e ogni giorno vado a trovare mio padre al cimitero.

Hanno picchiato anche oggi.

Mentre il governa era battuto sugli emendamenti e c'era un caos tale che persino il ministro della Pubblica Istruzione votava contro la sua riforma. Che ridere. Non lo diranno al Tg1, lo diranno al tg3. Il 13 dicembre qualcuno spera in una cena avvelenata e alcuni deputati saranno in missione. Alcuni si sposeranno.

Ad altri morirà il cugino di terzo grado, non potrà mancare all'evento funebre. Deve scegliere, quello dalla quale si guadagna di meno. No?

I tuoi occhi con chi saranno il 13? A chi penseranno il 13?

Intanto una nuvola ha coperto il sole. Ho scoperto un paese dove fanno cento gusti di gelato diversi. Forse vedrò il mare da sud a nord. Hai un cannocchiale? :)

g.


martedì 30 novembre 2010

Ciao Mario

da Redazione Articolo21

CIAO MARIO

"Quello che in Italia non c'è mai stato, una bella botta, una bella rivoluzione, Rivoluzione che non c'è mai stata in Italia... c'è stata in Inghilterra, c'è stata in Francia, c'è stata in Russia, c'è stata in Germania, dappertutto meno che in Italia. Quindi ci vuole qualcosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto..." Vogliamo ricordare Mario Monicelli attraverso le sue parole in una delle sue ultime apparizioni, a Raiperunanotte, il 25 marzo scorso. L'ultimo gigante del cinema italiano. Fra i suoi grandi successi, Guardie e ladri (due premi a Cannes nel '51), nel pieno del suo sodalizio con Toto'; I soliti ignoti (nomination all'Oscar), La Grande guerra (1959) trionfatore a Venezia con il Leone d'oro; L'armata Brancaleone (1965).

IL VIDEO

(29 novembre 2010)


domenica 28 novembre 2010

La selezione di Arcore

28 nov 2010

E’ possibile che anche Nadia Macrì faccia parte del complotto internazionale contro l’Italia. Così come è possibile che spari una frottola dietro l’altra.

Ma se così non fosse, se insomma raccontasse la verità, ci sarebbe parecchio da riflettere sul suo racconto a Skytg24. Perché la “macchina della selezione”, da Lele Mora a villa San Martino passando per Emilio Fede, è decisamente illuminante.

Se chiedessimo lumi ad un antropologo, probabilmente direbbe che il tutto ricorda sinistramente il rito di una tribù primitiva, con le ancelle offerte dai capitribù allo sciamano del villaggio. Se invece interrogassimo uno storico, farebbe notare che il meccanismo somiglia a quella dei docili funzionari Ancien régime che conducevano a corte la villana più bella per compiacere il monarca annoiato.

In entrambi i casi, il piacere, le donne, la gioia di vivere non c’entrano un benemerito nulla. Al contario. La “macchina della selezione” dimostra che tra le tante bugie di Berlusconi, la più grossa è quella sulla sua passione per l’altro sesso.

Al premier non piacciono affatto le donne, se non come subordinata. La sua vera passione è che “gli si portino” le donne. Sono due cose molto diverse. Ed è meglio non dire cosa ne dedurrebbe uno psicanalista.

fonte: http://bracconi.blogautore.repubblica.it/2010/11/28/la-selezione-di-arcore/


martedì 23 novembre 2010

Grazie a Fazio e Saviano a nome dei 55mila rifugiati in Italia. Spesso trattati come “indesiderati”, come “abusivi”, come “clandestini”. Come “troppi”

23 novembre 2010

Ieri sera sul tardi ho ricevuto una chiamata dall’Italia. Era una mia collega: “Sai Laura, la trasmissione di Fazio e Saviano è stata veramente bella, mi sono commossa quando il rifugiato congolese ha fatto l’elenco delle cose che gli mancavano del suo paese..”

Credo sia la prima volta che una trasmissione televisiva di prima serata, con un pubblico così ampio, dedichi uno spazio ad un rifugiato che può parlare di sé, dei suoi sentimenti, della sua cultura, della sua condizione di persona costretta a vivere lontano dal proprio paese, dei suoi affetti, della sua stessa vita.

Grazie a Fazio e Saviano a nome dei 55mila rifugiati che vivono in Italia. Spesso trattati come “indesiderati”, come “abusivi”, come “clandestini”. Come “troppi”.

Oltre 40 milioni di persone nel mondo sono costrette a vivere lontano dalle proprie case, da tutto quello che avevano a causa di guerre e violazioni dei diritti fondamentali. Dove trovano rifugio tutte queste persone? L’80% sta nel Sud del mondo, nei paesi poveri vicini a quello da cui sono fuggiti. Nella sola Siria vi sono 1,2 milioni di rifugiati iracheni mentre nei 27 paese dell’Unione Europea ve ne sono 1,4 milioni. In Italia 55mila, ossia lo 0,9% della popolazione. Oggettivamente pochi, ma trasformati in troppi dai cosiddetti “imprenditori della paura”.

link dell'articolo: http://boldrini.blogautore.repubblica.it/2010/11/grazie-a-fazio-e-saviano-a-nome-dei-55mila-rifugiati-in-italia/


Rifiuti, La Russa litiga e se ne va dal Tg

da Repubblica.it del 23 novembre 2010

Scintille tra il ministro e il direttore di Europa, Stefano Menichini a Linea Notte (Rai 3): una riflessione del giornalista fa saltare i nervi all'esponente del Pdl che abbandona lo studio. Ecco il video


Napoli pattumiera del nord

Berlusconi ha detto 7 volte che l'emergenza era finita. Ma la Campania è invasa dalle ecoballe. Ci vorranno 56 anni per smaltirle tutte. Problemi dal '94. Un'incapacità pagata 780 milioni l'anno, 8 miliardi in 10 anni

di ROBERTO SAVIANO, da Repubblica.it del 23 novembre 2010

IL MONTE più alto d'Europa è il Monte Bianco: 4810 metri. Il più alto del mondo è l'Everest, con i suoi 8848 metri. Ma se noi immaginassimo una montagna fatta con i rifiuti illegali supererebbe la somma dei due: qualcuno ha calcolato che avrebbe una base di tre ettari e sarebbe alta più di 15mila metri. Quest'immensa mole è una preziosa fonte di reddito per la criminalità organizzata.

Questo spiega perché in Campania la storia dell'immondizia lasciata a marcire per strada è, purtroppo, una storia infinita. Gli ispettori europei sono arrivati a Napoli e ci hanno detto quello che i napoletani sapevano già: e cioè che nulla è cambiato rispetto a due anni fa. In realtà è peggio. L'emergenza dura dal 1994. È moltissimo tempo. Vuol dire che un ragazzo che oggi ha 16 anni è cresciuto con l'idea che i sacchetti di plastica abbandonati sui marciapiedi sono la normalità, come lo è il caldo d'estate e il freddo d'inverno. I cassonetti regolarmente svuotati, invece, sono un'eccezione.

