Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe

.

Sogno di un paese dove parole come cultura, leggi, rispetto, uguaglianza, civiltà, umanità e pietà non siano soltanto delle belle ma purtroppo inutili parole ma rappresentino invece le basi di un popolo che ha fatto di quel sogno, di quello stupendo sogno che si chiama Costituzione Italiana, le sue fondamenta.

"C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". Paolo Borsellino da "Lezione sulla mafia" del 1989

"Il nostro è un Paese senza memoria e senza verità"
Pier Paolo Pasolini

mercoledì 30 settembre 2009

Bastavano 27 deputati di opposizione (un deputato del PD su quattro era altrove), quindi, per seppellire il mega-condono, lo scudo fiscale di Tremonti

da Il Fatto Quotidiano, 30 settembre 2009

Camera, PD e UDC assenti salvano lo scudo di Tremonti


Ieri il Fatto domandava: “Ma il Pd dov'è?”. Ieri, puntuale, il Pd ha risposto: siamo momentaneamente assenti. Almeno fino al congresso. Purtroppo il Parlamento non si ferma: ieri si votava la pregiudiziale di incostituzionalità dell'Italia dei valori contro scudo fiscale (tutte le opposizioni si erano associate).

Risultato: presenti 485, votanti 482, astenuti 3, maggioranza 242. Contro lo scudo 215, a favore 267. Traduzione: malgrado la ressa sui banchi del governo, Pdl e Lega sarebbero andati sotto (70 assenze su 329) e lo scudo sarebbe stato bocciato.

Peccato che in aiuto del centrodestra sia arrivato il soccorso “rosa”. Quasi un deputato Pd su quattro era altrove (28% di assenze, 59 su 216). Quasi al completo i dipietristi (24 su 26). Più virtuosa del Pd è stata persino l'Udc (8 assenti, 29 al voto su 37).

Bastavano 27 deputati di opposizione, quindi, per seppellire il mega-condono.

Domani pubblicheremo i nomi degli assenteisti salvascudo. Ma quattro a caso ve li anticipiamo: Franceschini, Bersani e D'Alema. I veri leader.

Luca Telese

Scandalo escort, Annozero insiste Domani sera ospite la D'Addario

di MARCO BRACCONI, da Repubblica.it

Scandalo escort, Annozero insiste Domani sera ospite la D'Addario

ROMA - Annozero non molla lo scandalo escort. Dopo le polemiche, gli attacchi del centrodestra e l'istruttoria sul programma di Michele Santoro annunciata dal viceministro Romani, domani sera sarà Patrizia D'Addario a raccontare la sua verità sulle feste di Palazzo Grazioli.

Secondo quanto appreso da Repubblica.it la donna che per due volte fu nella residenza del premier, e che nella seconda occasione si fermò per la notte, interverrà in diretta. Non è stato ancora deciso se in collegamento video o in studio.

Una presenza, quella della escort barese, che non mancherà di riaccendere le polemiche sulla trasmissione di RaiDue, già nel mirino dell'esecutivo dopo l'esordio di una settimana fa.

(30 settembre 2009)

"Parla con me" a rischio censura per la fiction su Palazzo Grazioli

Potrebbe saltare "Lost in wc" che racconta di due ragazze baresi in abiti attillati chiuse nella toilette di un palazzo del potere dove dovevano partecipare ad una festa

"Parla con me" a rischio censura per la fiction su Palazzo Grazioli
La Dandini con il cast

di "Parla con me"

ROMA - A qualcuno non piace "Lost in wc". E "Parla con me" di Serena Dandini, in programma stasera, torna a rischio. Il piatto forte del talkshow serale di Rai 3 è una fiction satirica, che parla di due ragazze che restano chiuse nel bagno di un Palazzo del potere, presumibilmente Palazzo Grazioli.

Questa mattina sono addirittura circolate in Rai voci su una possibile riduzione di una piccola parte del programma stesso.

E nel pomeriggio arrivano le parole del viceministro con delega alle Comunicazioni Paolo Romani, che non lasciano presagire nulla di buono per il programma.
"Cosa c'entra il WC con il servizio pubblico? Mi chiedo se sono queste cose ad appartenere al servizio pubblico della Rai", si chiede Romani, riferendosi alla striscia quotidiana che dal martedì al venerdì racconta di quelle due ragazze rinchiuse nella toilette 'dorata' di un palazzo dove è in corso una festa alla quale avrebbero voluto partecipare, e non a caso vi si erano preparate con un abbigliamento tutto particolare, con abiti attillati.

Nella sit-com si fa riferimento a escort e altro ancora che rimanda all'attualità e al gossip, e la puntata si chiude - come si è visto ieri nell'anteprima durante la conferenza stampa di presentazione a viale Mazzini - con l'immagine di Palazzo Grazioli, che sarebbe quindi il luogo dove c'è quella toilette. Con quelle due ragazze dall'accento barese.

(29 settembre 2009)

martedì 29 settembre 2009

«Nobel per la pace al Cavaliere» Adesso c'è anche la canzone...si intitola "la pace può"...

dal corriere.it

Il comitato vorrebbe trasmetterla in anteprima nazionale unificata nei cinema italiani

Loriana Lana e Silvio Berlusconi (dal sito di Loriana Lana)
Loriana Lana e Silvio Berlusconi (dal sito di Loriana Lana)
MILANO - Il pezzo forte è il ritornello: «Siamo qui per te, cuore e anima, un Nobel di pace, Silvio grande è. Siamo qui per te, coro unanime, un’unica voce, Silvio Silvio grande è». Mentre la prima strofa vira sul bucolico-celestiale con «l’Abruzzo si risveglia incredulo, la neve e il sole che s’incontrano e la tua mano è qua». Poi la chiusa convinta: «C’è un presidente, sempre presente, che sempre ci accompagnerà».

REGALO DI COMPLEANNO - Si intitola «La pace può» ed è l’ultima composizione di Loriana Lana, paroliera ufficiale alla corte del Cavaliere, che ha scritto a quattro mani con lui qualche greatest hits per i cd Berlusconi-Apicella. Stavolta l’interessato non ha contribuito, anzi la canzone è una sorpresa per il suo compleanno n. 73 che si festeggia martedì prossimo. Il brano, che segue di pochi mesi la marcetta «Silvio forever», sarà l’inno ufficiale del comitato «Silvio per il Nobel», che da mesi raccoglie sottoscrizioni per la candidatura del presidente del Consiglio al prestigioso premio di Stoccolma nel febbraio 2010. Categoria: Pace.

ASPETTANDO STOCCOLMA 2010 - «Di firme ce ne sono già 10 mila. Ma ne arrivano ogni giorno a centinaia», assicura l’avvocato romano Emanuele Verghini, presidente del comitato. Loriana Lana, cantautrice e poetessa, esegue le strofe, il ritornello è per l’ugola del tenore Sergio Panajia, testi del maestro Pino Di Pietro, nessuna parentela. Il comitato (www.silvioperilnobel.sitonline.it) vorrebbe trasmetterla in anterprima nazionale unificata nei cinema italiani (su richiesta) proprio nel giorno del compleanno del premier, alla proiezione serale. E a rotazione continua su Radio Spazio Nuovo, emittente vicina al Pdl. Versione integrale con filmato su YouTube.

