Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe

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Sogno di un paese dove parole come cultura, leggi, rispetto, uguaglianza, civiltà, umanità e pietà non siano soltanto delle belle ma purtroppo inutili parole ma rappresentino invece le basi di un popolo che ha fatto di quel sogno, di quello stupendo sogno che si chiama Costituzione Italiana, le sue fondamenta.

"C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". Paolo Borsellino da "Lezione sulla mafia" del 1989

"Il nostro è un Paese senza memoria e senza verità"
Pier Paolo Pasolini

venerdì 30 ottobre 2009

Il bancario ticinese: “Se parlo Berlusconi cade in 24 ore”

Lugano, 30 0tt0bre 2009 (Fonte: Berlusconi chi è?)

L’intervista (anonima) rilasciata al quotidiano in lingua tedesca Blick. “Non c’è esponente del governo che non abbia un conto in Svizzera”



Un’intervista anonima, che ha però fatto il giro del mondo e di molti utenti di facebook. E’ uscita oggi, 29 ottobre, sul quotidiano in lingua tedesca Blick: a parlare un bancario di un gruppo ticinese che non usa mezzi termini: “Se parlassi – dice il bancario – il governo italiano cadrebbe in un giorno”. Motivo? “Non c'è nessun esponente del Governo, nessuno del mondo dell'economia italiana che non abbia un conto in Svizzera".
Certo, le parole sono pesanti e vengono raccolte dal quotidiano svizzero nel mezzo della bufera sulle inchieste della finanza italiana nella banche elvetiche e le minacce della lega ticinese sui frontalieri. L’intervista ha un sapore politico, quasi di avvertimento. Il bancario incalza infatti su Berlusconi: “Grazie al silenzio degli avvocati e delle banche ticinesi – dice l’articolo del Blick - non è ancora chiaro da dove sono arrivati i milioni che gli hanno permesso il sorgere del suo impero costruito attorno alla Fininvest".

articolo di:

L'Angelino custode - di Lirio Abbate

di Lirio Abbate, da l'Espresso (fonte:Berlusconi chi è?)




I rapporti con il figlio di Ciancimino, le accuse per i disegni che ostacolano la lotta alla mafia, la sua rete siciliana. Ecco chi è il ministro Alfano, fedelissimo di Berlusconi, che deve sistemare la questione giustizia

Quando il Cavaliere sentì pronunciare per la prima volta il nome di Angelino Alfano disse: "E chi è?". Era il 1999. Silvio Berlusconi all'epoca non conosceva ancora le doti dell'enfant prodige della politica siciliana. E nove anni fa, presentandosi a Villa San Martino, insieme al suo "padrino" Gianfranco Miccichè per spiegare che in Regione volevano fare il ribaltone, portando Totò Cuffaro nel centrodestra, Berlusconi incontrò i due siciliani tra la sala da pranzo e il giardino. L'anno dopo, però, la scrivania di Alfano era nell'ufficio accanto a quello del leader a Palazzo Grazioli. La stessa stanza in cui aveva lavorato a lungo Gianni Letta. Angelino era diventato deputato, ma anche il capo della segreteria politica di Berlusconi. Un fedelissimo. E per questo è un uomo di governo che non può riservare sorprese al suo premier. L'uomo giusto - per Berlusconi - alla guida del ministero della Giustizia. Il Cavaliere sembra aver un debole per i siciliani. In uno degli incontri ad Arcore gli chiese, sorpreso: "Ma davvero lei è siciliano? La sento parlare in italiano...".

Di Angelino dicono tante cose. Ma la democristianissima abilità nel tessere e tranciare alleanze negli ultimi due anni ha spezzato il cuore a Miccichè e a Stefania Prestigiacomo, per via del fatto che ormai il Guardasigilli è il vero padrone del Pdl in Sicilia.

Strettissimo è invece il legame con Schifani, tanto che in via del Plebiscito li chiamano "Angelino e Renatino". Alla vigilia dell'ultima campagna elettorale per la presidenza della Regione, Raffaele Lombardo viene preferito ad Alfano. Lui storce il naso e commissiona un sondaggio nel quale il 70 per cento dei siciliani ha un sogno solo, andare a cena con Angelino Alfano. E di pranzi e cene il futuro ministro ne ha fatte diversi con Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo. I contatti tra l'enfant prodige e il "dichiarante" chiave nelle indagini sulle trattative tra Stato e mafia sono agli atti delle inchieste in cui Ciancimino è imputato. Contatti mediati dal palermitano Vincenzo Lo Curto, ex amministratore delegato di Biosphera spa - uno dei carrozzoni che gravano sui bilanci della Regione Sicilia - amico del parlamentare Dore Misuraca (Pdl). E attraverso Lo Curto e Misuraca, Alfano ha viaggiato pure sull'elicottero dell'Air Panarea, riconducibile per i pm sempre a Ciancimino. Secondo il figlio dell'ex sindaco, Alfano si sarebbe imbarcato sull'elicottero in due occasioni con la moglie, l'avvocato Tiziana Miceli, per raggiungere Panarea fra giugno e luglio 2004, insieme a Dore Misuraca e alla moglie. Viaggi che sarebbero stati pagati, secondo gli atti acquisiti dalla procura, da una società del figlio dell'ex sindaco mafioso. Dettaglio di cui però Alfano potrebbe non essere stato a conoscenza.

Ma Angelino, 39 anni, avrebbe cominciato a prendere il volo molto prima, decollando dall'agrigentino. Brucia le tappe in politica: eletto a 25 anni all'Assemblea regionale, poi parlamentare a Roma, nel 2005 diventa coordinatore di Forza Italia in Sicilia. Nell'estate di quell'anno, davanti al Consiglio nazionale del partito, Berlusconi presenta il suo trapianto di capelli come una nuova manifestazione della sua energia indomabile, la prova regina delle sue capacità quasi soprannaturali: "Ho vinto il cancro, ho vinto la calvizie. Questo vuol dire che chi crede ci riesce ". Alfano lo ascolta strabuzzando gli occhi. Sempre con ammirazione. Pensa alla sua pelata. Ai capelli folti che aveva al liceo. Pensa a quanto il premier tenga all'immagine dei suoi uomini. Così arriva l'idea di far anche lui un trapianto. E il consiglio su uno specialista al quale rivolgersi lo chiede direttamente a Massimo Ciancimino. Lui aveva sperimentato il trapianto qualche anno prima, e lo aveva confessato al deputato azzurro durante uno dei loro incontri. Così tre anni fa il futuro ministro della Giustizia viene indirizzato nello studio medico di un professore sulla Salaria a Roma. E il trapianto, senza bandana, viene eseguito.

Il 2005 è l'anno dell'exploit. La prima uscita tv da coordinatore regionale di Forza Italia la fa su Raidue. È una puntata su Cosa nostra che va in onda dal quartiere Brancaccio di Palermo. Alfano scandisce con nitidezza: "La mafia mi fa schifo". E aggiunge: "Io appartengo a una generazione di ragazzi che andava alle elementari quando hanno ucciso Mattarella, alle medie quando hanno ammazzato Dalla Chiesa, all'Università quando sono saltati in aria Falcone e Borsellino. Noi abbiamo il marchio a fuoco dell'antimafia". La trasmissione viene seguita in carcere anche da alcuni boss agrigentini. Lo racconta il "pentito" Ignazio Gagliardo: "Abbiamo visto Angelino Alfano parlare in televisione e dire che la mafia fa schifo". Poi aggiunge che il padre del ministro - un insegnante conosciuto ad Agrigento come notabile della locale corrente fanfaniana - "aveva chiesto ai boss voti per Angelino".

Di giustizia in senso stretto si è occupato ben poco Alfano prima di arrivare in via Arenula. Laureatosi in legge alla Cattolica a Milano, non ha mai preso l'abilitazione per fare l'avvocato, e dunque non ha mai affrontato la trincea forense. La politica ha preso subito il sopravvento. Seppure abbia alle spalle un dottorato in diritto dell'impresa e abbia collaborato con la cattedra palermitana di Istituzioni di Diritto Privato, non ha mai indossato la toga. Sua moglie, Tiziana Miceli, 37 anni, è invece un avvocato molto richiesto nel civile. Ed è anche una professionista che riceve consulenze esterne da parte di pubbliche amministrazioni gestite prima da Forza Italia, ora dal Pdl. Le nomine sembrano coincidere con l'ascesa politica di suo marito. Stessa cosa vale per il collega con il quale l'avvocato Miceli divide lo studio a Palermo. È Cirino Gallo, 42 anni, sindaco nel messinese. Ha ricevuto consulenze dal Comune di Agrigento nel settembre 2004, nello stesso periodo in cui Alfano era assessore. Una vicenda per cui il legale è stato indagato e poi prosciolto dal gip.

Coincidenza vuole che nel 2004 il suocero dell'onorevole Misuraca - il suo compagno di vacanze alle Eolie - il professore Ettore Cittadini allora assessore regionale alla Sanità, avesse nominato Tiziana Miceli fra i tre componenti del Consiglio di amministrazione della Fondazione Michele Gerbasi. Doveva gestire il centro di eccellenza materno-infantile previsto a Palermo, per un costo di circa 58 milioni di euro. Quando entra a far parte del governo, però, Alfano non si spende per il suo amico Misuraca, che punta a diventare coordinatore regionale. E qui si spezza una lunga conoscenza: Misuraca, con la sua grande dote di voti lo molla, e sceglie il braccio di Miccichè, che adesso è un nemico del ministro.

Lontano da Palermo, gli avversari diminuiscono. E ci sono altre questioni da tenere a bada. Il primo giorno nel palazzone di via Arenula Alfano sostiene che gli sono venuti i brividi quando è passato accanto alla targa che ricorda Giovanni Falcone. Ad ogni buon siciliano viene la pelle d'oca quando pensa alle vittime delle stragi del 1992. Ma la sua linea antimafia, professata in ogni occasione pubblica, fin da quando era al liceo, sembra in rotta di collisione con alcuni provvedimenti o disegni di legge.