In questa terra la raccolta differenziata è un sogno. Tranne che in piccole isole felici, non viene fatta mai. Quella non differenziata dovrebbe essere - per legge - al massimo il 35%. Qui arriviamo all'84%. E pensare che erano stati per primi i Borbone a lanciare la diversificazione dei rifiuti. Sembra incredibile, ma così recita un editto di Ferdinando II: "Gli abitanti devono tenere pulita la strada davanti alla casa usando l'avvertenza di

ammonticchiarsi le immondezze al lato delle rispettive abitazioni e di separarne tutt'i frantumi di cristallo o di vetro che si troveranno riponendoli in un cumulo a parte".

Quello che i Borbone sapevano, le giunte di centrosinistra e di centrodestra, i commissari straordinari, da Rastrelli, a Bassolino, da Bertolaso a De Gennaro, non hanno più saputo. Tutti hanno provato a risolvere il problema, ma nessuno ci è riuscito. A Napoli sembra impossibile ciò che riesce a Milano, Bologna e Genova perché la regione è prigioniera di un gigantesco circolo vizioso. Il ciclo è basato sull'occupazione del territorio: si mettono i rifiuti in una discarica, la discarica si riempie, viene chiusa o sequestrata per versamenti di materiali tossici, i camion si fermano, si cerca l'ennesima discarica, la popolazione protesta, la spazzatura resta a terra e spesso viene addirittura bruciata, con pericoli serissimi per la salute. I clan pagavano 50 euro per ogni cumulo di immondizia messo al rogo.

Si è tentato di risolvere il problema con gli inceneritori, che dovrebbero per legge produrre energia, ma per funzionare al meglio devono essere alimentati da ecoballe che nascono dalla raccolta differenziata, in cui l'umido è eliminato. Non è così, naturalmente, e la Campania è invasa dalle ecoballe, che ne hanno addirittura modificato la geografia e che sono potenziali bombe ecologiche. Ci vorranno 56 anni per smaltirle tutte. Sempre che sia possibile.

Tutta questa incapacità è costata ai cittadini 780 milioni di euro all'anno, in emolumenti, consulenze, affitti degli immobili: circa 8 miliardi di euro in 10 anni, quasi una finanziaria. Tutti hanno perso, ma qualcuno ha guadagnato, e parecchio. Nel 2009 le ecomafie hanno fatturato oltre 20 miliardi di euro: un quarto dell'intero fatturato della criminalità organizzata.

Il grande business dei clan è quello dei rifiuti tossici: hanno trasformato la Campania nel secchio dell'immondizia delle imprese del Nord. (La monnezza di Napoli è la monnezza di tutta l'Italia. Ricordiamocelo, ogni volta che il Nord chiude le porte come se fosse un problema del Sud). Smaltire un rifiuto speciale costa moltissimo, fino a 62 centesimi al chilo, i clan sono capaci di offrire un prezzo di 9/10 centesimi. Un risparmio dell'80 per cento che mette a tacere la coscienza di tanti imprenditori. Il trucco è nella bolla di accompagnamento che viene falsificata, per cui il rifiuto come per magia non è più tossico, o nel miscelare i veleni ai rifiuti ordinari, in modo da diluirne la concentrazione tossica. Il meccanismo è talmente malato che a volte il composto viene trasformato in fertilizzante: così la malavita incassa i soldi due volte con lo stesso veleno.

Decine di inchieste giudiziarie testimoniano l'avvelenamento delle terre del Sud. Ne elenco alcune: nel 2003 si scopre che ogni settimana 40 Tir ricolmi di rifiuti sversano cadmio, zinco, scarto di vernici, fanghi da depuratori, plastiche varie, arsenico e piombo nel napoletano e nel casertano; nel 2006 la Procura di Santa Maria Capua Vetere accerta che tra Villa Literno, Castelvolturno e San Tammaro, vengono scaricati i toner delle stampanti d'ufficio della Toscana e della Lombardia. Il terreno è pieno di cromo esavalente. L'inchiesta "Eldorado" del 2003 ferma un traffico illecito di rifiuti pericolosi, che da Sud sono spediti in Lombardia per essere "miscelati" con terre di spazzatura delle strade milanesi e altri materiali, per passare poi come rifiuti non pericolosi smaltiti in una discarica pugliese. La Procura di Napoli ordina nel 2007 il sequestro di 5 aziende del Nord per traffico illecito di residui di lavorazioni siderurgiche.

Così il sottosuolo della bella, dolce, fertile Campania è diventato un fango nauseabondo e pericoloso: a Giugliano della Campania,, ci sono 590 mila tonnellate di fanghi e liquami contenenti amianto e tricloruro di etilene; a Pianura tra il 1988 e il 1991 sono stati sversati i seguenti rifiuti provenienti dall'Acna di Cengio: 1 miliardo e 300 milioni di metri cubi di fanghi; 300 mila metri cubi di sali sodici; 250 mila tonnellate di fanghi velenosi a base di cianuro; 3 milioni e mezzo di metri cubi di peci nocive contenti diossine, ammine, composti organici derivanti dall'ammoniaca e contenenti azoto; nelle campagne di Acerra tra il 1995-2004 sono stati nascosti 1 milione di tonnellate di fanghi industriali provenienti da Porto Marghera e 300 mila tonnellate di solventi clorurati.

E questo solo per citare alcuni esempi. Non c'è da meravigliarsi se l'agricoltura è crollata a picco, se i frutti spuntano malati, se le terre diventano infertili. Soprattutto non c'è da meravigliarsi se aumentano malattie e tumori. È quello che succede, nel silenzio generale. Il cancro, in Campania, non è una sventura, una tragedia ineliminabile, ma il frutto di una scelta sciagurata dell'imprenditoria criminale.

Le malattie legate alla presenza di rifiuti tossici sono una piaga silenziosa, difficile da monitorare ma assolutamente evidente. Una ricerca del 2008 dell'Istituto superiore di Sanità nelle province di Napoli e Caserta certifica un aumento della mortalità per tumore del polmone, fegato, stomaco, rene e vescica e di malformazioni congenite. Questi sono più numerosi vicino ai siti di smaltimento illegale. Anche l'Organizzazione Mondiale della Sanità parla di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro in questa zona: la percentuale è più alta del 12% rispetto alla media nazionale.

Ecco, questo è lo stato in cui 16 anni di impotenza dello Stato e di potere criminale hanno ridotto la Campania. Eppure la fine dell'emergenza è stata annunciata per ben sette volte dal nostro capo del governo: era già risolta nel luglio di due anni fa.

Dopo decenni di crisi dei rifiuti, di napoletani identificati con la spazzatura, della perdita di ogni speranza di veder cambiare la propria città, mi viene in mente Eduardo che recitava: è cos 'e niente. Ci siamo abituati a dire sempre è cos 'e niente. Ci levano il diritto della vita, ci tolgono l'aria, e è cos 'e niente". Temo che a forza di sentircelo dire rischiamo di diventare anche noi cose 'e niente.

