Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe

.

Sogno di un paese dove parole come cultura, leggi, rispetto, uguaglianza, civiltà, umanità e pietà non siano soltanto delle belle ma purtroppo inutili parole ma rappresentino invece le basi di un popolo che ha fatto di quel sogno, di quello stupendo sogno che si chiama Costituzione Italiana, le sue fondamenta.

"C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". Paolo Borsellino da "Lezione sulla mafia" del 1989

"Il nostro è un Paese senza memoria e senza verità"
Pier Paolo Pasolini

martedì 30 giugno 2009

Lo Stato delle stragi...(e con una protezione civile che arriva sempre, ma dopo)

from blog Beppe Grillo






Ai tempi dell'Italicus c'erano le stragi di Stato, oggi c'è lo Stato delle stragi: dalle morti in Abruzzo per mancanza di misure antisismiche all'esplosione del vagone di GPL nella città di Viareggio.

Da Viareggio, ricevo dai Grilli Versiliesi questa lettera:

"Cisterna parcheggiata in stazione... treno in corsa con un carico di GPL...
Non so quale sia la l'esatta dinamica dell'incidente...so che ho visto una macchina ferma al semaforo, all'incrocio con la via di scorrimento e la via Garibaldi...l'auto bruciata e il suo conducente a terra, con un telo a coprirlo. Morto probabilmente perché investito dall'esplosione avvenuta a pochi metri da lui.
Che ci facesse una cisterna piena di GPL in stazione (se è questa una versione) o ancora peggio un proiettile caricato a GPL sfrecciare dentro una stazione ferroviaria fortemente urbanizzata...
Non lo so...so solo che ci sono dei morti, delle famiglie distrutte da una catastrofe evitabile, anche questa, un'altra.
Questa è una conseguenza anche del modo di concepire l'energia...trasportiamo il combustibile sopra treni merci alimentati a loro volta da energia elettrica prodotta da altri combustibili fossili, da un capo all'altro dell'Italia. E' l'economia dell'energia consumabile e trasportabile comunque, che sia sicuro o no farlo non importa.
Questa notte sono morte delle persone, delle famiglie che dormivano nelle loro abitazioni svegliate e poi uccise da un treno che deragliando si è scontrato con un altro carico.
Una volta c'erano i treni a vapore che entrando in stazione portavano il loro carico di passeggeri e corrispondenza, oggi piombano treni a gas con il loro carico di morte.
La stazione della Croce Verde che si trovava a poche decine di metri dall'esplosione è stata fortemente danneggiata e la stessa caserma di PS era molto vicina al luogo dell'impatto.
In 40 minuti è stata allestita la macchina dei soccorsi, ho visto un grandissimo spiegamento di forze dell'ordine e di unità sanitarie, pompieri, protezione civile, tutte in soccorso, tutti preparati alla situazione. A loro va il mio personale ringraziamento per esserci sempre e comunque.
A chi compete la sicurezza e l'incolumità delle persone chiedo di dare una risposta e di fare in modo che certe tragedie si evitino, che si evitino vittime innocenti come i bambini morti stanotte.

Basta con i soccorsi pronti in 40 minuti, dopo. Questa tragedia era evitabile prima.

Riflessioni e rettifiche dell'ultim'ora:

1. la rettifica è che il passeggero dell'auto all'incrocio fra via di scorrimento e via Garibaldi in realtà era a bordo di uno scooter ed è stato investito quindi mortalmente dall'esplosione. I passeggeri a bordo dell'auto sono salvi per miracolo.
Sono usciti dall'auto dopo che questa si era arrestata a causa della deflagrazione.
A soli pochi metri di distanza, quando ormai erano ad un distanza di sicurezza, l'auto è esplosa.

2. La riflessione è questa: come già detto questa è stata una tragedia che deve la sua origine in parte a causa della dipendenza energetica dall'uso dei combustibili fossili...ma se al posto del gas ci fossero state scorie chimiche tossiche o peggio ancora scorie nucleari? Quali sarebbero state le conseguenze?