Lo dicono gli stessi magistrati che conducono inchieste sulla criminalità organizzata e i politici collusi. Lo sostiene il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia: "La legge sulle intercettazioni (il ddl Alfano, ndr) che si sta tentando di far approvare al Parlamento è frutto della ricerca di impunità a tutti i costi di una classe politica incline a delinquere. E che ha paura della condanna morale dei cittadini. Per questo si vuole imbavagliare la stampa".

Alfano ha dedicato la sua nomina a Guardasigilli al giudice agrigentino Rosario Livatino, ucciso dalla mafia all'età in cui Angelino è diventato ministro. È biasimato dai magistrati non per i suoi discorsi, ma per i fatti. Nei suoi interventi ricorda spesso che la sua generazione "ha una sorta di vaccino culturale antimafia". I pubblici ministeri invece lo criticano. E il suo disegno di legge è stato attaccato nelle sedi istituzionali: lo ha fatto Piero Grasso davanti alla Commissione parlamentare antimafia. Il procuratore nazionale a febbraio ha dichiarato: "Lo avremmo preso Provenzano, lo storico capo latitante di Cosa nostra, se avessimo avuto in vigore norme come quelle previste dall'attuale ddl sulle intercettazioni che appesantiscono moltissimo il ricorso alle riprese video, a quei filmati che ci hanno consentito, con telecamere piazzate in tutta Corleone, di arrivare al rifugio del boss?".

È una delle contestazioni più decise al disegno di legge: la volontà di rivoluzionare le regole sulle intercettazioni ambientali e sulle telecamere nascoste, strumenti fondamentali contro Cosa nostra. Il ministro replica e sostiene che occorre "evitare alcuni abusi soprattutto in materia di privacy che è un diritto costituzionale". Ma più che alla privacy dei comuni cittadini, sono molti tra gli operatori della giustizia a ritenere che la nuova raffica di riforme nate nel dicastero di Alfano possa servire a tutelarne solo alcuni.

Negli anni caldi dello scontro politicamagistratura, non sono mancate sue dichiarazioni di solidarietà a Marcello Dell'Utri, dopo la condanna in primo grado a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Il futuro Guardasigilli sosteneva allora che "si sono costruiti teoremi per condannare Dell'Utri, ma il risultato è che oggi abbiamo un'altra prova che la giustizia è malata". Nel Transatlantico in tanti sostengono però che il vero ministro è l'avvocato-deputato Niccolò Ghedini, il difensore del premier. Mentre negli uffici del dicastero di via Arenula la persona che temono di più è Augusta Iannini, il capo dell'ufficio legislativo, moglie di Bruno Vespa. Ghedini e Iannini è la coppia da cui passano i provvedimenti più importanti che devono essere varati dal ministero. Martedì scorso poi anche il suo amico Schifani si è rimesso a dettare l'agenda per il Guardasigilli: "La nuova legge sulle intercettazioni, il nuovo codice penale, le nuove regole di speditezza nella celebrazione dei processi civili, la riforma dell'ordine forense per creare avvocati che possano contribuire al funzionamento della giustizia sono le vere priorità". E Alfano? Berlusconi dieci anni fa avrebbe detto: "E chi è?".

(28 ottobre 2009)


mercoledì 28 ottobre 2009

Berlusconi a Ballarò attacca i giudici, Floris e la Rai: «Festival delle falsità»

Il premier accusa: qui si fanno processi pubblici. L'anomalia italiana sono i giudici comunisti. Scontro con Rosy Bindi

ROMA (27 ottobre) - Telefonata a sorpresa di Silvio Berlusconi durante la trasmissione Ballarò. «Ho assistito al festival delle falsità della sinistra, adesso voglio rispondere», ha detto il premier chiedendo la parola a Giovanni Floris.

Il premier ribadisce di aver avvertito Piero Marrazzo del video relativo all'incontro con il trans, cosa, spiega che la Sinistra non avrebbe fatto. «Ho informato il governatore delle riprese che lo riguardavano - ha detto - ma non gli ho dato nessun consiglio e l'ho lasciato libero di scegliere se chiamare i numeri telefonici che gli ho fornito o di fare una denuncia». Il premier ha sottolineato di aver saputo da sua figlia dei filmati che riguardavano Marrazzo «quando la Mondadori aveva già rifiutato di comprarli perchè la Mondadori non è né Repubblica né l'Espresso".

Berlusconi attacca con toni vivaci la tv pubblica quando Floris tenta di arginarne l'impeto. «Lei fa dei processi pubblici nei miei confronti e senza contraddittorio nella tv pagata da tutti i cittadini, la tv pubblica italiana ha una prevalenza assoluta di giornalisti di sinistra e di programmi di sinistra. Non credo che questo sia ammissibile in una emittente pubblica». Floris ha ricordato al premier che in studio c'erano ministri del suo governo, ossia Ignazio La Russa e Angelino Alfano. «Mi lasci parlare, le ho detto - ha proseguito il premier - La tv pubblica non è sua né mia, ma degli italiani che la pagano con il canone...». «Proprio perché pagata dagli italiani - replica il giornalista sorridendo - questa trasmissione è libera: fa parlare il presidente del Consiglio e gli rivolge delle domande». «Mi faccia finire poi sono a disposizione per le domande...», replica ancora Berlusconi. Il battibecco va avanti per un po', con qualche protesta dalla parte di centrosinistra del pubblico. E anche della Bindi. «Basta, basta, basta...», esclama la vicepresidente della Camera, protagonista di un duro scontro qualche settimana fa con Berlusconi a Porta a Porta, alle insistenze del Cavaliere.

Nuovo attacco alla magistratura. «La vera anomalia italiana non è Silvio Berlusconi ma sono i pm comunisti e i giudici comunisti che da quando Berlusconi è entrato in politica hanno deciso di aggredirlo con innumerevoli iniziative» afferma il premier. «Ma davvero Silvio Berlusconi - ha proseguito Berlusconi dalla sua casa di Arcore - era l'imprenditore più criminale della storia del mondo?».

Rosy Bindi, ospite della trasmissione insieme a Pier Ferdinando Casini, ha avuto con il presidente del Consiglio un lungo battibecco aperto quando Berlusconi ha iniziato a parlare di sondaggi, del gradimento suo e del governo. Secondo il premier il governo è al 54% dei consensi; il premier ne ottiene il 68%; il Pd è solo al 25%.

L'«equivoco» con Tremonti. «Non abbiamo mai sottovalutato la portata della crisi, la politica del rigore è stata non solo quella di Tremonti, ma di tutto il governo, è stato chiarito un equivoco» ha detto Berlusconi. Secondo il premier bisogna però dire «sì alla politica del rigore coniugata con la politica dello sviluppo». Berlusconi ha poi detto di essere «a casa ammalato per lavorare nonostante l'ora tarda». Ha difeso lo scudo fiscale, sottolineando che «vengono ricavati importanti capitali per l'economia del paese».

Berlusconi conferma l'obiettivo di tagliare l'Irap e istituire il quoziente familiare, ma il momento arriverà quando i conti lo consentiranno. «Dipende dalla crisi», spiega il Cavaliere. E quando finirà? chiede Floris. «Nessuno lo sa al mondo», replica Berlusconi. «Il governo ha un programma, che conferma, che prevede la riduzione dell'Irap e il quoziente familiare - dice Berlusconi - Nell'ambito di una politica di rigore, ci vogliono anche le misure per lo sviluppo, le imprese e le famiglie. Entro i tempi che saranno possibili in base alla situazione del conti dello Stato, intendiamo mantenere le promesse del nostro programma che consideriamo impegni sacri con gli elettori». Insomma, ripete Berlusconi, «stiamo studiando il modo per coniugare rigore e aiuto alle famiglie e alle imprese».

«A proposito, come va la scarlattina?» chiede Floris salutando il premier dopo circa mezz'ora, con uno sforamento intorno ai 20 minuti. «Se viene a casa mia sono felice di attaccargliela...» risponde il premier. «Non posso, ho due bambini piccoli», replica il giornalista prima della dissolvenza.

Fonte: Il Messaggero

Rosy Bindi a Ballarò: “Berlusconi si faccia processare”

da Berlusconi chi è?



«Nessun politico al mondo ha la possibilità di intervenire quando e come vuole in una trasmissione pubblica per fare affermazioni che non sono convincenti».Con queste parole Rosy Bindi è tornata ad ingaggiare un duello in diretta tv con il presidente del Consiglio, grazie alla telefonata a sorpresa di Silvio Berlusconi a Ballarò.

Il conduttore di Ballarò, Giovanni Floris, ha difeso il diritto del premier a intervenire e se ne è assunto la responsabilità, visto che la tv pubblica è «libera», ha rivendicato, perchè pagata da tutti i cittadini.

Ma la esponente del Pd ha continuato ad incalzare il presidente del Consiglio in un concitato confronto, intorno ai temi della giustizia nel giorno della sentenza d’appello sul caso Mills: «Lei ha un solo modo per dimostrare la legalità che continua ad affermare: sottoporsi come qualunque cittadino al giudizio della magistratura».

Interrotta dalle proteste di Berlusconi, Bindi ha aggiunto che «nessuno contesta il consenso che il premier ha avuto dagli italiani, nè il fatto che questi abbia legittimamente governato. Ma noi e l’intero paese contestiamo il modo con il quale Berlusconi ha governato. Il consenso popolare da lui ottenuto non lo solleva – ha concluso Bindi – dal dover sottoporsi al rispetto della legge, della Costituzione e del giudizio della magistratura».