Il testo è una sintesi del monologo trasmesso a "Vieni via con me"

(23 novembre 2010)

sabato 20 novembre 2010

Il premier sotto ricatto..."Così dunque stanno le cose. La ricattabilità del premier è di assoluta evidenza".

di GIUSEPPE D'AVANZO, da Repubblica.it del 20 novembre 2010

Inaspettatamente in un solo giorno, anzi in poche ore, emergono dal passato e dal presente le relazioni pericolose di Silvio Berlusconi con le mafie. La liaison allontana da lui anche la fedele e fidata Mara Carfagna. Annuncia altri sismi per il suo governo. Apre nuove crepe nella già compromessa affidabilità del capo del governo. Le cose, a quanto pare, vanno così.

Infuriati per la nomina a commissario per i rifiuti di Stefano Caldoro, governatore della Campania, decisa dal Consiglio dei ministri, due politici indagati per mafia Nicola Cosentino e Mario Landolfi si presentano a Palazzo Grazioli. Affrontano Silvio Berlusconi a brutto muso minacciandolo di non votare la fiducia se non avesse annullato il decreto legge che, assegnando alla Campania 150 milioni di euro, consente al governatore anche l'adozione di "misure che prevedono poteri sostitutivi" nei confronti degli enti inadempienti. Il capo di governo che, entro il 14 dicembre, ha bisogno di voti in Parlamento come dell'aria che respira li rassicura. Promette una rapida retromarcia. La notizia si diffonde e il ministro Mara Carfagna - molto si è data da fare per quel decreto legge che sottrae l'emergenza all'opacità dei potentati locali - annuncia che, dopo la fiducia, lascerà il governo e il partito del presidente.

Così dunque stanno le cose. La ricattabilità del premier è di assoluta evidenza. La sua debolezza politica - e ormai di leadership - lo espone a ogni pressione, alle più imbarazzanti coercizioni, a umilianti inchini dinanzi a personaggi non solo discussi, ma decisamente pericolosi.

È imbarazzante l'imposizione che il capo del governo subisce da Nicola Cosentino, 51 anni, da Casal di Principe, salvato dall'arresto per mafia solo dal voto della maggioranza. L'uomo ha il controllo pieno di quattro delle cinque Province campane (Napoli, Caserta, Salerno, Avellino). Sono queste istituzioni che amministrano i flussi della spazzatura e governano le società di gestione che hanno sostituito i consorzi infiltrati da ogni genere di illegalità, malaffare, prepotenza criminale (il consorzio di Caserta è costato fino all'aprile scorso, 6,5 milioni di euro al mese). Tutta la parabola politica di Cosentino si può spiegare e raccontare dentro l'emergenza rifiuti. Quelle crisi - indotte e cicliche - hanno convogliato in quella disgraziata regione un fiume di denaro (dal 2001 al 2009 tre miliardi e 546 milioni di euro) e proprio nei consorzi - e oggi nelle società di gestione - la politica ha incontrato il potere mafioso e ha messo a punto la distribuzione di benefici, rendite, utili, organizzando un "sistema della catastrofe" che, da quella rovina, ha spremuto influenza, consenso e ricchezza. A farla da padrone la camorra, a cominciare dalla camorra dei Casalesi. Hanno guadagnato e guadagnano sull'affitto delle aree destinate a discarica e dei terreni dove vengono stoccate le ecoballe. Lucrano sul noleggio dei mezzi e soprattutto nei trasporti.

Nicola Cosentino rappresenta il punto di equilibrio - oscuro e ambiguissimo - di questo "sistema" che oggi appare sfidato, dentro il Popolo della Libertà, dall'asse Caldoro-Carfagna e, dentro la maggioranza, da Futuro e Libertà, in Campania diretto da Italo Bocchino. Il decreto legge che assegna al governatore poteri commissariali può essere considerato il successo di questo schieramento. Il passo indietro di Berlusconi ripristina ora le gerarchie di un "sistema" che ha in Cosentino il leader e nel potere intimidatorio della camorra la sua forza. Si sapeva che l'uomo di Casale di Principe ha sempre avuto un'arma da puntare alla tempia del governo. In qualsiasi momento poteva far saltare gli equilibri che hanno permesso a Berlusconi di rivendicare le capacità tecnocratiche di eliminare i rifiuti dalla Campania con un miracolo che ha liquidato quella disgrazia con una magia. L'illusionismo manipolatorio aveva in Cosentino il suo garante. Un garante di cui oggi Berlusconi non può liberarsi. Per due motivi: Cosentino gli farebbe mancare i suoi voti il 14 dicembre e, peggio, nella prossima e vicina campagna elettorale seppellirebbe l'immagine del Cavaliere sotto l'immondizia e i miasmi.

Come non può fare oggi a meno di Cosentino, il Cavaliere non ha potuto liberarsi in passato di quel Marcello Dell'Utri che, si legge nelle motivazioni della Corte d'Appello che lo ha condannato a sette anni di reclusione, fu "mediatore" e "specifico canale di collegamento" tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi. Dell'Utri, scrivono i giudici, è l'uomo che ha consentito ai mafiosi delle "famiglie" di Palermo di "agganciare" "una delle più promettenti realtà imprenditoriali di quel periodo che di lì a qualche anno sarebbe diventata un vero e proprio impero finanziario ed economico".

È questa allora la scena che abbiamo sotto gli occhi. Un capo del governo che, nella sua avventura imprenditoriale, è stato accompagnato - per lo meno fino al 1992 - dalla presenza degli uomini di Cosa Nostra e, oggi, per proteggere la maggioranza che sostiene il governo deve chinare il capo dinanzi alle pretese del politico considerato dalla magistratura il più compromesso con gli interessi dei Casalesi. È uno stato di dipendenza, di oscurità, di minorità politica che nessun arresto di latitante, confisca di bene miliardario, statistica e classifica di successi dello Stato potrà ribaltare. Le vittorie dello Stato contro le mafie non riescono a diventare il riscatto personale di Berlusconi - e della sua storia - da quei poteri criminali con cui egli si è intrattenuto negli anni della sua impresa economica e ancora oggi si deve tener vicino per sopravvivere nel suo crepuscolo politico.

(20 novembre 2010)

venerdì 19 novembre 2010

"Le mafie scommettono sul federalismo"

Le mani sul federalismo

di Gianluca Di Feo, da l'Espresso

"Sì, la 'ndrangheta corteggia la Lega. E investe in Lombardia. Ma c'è un fenomeno più inquietante di cui dovrebbe occuparsi Maroni: le mafie puntano su un'Italia divisa". Così Roberto Saviano risponde al ministro

(18 novembre 2010)


La 'ndrangheta al Nord? "Certo, cerca di interloquire con la Lega, ma le inchieste mostrano come in tutte le Regioni si stia manifestando un fenomeno molto più inquietante, quello sì che dovrebbe indignare il ministro dell'Interno: le mafie scommettono sul federalismo".