Giovanna Cavalli
22 settembre 2009(ultima modifica: 23 settembre 2009)

lunedì 28 settembre 2009

Resistenza, siamo al completo di MarcoTravaglio

Il Fatto Quotidiano | Marco Travaglio

27 settembre 2009

Nel 2005, sentendo puzza di cadavere dalle parti di Palazzo Grazioli, l’eroico Francesco Giorgino rilasciò una vibrante intervista a Libero per denunciare le censure targate Mimun. Fu prontamente allontanato dal video. Poi Berlusconi rischiò di rivincere le elezioni e l’efebico mezzobusto le coronarie. Alla fine l’Unione vinciucchiò, ma durò poco. E quando tornarono quegli altri, centinaia di giorgini furono costretti all’ennesimo salto sul carro del nuovo vincitore. E’ lo spoils system all’italiana, già immortalato da Totò e Fabrizi ne “I tartassati”: Totò, commerciante ed evasore fiscale, tenta di ingraziarsi il maresciallo della Tributaria. Gli par di intuire che il sottufficiale sia un nostalgico del Ventennio, e si butta a pesce: “Marescia’, quando c’era Lui i treni arrivavano in orario! Italianiiii! Eh eh”. Ma è tutto un equivoco. Il maresciallo si dissocia offeso: “Ma cosa ha capito? Guardi che io sono anti!”. E Totò, con agile guizzo: “Ah, anch’io. Mi sarà scappato un pro, ma sono anti!”. Ora, in questo feroce crepuscolo di regime, è iniziato il “mi sarà scappato un pro”, anzi il “sempre stato anti”. Ha cominciato Cirino Pomicino, denunciando che un suo pezzo critico su Berlusconi è stato censurato dal Giornale di Berlusconi: ma pensa un po’. L’ha seguito a ruota Giorgio La Malfa, annunciando la sua uscita dal Pdl che l’ha molto deluso, dopo 15 anni di poltrone.

Un altro storico trombato di corte, Marcello Pera, fa sapere al Corriere che è molto amareggiato: ha scoperto, con un certo ritardo, che il Pdl non è proprio un cenacolo di liberali (e, se l’ha scoperto lui, potrebbe accorgersene persino Ostellino). Il sottosegretario Nicola Cosentino denuncia oscure manovre di “certi frocetti che congiurano a Roma contro di me”. Intanto Montezemolo, che nel 2001 aiutò Berlusconi a vincere le elezioni consentendogli di annunciare la sua nomina a ministro (smentita solo dopo le elezioni), scalda i motori nei box della Fondazione Italia Futura. Pare sia interessato pure Beppe Pisanu, anche lui “posato” dopo anni di cieca fedeltà: pochi mesi fa, da presidente dell’Antimafia, voleva “tagliare le unghie ai magistrati”. Piercasinando Furbini, dopo aver soavemente votato 15 condoni e uno scudo fiscale, fa la faccetta malmostosa per lo scudo-bis, senza spiegare cos’abbia di diverso dagli altri. E manca poco all’iscrizione d’ufficio alla Resistenza per Corrado Calabrò, presidente dell’Agcom, che dopo lunga obbedienza ha rifiutato di ricevere il dg Rai Mauro Masi per sistemare Annozero. E’ la rivolta di Spartacus, che si affranca dopo anni di servaggio. Cos’altro è l’ukase del duo Scajola-Romani contro la Rai, se non una messa in mora di Masi per non aver ancora chiuso i programmi additati dal premier chez Vespa? E’ la prima volta in 15 anni che un editto non viene eseguito.

Ora si cerca affannosamente un’Eva Braun disposta a immolarsi nel bunker di Palazzo Grazioli, col ducetto e le escort. Per carità, à la guerre comme à la guerre. Ma forse è il caso di stabilire una scadenza e un numero chiuso per la Resistenza: onde evitare che, prima o poi, s’intruppi pure quel giornalista mèchato che l’altra sera ad Annozero inventava l’ombrello: ammetteva che la libertà d’informazione se la passa maluccio perché non gli han lasciato scrivere della Carfagna sul Giornale carfagno (ieri Feltri l’ha conciato per le feste: “cestinare i suoi pezzi non è censura: è un’opera buona”). Ecco, prima che ci venga la tentazione di difendere il povero Silvio dai suoi galeazziciano all’amatriciana, meglio precisare che le iscrizioni alla Resistenza sono chiuse da un pezzo. Astenersi perditempo e voltagabbana.

(da Il Fatto Quotidiano n°5 del 27 settembre 2009)

Migliaia in piazza con le agende rosse

di Luciana Cimino

C’e chi si è portato da casa un libro, chi un quaderno, una rivista, un blocchetto: tutti dalla copertina rigorosamente vermiglia e li sventolano in una piazza Navona particolarmente assolata come un simbolo, come un trofeo. E’ arrivata ieri pomeriggio a Roma la marcia delle “Agende rosse”, organizzata dall’Associazione Nazionale familiari vittime della mafia, in ricordo della vera agendina rossa di Paolo Borsellino, piena di appunti preziosi, scomparsa dalla borsa del magistrato e mai più ritrovata. «Quando Paolo è stato ucciso – ha detto Salvatore Borsellino, fratello del magistrato scomparso - secondo me è stato anche per sottrargli quell'agenda rossa su cui aveva annotato tanti segreti sulle infiltrazioni della criminalità organizzata all'interno della magistratura, dei servizi segreti e dello Stato. Se venissero alla luce queste nefandezze probabilmente la storia dell'Italia cambierebbe di nuovo». Ma a far discutere sono le parole che il fratello del magistrato ucciso rivolge al capo dello stato. «Sono rimasto deluso dal presidente Napolitano che era stato invitato alla manifestazione e ha detto che non sarebbe venuto perché è una manifestazione di partito», dice Salvatore Borsellino, «ma non lo è, è partito della gente onesta. Chi sta da questo lato è gente onesta, chi sta dall'altra parte evidentemente non lo è». Ma il corteo, nel quale non sono mancati gli slogan contro il presidente del consiglio («Berlusconi fatti processare», «Il lodo Alfano serve solo al nano», gridavano i circa 1500 partecipanti, nonché «Fuori Mancino dal Csm e fuori dell’Utri dallo Stato»), ha voluto essere soprattutto una testimonianza di incoraggiamento per il lavoro svolto da Antonio Ingroia e Sergio Lari. «Appoggio totale ai magistrati che hanno avuto il coraggio di riaprire i fascicoli sulle stragi – dice Gianluca Floridia, coordinatore di Libera Ragusa – la società civile deve finalmente sapere cosa è accaduto in quei momenti, a partire da Portella della Ginestra». Loris, studente ventenne di giurisprudenza, tiene in alto il suo cartello con su scritto «ma chi era Vittorio Mangano?». «In un paese normale – dice – la gente dovrebbe indignarsi nel sapere che lo stalliere del presidente del consiglio era in realtà un uomo di mafia, per questo vado in giro a domandarlo». Luigi, Maria Grazia, Sergio, sono ricercatori e sono venuti apposta per la manifestazione rispettivamente da Parigi, Bruxelles, Londra. Rappresentano il classico esempio di fuga di cervelli. Si sono avvolti in una bandiera italiana: «ci dicono che siamo “anti italiani” ma noi ancora crediamo nella rinascita di questo paese, grazie a momenti come questi». «Il governo – nota Claudio, avvocato romano - dice di fare molto per la lotta alla mafia ma poi approva condoni per il riciclaggio, che sono una delle attività più proficue della criminalità, e riduce le risorse alle forze dell’ordine». Per l’europarlamentare Luigi De Magistris, presente a piazza Navona con Antonio di Pietro, l’imprenditore calabrese Pino Masciari, Sonia Alfano e Gioacchino Genchi, «è straordinario come a 17 anni di distanza dalle stragi tanti giovani abbiano voglia di verità e giustizia, qua c’è quella parte di paese che vuole sapere quanta parte di politica e quanta di istituzioni ha contribuito a quel periodo buio e si è consolidata dopo le stragi. Non è la prima manifestazione e non sarà l’ultima, non ci faremo intimidire».