(28 ottobre 2009 blitzquotidiano.it)

Sanzionati i magistrati che tolsero l’inchiesta a Luigi de Magistris

Articoli | Redazione Il Fatto Quotidiano

27 ottobre 2009
di Antonio Massari

Non potrà dirigere alcun ufficio giudiziario per un anno. È la sanzione decisa dal Csm per l’ex procuratore generale di Catanzaro Enzo Iannelli. La sezione disciplinare chiude così il cerchio sulle vicissitudini del dicembre 2008 quando la procura di Salerno sequestrò alcuni fascicoli (dell’indagine Why Not) ai magistrati di Catanzaro. E l’ennesimo episodio del “caso de Magistris” sfociò in giorni di grande tensione. Riepiloghiamo: due pm salernitani – Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani, coordinati dal procuratore capo Luigi Apicella – indagavano su alcuni magistrati di Catanzaro per gravi reati, tra i quali la corruzione in atti giudiziari. Secondo l’accusa, il pool di magistrati calabresi, che aveva ereditato le inchieste Why Not e Poseidone, “sottratte” all’ex pm Luigi de Magistris, non aveva indagato a dovere. Un’accusa grave che, secondo i pm di Salerno, poteva essere verificata soltanto visionando tutte le carte lasciate in eredità, da de Magistris e dai suoi consulenti, al pool che era subentrato all’indagine. Più volte, nell’arco di dieci mesi, i pm di Salerno avevano chiesto i fascicoli di “Why Not”, senza risultato.

Decisero così di sequestrarli. Il procuratore generale Enzo Iannelli reagì drasticamente: “contro-sequestro” degli atti e iscrizione, nel registro degli indagati, dei pm che stavano indagando su di lui. E proprio su questo macroscopico corto circuito - il magistrato indagato, che iscrive, nel registro degli indagati, i magistrati che lo indagano - è intervenuto il Csm. La punizione per Iannelli è esemplare: “incapacità” di dirigere per un anno qualsiasi ufficio giudiziario. Alla sanzione va aggiunto il trasferimento di sede e di funzione. Trasferimento per il sostituto Alfredo Garbati, che perde anche sei mesi d’anzianità. Per il pm Salvatore Curcio, invece, sanzione della censura. Non luogo a procedere, infine, per Domenico De Lorenzo: s’è dimesso dalla magistratura. Lunedì scorso il Csm ha punito anche i pm di Salerno Nuzzi e Verasani (trasferimento di sede e funzione e perdita d’anzianità). Il procuratore Luigi Apicella, al quale avevano tolto persino lo stipendio, s’era già dimesso. Partita chiusa, quindi. Il Csm, quanto a sanzioni, mette tutti sullo stesso piano. Eppure, i pm di Salerno, erano legittimati ad agire: indagavano sui colleghi di Catanzaro. E per gravi reati.

da Il Fatto Quotidiano n°30 del 27 ottobre 2009

martedì 27 ottobre 2009

Intervista illuminante: ecco come si combattono, ma per davvero, le mafie. Nicola Gratteri a "che tempo che fa" del 25/10/2009

"...io sono in magistratura da quasi venticinque anni e mi sono fatto quest'idea che chiunque è al potere, sia esso di destra o di sinistra, non vuole un sistema giudiziario forte e una scuola che funzioni. Perché un sistema giudiziario forte vuol dire poter poi controllare il manovratore, una scuola efficiente vuol dire avere della gente colta, dei ragazzi colti, gente dotta e quindi gente pensante che non può accettare o assuefarsi a certi modi di vivere o a certe situazioni o condizioni". (Nicola Gratteri, parte III del video)

Parte I^



Parte II^


Parte III^

sabato 24 ottobre 2009

Speranze di un cattivo magistrato



A pochi giorni dalla sentenza della Sezione Disciplinare del CSM che ha sanzionato me e il collega dott. Verasani con la perdita di anzianità (sei mesi per me e quattro per lui), oltre al trasferimento di sede e funzioni già disposto in via cautelare, vi partecipo di alcune mie riflessioni su questa amara vicenda, che troverete anche pubblicate sul quotidiano IL FATTO di oggi 25 ottobre 2009. Vi ringrazio sempre per il sostegno che mi avete donato in questi mesi. Sotto il testo


La scena finalmente si chiude, cala il sipario nero.
Regista ed attori tirano un respiro di sollievo: ancora un’ottima interpretazione, il pubblico può ritenersi soddisfatto. Giustizia è fatta.
Ma la platea è muta, nessuno plaude.
L’epilogo è paradossale, grottesco.
Due magistrati della Procura della Repubblica di Salerno sono stati severamente puniti dalla Sezione Disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura. Esautorati delle loro funzioni inquirenti, allontanati dalla sede in cui le esercitano. Cassato un pezzo di vita professionale. Ore, giorni, mesi dedicati, in silenzio, con scrupolo, a studiare carte, leggi, sentenze; a scrivere, indagare, nel tentativo di amministrare giustizia. Una Giustizia eguale per tutti.
Tempo sprecato.
I giudici disciplinari, che non avevano mai fatto mistero del proprio convincimento e chiaramente interessati al celere seppellimento della vicenda, possono finalmente veder consacrato il proprio verdetto.

Dunque, ora, non mi resta che prenderne atto: sono ufficialmente inserita nella lista nera dei cattivi magistrati.
Perché, nel legittimo esercizio delle mie funzioni istituzionali, ho osato indagare su altri magistrati -quelli del distretto di Catanzaro- per gravi delitti di corruzione in atti giudiziari, abuso d’ufficio, falso ideologico, omissione in atti d’ufficio, favoreggiamento, calunnia, diffamazione e quant’altro, connessi all’illegale sottrazione al Pubblico Ministero titolare, dott. de Magistris, delle inchieste POSEIDONE e WHY NOT e alla loro successiva disintegrazione.
Ho osato, come era mio obbligo, sequestrare atti e documenti processuali integranti il “corpo” di quei reati. Ho osato perquisire abitazioni e uffici dei magistrati indagati, per ricercare tracce e cose pertinenti ai reati, necessarie al loro accertamento.
Ho osato raccogliere e riscontrare minuziosamente decine e decine di denunce del Pubblico Ministero a cui le inchieste erano state sottratte, reo, anche lui, di aver scoperto il sistema di illecite cointeressenze che domina la gestione del denaro pubblico nel nostro Paese.
Ho osato fare i nomi e i cognomi dei presunti appartenenti a quel sistema e di coloro che, direttamente o indirettamente, ne avrebbero permesso il funzionamento.
Ho osato voler a tutti i costi applicare la legge, senza capire, assai imprudentemente, che nel mio “mestiere” il principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge non vige così rigorosamente, sempre e per tutti.
Esiste un superiore principio non scritto, di ordine “deontologico”, che è quello dell’Opportunità.
Avrei, cioè, dovuto chiedermi e non l’ho fatto: è proprio opportuno che indaghi il magistrato Tizio, il politico Caio, l’imprenditore Sempronio, il faccendiere Mevio? è proprio necessario perquisirne abitazioni e uffici, sequestrare carte e documenti ?
La risposta è variabile, dipende dalle circostanze. A volte è opportuno e necessario, altre, invece, non lo è.
Perché, mi dicono, la diligenza di un bravo magistrato si misura sulla sua prontezza di riflessi, sulla velocità nell’intuire quando è il caso di poter agire e quando non lo è affatto; sulla sua capacità di interpretare i segnali; di ricorrere a diplomazia e compromessi; di interloquire e persuadere; di attendere che i tempi di indagini lentamente scadano; di saper selezionare e, infine, archiviare.
E la sua correttezza sta nell’evitare di fare i nomi e i cognomi di illustri colleghi, politici, imprenditori, perché, anche quando sembra indispensabile riscontrarne il coinvolgimento, in fondo è una questione di privacy. E chi denuncia potrebbe essere sempre, dietro mentite spoglie, un folle congiuratore, anche se si riscontra che, purtroppo, è sincero.
Merito, dunque, una lezione. Mai eccedere nel perseguire fini di giustizia!
Si spera, per me, che io abbia inteso, una sola volta e per sempre.