Roberto Saviano non è per niente pentito del monologo di "Vieni via con me" che ha segnato il record di ascolti, anzi a sorprenderlo è la veemenza della reazione di Roberto Maroni: "Quello che ho detto è documentato. L'incontro tra il consigliere regionale leghista e gli uomini delle cosche è negli atti dei pm Ilda Boccassini e Giuseppe Pignatone. E ricordo al ministro che l'unico direttore di una Asl arrestato per 'ndrangheta è quello di Pavia, dove comune, provincia e regione sono amministrati anche dal suo partito: stiamo parlando di una Asl che gestisce strutture di eccellenza e fa girare 700 milioni di euro l'anno. E ricordo che l'ultimo sindaco arrestato in un procedimento per collusioni con le cosche calabresi è quello di Borgarello: un paese alle porte di Pavia non una cittadina della Locride".


Il ministro Maroni sostiene che l'incontro tra il consigliere leghista e le persone poi arrestate per 'ndrangheta non ha nessuna rilevanza penale. E nel centrodestra c'è chi ritiene che accostare la Lega alle cosche su questa base equivalga a usare gli stessi metodi della macchina del fango che lei ha denunciato.
"La mia frase era chiara, chiunque può riascoltarla: "La 'ndrangheta al Nord, come al Sud, cerca il potere della politica e al Nord interloquisce con la Lega". Non si tratta di illazioni, ma di elementi concreti che emergono dalle indagini e che devono essere sottoposti all'attenzione dell'opinione pubblica: in Lombardia la Lega è forza di governo e oggi gli uomini delle cosche calabresi, attivi nella regione da decenni, puntano a investire i loro capitali nei cantieri dell'Expo 2015. È un'analisi della Superprocura antimafia, lungamente discussa nella commissione parlamentare proprio perché per entrare negli appalti loro hanno bisogno della politica e soprattutto della politica che controlla la spesa sul territorio. Per questo tutta la criminalità organizzata guarda con favore a una riforma federalista del Paese: vogliono centri di costo alla loro portata".

Alle mafie piace il federalismo?
"Piace un certa idea di federalismo, quella che potrebbe consegnargli gran parte del Sud. In passato Cosa nostra l'ha cavalcata per contrastare la prospettiva di un potere centrale troppo forte: meglio la secessione dell'isola che dovere fare i conti con uno Stato deciso a cancellare la mafia. E la stessa istanza è stata riproposta dall'ala dura dei corleonesi negli anni delle stragi, quando di fronte al crollo della prima Repubblica Gianfranco Miglio, il "padre nobile" della Lega, benediceva la nascita al Sud di tanti partitini autonomisti intrisi di massoneria e amici degli amici: sono fatti acclarati, non illazioni. Oggi la prospettiva è semplice: la mentalità delle mafie è essenzialmente predatoria, puntano a divorare le risorse ed è molto più facile farlo nelle capitali regionali che non a Roma: possono fare pesare il loro controllo del territorio, la loro violenza, i loro voti e i loro soldi. Per questo con il livello di infiltrazione che c'è nelle regioni del meridione, il federalismo potrebbe finire con l'essere un regalo e far diventare Campania, Calabria e Sicilia davvero "cose nostre", un nome che non è stato scelto a caso. Perché oggi la forza delle mafie non è più nella capacità di usare la violenza ma nella disponibilità quasi illimitata di capitali, affidati a facce pulite e capaci di condizionare la politica soprattutto a livello locale".

E questi capitali sembrano muoversi verso Nord. Una rotta indicata da oltre venti anni con gli investimenti in aziende venete, lombarde e piemontesi e la penetrazione nei cantieri di tutte le grandi opere: quelle di ieri e quelle di domani, come svelato nell'inchiesta de "L'espresso" citata durante la trasmissione. Non è un caso se il più importante pentito di 'ndrangheta operava a Milano, alternando attività manageriali a omicidi.

"Quelli che vanno ad incontrare il consigliere leghista non indossano coppola e lupara: sono un imprenditore e un manager pubblico, che al telefono parlano come killer ed evocano "di far saltare con le bombe quelli che non vogliono capire" e si vantano "di essere primitivi, come in Calabria". Ma sono persone che sanno muoversi negli uffici del Pirellone".

Oggi le indagini sulla capacità dei clan di infiltrare le amministrazioni regionali del Sud mostrano situazioni raccapriccianti. Lei ha raccontato come i casalesi avessero interlocutori nella maggioranza di Bassolino. In Calabria è stato assassinato il vicepresidente Francesco Fortugno e come mandante del delitto è stato arrestato un altro consigliere regionale di centrosinistra. In Sicilia il governatore Totò Cuffaro si è dovuto dimettere per i processi di mafia e il suo successore Raffaele Lombardo, leader di un movimento autonomista che ricalca alcune delle istanze di Umberto Bossi, è sotto inchiesta. Questo dimostra che il Sud non è maturo per il federalismo?
"Il federalismo, a partire da quello fiscale, potrebbe anche dimostrarsi un'occasione, un punto di partenza per una rinascita del Sud. Ma a due condizioni, e cito l'analisi del magistrato Raffaele Cantone: creare controlli rigorosi sulle uscite di denaro pubblico e fare una selezione sulla classe dirigente politica e burocratica. Le istituzioni regionali dovrebbero rispondere in prima persona del denaro, che oggi invece alimenta consorterie, sprechi e arricchisce le nuove mafie, che - come evidenziano le indagini condotte in Calabria, in Sicilia ma anche quelle sulle infiltrazioni dei clan a Milano - stanno spostando il cuore del loro business dai cantieri alla sanità. Oggi però il quadro generale è desolante: si amplificano le retate e i sequestri di beni, presentandoli come la panacea contro la criminalità organizzata mentre non c'è nessuna strategia per contrastare il dilagare di questa nuova imprenditoria mafiosa, che investe i suoi capitali soprattutto al Nord. Credo che questa dovrebbe essere la preoccupazione di Maroni, leader di un partito che fa del progetto federalista la sua ragione d'essere: creare un sistema di controlli che prevenga questa minaccia, emersa con chiarezza nelle inchieste dei magistrati e nelle analisi delle forze dell'ordine che rispondono al suo dicastero".

Lei però proprio nella prima puntata di "Vieni via con me" impugnando il tricolore nazionale ha duramente criticato le "balle che racconta la Lega quando chiama il suo centro di ricerche Carlo Cattaneo".
"Quanto è lontano il federalismo di Cattaneo dagli slogan di Pontida? Cattaneo sognava un federalismo solidale, un federalismo che unisse l'Italia: non voleva una secessione che abbandonasse il Sud al suo destino. La sua visione e quella degli altri pensatori federalisti risorgimentali voleva fare delle diversità italiane una ricchezza: renderle cerniera tra Mediterraneo e Mitteleuropa. Come si fa a credere che spaccare il Paese serva a renderlo più forte? Un'ideologia del genere per me è miope e insostenibile, perché farà sì che a decidere il nostro futuro saranno altri. E se la Padania rischia di tornare ad essere la periferia di altre potenze, come lo erano il NordOvest sabaudo nei confronti della Francia e il Lombardo-Veneto dominato dall'Austria, invece il Mezzogiorno potrebbe precipitare nel baratro di un'economia in mano ai capitali di mafie che si trasformerebbero in potere legale. Un incubo, la tomba di un sogno di emancipazione e di giustizia nato centocinquanta anni fa con l'Unità d'Italia".