26 settembre 2009

domenica 27 settembre 2009

Italiani, popolo di delinquenti, ignoranti ed evasori

martedì 28 ottobre 2008

fonte: blackholestar


Sulla falsariga del detto Italiani, popolo di santi, poeti e navigatori, mi permetto di osservare che i santi sono stati sostituiti dai delinquenti, i poeti dagli ignoranti ed i navigatori dagli evasori.

Qualche mese fa la Confesercenti affermò che la Mafia Spa risulta essere la prima azienda italiana con un fatturato di 90 miliardi di euro (calcolati per difetto): il tutto rigorosamente esentasse. Non oso immaginare i ricavi di 'ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita messi insieme. Facendo una stima verosimile ci si aggira sui 300 miliardi di euro (ovviamente calcolati per difetto), l'equivalente di 10 finanziarie!
Aggiungiamo a ciò i problemi derivati dalla convivenza con il sistema mafioso ed il quadro è fatto. A chi non lo sapesse (oppure non lo vuole ammettere) ricordo che le mafie sono presenti su tutto il territorio nazionale (e oltre).

Secondo punto, siamo diventati un popolo ignorante. Non conosciamo la nostra storia, non ci informiamo a dovere (anche se qui c'è un concorso di colpa con i giornalisti che non fanno il loro lavoro) e a scuola facciamo di tutto per tirare avanti, senza eccellere. Non leggiamo molto, amiamo i videogames, le troiate su internet e in tv. Ci interessa di più sapere chi vincerà l'Isola dei Peones o il campionato di Serie A, piuttosto che sapere di aver eletto 70 condannati in Parlamento.

Concludendo, è di oggi la notizia che l'evasione fiscale in Italia si aggira intorno a 100 miliardi di euro (arrotondati sempre per difetto; dati Agenzia delle Entrate) e che l'economia sommersa (lavoro nero) vale il 20% del PIL, ovvero 280 miliardi di euro (fonte ISTAT).

Bel quadretto eh? Ma che importa, l'importante è essere un popolo di delinquenti, ignoranti ed evasori.

giovedì 24 settembre 2009

Il documento del Pg della Cassazione che smentisce la smentita di Letta

da l'AnteFatto

23 settembre 2009

Ecco il comunicato di Palazzo Chigi sull'articolo di oggi che riporta la notizia dell'indagine su Gianni Letta e il controcomunicato del direttore de "Il Fatto".

ROMA, 23 SET - "In data 11 agosto 2009 il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, su conforme richiesta della Procura della Repubblica, ha definitivamente archiviato il procedimento a carico del Sottosegretario Gianni Letta giudicando del tutto inesistenti le ipotesi di reato formulate". E’ quanto precisa la presidenza del Consiglio in relazione alle indiscrezioni pubblicate stamane sul primo numero de "Il Fatto Quotidianò. Il quotidiano fa riferimento ad una indagine riguardante il sottosegretario relativa ai centri di accoglienza per gli immigrati extracomunitari. Secondo quanto scritto nell’articolo la Cassazione avrebbe inviato un fascicolo che lo riguarda al magistrato di Lagonegro, in Basilicata. "Dal complesso degli atti esaminati - precisa la nota di Palazzo Chigi- si legge a pagina 2 del provvedimento, non emerge alcun elemento relativo alla sussistenza degli estremi richiesti dalla giurisprudenza per la sussistenza del delitto di cui all’Art. 416 c.p.". Per quanto riguarda poi il presunto abuso d’ufficio, a pagina 4 dello stesso provvedimento, si legge testualmente: "l'ipotesi di reato prospettata dalla P.G. appare, pertanto, destituita di ogni fondamento". La stessa identica conclusione per le altre supposte ipotesi di reato. La "conseguente restituzione degli atti" alla procura di Potenza e la successiva trasmissione alla procura di Lagonegro da parte della Procura Generale della Cassazione nulla aggiunge al merito ed è legata a ragioni procedurali. Non è neppure vero che la notizia fosse inedita e che del fatto non si siano occupati gli atri giornali. Valga per tutti La Repubblica del 4 aprile 2009.

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La direzione de Il Fatto Quotidiano, in relazione alla nota diffusa da Palazzo Chigi precisa che la richiesta di trasmissione degli atti alla Procura di Lagonegro da parte del Procuratore Generale della Cassazione è stata messa a disposizione dei lettori sul sito internet del quotidiano: www.ilfattoquotidiano.it. Nel provvedimento pubblicato on line si legge che: "si registra una radicale divergenza di opinioni fra il pm di Potenza e il pm di Roma. Il pm di Potenza ...ritiene concretamente ipotizzabili alcuni reati fine (323,353,640 bis)", cioé abuso d'ufficio, turbativa e truffa. Mentre la Procura di Roma non li ritiene configurabili per varie ragioni. La Procura generale della Cassazione stabilisce che nessuna delle due procure è competente e invia il fascicolo a Potenza perché lo giri a Lagonegro. E aggiunge che "la definizione della competenza allo stato attuale non preclude e anzi sollecita lo svolgimento di opportune indagini". Pertanto la direzione de "Il fatto" conferma che:
1) Gianni Letta è indagato per abuso d'ufficio, truffa e turbativa.
2) I magistrati di Roma non hano alcuna competenza ad occuparsi dell'indagine sui reati suddetti; 3) La Procura di Lagonegro è stata stimolata a svolgere "opportune indagini" sui presunti reati di abuso, truffa e turbativa descritti nell'articolo odierno de "Il Fatto".
4) I presunti reati del sottosegretario Letta non sono quindi stati oggetto di archiviazione né a Roma né altrove.


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Documenti

Accedi agli atti (pdf 2,4MB)

mercoledì 23 settembre 2009

Governo Berlusconi in caduta libera

martedì 22 settembre 2009

di Francesco Rossolini, da Agoravox

Le Dichiarazioni deliranti e cruente del Ministro Brunetta sono l’ultimo atto di un Governo agonizzante. Le fortissime spaccature interne, lo sdegno degli ex membri di Alleanza Nazionale e la spada di Damocle che incombe sul Premier, ovvero la manifesta incostituzionalità del Lodo Alfano, stanno spingendo alla farneticazione i membri del Governo e alla totale perdita di credibilità.

La Gelmini, storpiando il Sistema Scuola nella sua interezza ed umiliando ancor di più i docenti italiani, ha conquistato la manifesta ostilità di tutti coloro che operano all’interno della Scuola e dell’ Università. Brunetta con i tornelli prima e con le continue accuse nei confronti dei dipendenti pubblici ha fatto ancor peggio, anche perché il suo rigore non ha portato a nulla di concreto se non all’esasperazione di milioni di lavoratori pubblici.