Lo ammetto, ignoravo l’esistenza di tali singolari regole “deontologiche”, regole non scritte, sulle quali, pare, debba misurarsi la professionalità del magistrato.
Ma, ad essere seri, qui mi sembra che la vera deontologia non c’entri proprio un bel niente e sarebbe assai dignitoso per la nostra categoria non tirarla neppure in ballo.
Qui, invece, si tratta di capire le ragioni vere per cui tre magistrati della Procura della Repubblica di Salerno, legittimamente e doverosamente impegnati a far luce su un devastante sistema di corruzioni e collusioni giudiziarie, siano stati “fatti fuori” con gli strumenti della nuova legge disciplinare, pagando un prezzo altissimo per la loro autentica indipendenza, politica e associativa.
Si tratta di capire perché, al di là della vergognosa farsa della “guerra tra Procure” (una favoletta che amano raccontare ormai solo a se stessi, dai sicuri effetti tranquillizzanti e catartici) gli organi disciplinari stiano consentendo ad altri magistrati, indagati per gravi fatti di corruzione in atti giudiziari, falso ideologico, abuso d’ufficio, favoreggiamento e quant’altro, e autori anche di illecite attività ai danni dei loro indagatori, di continuare impunemente ad amministrare giustizia nei contesti criminosi oggetto delle indagini della Procura di Salerno.
C’è dunque da chiedersi: quali superiori principi di “deontologia professionale” vigono per costoro? quale eccezionale criterio di ragionevolezza ha indotto i supremi organi disciplinari a non intervenire anche in questo caso con gli strumenti cautelari e a perseverare in tale insensata omissione?
Esistono forse equilibri di poteri -politici, giudiziari, criminali- da dover preservare e che non conosciamo e non possiamo conoscere?
E chi ne sarebbero gli inamovibili garanti? Chi gli “eversori” da punire e cacciare?
Esiste forse un modus operandi, diverso da quello del contrasto aperto e diretto al crimine organizzato di ogni livello, che tende, invece, sottobanco, all’accordo e al compromesso e che serve a salvaguardare occulti sistemi di interessi?
C’è uno sfondo, in questa nostra vicenda, che si finge di non vedere; o forse, semplicemente, fa troppo paura guardare.
Credo, però, che i cittadini della Repubblica Italiana abbiano oggi il diritto di sapere a che gioco stanno giocando gli apparati istituzionali, soprattutto, perché quel gioco baro danneggia la vita di uomini integri, il cui solo scopo è servire lo Stato.
La ricerca della verità sul nostro passato di sangue è un passo fondamentale per comprendere quale sia l’attuale stato delle istituzioni democratiche, come si sia giunti ad esso, quali i meccanismi di reale funzionamento.
Ma occorre anche il coraggio del rinnovamento.
Un rinnovamento al quale la magistratura, che di questo nostro Stato Repubblicano è un pilastro fondamentale, non può restare estranea.
Sono necessarie e urgenti riforme serie che servano non a renderla inerme, ma a conferirle forza di autentica indipendenza dagli inevitabili condizionamenti del potere politico o criminale.
Occorrono soluzioni e strumenti in grado di preservarla anche dal suo interno, liberandola dagli effetti di dipendenza psicologica che, sull’esercizio delle funzioni giudiziarie, può di fatto produrre un’impropria strumentalizzazione dei meccanismi di nomina, promozione, assegnazione di incarichi extra-giudiziari, o per converso, di disciplina, che incidono direttamente sulla vita personale e professionale dei magistrati.
La nostra amara vicenda, che segue quelle di tanti altri colleghi, molti dei quali dimenticati o ignorati, dimostra quanto basso sia il punto in cui versa l’attuale “autogoverno” e quanto distante sia dai nobili intendimenti dei Padri Costituenti.
Un “autogoverno” ormai completamente prigioniero delle logiche di appartenenza e spartizione politica; in cui ruoli amministrativi e giurisdizionali si sovrappongono e si confondono in un tutt’uno; ove la regola dell’imparzialità vale solo per gli altri e il rispetto delle prerogative difensive ha il senso di un optional; ove non esistono più spazi di affermazione e tutela per magistrati davvero liberi e indipendenti, costretti all’isolamento dalla prepotenza degli schieramenti correntizi.
E ancor più forte è divenuto il bisogno, diffusamente avvertito eppur timidamente sussurrato, di un organo “sindacale” nuovo, in grado di assicurare tutela effettiva ai diritti del magistrato in quanto pubblico impiegato, capace di aprirsi ed interloquire con la società civile, per saperne cogliere le problematiche e le reali esigenze; un organo che non necessiti di tesseramenti, autenticamente autonomo e libero da condizionamenti politici, da ambizioni carrieristiche o di potere.
Mi piacerebbe avvertire questo sussulto di rinnovamento, davvero “democratico”, per la nostra categoria.
Mi auguro, da buon cattivo magistrato, che l’assordante e granitico silenzio, in cui si è chiuso l’ordine giudiziario riguardo alla vicenda salernitana, serva almeno alla riflessione.

Gabriella Nuzzi

Anche le Iene non ridono più - di Peter Gomez

di Peter Gomez, da Il Fatto 18 ottobre 2009
C’erano una volta le Iene, un gruppo di ragazzacci che osava ridere in faccia a Berlusconi, mostrare il razzismo della Lega e sbeffeggiare le leggi ad personam. C’erano, ma non ci sono più.

Oggi la trasmissione diretta da Davide Parenti, coautore con Antonio Ricci degli show-cult degli anni 80, è solo l’ombra del suo passato. È in crisi di ascolti, di creatività.

E, quel che è peggio, è costretta a fermarsi persino davanti a onorevoli di seconda fila, come Gabriella Carlucci.

È successo martedì scorso quando, dopo una serie di telefonate con i vertici Mediaset, non è andato in onda un servizio che raccontava come l’ex conduttrice fosse stata condannata a pagare 10 mila euro di stipendio arretrato alla sua portaborse parlamentare. Stessa sorte era toccata, un mese fa, a un pezzo sull’immigrazione che metteva in imbarazzo il ministro Roberto Maroni.

Per questo, Fedele Confalonieri e Silvio Berlusconi, che fino a ieri citavano le Iene e Enrico Mentana come la prova della libertà di mediaset, oggi parlano d’altro. Le foglie di fico non servono più. Il regime non si nasconde per farsi accettare, ma in televisione mostra il volto peggiore per far paura. I tempi, insomma, sono cambiati. Anche nel 2001 il premier era sotto processo per corruzione. Anche allora c’era un giornalista che pedinava un magistrato considerato nemico del gruppo.

Era la Iena Alessandro Sortino. Ma non seguiva Ilda Boccassini, per mostrare le sue calze o per insinuare che fosse “strana”. Lo faceva per dimostrare che era indifesa e per criticare la scelta del Governo di togliere la scorta a un pm antimafia che aveva osato mettersi contro Berlusconi.

Cose di un altro mondo. Allora i vertici mediaset tolleravano che il solito Sortino inchiodasse il senatore Cirami all’omonima legge ad personam o il ministro Lunardi al suo conflitto d’interessi. Adesso è più probabile vedere una Iena sulla luna che davanti al ministro Angelino Alfano per parlare del suo Lodo. Anche allora Berlusconi inondava l’Italia di propaganda, ma il Trio Medusa osava chiedergli conto del celebre “Presidente operaio”, per poi ridergli in faccia. Anche allora l’onorevole Carlucci ebbe un corpo a corpo con il Trio. Ma quello andò in onda.

Come si è arrivati a questo punto? Per capirlo bisogna ricostruire l’escalation delle censure, partendo dalla prima. Quella subita dal programma nel 2001, quando Marco Tronchetti Provera, per fare un favore a Berlusconi, soffoca nella culla “La 7” che minaccia di danneggiare gli ascolti di Mediaset. Le Iene riprendono Tronchetti mentre balbetta improbabile giustificazioni. Il pezzo però viene fermato. In redazione si mugugna, ma si decide di lasciar correre. Così la situazione peggiora. Tanto che, quattro anni dopo, si arriva a una silenziosa protesta. Quando a essere bloccato è un servizio su Francesco Storace, le Iene si riuniscono a Roma e stipulano una sorta di patto: non diciamo niente, ma questa è l’ultima censura. Era invece l’’inizio della fine.

Oggi il Trio Medusa e Sortino non ci sono più. Alla Iena rossa, nel 2007, i vertici Mediaset avevano cancellato un servizio su Mastella e lui se ne è andato. Confalonieri, infatti, non ha voluto sentir ragioni nonostante che proprio Sortino fosse stato diffamato dal figlio di Mastella con false insinuazioni sulla sua carriera. A Segrate, del resto, Mastella è un intoccabile. Lo sa anche Enrico Lucci che, già prima di Sortino, ha dovuto ingoiare la censura di un pezzo sul medesimo politico. Il perché lo dice la cronaca. Mastella in quei mesi stoppa la legge Gentiloni sulle tv e poi fa cadere il governo Prodi. Una scelta politica, ovviamente. La decisione di un uomo, oggi eurodeputato Pdl, che dice con orgoglio: “Confalonieri? È uno dei miei migliori amici”. E chi trova un amico (di Confalonieri) trova un tesoro. Anche alle Iene.

(19 ottobre 2009)

Fonte: micromega-online

giovedì 22 ottobre 2009

Assistenza legale dall'Italia dei Valori agli utenti di YouTube che hanno commentato il video "Totò Cuffaro aggredisce Giovanni Falcone"

22 Ottobre 2009

dal sito di Antonio Di Pietro

Vi difendiamo tutti da Cuffaro

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L'Italia dei Valori mette a disposizione dei commentatori del video di You Tube "Toto' Cuffaro aggredisce Giovanni Falcone" un pool di avvocati, in una sorta di class action ovviamente di cui ci faremo carico, per l'assistenza legale contro la denuncia per "diffamazione e minacce" depositata oggi in procura da Salvatore Cuffaro (leggi l'articolo).

Parliamo di una denuncia, quella di Cuffaro, che non ha alcun rispetto per la procura, che dovrà verificare 4.609 commenti al già menzionato video, la maggior dei quali non ha nessuna rilevanza giuridica, e che appare una pura esibizione di arroganza.

Probabilmente, alcuni di quei 4.609 commenti, sono “border line” o frutto dello sfogo, del rancore e dell’impotenza del cittadino di fronte alla boria di larga parte dei politici nostrani. Molti altri, invece, sono manifestazione del libero pensiero.

Se il senatore Cuffaro li denuncia tutti, a prescindere, allora l’Italia dei Valori è disposta a difenderli tutti, a prescindere. Vedremo chi brinderà a bollicine e cannoli questa volta.

Quel video pubblicato su You Tube riporta parte della trasmissione del 26 settembre 1991, Samarcanda, condotta da Michele Santoro in collegamento con il Maurizio Costanzo show.

Totò detto vasa-vasa (bacia bacia) allora, intervenendo dal pubblico, ospite anche il giudice Falcone, era uno sconosciuto consigliere dell’assemblea regionale siciliana per la lista Dc. Nel suo intervento a difesa della dirigenza politica della Dc, Cuffaro attaccava giornalisti e magistratura. Le sue parole fecero vergognare i siciliani e furono un’onta pesantissima anche per i presenti che si produssero in uno scroscio interminabile di fischi e insulti. Il rampollo Totò doveva farsi notare come paladino della Sicilia ‘quella con la coppola’, anche a costo di screditare un eroe vero che l’anno successivo sarebbe stato ammazzato con 500 chili di tritolo. Totò poi fece carriera bussando alle porte giuste e trovando poltrone comode nei partiti che lo accolsero insieme al suo pacchetto di voti. Divenne perfino Presidente della Regione Sicilia. Condannato il 18 gennaio 2008 nel processo di primo grado per le 'talpe' alla Dda di Palermo, festeggiò a cannoli siciliani quando si vide accusato ‘solo’ di favoreggiamento “semplice” e non “mafioso” perché, tecnicamente, lui passava le informazioni ad un soggetto che le passava agli affiliati di Cosa Nostra, invece che fornirle direttamente. Costui è Cuffaro, detto Totò vasa vasa (bacia bacia).