E a quel punto, per restare nel tema della trasmissione che lei ha creato assieme a Fabio Fazio, l'unica scelta sarebbe andarsene via?
"Io non mi arrendo. Il risultato di pubblico di "Vieni via con me" mi ha stupito e convinto di quanto sia importante continuare su questa strada. La gente vuole sapere, è avida di informazione, domanda verità ma non trova risposte dalla televisione e si abbandona nella sfiducia che è l'elemento di cui si compone la palude in cui il Paese rischia di affondare: fango, solo fango, niente altro che fango".


Napolitano e gli scimpanzé: considerazioni su una morte politica prematuramente annunciata

Il presidente del consiglio si aggiudica un mese di tregua prima di affrontare il voto in Parlamento e in tanti gli si avvicinano vai a capire bene con quali intenzioni. Nel frattempo a sinistra non si contano più le occasioni ormai perdute. Ma altrettanto perduto è il primo inquilino di Palazzo Chigi? Presti attenzione il capo dello Stato.

18-11-2010

di Norberto Lenzi, da domani.arcoiris.tv

In uno dei rari spot pubblicitari divertenti si vedeva un automobilista che arrestava l’auto e scendeva precipitosamente per dirigersi verso uno scimpanzé che giaceva riverso sull’asfalto apparentemente esanime. Ma quando il soccorrevole automobilista era arrivato vicino lo scimpanzé con un balzo repentino correva verso l’auto e si allontanava sgommando, lasciandolo incredulo e sgomento. Lo spot era forse diseducativo perché disincentivava i buoni sentimenti e incoraggiava la egoistica propensione individuale alla omissione di soccorso.

Credo che in questi giorni l’incredibile scenario si stia ripresentando sul piano politico. Un Berlusconi, sul quale incauti analisti stanno componendo compunti epicedi per le sue oggettive difficoltà, ha ottenuto un mese di tregua prima di affrontare in parlamento il voto di fiducia. Alcuni suoi compassionevoli avversari stanno già scendendo dall’auto, con un piede sull’infausto predellino, per verificare da vicino se è morto o moribondo. Spero che qualcuno di loro, per prudenza o reminiscenza, abbia la accortezza di estrarre la chiave dal cruscotto.

Dico questo perché mi pare che la storia della sinistra, come quella dell’umanità, sia una interminabile successione di occasioni perdute. È stato detto che la raffigurazione più precisa dell’animo umano sia il labirinto. Probabilmente il Pd ci si è perso. Sono state troppe le situazioni intricate dalle quali Berlusconi è uscito per sottovalutazione, per ignavia o per corrività dei suoi avversari.

Una volta perché il conflitto di interessi non appassionava gli elettori, un’altra perché non appariva corretto far cadere un governo con una “spallata giudiziaria” (le virgolette sono mie, il copyright è di D’Alema). Senza riflettere su quale grave colpa sia stata da parte della opposizione il non trovare e il non saper comunicare i sostanziosi e decisivi argomenti per accendere un interesse che non pare tanto stravagante se è vero che in tutti gli altri Paesi esiste ed impedisce che sia proponibile ciò che in Italia è stato tollerato.

Chiamare poi spallata giudiziaria il normale esercizio della attività giurisdizionale, solo perché diretta verso un esponente politico, corrisponde a una concezione autoreferenziale della politica che mina consapevolmente alla base la secolare separazione dei poteri e, mentre rifiuta le spallate, consente o tollera i numerosi sgambetti ai giudici perpetrati con la legislazione degli ultimi anni. Oggi, con una opposizione disposta ad approvare la legge di stabilità in pochi giorni, il Governo paradossalmente ha chiesto e ottenuto un mese di tempo prima di affrontare il voto di fiducia (Berlusconi, in uno dei suoi rari slanci di sincerità, dice: è proprio quello che volevo).

La memoria dovrebbe correre a quanto è riuscito a fare Berlusconi nelle campagne elettorali 2006 e 2008 con i mezzi televisivi e con le emerse compravendite di parlamentari. Non so se anche il Capo dello Stato sia convinto, come troppi altri, che ormai Berlusconi sia confinato all’isola d’Elba. Vorrei però che riflettesse sul fatto che dopo l’Elba non sempre e non necessariamente c’è Waterloo. Dipende dalla consistenza degli eserciti.


mercoledì 17 novembre 2010

Giudici da vivi e da morti

da Antimafia Duemila



di Gian Carlo Caselli - 12 novembre 2010

Le parole di Roberto Saviano su Giovanni Falcone, inserite nel discorso di Vieni via con me contro i “fabbricatori di fango”, hanno suscitato polemiche ingiustificate. Falcone e Borsellino - è bene ripeterlo - osannati da morti, sono stati ostacolati e alla fine umiliati, umanamente e professionalmente, da vivi. Ho fatto parte del Csm (1986-90) che ripetutamente dovette occuparsi di loro.

Il primo caso, poco dopo la conclusione del Maxi-processo a Cosa Nostra, riguardò Paolo Borsellino, quand’egli fece domanda di trasferimento dal Tribunale di Palermo (pool dell’ufficio istruzione specializzato in indagini su “Cosa Nostra” ) per essere nominato procuratore capo a Marsala.