Le forze dell’ordine sono sul piede di guerra contro un Governo che privilegia le ronde ed altre follie del genere e che non tiene minimamente conto delle richieste delle forze dell’ordine che denunciano di essere sotto organico, in carenza sistematica di mezzi e sottopagate.

I piccoli imprenditori sono furibondi poiché hanno ricevuto come aiuto unicamente belle parole e sono costretti a ridurre il numero degli addetti per non soccombere del tutto dinanzi al colpo di coda della crisi.

Dunque ci si chiede a chi giovi il malgoverno che sta portando l’Italia in un baratro? A chi può giovare un governo dove il Presiedete del Consiglio è protetto dallo scudo corazzato del Lodo Alfano, molto simile ad un diritto feudale più che ad una norma di uno stato democratico, ma che al contempo querela e minaccia tutti coloro che scrivono e parlano fuori dal coro della fabbrica del consenso?

La risposta è evidente e la preoccupazione per l’Italia non è un fantomatico colpo di Stato fatto dall’ élite, ma una quotidiana umiliazione delle libertà fondamentali, una quotidiana erosione dei cardini dello Stato come la Magistratura, la Scuola e la Sanità e di una quotidiana umiliazione della Repubblica Italiana da parte di individui senza alcun senso dello Stato e del bene comune.

Domani 23 settembre finalmente in edicola "Il Fatto Quotidiano" diretto da Antonio Padellaro

martedì 22 settembre 2009

di Gloria Esposito, da Agoravox

Domani 23 settembre sarà in edicola il primo numero de “Il Fatto Quotidiano”, diretto da Antonio Padellaro, che ancor prima della pubblicazione può contare su 28000 abbonamenti già sottoscritti.

Il giornale sarà distribuito nelle maggiori città e consisterà di 16 pagine, di cui le prime otto riguarderanno l’attualità mentre le altre la cultura, lo sport, gli spettacoli. Il quotidiano, che uscirà sei giorni su sette, non avrà padroni: la proprietà è interamente nelle mani di chi scrive e dei piccoli azionisti, un esempio inedito in Italia di “editore puro”. Inoltre non verranno percepiti i finanziamenti pubblici, per cui tutto dipenderà dalle vendite e dai lettori.

“Il 60% degli abbonati ha scelto la versione pdf del giornale, segno che i nostri lettori sono giovani”, dice Padellaro. La redazione, ridotta all’osso e scherzosamente chiamata “la sporca dozzina”, sfodera firme di spicco: Luca Telese seguirà la politica, Gomez e Marco Lillo le inchieste, Furio Colombo risponderà alle lettere, all’economia Stefano Feltri e Francesco Bonazzi; ci sarà anche Beatrice Borromeo e tutti i giorni scriverà Marco Travaglio, che, riguardo alla crisi della carta stampata, spiega: “c’è spazio per i giornali che offrono qualcosa di più e raccontano fatti che la tv non dice”.

Il primo editoriale di Padellaro sarà incentrato sulla “Costituzione”e il direttore spiega che “l’antiberlusconismo non è l’idea su cui si fonda il giornale”. Il quotidiano sarà quindi rivolto a tutti i lettori interessati a “notizie fresche e verità scomode”, insomma a quelli che desiderano saperne di più.

Lo Stato, provincia di Arcore - di Marco Travaglio

di Marco Travaglio, da micromega-online


Nell’ambito della privatizzazione dello Stato e delle sue istituzioni, ce ne siamo appena giocate altre due: l’Avvocatura dello Stato e forse un pezzo di magistratura. Ieri la Corte d’appello di Palermo ha rifiutato di esaminare le nuove prove a carico di Marcello Dell’Utri: le dichiarazioni di Massimo Ciancimino sulle tre lettere (una delle quali sequestrata nel 2005 in casa Ciancimino e rimasta sepolta in procura per quattro anni) che Provenzano avrebbe scritto a Berlusconi facendogliele recapitare da Dell’Utri.

La possibilità che Dell’Utri fungesse da pony express fra il boss e il premier avrebbe dovuto quantomeno incuriosire la Corte che sta processando Dell’Utri per il suo ruolo di trait d’union fra la mafia e il Cavaliere. Invece il presidente Dall’Acqua se n’è uscito con un’ordinanza in cui spiega che la lettera e i verbali di Ciancimino non contengono “fatti riconducibili a Dell’Utri suscettibili di utile rilievo processuale”. Curioso argomentare: un tizio è imputato, poniamo, per essere il galoppino del clan dei Marsigliesi. Poi, durante il processo, salta fuori la prova che il capo deiMarsigliesi lo usava come galoppino. E i giudici che fanno? Dicono che la nuova prova è inutile: in fondo si riferisce solo ai rapporti fra i Marsigliesi e il tizio imputato per i suoi rapporti con i Marsigliesi. Speriamo che la Corte riscopra i fondamenti della logica in tempo per la sentenza.

Intanto l’avvocato dello Stato Glauco Nori si precipita alla Consulta per difendere la costituzionalità del Lodo Alfano. Ma, per la strada, è colto da una drammatica crisi d’identità e non riesce più a distinguere tra lo Stato e Berlusconi, né tra se stesso e Ghedini. Stando al sito ufficiale dell’Avvocatura dello Stato, questa è “un ‘pool’ di giuristi specializzati che rappresenta e difende in giudizio l’amministrazione statale e, più in generale, tutti i poteri dello Stato…”. Cioè dovrebbe difendere la norma generale e astratta, se ci riesce. Nori invece ne difende l’utilizzatore finale. Dice che il Lodo va mantenuto non perché sia conforme alla Costituzione (vien da ridere anche a lui); ma perché, se fosse bocciato, Berlusconi tornerebbe imputato e sarebbe costretto alle dimissioni. Curioso argomentare anche questo: Berlusconi è stato rinviato a giudizio una ventina di volte in 15 anni e non s’è mai sognato di dimettersi (nemmeno quando fu condannato per tre volte in primo grado nel 1997-98); lui stesso ha sempre detto che non si dimetterà mai, nemmeno se condannato in via definitiva, anche perchè nessuno della finta opposizione gliel’ha mai chiesto; in tutto il mondo libero i premier imputati si dimettono all’istante, ma raramente vengono imputati perché all’estero non si usa candidare inquisiti.

L’avvocato dello Stato, con grave sprezzo del ridicolo, aggiunge che, se Berlusconi tornasse imputato, la stampa potrebbe seguire i suoi processi con “formule suggestive”, con uno “stile giornalistico” che a lui non garba e naturalmente con “fughe di notizie coperte dal segreto”. Forse questo Ghedini aggiunto ignora che la stampa è libera di usare le “formule” e lo “stile” che le pare senza chiedere il permesso all’Avvocatura dello Stato; e le fughe di notizie riguardano le indagini preliminari, mentre i dibattimenti sono pubblici e privi di segreti: e il Lodo blocca i dibattimenti, non le indagini. La prossima volta, prima di aprire bocca, l’avvocato dello Stato chieda in giro la differenza che passa fra lo Stato e Berlusconi. Dopodichè si consulti con il Ghedini vero: nemmeno lui avrebbe osato dire simili scempiaggini. E comunque,anche quando le dice, è pagato da Berlusconi. L’Avvocato dello Stato, invece, lo paghiamo noi.

lunedì 21 settembre 2009

Vero o falso? Silvio Berlusconi a "Porta a porta", il 15 settembre 2009.