Cuffaro contro You Tube, anzi Cuffaro contro 4.609 commenti di altrettanti utenti, anzi 4.667 quali sono diventati mentre sto scrivendo e, domani, probabilmente 10.000, o chissà quanti che verranno lasciati nelle prossime ore per solidarietà a quei primi 4.609.

Invito i primi 4.609 utenti che hanno commentato il video di You Tube e che sono oggetto della denuncia, a compilare il form qui di seguito completandolo in tutti i suoi campi, per accedere all’assistenza legale che sarà a carico dell’Italia dei Valori, tramite il nostro pool di avvocati qualora ci fosse un rinvio a giudizio. Nei prossimi giorni pubblicherò l’elenco del pool “Ti difendiamo da Cuffaro”.

Tra mafia e Stato - di Lirio Abbate

di Lirio Abbate, da L'Espresso

Brusca rivela: Riina disse che il nostro referente nella trattativa era il ministro Mancino. Ma dopo l'arresto del padrino, i boss puntarono su Forza Italia e Silvio Berlusconi

E' la vigilia di Natale del 1992, Totò Riina è euforico, eccitato, si sente come fosse il padrone del mondo. In una casa alla periferia di Palermo ha radunato i boss più fidati per gli auguri e per comunicare che lo Stato si è fatto avanti. I picciotti sono impressionati per come il capo dei capi sia così felice. Tanto che quando Giovanni Brusca entra in casa, Totò ù curtu, seduto davanti al tavolo della stanza da pranzo, lo accoglie con un grande sorriso e restando sulla sedia gli dice: "Eh! Finalmente si sono fatti sotto". Riina è tutto contento e tiene stretta in mano una penna: "Ah, ci ho fatto un papello così..." e con le mani indica un foglio di notevoli dimensioni. E aggiunge che in quel pezzo di carta aveva messo, oltre alle richieste sulla legge Gozzini e altri temi di ordine generale, la revisione del maxi processo a Cosa nostra e l'aggiustamento del processo ad alcuni mafiosi fra cui quello a Pippo Calò per la strage del treno 904. Le parole con le quali Riina introduce questo discorso del "papello" Brusca le ricorda così: "Si sono fatti sotto. Ho avuto un messaggio. Viene da Mancino".

L'uomo che uccise Giovanni Falcone - di cui "L'espresso" anticipa il contenuto dei verbali inediti - sostiene che sarebbe Nicola Mancino, attuale vice presidente del Csm che nel 1992 era ministro dell'Interno, il politico che avrebbe "coperto" inizialmente la trattativa fra mafia e Stato. Il tramite sarebbe stato l'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, attraverso l'allora colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno. L'ex responsabile del Viminale ha sempre smentito: "Per quanto riguarda la mia responsabilità di ministro dell'Interno confermo che nessuno mi parlò di possibili trattative".

Il contatto politico Riina lo rivela a Natale. Mediata da Bernardo Provenzano attraverso Ciancimino, arriva la risposta al "papello", le cui richieste iniziali allo Stato erano apparse pretese impossibili anche allo zio Binu. Ora le dichiarazioni inedite di Brusca formano come un capitolo iniziale che viene chiuso dalle rivelazioni recenti del neo pentito Gaspare Spatuzza. Spatuzza indica ai pm di Firenze e Palermo il collegamento fra alcuni boss e Marcello dell'Utri (il senatore del Pdl, condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa), che si sarebbe fatto carico di creare una connessione con Forza Italia e con il suo amico Silvio Berlusconi. Ma nel dicembre '92 nella casa alla periferia di Palermo, Riina è felice che la trattativa, aperta dopo la morte di Falcone, si fosse mossa perché "Mancino aveva preso questa posizione". E quella è la prima e l'ultima volta nella quale Brusca ha sentito pronunziare il nome di Mancino da Riina. Altri non lo hanno mai indicato, anche se Brusca è sicuro che ne fossero a conoscenza anche alcuni boss, come Salvatore Biondino (detenuto dal giorno dell'arresto di Riina), il latitante Matteo Messina Denaro, il mafioso trapanese Vincenzo Sinacori, Giuseppe Graviano e Leoluca Bagarella.


Le risposte a quelle pretese tardavano però ad arrivare. Il pentito ricorda che nei primi di gennaio 1993 il capo di Cosa nostra era preoccupato. Non temeva di essere ucciso, ma di finire in carcere. Il nervosismo lo si notava in tutte le riunioni, tanto da fargli deliberare altri omicidi "facili facili", come l'uccisione di magistrati senza tutela. Un modo per riscaldare la trattativa. La mattina del 15 gennaio 1993, mentre Riina e Biondino si stanno recando alla riunione durante la quale Totò ù curtu avrebbe voluto informare i suoi fedelissimi di ulteriori retroscena sui contatti con gli uomini delle istituzioni, il capo dei capi viene arrestato dai carabinieri.

Brusca è convinto che in quell'incontro il padrino avrebbe messo a nudo i suoi segreti, per condividerli con gli altri nell'eventualità che a lui fosse accaduto qualcosa. Il nome dell'allora ministro era stato riferito a Riina attraverso Ciancimino. E qui Brusca sottolinea che il problema da porsi - e che lui stesso si era posto fin da quando aveva appreso la vicenda del "papello" - è se a Riina fosse stata o meno riferita la verità: "Se le cose stanno così nessun problema per Ciancimino; se invece Ciancimino ha fatto qualche millanteria, ovvero ha "bluffato" con Riina e questi se ne è reso conto, l'ex sindaco allora si è messo in una situazione di grave pericolo che può estendersi anche ai suoi familiari e che può durare a tempo indeterminato". In quel periodo c'erano strani movimenti e Brusca apprende che Mancino sta blindando la sua casa romana con porte e finestre antiproiettile: "Ma perché mai si sta blindando, che motivo ha?". "Non hai nulla da temere perché hai stabilito con noi un accordo", commenta Brusca come in un dialogo a distanza con Mancino: "O se hai da temere ti spaventi perché hai tradito, hai bluffato o hai fatto qualche altra cosa".

Brusca, però, non ha dubbi sul fatto che l'ex sindaco abbia riportato ciò che gli era stato detto sul politico. Tanto che avrebbe avuto dei riscontri sul nome di Mancino. In particolare uno. Nell'incontro di Natale '92 Biondino prese una cartelletta di plastica che conteneva un verbale di interrogatorio di Gaspare Mutolo, un mafioso pentito. E commentò quasi ironicamente le sue dichiarazioni: "Ma guarda un po': quando un bugiardo dice la verità non gli credono". La frase aveva questo significato: Mutolo aveva detto in passato delle sciocchezze ma aveva anche parlato di Mancino, con particolare riferimento a un incontro di quest'ultimo con Borsellino, in seguito al quale il magistrato aveva manifestato uno stato di tensione, tanto da fumare contemporaneamente due sigarette. Per Biondino sulla circostanza che riguardava Mancino, Mutolo non aveva detto il falso. Ma l'ex ministro oggi dichiara di non ricordare l'incontro al Viminale con Borsellino.

Questi retroscena Brusca li racconta per la prima volta al pm fiorentino Gabriele Chelazzi che indagava sui mandanti occulti delle stragi. Adesso riscontrerebbero le affermazioni di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito, che collabora con i magistrati di Palermo e Caltanissetta svelando retroscena sul negoziato mafia- Stato. Un patto scellerato che avrebbe avuto inizio nel giugno '92, dopo la strage di Capaci, aperto dagli incontri fra il capitano De Donno e Ciancimino. E in questo mercanteggiare, secondo Brusca, Riina avrebbe ucciso Borsellino "per un suo capriccio". Solo per riscaldare la trattativa.

Le rivelazioni del collaboratore di giustizia si spingono fino alle bombe di Roma, Milano e Firenze. Iniziano con l'attentato a Maurizio Costanzo il 14 maggio '93 e hanno termine a distanza di 11 mesi con l'ordigno contro il pentito Totuccio Contorno. Il tritolo di quegli anni sembra non aver portato nulla di concreto per Cosa nostra. Brusca ricorda che dopo l'arresto di Riina parla con il latitante Matteo Messina Denaro e con il boss Giuseppe Graviano. Chiede se ci sono novità sullo stato della trattativa, ma entrambi dicono: "Siamo a mare", per indicare che non hanno nulla. E da qui che Brusca, Graviano e Bagarella iniziano a percorrere nuove strade per riattivare i contatti istituzionali.

I corleonesi volevano dare una lezione ai carabinieri sospettati (il colonnello Mori e il capitano De Donno) di aver "fatto il bidone". E forse per questo motivo che il 31 ottobre 1993 tentano di uccidere un plotone intero di carabinieri che lasciava lo stadio Olimpico a bordo di un pullman. L'attentato fallisce, come ha spiegato il neo pentito Gaspare Spatuzza, perché il telecomando dei detonatori non funziona. Il piano di morte viene accantonato.

In questa fase si possono inserire le nuove confessioni fatte pochi mesi fa ai pubblici ministeri di Firenze e Palermo dall'ex sicario palermitano Spatuzza. Il neo pentito rivela un nuovo intreccio politico che alcuni boss avviano alla fine del '93. Giuseppe Graviano, secondo Spatuzza, avrebbe allacciato contatti con Marcello Dell'Utri. Ai magistrati Spatuzza dice che la stagione delle bombe non ha portato a nulla di buono per Cosa nostra, tranne il fatto che "venne agganciato ", nella metà degli anni Novanta "il nuovo referente politico: Forza Italia e quindi Silvio Berlusconi".