La spaccatura all’interno del Csm riguardò i criteri di nomina dei dirigenti degli uffici giudiziari in terre di mafia. Concorrente di Borsellino era un magistrato molto più anziano ma inesperto di criminalità organizzata. All’interno del Consiglio si crearono due fronti, uno a favore dell’anzianità di servizio, allora principale criterio di assegnazione degli incarichi “ordinari”, un altro a favore delle specifiche attitudini antimafia di Paolo Borsellino. Questo secondo orientamento poggiava su una delibera adottata dal Csm il 15 maggio 1986, contenente l’impegno di nominare i dirigenti degli uffici interessati nella lotta alla mafia in modo “mirato”, tenendo conto del criterio della professionalità specifica. Alla fine, la maggioranza del Csm si espresse in favore di Borsellino. Sembrava tutto finito. Invece scese in campo il Corriere della Sera. Il maggiore quotidiano italiano pubblicò un editoriale di Leonardo Sciascia, intitolato “I professionisti dell’Antimafia”. Sciascia è un gigante, in assoluto uno dei miei scrittori preferiti, ma questo articolo fu un errore clamoroso, causa di danni permanenti. Parlare di Borsellino come di un “professionista dell’antimafia” nel senso di un arrivista che sgomita per buttare fuori dalla carreggiata colleghi più meritevoli è cosa assurda, destituita da ogni plausibilità. Tanto più se i meriti del concorrente erano (oltre all’anagrafe) il non aver mai fatto neppure un processo di mafia e ammetterlo “con schiettezza e lealtà” da “magistrato gentiluomo” (così nell’articolo di Sciascia). Anni dopo, proprio parlando con Borsellino, Sciascia riconoscerà di essere stato male informato (e che ci sia stato un “informatore” interessato lo si intuisce dall’incipit dell’articolo, che cita il “Notiziario straordinario n. 17 del 10 settembre 1986 del Csm”, che certo non era in vendita nelle edicole di Regalbuto...). Ma tant’è , l’autorevolezza dell’autore e della testata avevano centrato l’obiettivo e fatto male. Difatti, la polemica sui “professionisti dell’antimafia” non tardò a produrre altri effetti, e a farne le spese fu Giovanni Falcone. Nel 1987 Antonino Caponnetto decise di rientrare a Firenze. Aveva dato molto. Quattro anni di vita “blindata” a Palermo gli erano bastati per mettere a punto il pool (completando il lavoro avviato da Rocco Chinnici) e ottenere lo straordinario risultato del Maxi-processo, la fine del mito dell’impunità di “Cosa Nostra”. Lasciò la Sicilia nell’assoluta convinzione che il suo successore naturale alla guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo sarebbe stato Giovanni Falcone, uomo di punta del pool. Non fu così.

Alla candidatura di Falcone si contrappose (come nel caso Borsellino) quella di un magistrato di ben maggiore anzianità ma digiuno di processi di mafia. L’articolo di Sciascia ebbe un peso fortissimo e venne ampiamente strumentalizzato. Nel Csm, spesso richiamandosi proprio a tale articolo, molti di quelli che avevano votato per Borsellino cambiarono idea, pur in una situazione tutt’affatto identica. Risultato: questa volta la maggioranza si espresse non per il più bravo nell’antimafia, ma per il più anziano, anche se non esperto di mafia. E dire che il concorrente di Falcone aveva ben chiarito al Csm come la pensasse: lui del pool, del “metodo Falcone”, non sapeva che farsene; se fosse stato nominato avrebbe subito cancellato la collaudata squadra di specialisti che ormai da tempo si occupava soltanto di “Cosa Nostra” accumulando esperienze sempre più preziose; i magistrati del suo ufficio avrebbero dovuto occuparsi di tutto un po’.

Detto fatto: il magistrato preferito dal Csm a Falcone una volta nominato frantumò le inchieste su “Cosa Nostra” e le parcellizzò in mille rivoli, senza alcuna comunicazione o circolazione di dati. La specializzazione e la centralizzazione (parametri vincenti nel contrasto del crimine organizzato) furono relegate in soffitta. A un passo dalla vittoria, si rinunziò a combattere e si ricominciò a sparare a salve, mentre sul Palazzo di Giustizia di Palermo presero a volare corvi e corvacci che spandevano veleni di ogni sorta su Giovanni Falcone, calunniato per nefandezze varie (ovviamente inesistenti) fino a costringerlo ad emigrare da Palermo.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Saviano: "La Lega dica perché tace sulla mafia infiltrata al Nord"

Lo scrittore dopo le accuse di Maroni: "Inquietante, mi sfida come Sandokan. Se Berlusconi vuole venire a fare un elenco come gli altri, nessun problema. Il nostro successo? Un miracolo"

di GOFFREDO DE MARCHIS, da Repubblica.it del 17 novembre 2010

ROMA - "Un attacco del tutto immotivato". Roberto Saviano risponde al ministro dell'Interno Maroni che ha definito "infame" la ricostruzione sulle infiltrazioni di mafia in Lombardia, terra della Lega. "Vieni via con me", alla sua seconda puntata, ha registrato un pazzesco record di ascolti. "Un miracolo", dice Saviano e la sua voce si accende. Ma c'è anche la polemica frontale con il Carroccio. Maroni e lo scrittore si stimano. Ora forse meno. Soprattutto per colpa di un passaggio nelle dichiarazioni del titolare del Viminale. Lì dove sfida Saviano a ripetere le accuse di lunedì "guardandolo negli occhi". Dice Saviano: "Una frase che mi ha molto inquietato".

Perché?
"Mi ha ricordato un altro episodio. Su Repubblica scrissi una lettera a Sandokan Schiavone dopo l'arresto del figlio. Lo invitavo a pentirsi. L'avvocato di Schiavone mi rispose: voglio vedere se Saviano ha il coraggio di dire quelle cose guardando Sandokan negli occhi. Per la prima volta, da allora, ho riascoltato questa espressione. E sulla bocca del ministro dell'Interno certe parole sono davvero inquietanti".

Si può accettare lo stesso la sfida di Maroni?
"La mia risposta è: dove e quando vuole. Posso guardare negli occhi tutti".

Quindi gli sarà concesso il diritto di replica?
"Posso dire questo. Non so che trasmissione abbia visto Maroni. Io non ho fatto altro che raccontare l'inchiesta condotta dalla Boccassini e da Pignatone. Se il ministro deve appellarsi a qualcuno, lo faccia all'Antimafia. Ho segnalato che il politico leghista incontrato dal boss Pino Nieri non è stato arrestato. Ho raccontato che la penetrazione della 'ndrangheta a Milano è gigantesca. Ho citato un'intervista di Miglio, il Professùr come lo chiamavano loro, in cui si propone di costituzionalizzare la mafia. Ma ho riconosciuto il contrasto culturale di Maroni e della Lega, in particolare quella degli esordi, verso la criminalità organizzata. Ho dato atto al ministro di un'operatività vera nei confronti della camorra. Dopo di che, dire, a ogni blitz, "stiamo sconfiggendo le mafie" è un'ingenuità, una miopia".

Anche la denuncia della politica contro i rom e contro gli immigrati era un duro attacco alla politica del Viminale.
"Noi sogniamo un'Italia diversa. Ma non facciamo un programma politico, tantomeno una tribuna politica: è narrazione. Non cerco lo scontro ideologico, non sono entrato nel merito della vicenda politica. Certo, ho raccontato una storia dal mio punto di vista. La logica secondo cui si debba, in ogni occasione, dare spazio anche al punto di vista contrario è tutt'altro che democratica. In questo modo si cerca il litigio, non il racconto. Ciascuno ha la possibilità di rispondere nei propri spazi, il pluralismo è determinato dalle diverse voci".

Non diceva che Maroni era uno dei migliori ministri dell'Interno degli ultimi anni?
"L'ho visto al lavoro nel Casertano e mi è piaciuta la sua capacità operativa. Ma la mia analisi rimane la stessa. Continuo a criticare la serie di proclami ripetuti a ogni arresto. E critico il silenzio culturale sull'infiltrazione della mafia in Lombardia. È un problema cruciale che imprenditori e politici lombardi rimuovono perché non vogliono rinunciare ai capitali del narcotraffico investiti nella regione. Il mio compito è rompere questo silenzio".