Vi propongo quest'interessantissima analisi, redatta dal sito "La Voce", sulle tante falsità mandate in onda da Berlusconi, durante la sua ospitata a Porta a Porta, lo scorso 15 settembre. Complice, Bruno Vespa.



Il Punto

È o non è diminuito l'assenteismo nella pubblica amministrazione? La risposta è sì. Chi contesta i dati vantati dal ministro Brunetta lo fa con argomenti deboli. Bene, dunque, ma rimangono due questioni sul tappeto: combattere il fenomeno senza ricorrere a metodi “odiosi” e tradurre questi risultati in un miglioramento della produttività del lavoro.
Ripartono i concorsi universitari. Con nuove regole per la composizione delle commissioni, che verranno puntualmente aggirate. L'ingegneria concorsuale è l'unica scienza sperimentale da cui non si impara nulla. Bene che il 7 per cento del Fondo di finanziamento delle università venga assegnato sulla base di criteri meritocratici. Male, invece, che il ministero non abbia ancora resi pubblici i meccanismi in base ai quali sarà erogato. Così gli atenei, con notizie parziali e non trasparenti, non sono in grado di programmare.
Troppe non-malattie e troppi non-malati in cura, creati dal marketing dell’industria farmaceutica. Mentre le categorie più deboli non ricevono sufficiente assistenza. È questo il nodo da sciogliere perché i sistemi sanitari diventino sostenibili ed efficaci.
Nel lungo soliloquio davanti alle telecamere di “Porta a porta” Berlusconi ha sparato molte cifre. Quali sono vere e quali false?


Multimedia

Vero o falso? Sivlio Berlusconi a "Porta a porta" - 15 settembre
Parte 1 Produzione industriale
Parte 2 Ripettare gli impegni
Parte 3 Immigrazione

Elite a confronto

21 settembre 2009

Fonte: ByoBlu
Renato Brunetta Elite di merda

Brunetta dice che in Italia operano élite eversive – anzi, per dirla in brunettiano: élite di merda -, che tramano progettando un colpo di stato: un golpe. Forse è utile ricordare a Brunetta che un colpo di stato ha tre elementi fondamentali:

  1. il potere viene destituito mediante atti illegali.
  2. viene posto in essere dall’interno della classe dirigente (organi istituzionali);
  3. ha come scopo sostituire il regime, non necessariamente occuparlo.

Non serve. invece, ricordare a Brunetta che l’opposizione portata avanti attraverso gruppi editoriali rientra negli strumenti leciti, quelli che una democrazia mette a disposizione dei cittadini per decidere gli assetti governativi.

Non serve neppure ricordare a Brunetta che se proprio vogliamo parlare di golpe, qui l’unico vero e proprio golpista è Silvio Berlusconi, tessera n°1816 della loggia massonica deviata Propaganda 2per gli amici P2 –, nelle cui liste figuravano una quantità invidiabile di rappresentati degli apparati militari e della magistratura – dunque degli organi istituzionali. Loro sì, miravano a sovvertire il regime dall’interno, impadronendosene mediante atti illegali, che una apposita commissione parlamentare giudicò “un complotto permanente”. E non ci provarono una volta sola: durante il Golpe Borghese del 1970, erano proprio loro a doversi occupare del rapimento del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Insomma, la P2 di Licio Gelli era, come ama definirla Berlusconi, né più né meno che un’innocua associazione culturale. Non oso immaginare cosa potrebbero combinare quegli assatanati degli scouts!

Ma la parte più interessante deve ancora venire, ed è sfuggita a tutti. Dopo l’offesa – élite di merda – e l’apologia di reato – che vadano a morì ammazzati – Brunetta svela il suo lato intellettuale. Sabato sera, rispondendo alle critiche di chi gli contesta un uso non proprio forbito del linguaggio e il conseguente avvilimento culturale del dibattito politico, Brunetta svela di aver dovuto usare quel linguaggio, perché altrimenti nessuno se lo sarebbe calcolato: «Se avessi detto che è tempo di rilanciare il dibattito neo-ricardiano degli anni Settanta per un’alleanza tra buon lavoro e buon capitale contro la cattiva rendita, qualcuno mi avrebbe ascoltato?».

Forse non tutti avrebbero capito, caro Brunetta, ma è certo che avresti stimolato il senso di inadeguatezza culturale di molti connazionali, e forse qualcuno avrebbe aperto un’enciclopedia. Invece, con questo tuo calderoliano imbarbarimento dialettico, rendi evidente quale sia la strategia dell’élite cui appartieni tu, e confermi implicitamente l’esistenza di una struttura delta che distrugge l’opinione pubblica e le capacità critiche degli italiani, costruendo palinsesti volgari, studiati per instupidire la gente, stimolando un tenore dialettico da mercato rionale e appiattendo il livello culturale su valori prossimi allo zero. Del resto, un popolo dormiente, non conscio della sua forza e incapace di farsi qualsiasi domanda è il gas ideale per tenere in sospensione finti statisti gonfiati artificialmente come palloncini da circo.

«Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior», Brunetta. Sempre meglio un élite di merda, che un élite del cazzo come la tua.

Kabul. Il cordoglio non basta. Un'analisi storica, militare, e politica

Scritto da Gaetano Colonna (18 Settembre 2009) tratto da megachip

exitstrategydi Gaetano Colonna - clarissa.it


Quanto accaduto a Kabul non richiede solo un'espressione di formale cordoglio per i soldati italiani che, ancora una volta, sono caduti compiendo il loro dovere. Se davvero si ha rispetto per le nostre Forze Armate e per i giovani che oggi muoiono prestandovi servizio, occorre spiegare in modo chiaro al Paese cosa sta accadendo in Afghanistan.