Il tentativo di allacciare un contatto con il Cavaliere dopo le stragi era stato fatto anche da Brusca e Bagarella. Rivela Brusca: "Parlando con Leoluca Bagarella quando cercavamo di mandare segnali a Silvio Berlusconi che si accingeva a diventare presidente del Consiglio nel '94, gli mandammo a dire "Guardi che la sinistra o i servizi segreti sanno", non so se rendo l'idea...". Spiega sempre il pentito: "Cioè sanno quanto era successo già nel '92-93, le stragi di Borsellino e Falcone, il proiettile di artiglieria fatto trovare al Giardino di Boboli a Firenze, e gli attentati del '93". I mafiosi intendevano mandare un messaggio al "nuovo ceto politico ", facendo capire che "Cosa nostra voleva continuare a trattare".

Perché era stata scelta Forza Italia? Perché "c'erano pezzi delle vecchie "democrazie cristiane", del Partito socialista, erano tutti pezzi politici un po' conservatori cioè sempre contro la sinistra per mentalità nostra. Quindi volevamo dare un'arma ai nuovi "presunti alleati politici", per poi noi trarne un vantaggio, un beneficio".

Le due procure stanno già valutando queste dichiarazioni per decidere se riaprire o meno il procedimento contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, archiviato nel 1998. Adesso ci sono nuovi verbali che potrebbero rimettere tutto in discussione e riscrivere la storia recente del nostro Paese.
(21 ottobre 2009)

Il papello e quelle leggi - di Peter Gomez

Giustifica
Vignetta di bandanaxIl Fatto Quotidiano, 17 ottobre 2009

Basta poco per rendersene conto. Basta rileggere le cronache parlamentari. Nei 12 punti elencati da Totò Riina nel suo papello come condizione per chiudere la stagione delle bombe non vi è nulla di sorprendente. La trattativa tra Stato e mafia c'è stata, proprio come raccontavano, ben prima della scoperta del papello, le sentenze definitive sulle stragi del '93. Non per niente, durante gli ultimi 17 anni, buona parte dei desiderata di Cosa Nostra sono stati discussi e, a volte approvati, da Camera e Senato. Le supercarceri di Pianosa e l'Asinara sono state chiuse nel 1997 dal centrosinistra. La legge sui pentiti, coi voti dell'Ulivo e il plauso del centro-destra, è stata riformata nel 2001, provocando un crollo verticale del numero dei collaboratori di giustizia. Il 41 bis, il cosiddetto carcere duro, è stato invece “stabilizzato” nel 2002. Ma la norma, anche questa volta bipartisan, è stata scritta male. Così i tribunali di sorveglianza, com’era perfettamente prevedibile, si sono trovati a dover revocare il 41 bis (già reso molto meno duro) a centinaia di boss. E persino quattro mafiosi condannati per la strage di via dei Georgofili a Firenze sono adesso detenuti in regimi penitenziari normali.

A partire del 1994, poi, si è cominciato a parlare pubblicamente della possibilità di concedere forti sconti di pena agli uomini d'onore che non si pentono, ma decidono invece di dissociarsi dall'organizzazione. Il primo a farlo è stato uno dei tanti testimoni di quella trattativa che oggi ritrovano miracolosamente la memoria: Luciano Violante. Subito dopo, nel 1996, un’apposita proposta di legge è stata presentata da tre senatori dell’allora Ccd, mentre nel 2001 il futuro ministro degli Esteri, Franco Frattini, se l’è presa con i giornali che parlando troppo di dissociazione avevano fatto saltare “l’intera operazione”. Leggendo la copia del papello in mano ai magistrati un’unica domanda ha quindi senso: la trattativa con Cosa Nostra è ancora in corso? Perché come diceva una delle sue vittime, il giudice Paolo Borsellino: “Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra, o si mettono d’accordo”.
(Vignetta di bandanax)

Fonte: voglioscendere

martedì 20 ottobre 2009

Sargentini, deputata olandese che si batte per la libertà di stampa... in Italia

di Hedwig Zeedijk*, da Articolo21

Sargentini, deputata olandese che si batte per la libertà di stampa... in Italia

Domani il Parlamento Europeo dovrebbe votare una risoluzione volta a limitare il potere mediatico di Berlusconi. Il partito popolare europeo (dove risiede anche il PdL) ha cercato invano di eliminare il dibattito dall’agenda, ritenendo che si trattasse di un dibattito nazionale. Che non sia così lo prova l’interesse della capolista dei Verdi Olandesi, Judith Sargentini, che a partire dal problema della libertà di stampa in Italia, ha condotto una propria campagna di sensibilizzazione, grazie alla quale ha vinto le primarie per la leadership del suo partito in Olanda ottenendo un seggio in più al Parlamento Europeo. Adesso, arrivata a Bruxelles, prosegue la sua battaglia.

Sargentini, di orgine Italiana?

“Sei generazioni fa un mio antenato, Domenico Sargentini, scultore professionista, andò in Olanda e sposò una donna Olandese. Ma parliamo della metà dell' ottocento, ormai la mia generazione non parla più l’Italiano.”

Come mai Lei è interessata ad una causa Italiana?

“Non è una causa Italiana, ma Europea . Durante la campagne elettorale per le Europee in Olanda tanti partiti criticavano l’ingresso della Romania e Bulgaria, dicendo che era troppo presto, perché la democrazia in quei paesi non era ancora matura e non rispondevano ai criteri di Copenhagen. Stesso discorso vale per la Turchia. L’ultimo rapporto sull’ingresso della Turchia parla di grossi problemi per la libertà di stampa. Conclusione: La Turchia non è pronta per l’Unione Europea. Siamo d’accordo, ma questi criteri devono valere per tutti paesi, anche per chi sta già dentro, come l'Italia. Non si può avere due pesi e due misure.”

Agli Olandesi interessa questo dibatitto?

“Direi di sì, perché due giorni prima delle elezioni Europee , sono stata ospite in un programma televisivo in prima serata, proprio perché volevano parlare della concentrazione dei media in Italia. Hanno mandato in onda anche un filmato di una conferenza stampa del nostro premier Balkenende con Berlusconi a Palazzo Chigi, dove era vietato fare domande, anche se una giornalista Olandese ha tentato, invano. E’ quasì imbarazzante vedere come i democristiani Olandesi, che a Bruxelles fanno parte del PPE, non osano esprimersi. Forse hanno paura di perdere il potere, visto che il PPE anche grazie al PdL è il gruppo più grande nel parlamento.”

Ma anche in altri paesi, per esempio Germania o Portogallo, ci sono problemi con la libertà di stampa o con conflitti d’interesse, perché questa attenzione per l’Italia?

“Falso. Noi, Verdi Europei , non abbiamo nessun parlamentare Italiano nel gruppo, perciò non ci si può accusare di combattere una battaglia nazionale. Insieme ai Liberali, ai socialdemocratici, ai comunisti vediamo un grosso problema che si manifesta in un grande paese Europeo che ci preoccupa e che si potrebbe manifestare anche in altri paesi. Ci sono problemi in Germania e Portogallo ? Bene, parliamone, ma in nessun paese il conflitto d’interesse minaccia la democrazia come in Italia. Il caso Italia è solo il pretesto per affrontare un tema importante, motivo per cui chiediamo alla commissione di fare una direttiva Europea sulla concentrazione di media, che ovviamente varrebbe per tutta l’Europa.”

Lei ha parlato anche nel dibattito plenario. Quale è stata la sua tesi ?

“Era la prima volta per me che parlavo al parlamento Europeo e sono rimasta sorpresa di vedere quanto gli Italiani si emozionassero parlando della libertà di stampa. Dimostra che il dibattito è vivo, che ha senso parlarne. Io ho parlato dei criteri di Copenhagen, del fatto che in Europa si è d’accordo che in una democrazia il popolo debba avere ampio accesso all' informazione tramite vari organi di stampa, per potersi formare una propria opinione. In Italia in questo momento, dove il 70% della popolazione si informa attraverso la tv che è o di proprietà di Berlusconi o viene influenzata dal premier Berlusconi, non è possibile.”

Mercoledì si vota. Che cosa si aspetta?

“Aspetto un parlamento pieno, anche chi è malato cercherà di venire, vista la partecipazione delle ultime due settimane. Il PPE ha già perso tre votazioni. Il primo quando ha cercato di togliere il dibattito dall’agenda. Il secondo quando ha cercato di evitare una risoluzione. Ieri hanno tentato di nuovo, cercando di eliminare qualsiasi riferimento all’Italia dal testo. Anche ieri, hanno perso per 37 voti. Questo mi fa sperare che domani ci sia una buona probabilità che la risoluzione passi. Intano stiamo cercando in tutti i negozi di Strasburgo calzini e sciarpe turchesi per solidarietà al giudice Mesiano che è stato pedinato dalle telecamere di Mediaset.”

Se la risoluzione passa, che succede?

“Significa che la commissaria Reding dovrebbe proporre un testo per una direttiva sulla concentrazione dei media. Ma la Reding che è un democristiana , ha già detto che si impegna solo se il parlamento vota con una ampia maggioranza. Significa che noi, del parlamento, dovremo ricordare alla commissaria il suo impegno. Comunque entro Natale arriveranno i nuovi commissari. Quando verranno sentiti dal Parlamento ricorderemo sia al candidato per la la commissione dei Media, che a quello per la Giustizia e Libertà, della volontà del parlamento riguardo la direttiva sulla concentrazione dei media. Chi non è d’accordo, sarà bocciato dal parlamento, come avvenne con Buttiglione anni fa.”