Maroni invece tace?
"Si potrebbe fare molto di più anziché prendersela sempre con chi racconta. Si dovrebbe guardare i fatti, andare oltre, non limitarsi a tirare un sospiro di sollievo perché il consigliere regionale leghista non è stato arrestato. Chiedersi perché gli 'ndranghetisti cercano di interloquire con la Lega. Dire la verità, ossia che c'è un nord completamente infiltrato. Io voglio parlare anche a quella parte dell'elettorato leghista che si fa condizionare dai dirigenti e sembra vedere tutto il bene al Nord e tutto il male al Sud. Non è così. Far finta che la 'ndrangheta sia sporca quando spara e pulita quando investe è un problema enorme".

Come spiega il clamoroso successo del programma?
"Non sono un televisivo. Non so come questo miracolo avvenga. Fabio Fazio costruisce la grammatica della trasmissione, gran parte del merito è suo. Credo che a premiarci sia il pubblico giovane, la differenza vera la fanno loro"

Fa piacere strappare spettatori al Grande fratello?
"Sono contento che i giovani possano spostarsi su Raitre divertendosi e ascoltando delle storie. È la dimostrazione che si può rendere concreto il sogno di una tv diversa".

Ci saranno politici il prossimo lunedì?
"Credo di no".

Berlusconi lo inviteresti?
"Se vuol venire a fare un elenco come tutti gli altri, nessun problema".

(17 novembre 2010)

Via dal teatrino della televisione

di CURZIO MALTESE, da Repubblica.it del 17 novembre 2010

"Vieni via con me" era la più bella canzone italiana ed è ora il titolo di una trasmissione piena di difetti, come ha notato la critica laureata. Ma chi se ne frega. È un evento storico, segnala la morte del berlusconismo televisivo.
Il prodromo, l'archetipo, l'ideologia, il fondamento degli ultimi vent'anni di politica. Un programma che batte il Grande Fratello non soltanto con uno strepitoso Benigni, che sarebbe comprensibile, ma con don Gallo e le storie dei rom o della 'ndrangheta dell'hinterland milanese, non è un fenomeno di costume, ma la spia di una svolta della società italiana.

Il teatrino della televisione è l'antefatto del teatrino della politica, bersaglio preferito di Berlusconi. Nel bene o nel male, nel teatrino della politica stanno accadendo cose importanti e nuove, come la crisi finale del berlusconismo. Nel teatrino televisivo è invece tutto immobile da vent'anni, almeno all'apparenza. Il berlusconismo impera, dal Tg1 ai quiz, all'ultimo programma per casalinghe del mattino o del pomeriggio. Tutti i talk show, anche quelli alternativi e "contro", sono monopolizzati da una compagnia di giro formata al massimo da venti persone che campano negli studi congiunti Rai-Mediaset e trasmigrano da un canale all'altro, da Vespa a Santoro a Ballarò, formando un'unica marmellata. Dal punto di vista stilistico, non dei contenuti per carità, questo rende Annozero altrettanto bolsa di Porta a Porta. L'operaio in sciopero, la cittadinanza in rivolta, il disoccupato napoletano sono soltanto la scenografia esterna, le comparse di contorno dell'interminabile, incomprensibile e in definitivo inutile pollaio da studio.

Il primo merito di "Vieni via con me" è di rompere questa rappresentazione. Non c'è teatrino. Si possono vedere e ascoltare davvero personaggi e temi espulsi da anni dalla televisione. Ligabue e i rom, Benigni e la laicità dello Stato, don Gallo e la prostituzione da strada, Paolo Rossi e l'immigrazione. Non a caso, i meno efficaci l'altra sera erano i temutissimi Fini e Bersani. La solita guerra censoria del berlusconismo è stavolta particolarmente grottesca e inefficace perché è chiaro a tutti, anche agli elettori del centrodestra, che "Vieni via con me" a differenza di altri programmi "proibiti" non conduce battaglie politiche, ma sociali. Ed è un'altra ragione per cui rappresenta un'oasi dal teatrino politico-televisivo.

Non saprei neppure dire se è televisione nuova o vecchissima, post berlusconiana o magari pre berlusconiana, con sapori di Rai d'una volta, Barbato e Biagi, TvSette e "Non è mai troppo tardi". È piena di difetti, si diceva. Lenta, a tratti pedante, ossessionata dagli elenchi, politicamente troppo corretta. Roberto Saviano spiega la 'ndrangheta in Lombardia come il maestro Manzi spiegava la grammatica, in maniera quasi ingenua, che può far ridere i giornalisti che si occupano di questi argomenti da decenni. Ma siccome Saviano porta queste conoscenze da specialisti a nove milioni d'italiani, come con Gomorra a decine di milioni di lettori, siamo noi a far ridere. L'unica cosa che si può fare con Saviano è di ringraziarlo, volergli bene e proteggerlo con la popolarità dalla ferocia dei suoi nemici. Quelli con i kalashnikov e gli altri in doppiopetto.

Roberto Maroni è un buon ministro degli interni, seriamente impegnato nella lotta alle mafie. Ma quando per amore di bandiera nega il dato storico dello sviluppo della 'ndrangheta anche nella Lombardia leghista e rifiuta anche soltanto di discuterne, non diciamo d'indagare, si comporta da politicante da quattro soldi.
Il successo di "Vieni via con me" va comunque oltre queste polemiche e i tentativi di censura. È l'epifania di un cambiamento negli umori del Paese. Con una tv di servizio pubblico da anni Settanta, il programma d'arte varia di Fazio e Saviano ha intercettato paradossalmente un bisogno di nuovi codici e linguaggi; ha ricondotto alla platea Rai un pubblico giovane e colto che da tempo aveva abbandonato disgustato le reti pubbliche per fuggire ovunque, da Mentana a Sky. È stata una piccola, imprevedibile rivoluzione televisiva. Dopo tanti anni, certo. Ma non è mai troppo tardi.