L'Afghanistan è un paese in guerra almeno dal 1979, quando gli Stati Uniti favorirono l'invasione del Paese da parte dell'Urss, secondo quanto ha dichiarato Zbigniew Brzezinsky, allora consigliere per la sicurezza nazionale del presidente americano Carter: "Noi non volevamo spingere i russi ad intervenire, ma consapevolmente accrescevamo le probabilità che lo facessero. (...) Il giorno in cui i russi ufficialmente attraversarono la frontiera, io scrissi al presidente Carter che noi avevamo ora l'opportunità di dare all'Urss il suo Vietnam. Infatti, per almeno dieci anni, Mosca ha dovuto portare avanti un conflitto insostenibile, un conflitto che ha condotto alla demoralizzazione prima ed alla dissoluzione finale dell'impero sovietico poi"(1).
Le forze islamiste sunnite, armate e addestrate dall'Occidente e usate per dieci anni come freedom fighters anti-comunisti, divennero dal quel momento utilissime sia in funzione anti-iraniana sia per estendere il controllo occidentale alle deboli repubbliche della Inner Asia, emersa come un'area strategica di importanza mondiale dopo il crollo dell'Urss, anche a causa delle sue enormi riserve energetiche. Ma, mentre servivano in tal modo gli interessi occidentali anche dopo il ritiro sovietico del febbraio del 1989, le fazioni che avevano condotto la resistenza anti-sovietica proseguirono in una guerra civile che non ebbe del tutto fine nemmeno dopo l'ascesa al potere del regime talebano, nel 1996, con la conquista di Kabul. Una guerra civile che ha portato ad oltre un milione e mezzo di vittime e a cinque milioni di profughi, riducendo di un terzo la popolazione del Paese.
La terza fase di disintegrazione dell'Afghanistan è iniziata il 7 ottobre 2001, con il lancio dell'operazione Enduring Freedom, conseguente alla risposta americana all'attacco dell'11 settembre: con gli accordi di Bonn del 5 dicembre e la risoluzione Onu n. 1386, il Consiglio di Sicurezza autorizzava la costituzione di una forza internazionale di sicurezza guidata dal Regno Unito, cui partecipano altri 18 Paesi, fra cui l'Italia. Ebbe così inizio la missione Isaf, prolungatasi fino ai nostri giorni con una serie di successive risoluzioni Onu (quella attualmente in corso è infatti la XI Isaf) che hanno progressivamente esteso, anche sul piano territoriale, i compiti delle truppe alleate, poi passate dal 2003 sotto il comando della Nato, mentre in parallelo rimane attiva l'operazione Enduring Freedom. Le due missioni sono oggi coordinate da un comandante americano che detta la strategia complessiva, sulla quale occorre dire qualcosa.
L'intensificazione della resistenza anti-occidentale in Afghanistan a partire dal 2005 e la "guerra delle moschee" esplosa in Iraq con l'attentato a Samarra il 22 febbraio 2006 hanno infatti imposto un cambiamento di rotta che ha portato all'elaborazione di una dottrina di impiego, denominata Anaconda Strategy, la cui paternità è attribuita al generale Petraeus, comandante in capo delle forze alleate in Iraq. Petraeus ha riportato in auge le antiche dottrine sulla contro-insurrezione che integrano strategie militari, politiche ed economico-sociali per sradicare la resistenza, cercando di spostare i compiti di presidio del territorio sulle forze armate e di polizia locali; sulla creazione di sistemi di controllo per aree provinciali, sperimentato inizialmente proprio in Afghanistan; sulla formazione di contractors stipendiati, come nel caso degli oltre novantamila iracheni del programma Sons of Iraq, addestrati ed armati direttamente dal governo americano ed utilizzati in operazioni di contro-guerriglia.
Ma i fenomeni insurrezionali presenti nel teatro mediorientale non sono assimilabili a quelli dei conflitti anti-coloniali degli anni Cinquanta e Sessanta o alla cosiddetta "guerra rivoluzionaria" d'Algeria e della lunga stagione delle guerre in Indocina, culminate con la sconfitta americana in Vietnam del 1975. In Medio Oriente, infatti, non si è davanti ad una strategia politico-militare collegata ad un'ideologia unitaria, a un movimento centralizzato, rigidamente organizzato e compartimentato: vi sono invece molteplici centri di opposizione, spesso in conflitto fra loro sul piano etnico e religioso, che hanno come motivazione prioritaria la resistenza all'occupante. Per questo, oltre la obiettiva difficoltà di sradicare un avversario così indefinito, alla prova dei fatti la sola componente della strategia di Petraeus che ha dato frutti, presentata come un'ondata risolutiva (Iraq troop Surge), è stata quella che a Baghdad ha fatto sì che, a colpi di orribili stragi, le popolazioni di diversa appartenenza religiosa si riposizionassero nei quartieri della capitale, creando di fatto aree settariamente contrapposte, costituendo un precario equilibrio sul territorio, tanto precario da essere già rimesso in discussione con le nuove stragi di questa estate 2009.
Qualcosa di simile si sta tentando di ottenere anche in Afghanistan, come dimostrano gli avvicendamenti al vertice del comando integrato, gen. David McKiernan è stato sostituito, dopo appena undici mesi di comando, dal gen. Stanley A. McCrystal, fino ad oggi comandante del Joint Special Operations Command, l'unità di comando che dirige tutte le operazioni delle forze speciali alleate. La motivazione di questa scelta, secondo fonti americane, è che "abbiamo una nuova strategia e con una nuova strategia dovranno esserci alcuni cambiamenti di leadership per portarla avanti"(2). Ufficiali che provengono dalle forze speciali americane sembrano cioè più idonei alla propagazione della Anaconda Strategy anche in Afghanistan, dove tuttavia il problema è, se possibile, ancora più complesso di quello iracheno per il quadro etnico-tribale del Paese che ha da tempo provocato il diretto coinvolgimento nella guerriglia del Pakistan occidentale, dove è in corso di ulteriore estensione.
Il naufragio di questa superata strategia contro-insurrezionale è già da tempo dimostrato dalle decine di migliaia di vittime tra la popolazione irachena che hanno portato il bilancio di quel conflitto, all'agosto 2009, a una cifra fra i 90.000 ed i 100.000 iracheni caduti (altre stime parlano di 30.000 militari e quasi 700.000 civili caduti) e a 4331 soldati americani, 933 contractors e 318 soldati di altre nazionalità caduti; mentre per l'Afghanistan parliamo di 682 soldati americani, 75 contractors e 382 caduti di altre nazionalità, oltre a più di 11.000 soldati afgani e oltre 7.500 vittime civili, che a loro volta si vanno a sommare alla cifre spaventose di quasi trent'anni di una guerra ininterrotta.
Si aggiunga a questo disastro militare il fatto che, in Afghanistan come in Iraq, abbiamo assistito al fallimento anche della strategia politica, costruita a tavolino dai teorici nordamericani, del democracy building con la quale si è tentato e si tenta di giustificare un attacco, come quello all'Iraq, ingiustificato da tutti i punti di vista, compreso quello del diritto internazionale. Le elezioni in Afghanistan di agosto sono state un'altra dimostrazione dei fallimenti di questa costruzione in vitro della democrazia: mentre i media italiani continuavano a celebrarle come una vittoria politica, sappiamo che la partecipazione al voto è stata inferiore al 50%, che la vittoria di Kharzai è contestata dal suo oppositore e, negli ultimi giorni, che si è reso necessario il riesame dei suffragi per l'estensione dei brogli elettorali - con buona pace di quanti si sono stracciate le vesti a proposito della vittoria di Ahmadinejad in Iran, incontestabile in termini numerici.
Infatti, a differenza di quanto avvenuto nel secondo dopoguerra, quando fu possibile imporre la democrazia a Germania, Giappone e Italia, trattandosi di Paesi unificati e culturalmente omogenei, ad un livello di sviluppo socio-economico paragonabile a quello delle grandi democrazie atlantiche - in un Medio Oriente devastato da decenni di conflitti insanabili la democrazia occidentale suona, nel migliore dei casi, come un'opportunità per i ristretti gruppi di potere legati agli Alleati di imporre i propri interessi per lo più di clan o economici: negli altri casi è una vuota parola, priva di qualsiasi possibile applicazione in contesti sociali completamente disintegrati, lacerati da conflitti religiosi ed etnici, spesso spregiudicatamente alimentati da forze esterne. Si aggiunga a questo che gli Stati Uniti hanno diretto la politica di occupazione, sia in Iraq che in Afghanistan, con una visione, tipica del pensiero wilsonista che predomina nelle amministrazioni nordamericane da un secolo, che non ha tenuto in alcun conto la complessa storia di questi Paesi.
Ora gli Stati Uniti sono impegnati in uno sforzo bellico internazionale le cui dimensioni ed il cui peso sul Paese sono notevolissimi: più di 350.000 uomini, pari a oltre il 25% delle forze armate Usa, sono attualmente all'estero; di questi, 190.400 erano impegnate in Iraq e nelle aree limitrofe alla fine dell'anno fiscale 2008; altri 32.300 erano dislocati in Afghanistan, ma sappiamo già che nel corso del 2009 almeno altre 17.000 unità sono state aggiunte a questo contingente e nell'agosto del 2009 si sta parlando di impiegare altre 40.000 unità, provvedimenti che porteranno a quasi 100.000 uomini la presenza militare americana in quel Paese. A causa della complessiva situazione del reclutamento Usa, che rappresenta un fattore critico di cui si parla pochissimo in Occidente, la maggior parte di queste unità saranno sottratte all'area irachena e del Golfo Persico, grazie agli accordi per il disimpegno. Il costo complessivo di questa presenza, secondo valutazioni attendibili, è stato nel 2008 di 102,5 miliardi di dollari, pari al 42% del bilancio per la sicurezza globale degli Usa che assommava a 630 miliardi di dollari per l'anno fiscale 2008.
Il ruolo della Nato e quindi delle forze italiane inserite nella missione Isaf è quindi chiaramente di contribuire a colmare i vuoti che queste missioni stanno provocando nell'apparato militare americano: questo è il dato di fatto che occorre comprendere e valutare in sede politica. Non stiamo quindi combattendo in Afghanistan per il fantasma di una democrazia che questi Paesi non intendono avere da noi: stiamo combattendo per sostenere gli interessi strategici nordamericani nell'area mediorientale e centro-asiatica. Ora, la coincidenza di questi interessi con quelli europei e, nel loro ambito, italiani è la questione che dovrebbe essere posta al centro del dibattito, se finalmente un serio dibattito si aprisse nel nostro Paese su questa missione delle nostre Forze Armate.
A nostro avviso, né l'Europa né l'Italia hanno alcun interesse a proseguire l'occupazione dell'Afghanistan, soprattutto ora che, come molti sembrano dimenticare, questo conflitto si sta estendendo anche alle regioni occidentali del Pakistan, destabilizzandolo ulteriormente e introducendo così un ulteriore fattore di rischio nell'area del Medio Oriente allargato, tenuto conto del fatto che stiamo parlando di un Paese dotato di armamenti nucleare e con un contenzioso territoriale ed etnico-religioso aperto da sessant'anni con l'India.
Né vale continuare a richiamarsi, come fanno i nostri ministri, al pericolo costituito dal "terrorismo internazionale" perché è ben chiaro che questa strategia di occupazione militare sembra fatta apposta per alimentare il terrorismo in tutte le sue forme, oltretutto fornendo ad esso un'eccezionale motivazione, quella appunto della resistenza contro gli occupanti occidentali.
La complessiva pochezza della nostra classe politica fa sì che essa stia cercando in ogni modo di evitare che si affronti la questione nei suoi termini reali, giacché questo richiederebbe ben altro profilo nei confronti dell'alleato americano. Noi riteniamo invece che affrontare la questione nei suo veri termini sia la sola maniera seria di onorare i nostri caduti.