*corrispondente in Italia per la RTV Belga (VRT) e per l'Agenzia di Notizie dei Paesi Bassi (ANP)

lunedì 19 ottobre 2009

Attentato alla caserma Santa Barbara - Storia tragicomica di terroristi e di politicanti psicologicamente instabili

Storia tragicomica dell'attentato alla caserma Santa Barbara

lunedì 19 ottobre 2009

di Karim METREF

Cade proprio a fagiolo l’atto del kamikaze dilettante Mohamed Game. La bocciatura del Lodo Alfano dalla Corte Costituzionale, i vari scandali che scuotono il governo Berlusconi, la crisi che non finisce di mietere vittime tra i lavoratori. Da mesi c’era bisogno di qualche diversivo, ma non se ne trovava. Un po’ l’attentato contro i militari italiani in Afghanistan è riuscito a distrarre l’attenzione del pubblico. Ma il caso è stato chiuso in fretta, perché subito è risorta la domanda a cui nessuno vuole rispondere: “Che ci fanno i militari italiani in Afghanistan?”

Questa volta invece: è libico, musulmano, immigrato, poverissimo, solitario... Il soggetto ideale per i giochi della stampa e della politica.



Poteva essere classificato come un atto di un povero disperato, il goffo attentato kamikaze di Mohammed Game a Milano. L’uomo che non è nemmeno riuscito ad uccidersi come sognava e diceva ai propri amici, è visibilmente un terrorista dilettante ma soprattutto uno mentalmente disturbato. L’azione, pur pericolosa, di Mahamed Game è sicuramente risultata solo un fatto tragicomico alla maggior parte della Stampa internazionale, che l’ha segnalato sulle versioni online solo a seguito del primo lancio Ansa, e che se n’era subito disinteressata, capendo che non c’era “sostanza”. Invece i media e la politica italiani, la cui situazione attuale è tragicomica almeno quanto il gesto del presunto terrorista di Al-Qaeda, se ne è impossessata subito e vuole farne un caso eclatante.

Mohamed Game è laureato in ingegneria elettronica nel suo paese, la Libia. In Italia dove risiede da circa 10 anni, ha lanciato una sua ditta privata arrivando ad impiegare fino ad una cinquantina di lavoratori. Ma poi gli affari vanno male e Game si ritrova senza nulla. Con la moglie Giovanna e i 4 figli a carico (due di lui e due di lei) vivono in una casa occupata abusivamente senza il minimo di comodità necessari ad una vita serena. Il giornale gratuito CronacaQui di Milano, aveva raccontato la loro storia ad agosto, descrivendola come una storia di disperazione urbana.

Da qualche tempo, ci dice la stampa, aveva cominciato a parlare più spesso di religione e di martirio.

Ma nessuno lo rendeva sul serio fino a quando lunedì, 12 ottobre, all’ingresso della caserma Santa Barbara di Milano con una valigetta piena di esplosivo artigianale.

L’ingegnere libico con il suo gesto folle e maldestro con il quale non è nemmeno riuscito a raggiungere il martirio tanto desiderato (più per sfuggire all’inferno terrestre che per la certezza di accedere al paradiso nell’aldilà), ha dato via di nuovo al coro dei venditori di paure, che ne approfittano per giustificare la loro opera di criminalizzazione dell’immigrato in genere e di quello proveniente dai paesi musulmani in modo particolare.

Il solito Maroni che parla (con tono quasi godereccio) di “primo kamikaze d’Italia”, dimentica che il primo “Kamikaze” d’Italia (almeno del dopo 11 settembre) fu invece tale Luigi Fasulo, il ricco imprenditore 68enne italo svizzero, che si buttò con il suo aereo contro il Pirellone a Milano nell’aprile del 2002. Ma mentre quello (che causò 5 morti e vari feriti oltre a danni enormi) fu giustamente classificato come l’atto di un disperato, qualsiasi atto commesso da un povero specie se straniero, porta inevitabilmente ai temi: sicurezza-terrorismo... tanto cari all’attuale maggioranza (ma che nemmeno la vecchia maggioranza disprezzava). É come se la malattia mentale fosse un lusso mai a portata del povero e ancor meno dello straniero.

Si arriva fino al simpatico sindaco di Varallo Sesia che parla di disislamizzare il suo comune. Come per provare che di matti non è solo la Libia a rifornirne il mondo.

Ora si indaga per scovare complici. Ovviamente, da grande professionista, Game ha creato la cellula con i suoi vicini di casa e gli amici del Bar. Andava a tormentare tutti i suoi conoscenti con storie di martirio. E “last but not least” andava a fare spesa di materiale esplosivo in un magazzino vicino a casa sua, in compagnia di persone del suo entourage e si fa accompagnare in macchina da un suo conoscente/complice per andare a farsi esplodere. Complimenti per la grande professionalità. Ma gli stessi complimenti possono essere rivolti anche ai maggiori media italiani e ai massimi esponenti del governo. Complimenti!


Fonte:http://www.agoravox.it/attentato-alla-caserma-Santa.html

domenica 18 ottobre 2009

Papello - Le richieste ''accolte'' negli anni

da antimafiaduemila



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di Anna Petrozzi e Pietro Orsatti su Terra - 17 ottobre 2009


Ecce “papello”. Si ipotizza che molte delle pretese della Cupola siano state progressivamente accolte. Punto per punto, le richieste e i “cedimenti”. Intoccata la sentenza del Maxi, ma sotto processo era la vecchia commissione. Sono dodici i punti del “papello”, contenente le richieste di Cosa nostra allo Stato per interrompere la stagione delle stragi.


Da tempo si ipotizza anche che alcuni dei punti siano stati perfino accolti, che un livello di incontro sia stato trovato, non tanto con Riina, quanto con Provenzano, più ragionevole e soprattutto meno propenso a proseguire con una stagione di sangue. Il documento, di cui finora non è stato consegnato l’originale per eventuali perizie, è ora nelle mani dei pm di Palermo. L’originale, a quanto si ipotizza, sarebbe all’interno di una cassetta di sicurezza in un istituto di credito estero.
E allora andiamo a vederli questi punti, uno a uno.

Punto uno: la revisione del maxi processo. Richiesta figlia dei tempi. Infatti al maxi processo erano stati condannati soprattutto gli esponenti della “vecchia” mafia. Forse oggi i mafiosi dovrebbero chiedere la revisione del processo Gotha.

Punto due: abolizione del 41 bis, il regime speciale per i mafiosi. Da tempo si sta valutando una riforma dell’istituto, ma intanto la messa in opera della norma fa acqua da tutte le parti. Innumerevoli i casi di boss che sottoposti al regime di carcere duro comunicano tra loro e con l’esterno. Alla fine del 2008 i Madonia, stragisti condannati all’ergastolo, gestivano il mandamento di Resuttana impartendo ordini attraverso i familiari liberi, mentre all’interno della Casa circondariale di Tolmezzo il mammasantissima della ‘ndrangheta Giuseppe Piromalli sfruttava l’ora di socialità per riunirsi e discutere di affari e strategie comuni con capimafia della portata di Antonino Cinà.

Punto tre: abolizione della Rognoni-La Torre sulla confisca dei beni. La norma è tuttora in vigore, ma non è stata aggiornata e la questione della confisca, e della verifica successiva che non ritornino sotto il controllo dei boss, rimane molto spinosa. Basti pensare che il 36% dei beni confiscati alla criminalità organizzata è sotto l’ipoteca delle banche e il 30% è occupato dagli stessi mafiosi.

Punto quattro: riforma della legge sui pentiti. Attraverso vari provvedimenti e sentenze lo status di collaboratore è profondamente mutato, ma è mutata soprattutto la tutela dell’altra figura testimoniale, quella dei testimoni di giustizia, che nel tempo è stata svuotata creando di fatto una serie di casi singoli e di contenziosi con il ministero dell’Interno sulla questione della protezione

Punto cinque: legge sulla dissociazione mafiosa. Simile a quella prevista per il terrorismo, la richiesta era l’attenuazione della pena davanti a una “dichiarazione” di dissociazione. Con l’introduzione della figura del “dichiarante” di fatto si è cercato un punto anche su questo argomento.

Punto sei: scarcerazione per i detenuti 70enni. Anche per i detenuti sottoposti al 41 bis sono numerosi i casi di allentamento. Tredici padrini appartenenti a cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra sono stati liberati dal carcere duro tra il 2008 e 2009, che vanno ad aggiungersi ai 37 già passati al regime di carcere normale nell’anno precedente. Tra questi Gioacchino Calabrò, Salvatore Benigno o Giuseppe Barranca, tutti stragisti, tutti protagonisti della terribile stagione di sangue degli anni ’92 e ’93. Mentre non è da sottovalutare il caso, seppur diverso, di Bruno Contrada.

Punto sette: chiusura delle supercarceri. Che nel caso di Pianosa e dell’Asinara è avvenuto.

Punto otto: trasferimento dei boss nelle carceri vicine a casa. Come nel caso del 41 bis è competenza dei giudici di sorveglianza. Vi sono stati casi di avvicinamento, ma soprattutto allentamenti nella stretta delle visite dei parenti. In alcuni casi, tipo quello delle visite della figlia del boss Leonardo Vitale in carcere, i colloqui venivano utilizzati per la gestione degli “affari” del clan.

Punto nove: abolizione della censura carceraria della posta. Quando oggi boss mafiosi al 41 bis inviano e pubblicano lettere sui giornali la richiesta fa sorridere.

Punto dieci: allentamento controlli rapporti con i familiari. Come per il punto otto, la questione si è rivelata un colabrodo.

Punto undici: arresto per mafia solo in flagranza. Ovviamente non è stata formalmente accolta, ma solo andando a guardare le operazioni degli ultimi mesi, ad esempio la Perseo del dicembre 2008, si nota come in gran parte siano scattate attenuanti e scarcerazioni velocissime per i mafiosi indagati.