(17 novembre 2010)

Nessuno deve sapere

di Gianni Barbacetto, da Il Fatto Quotidiano del 17 novembre 2010


“La giustizia vuole più dolore che collera”, scriveva Hannah Arendt. Ma resta solo la collera, di fronte a una giustizia che non riesce a fare giustizia e a dare un senso al dolore. Dopo 40 anni dalla madre di tutte le stragi italiane, quella di Piazza Fontana, dopo 20 anni dalla caduta del Muro di cui le stragi sono figlie, ora cade anche l’ultima speranza di ottenere una verità giudiziaria su quella storia nera: assolti tutti gli imputati del terzo processo per la bomba in Piazza della Loggia a Brescia. Insufficienza di prove, dice la sentenza. Come dicevano i verdetti che mandavano assolti, un tempo non troppo lontano, i mafiosi. La Corte d’assise ha dunque creduto a ciò che un imputato, Maurizio Tramonte, ha detto in aula, smentendo se stesso e ritrattando le proprie confessioni, rese durante l’istruttoria del giudice Gianpaolo Zorzi. Tramonte
era la “fonte Tritone” dei servizi segreti, che aveva già nel 1974 raccontato al Sid ciò che sapeva della strage. Il servizio si guardò bene dal passare quelle notizie ai magistrati e coprì i responsabili. Poi, negli anni Novanta, “Tritone” era stato scovato da quel cacciatore di stragisti che è il giudice Guido Salvini e aveva riempito centinaia di pagine di verbali in cui raccontava le responsabilità del gruppo neofascista Ordine nuovo. In aula, però, Tramonte è tornato “Tritone”. Vedremo ora se le motivazioni della sentenza, che dichiara l’impossibilità di stabilire con certezza le responsabilità penali individuali, ci permetteranno almeno di poter affermare una verità storica. Come le motivazioni per Piazza Fontana (1969) e per la strage alla Questura di Milano (1973), che sostengono comunque che per quelle “operazioni” è certa la paternità di Ordine nuovo e sicura la presenza di apparati dello Stato che depistarono le indagini e sottrassero prove e testimoni. Certo non è consolante vedere come negli ultimi anni sia stata di molto ampliata l’area coperta dal segreto di Stato e l’impunibilità per i servizi segreti. Sembra proprio che l’Italia non voglia imparare nulla dalla propria storia.


Lo scioglimento ad personam

di Stefano Rodotà, la Repubblica - 15 novembre 2010 (tratto da liberacittadinanza)

Berlusconi ci ha abituato ad ogni genere di forzatura

L´uomo che aveva sempre accusato gli avversari di indietreggiare di fronte alla prova democratica delle elezioni, l´uomo che aveva sempre dileggiato il Parlamento per la tortuosità dei suoi percorsi, improvvisamente cerca di costruirsi una strada.
Una via che lo ponga al riparo dalle incognite di un voto, mettendo così a nudo il suo vero modo d´intendere democrazia e sovranità popolare. Ma ogni sorpresa è fuori luogo. Berlusconi dovrebbe averci abituati ad ogni genere di forzatura. Messo ormai alle corde dalla scomparsa della sua maggioranza politica, dall´incapacità di governare, dal discredito personale, intravvede uno spiraglio nella possibilità di andare alle elezioni rinnovando solo la Camera dei deputati. Una strategia per la sopravvivenza personale, che rischia di aggravare ancora di più la crisi che stiamo attraversando. Una conferma dell´irresistibile sua propensione ad un uso congiunturale delle istituzioni, piegate al soddisfacimento dei suoi immediati interessi.
Analizziamo fatti e regole. Nell´articolo 88 della Costituzione è scritto che «il presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camera o anche una sola di esse». Non vi sono precedenti significativi in materia. Anzi, gli scioglimenti anticipati del solo Senato ebbero la semplice funzione «tecnica» di far coincidere la durata delle due Camere, tanto che alcuni conclusero che, parificata la durata nel 1963, veniva meno la ragione che aveva indotto i costituenti a prevedere lo scioglimento di uno soltanto dei rami del Parlamento. Ma, essendo comunque evidente che nel nostro sistema la decisione sullo scioglimento non può in nessun caso essere ricondotta alla volontà del presidente del Consiglio, bisogna chiedersi quali finalità ed effetti avrebbe oggi lo scioglimento della sola Camera.
Berlusconi vuole far sopravvivere il governo anche dopo la fine della sua maggioranza politica e non vuol correre il rischio di trovarsi, all´indomani di eventuali elezioni anticipate, vincitore alla Camera e minoritario in Senato. Questa è una possibilità concreta, come hanno ripetutamente messo in evidenza gli studiosi della materia elettorale, ed è una conseguenza diretta della legge elettorale da lui voluta nel 2006 proprio per azzoppare al Senato Prodi, del quale si dava per certa la vittoria. Si confezionò così il «porcellum» calderoniano, una vera trappola, nella quale ora può cadere lo stesso Berlusconi. Se, infatti, dopo le elezioni anticipate, la sua coalizione non avesse la maggioranza al Senato, il presidente della Repubblica, non potendo certo procedere ad un altro immediato scioglimento, dovrebbe affidare l´incarico di trovare una maggioranza e di formare il governo ad una personalità diversa da Berlusconi. Esattamente ciò che il presidente del Consiglio non vuole. Pretende, allora, di blindare il Senato, congelarlo nella composizione attuale e votare solo per la Camera, sperando di avere anche qui una maggioranza sicura. E se avvenisse il contrario? Questa inedita modalità di voto renderebbe più acuta la crisi. L´inammissibilità della scioglimento della sola Camera discende proprio dal fatto che esso non garantisce il superamento delle difficoltà attuali, anzi può accrescerle, e comunque si configura come uno strumento per sfuggire alle conseguenze della legge elettorale in vigore e per sanzionare i comportamenti politici dei finiani. Finalità costituzionalmente inammissibile.
Inoltre, per arrivare al risultato desiderato, Berlusconi ha bisogno di un´altra forzatura: la discussione sulla fiducia prima al Senato e solo dopo alla Camera. Se, infatti, si votasse prima alla Camera, con un prevedibile voto di sfiducia, Berlusconi dovrebbe subito dimettersi senza avere la possibilità di giocare la carta, sia pure impropria, di una maggioranza al Senato a lui favorevole, derubricando il successivo voto della Camera come semplice «incidente di percorso»: conclusione politicamente e istituzionalmente inammissibile.
Lo scioglimento della sola Camera, dunque, accrescerebbe pericolosamente la deriva personalistica del sistema istituzionale, ne aumenterebbe l´instabilità, e soprattutto confermerebbe nell´opinione pubblica la distruttiva versione di istituzioni che hanno la sola funzione di cucire un vestito sulla misura dei potenti. In tutto questo vi è un elemento di violenza che va denunciato e impedito. Con le sue ripetute dichiarazioni, Berlusconi usurpa le funzioni del presidente della Repubblica. Lo minaccia, anzi, qualora si discosti dalla linea da lui enunciata, parlando di “guerra civile” (dichiarazione ai limiti del codice penale) e pretendendo di dettare tempi e modi di gestione della crisi.
È una grande fortuna per questo sfortunato paese che la difesa della Costituzione sia oggi affidata ad una persona come Giorgio Napolitano. Ma questa fiduciosa consapevolezza deve essere accompagnata da altrettanta consapevolezza di tutte le forze politiche di opposizione della forza distruttiva dell´attuale legge elettorale, ben al di là dell´espropriazione dei cittadini della possibilità di scegliere i loro rappresentanti. Qui deve soccorrere la politica. O eliminando prima del voto il «porcellum». O realizzando un sistema di alleanze che risponda all´emergenza democratica che stiamo vivendo, con una intesa comune che ci liberi non da un uomo, ma da un modo d´intendere e esercitare il potere che sembra non esitare di fronte al rischio di trascinare tutti nella sua caduta.