(1) Jauvert V., Les révélations d'un ancien conseiller de Carter, «Oui, la CIA est entrée en Afghanistan avant les Russes...», in "Le Nouvel Observateur" , n. 1732, 15-21 gennaio 1998.
(2) International Herald Tribune, 15 maggio 2009.

Fonte: http://www.clarissa.it/ultimora_nuovo_int.php?id=115.

sabato 19 settembre 2009

Sky: esposto contro Mediaset, 'concorrenza sleale'

» 2009-09-16

MILANO - Sky Italia ha presentato un'azione legale al tribunale di Milano contro le società del gruppo Mediaset Rti e Publitalia per violazione delle regole Antitrust in base all'articolo 82 del Trattato Europeo e per concorrenza sleale. Lo annuncia la News Corporation di Rupert Murdoch in una nota. La tivù di Murdoch sostiene che con il rifiuto a Sky di acquistare pubblicità sulle principali emittenti commerciali italiane, Canale 5, Italia 1 e Rete 4, sono stata violate le norme della concorrenza europea, così come le regole sulle comunicazioni in Italia.

Fonte: Ansa.it

venerdì 18 settembre 2009

Le famiglie delle vittime: «E la chiamano missione di pace»

Fonte: l'Unità.it

Le storie dei militari morti. Tre di loro avevano solo 26 anni
di ma.ge.


Le urla, lo strazio, il dolore. Calano nei paesi e nelle città dove hanno lasciato madri, padri, figli, mogli, sorelle, amici, man mano che le sei vittime di Kabul prendono un nome e un volto. E la Difesa arriva nelle case dei militari ammazzati in Afghanistan a dare notizia della loro morte.

All'inizio c'è solo una divisa. E un numero. Quello del Reggimento Folgore, il 186°, di cui tutti i militari morti nell'attentato di Kabul facevano parte. Cala il lutto a Siena, nella loro caserma, la bandiera viene ammainata a mezz'asta in segno di lutto.

Poi, sono urla e pianti, quando la notizia della morte comincia a bussare casa per casa, a Solarussa, in Sardegna, nella campagna potentina di Tramutola, a Fuorigrotta, a Sesto Fiorentino...

Bussa alla porta di casa di Matteo Mureddu, che aveva 26 anni ed era nato in un piccolo comune della Sardegna, Solarussa, in provincia di Oristano. E da qualche anno si era trasferito a Uopini, vicino Siena. Suo padre fa il pastore e possiede un piccolo gregge. «Ma perché la chiamano missione di pace?», urla sua madre.

Bussa alla casa del primo caporal maggiore Davide Ricchiuto, nato in Svizzera, a Glarus. Il padre Angelo, che adesso lavora in una ditta di costruzioni, da giovane era emigrato in Svizzera, ma da tempo è tornato nel paese d'origine, a Tiggiano, nel Salento, con tutta la famiglia. La madre è casalinga. Davide, che faceva l'utista di mezzi militari, non era alla prima missione in Afghanistan. Appena possibile tornava sempre in paese a casa dei suoi.

Antonio Fortunato, 35 anni, era originario di Lagonegro, in provincia di Potenza. Era lui che comandava la pattuglia della brigata Folgore colpita dall'attentato questa mattina. Lascia la moglie e un figlio piccolo. «Era un uomo grande, maestoso, che amava profondamente il suo lavoro», lo racconta tra le lacrime la cugina Antonietta che accoglie i parenti nella casa dei genitori di Fortunato, a Tramutola, nella campagna potentina, mentre genitori e i fratelli (Alessandro e Teresa) sono in viaggio per raggiungere moglie e figlio di Antonio, che sono in Toscana, a Badesse, in provincia di Siena, dove Antonio si era trasferito. «Amava il suo lavoro», dice ancora la cugina.

Un «dolore troppo grande», dice tra le lacrime Anna, Randino, la mamma di Massimiliano Randino, primo caporal maggiore. Massimiliano, 32 anni, era nato a Pagani, in provincia di Salerno. Era sposato e viveva a Sesto Fiorentino, dove è di stanza il suo battaglione, mentre il padre e la madre vivono a Nocera Superiore, in un condominio modesto a tre piani.

Gian Domenico Pistonami, caporal maggiore, veniva da Lubriano, un paese di mille abitanti che si affaccia sulla valle dei Calanchi, al confine tra il Viterbese e il Ternano. Aveva 28 anni, era figlio unico ed era fidanzato con una ragazza. Il padre, Franco, 55 anni, è operaio in una ditta d'impianti elettrici. La mamma Annarita, di 47, casalinga.