Punto dodici: defiscalizzazione della benzina in Sicilia. Sembra una presa in giro, in realtà era un’idea di Riina per riacquisire il “consenso” perso dopo la strage di Capaci

Tratto da: orsatti.info

Abruzzo: subappalti in mano alla mafia

da antimafiaduemila



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di Maria Loi - 16 ottobre 2009

L’Aquila. La mafia è riuscita ad infiltrasi anche nei lavori di ricostruzione dell’Abruzzo. Lo confermano gli uomini della Dia nel rapporto consegnato recentemente al Procuratore capo dell’Aquila Alfredo Rossini. Infatti, quando ieri una delegazione della Commissione parlamentare antimafia presieduta da Giuseppe Pisanu si è presentata in città non ha potuto fare altro che confermare “alcune irregolarità” nei cantieri abruzzesi...

...sottolineando la necessità di effettuare “verifiche costanti su chi ha ottenuto i lavori”. Il riferimento è alle ditte appaltatrici del progetto C.a.s.e. (che sta per Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili) alle quali è stato revocato il certificato antimafia. Sotto i riflettori è finita l’Igc, Impresa Generale Costruzioni di Gela, riconducibile alla famiglia dei Rinzivillo, vicini al capomafia di Cosa Nostra Piddu Madonia. La società ha eseguito in sub-appalto lavori di ricostruzione nel cantiere di Bazzano per 159.300 euro.
La capofila però è la Edimal che si è aggiudicata la fetta più grande dei lavori di ricostruzione per 54.817 milioni di euro e ha poi affidato a ditte minori opere per 21.754 milioni. Quando il 4 Giustificaottobre scorso all’Igc è stata revocata l’autorizzazione l’azienda aveva già fatto parecchi lavori ed era in procinto di ricevere altre commesse dal Consorzio Edimal. L’impresa tra l’altro aveva vinto appalti pubblici delle grandi opere come la nuova metropolitana “M5” di Milano, la Tav nella tratta Parma-Reggio Emilia, i lavori per due gallerie dell’autostrada Catania -Siracusa
All’inizio di settembre è stata cancellata dall’elenco di sedici imprese ammesse ai lavori di ricostruzione anche la ditta “Fontana costruzioni spa” che aveva rapporti con la famiglia di Michele e Pasquale Zagaria della famiglia dei casalesi. Sempre a settembre il prefetto dell’Aquila, Franco Gabrielli ha ritirato preventivamente il certificato antimafia all’impresa “Di Marco srl” di Carsoli che aveva vinto il primo subappalto per la costruzione dell’Aquila. Amministratore unico della società è Dante Di Marco, socio fondatore anche di un’altra impresa con Achille Ricci arrestato per aver riciclato una parte dei soldi di Don Vito Ciancimino in un villaggio turistico a Tagliacozzo.

Siamo alla delegittimazione del giudice e alla intimidazione di tutti i magistrati

Scritto da Livio Pepino, sabato 17 Ottobre 2009

da Democrazia nella comunicazione

AGENZIA_mattino5di Livio Pepino - articolo21.info.

Piero Calamandrei (nel libro Elogio dei giudici scritto da un avvocato) racconta di un miliardario che non riesce a fermare il processo contro suo figlio, che con l'auto ha sfracellato contro un muro un povero passante. Al difensore il miliardario raccomanda ripetutamente di non guardare a spese, purché cessi lo “sconcio” del processo. L'avvocato cerca di spiegargli che «la giustizia non è una merce in vendita» e che ...

«quel giudice è una persona per bene…». Allora il miliardario salta su sdegnato: «ho capito… lei non me lo vuol confessare: abbiamo avuto la sfortuna di cadere in mano di un giudice criptocomunista».


AGENZIALa boutade di Calamandrei oggi – cinquant'anni dopo – è diventata una pericolosa deriva illiberale e disgregante. Ma ancora non basta. Accade persino che, oltre ad essere definiti "comunisti", i magistrati autori di decisioni sgradite e indipendenti vengano indicati come bersagli (con numero telefonico e indirizzo di abitazione) su quotidiani prossimi a una delle parti interessate. È il caso del giudice Mesiano, autore della sentenza con cui la Fininvest è stata condannata a risarcire la Cir per i danni «a lei cagionati dalla corruzione del giudice Vittorio Metta», del quale una rete televisiva di proprietà del premier si è spinta a riprendere e mandare in onda i scene di vita quotidiana (accompagnando la diffusione con commenti sarcastici sul suo passeggiare da solo, sul suo aspettare il turno dal barbiere e sul colore dei suoi calzini).
Non si tratta (solo) di un eccesso di servilismo, a cui pure troppa parte della stampa scritta e parlata ci ha da tempo abituati. Siamo a una svolta di sistema. La maggioranza di governo, il suo leader e i suoi cortigiani valutano sempre più la giustizia con il metro della utilità: «è giusto non ciò che rispetta le regole ma ciò che conviene». E, coerentemente, non badano ai mezzi per ottenere decisioni utili. Indipendentemente dal fatto che siano giuste e conformi alle regole. Dopo il rifiuto di sottoporsi al processo siamo alla delegittimazione del giudice e alla intimidazione di tutti i magistrati che dovranno occuparsi in futuro di vicende analoghe.
Il salto di qualità è evidente e non può restare senza risposta da parte di tutti i cittadini onesti.

Il Ponte? Una follia. Rischioso e utile solo per chi lo costruisce

Scritto da Stefano Corradino, giovedì 15 Ottobre 2009

da Democrazia nella comunicazione

tozzi_ponte







..................geologo Mario Tozzi

di Stefano Corradino - articolo21.info.

"Una follia senza senso resa ancora più vergognosa dalla morte di 30 persone nel fango di Messina proprio lì dove andrebbero i piloni del ponte". Così il geologo Mario Tozzi, primo ricercatore del Cnr, commenta a caldo la notizia del Ponte sullo Stretto i cui lavori, stando a quanto ha detto il ministro Matteoli, inizieranno nel prossimo mese di dicembre.

"Rischioso dal punto di vista sismico e idrogeologico. E quando non è dannoso è inutile. E poi tutti quei soldi dovrebbero essere impiegati per risanare quelle zone, non per coprirle di cemento. .."

Tozzi, se domani lei andasse in onda con una tua nuova trasmissione di approfondimento dedicata al Ponte sullo Stretto da dove partirebbe?
Comincerei ricordando che per andare da Villa San Giovanni a Messina in condizioni normali non si fa nessuna fila e si impiegano i 25 minuti canonici di piacevole traversata.

D'estate qualche coda in più ci sarà...
Certo, in particolare nei weekend ma con il Ponte ci sarebbero comunque delle code per il pedaggio.

lei è un affermato geologo. Dal suo punto di vista di studioso della terra quali rischi vede nel Ponte?
Geologicamente è un azzardo, ci sono frane a rotta di collo sul versante messinese e peggiori ancora sul fronte calabrese; le famose frane "a scivolamento profondo", quelle che potrebbero addrittura interessare il pilone di sostegno di Cannitello (una frazione nel Comune di San Giovanni, ndr).

C'è un rischio sismico?
C'è ed è elevatissimo; e non sanato, dal momento che nessuno di quei paesi non ha più del 25% di costruzioni antisismiche.

Ci saranno altri ponti nel mondo nelle stesse condizioni...
L'unico così lungo e sospeso è l'Akashi, in Giappone. Lungo la metà di quello che dovrebbe sorgere in Italia. Nel '95, in occasione del terremoto di Kobe fu spostato dal luogo in cui doveva essere costruito e la ferrovia che ci doveva passare non ci passa più... Se è stato un problema per i giapponesi non voglio dire cosa potrebbe succedere per noi...

Una delle giustificazioni a sostegno del Ponte riguarda i benefici economici
Niente di più falso. Si prevede che questa impresa potrebbe essere remunerativa con 100mila passaggi auto al giorno. Si dimentica forse che oggi, quando va bene, passano 12mila auto, con un calo del 30% delle vetture, del 10% dei mezzi pesanti pesanti e del 20% dei passeggeri. Questo il dato degli ultimi 8 anni. Il numero di centomila auto non sarà mai raggiunto.

Oltre al Giappone di ponti nel mondo ce ne sono numerosi anche in altri Paesi. Non sono "remunerativi"?
No, le grandi strutture di questo tipo sono tutte in perdita. Il Golden Gate Bridge perde 31 miloni di dollari l'anno nonostante il pedaggio. Il Canale sotto la Manica è in perdita perchè la gente preferisce risparmiare negli spostamenti e quindi utilizza i mezzi di superficie. Il ponte tra Svezia e Danimarca ha avuto già un intervento pari a un terzo del suo impegno finanziario da parte dello stato, perchè nessun privato riesce a reggere quella concorrenza.

Allora a chi conviene fare un ponte con queste caratteristiche?
Solo a chi lo costruisce. Il resto è una spesa per la comunità che se la dovrà gravare attraverso un pedaggio altissimo o l'aumento delle tasse.

Torniamo per chiudere al punto di partenza. Le preoccupazioni idrogeologiche. Quando si realizza un'opera faraonica come questa, in un'area così delicata, non si fa per prima cosa uno studio preliminare?
Nella relazione di progetto c'è scritto che quella è una delle zone a maggior rischio idrogeologico d'Italia ma che non è previsto alcuno studio. Incredibile. Un'opera rischiosa, rischiosissima. E inutile. Quei soldi dovrebbero essere impiegati per risanare quelle zone, non per coprirle di cemento.

corradino@articolo21.info Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Fonte: www.articolo21.info

sabato 17 ottobre 2009

Si dice che x conoscere una persona devi mangiarci insieme ogni giorno pane e cipolla:nessuno però ha dato credito a Montanelli prima e la Lario dopo

Ci sono alcuni passaggi in questo video sul carattere di Berlusconi politico che trovo veramente inquietanti e mi riportano alle parole di Veronica Lario.
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da trarcomavaglio1

Questa è una chicca: estratto della puntata di Raggio verde (di Santoro, del marzo 2001) e dopo il confronto Travaglio Feltri sul rapporto Montanelli-Berlusconi, lo stesso Montanelli telefona in diretta alla trasmissione e ringrazia Travaglio per aver raccontato la verita di fatti!