Roberto Valente, 37 anni, era napoletano. Ieri sera era ancora a Napoli, con la famiglia. Una licenza di quindici giorni. Poi oggi il rientro in Afghanistan. Il convoglio su cui si trovava al momento dell'attentato, un mezzo pesante che tante volte ha salvato i militari a bordo da attentati minori, lo avrebbe dovuto riportare dall'aeroporto alla base militare. Sua madre attendeva in mattinata una telefonata, per sapere se il viaggio di rientro era andato bene; invece della comunicazione del figlio è stata raggiunta da una delegazione dell'Esercito italiano.

17 settembre 2009

Non è la prima volta che il presidente del Consiglio e fondatore di Mediaset attacca i media. Ecco tutte le sue dichiarazioni in video (da Sky.it)

Fonte: sky.it

Ecco Berlusconi contro i media. Tutti i video

07 settembre, 2009

La libertà di stampa è in pericolo? "E' una barzelletta di una minoranza di comunisti e catto-comunisti e dei loro giornali, che purtroppo sono il 90%". Queste le parole pronunciate da Silvio Berlusconi il 7 settembre (qui il video servizio di SKYtg24).
"Loro intendono la libertà di stampa come libertà di insulti, diffamazione, calunnie - aggiunge il premier - Io sono stato costretto a rivolgermi alla magistratura per dimostrare che la libertà di stampa non è tutto questo". E conclude: "L'ho detto e lo ripeto con forza: con questa informazione, povera Italia".
Non è la prima volta che il presidente del Consiglio e fondatore di Mediaset attacca i media. Ecco tutte le sue dichiarazioni in video

7 settembre 2009 Libertà di stampa a rischio? Una barzelletta

4 settembre 2009 Povera Italia con questa stampa

2 settembre 2009 Il presidente del Consiglio cita per danni il quotidiano l'Unità

1 settembre 2009 Berlusconi contro la Ue. Parlino solo i presidenti e non il portavoce

30 agosto 2009 Caso Boffo. Berlusconi dichiara di non aver mai parlato con Feltri

28 agosto 2009 Il premier querela per diffamazione il quotidiano Repubblica

7 agosto 2009 Non ho scheletri nell’armadio. C’è solo la completa perdita di credibilità di chi fa certi attacchi

9 luglio 2009 G8 a L’Aquila. Berlusconi al cronista: non avete raggiunto il risultato che volevate. Auguri

6 luglio 2009 Foto di Villa Certosa. Certa stampa estera, con certa stampa italiana, sta mandando avanti una campagna morbosa

27 giugno 2009 Dai giornali incentivi alla paura. Bisognerebbe chiudere la bocca a chi parla di crisi

19 giugno 2009 Berlusconi chiama l'avvocato Ghedini: sui gionali leggo cose che non ho mai detto. Sono dei disgraziati

13 giugno 2009 Contro di me un progetto eversivo. Le veline, le minorenni, Mills, e i voli di Stato sono solo calunnie

4 giugno 2009 Foto a Villa Certosa. Berlusconi denuncia El pais. Sono scatti innocenti si tratta di un'aggressione vera e propria

4 giugno 2009 Berlusconi a SKY Tg24. Ribadisco, nessun rapporto con Noemi. Attacchi contro di me che partono da una calunnia assoluta


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Ringrazio LucaWD lettore del blog per avermi segnalato questo articolo

Immunita' alte cariche dello Stato: le norme all'estero

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Fonte: Vivicentro.org

ROMA - Le legislazioni sull'immunità per le più alte cariche dello Stato e per i parlamentari nei maggiori Paesi occidentali sono molto variegate. Ecco in sintesi cosa è previsto negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, Francia e Germania in materia di immunità.


STATI UNITI - Il principio di base negli Stati Uniti è che nessuno è al di sopra della legge. Anche il presidente degli Stati Uniti può essere messo in stato di accusa, attraverso lo strumento dell'impeachment, qualora venga sospettato di avere commesso gravi crimini nell'esercizio delle sue funzioni. Nella storia Usa solo due presidenti sono stati comunque sottoposti ad impeachment: il repubblicano Andrew Johnson (nel 1868) e il democratico Bill Clinton (1999). Il presidente Richard Nixon era stato a sua volta impegnato in un braccio di ferro con la Corte Suprema, per la consegna delle registrazioni fatte nello Studio Ovale, ma si era dimesso prima che si giungesse ad un verdetto. Da notare che il presidente ha a sua disposizione lo strumento del 'privilegio dell'esecutivò che lo protegge dal fornire informazioni che potrebbero mettere a repentaglio la sicurezza nazionale. Il presidente George W. Bush ha fatto ampio uso di questo privilegio rifiutandosi, ad esempio, di consegnare al Congresso documenti riguardanti il suo vice Dick Cheney ed il suo ex consigliere Karl Rove.

GRAN BRETAGNA - In una monarchia costituzionale come il Regno Unito, l'immunità è garantita solo al Re o alla Regina, perché storicamente è dal sovrano che emana lo Stato, ed è lui (o lei) che crea i tribunali "per proteggere il popolo". Dopo il Crown Proceedings Act del 1947, è possibile portare in tribunale il governo (che è 'il governo della regina'), ma in nessun caso la sovrana, per qualsiasi sua attività. Da qui l'espressione 'The Queen can do no wrong' (la regina non può far nulla di sbagliato). L'immunità non riguarda gli altri membri della famiglia reale o gli esponenti di governo. I parlamentari sono immuni, per il tempo che restano in carica, dalle denunce per diffamazione o vilipendio, ma sono perseguibili per ogni altro reato, senza autorizzazione del Parlamento.

GERMANIA - Il presidente della Repubblica federale tedesca e tutti i membri del Parlamento, incluso il presidente del Bundestag, godono dell'immunità contro eventuali procedimenti legali. L'immunità può essere revocata solo dal Parlamento, anche nel caso del presidente della Repubblica, il quale non è membro del Parlamento. Tutte le altre cariche, incluso il cancelliere ed i suoi ministri, non godono dell'immunità, a meno che non siano allo stesso tempo membri del Parlamento. Il presidente della Corte Costituzionale tedesca non gode di alcuna immunità.

FRANCIA - La protezione di cui gode il presidente della Repubblica francese dall'accusa di aver commesso reati è stata rafforzata dalla riforma voluta da Jacques Chirac al termine del suo mandato, l'anno scorso. Il Parlamento in seduta congiunta (si chiama allora Alta Corte) può votare a maggioranza dei 3/5 l'impeachment del presidente nel caso di gravi mancanze incompatibili con la sua funzione o per alto tradimento. Per il resto, l'immunità quasi totale è garantita da una legge costituzionale che riguarda non solo indagini penali, ma anche iniziative amministrative. L'immunità dura fino ad un mese dopo la scadenza del mandato. Per i parlamentari vige il principio di 'irresponsabilita'', nel caso di atti compiuti nell'espletamento delle proprie funzioni. Per quanto riguarda invece tutti gli atti suscettibili di denuncia penale commessi al di fuori dei propri poteri di deputato o senatore durante il periodo in cui si è in carica, é prevista l'immunità, ma dagli anni '90 il cosiddetto 'regime di inviolabilita" è stato ristretto in quanto non protegge più dall'apertura delle inchieste da parte della magistratura. Le autorizzazioni a procedere sono automatiche per la flagranza di reato e in caso di condanne definitive nel corso del mandato si procede direttamente all'arresto.

(26 giugno 2008)


ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).