Tralasciando la stupidità umana che ha causato il disastro, dovuto alla scarsa manutenzione, allo scarso controllo (contenimento delle spese?) dobbiamo renderci conto che non possiamo mandare in giro merci o combustibili fossili e nucleari che siano. Dobbiamo cambiare le nostre abitudini, il modo di concepire come fare energia."

La Sardegna si ribella, dal 2 luglio il Gsotto

from L'Unità

Dal 2 al 6 luglio, a pochi giorni dal G8 che si terrà in Abruzzo, nella zona del parco geominerario del Sulcis, in Sardegna, organizzazioni nazionali e locali daranno vita al Gsott8. A Carbonia, Iglesias, Monteponi, Montevecchio, Villamassargia, saranno cinque giorni di dibattiti, spettacoli, visite guidate, mostre, laboratori delle produzioni locali. L’obiettivo è quello di mettere a confronto riflessioni e pratiche di diverse parti del mondo, per proporre alternative produttive, economiche, ambientali e sociali all’attuale modello di sviluppo.

Tanti gli ospiti italiani e internazionali che parteciperanno ai lavori del Gsott8, ne citiamo alcuni: c'è il rappresentante della Commissione Giustizia e Pace, organizzazione della Chiesa cattolica che in Congo è attiva per la protezione dei diritti economici e sociali delle comunità che subiscono gli impatti dell'estrazione petrolifera anche italiana.
C'è uno dei coordinatori dei movimenti indigeni che si sono sollevati in Perù.
C'è la ricercatrice americana che ha scoperto e denunciato le violazioni dei diritti del lavoro nei supermercati Wal-mart.
C'è una rappresentante dei contadini de La Via Campesina, il più grande movimento dell'agricoltura familiare nel mondo.
Ci sono le organizzazioni sindacali italiane, preoccupate per l'impatto della crisi dalla fabbrica, al campo, in città.
C'è un sopravvissuto al conflitto tra Bangladesh e India, che insieme alle donne del suo villaggio lo ha ricostruito due volte grazie al commercio equo e solidale.
Ci sono Province e Comuni sardi, che stanno cercando di uscire dalla crisi senza lasciare indietro nessuno dei propri cittadini.
Ci sono molti loro cittadini che da anni si sono organizzati per resistere producendo in modo diverso.
Ci sono più di 100 attivisti, sindacalisti, esperti, lavoratori, produttori, che si incontreranno dal 2 al 6 luglio, nelle zone minerarie del Sulcis Iglesiente e del Medio Campidano.
Si effettueranno collegamenti video e radio con Genova, con l'Abruzzo e, via internet, con tutto il mondo per mettere questi saperi preziosi a disposizione di ciascuno.

ll Gsott8 è promosso da ong M.A.I.S., Fair, Centro Internazionale Crocevia, Associazione Fair Watch, Mani Tese, Campagna Riforma Banca Mondiale, Servizio Civile Nazionale, Coalizione Help local Trade, World Development Movement, BothENDS, Xarxa de Consum Solidari, Za Zemiata, Védegylet Egyesület/Protect the Future Society, Arci, Legambiente, A.L.P.A. e Fiom-Cgil
in collaborazione con tanti altri, uomini e donne di "buona volontà" e il sostegno delle Province del Sulcis-Iglesiente e del Medio Campidano e dei Comuni di Iglesias, Carbonia, Guspini, Villamassargia, Arbus, Pabillonis, Carloforte.

30 giugno 2009

Viareggio - Berlusconi contestato al suo arrivo

Censura totale sullo scandalo Berlusconi-Sanjust." Uno scandalo che coinvolge la Presidenza del Consiglio, i servizi segreti e l'arma dei carabinieri"

Se la denuncia fatta dal marito della Sanjust a Berlusconi è stata poi archiviata dal Tribunale dei ministri, dietro richiesta della Procura della Repubblica di Roma, come mai non si è proceduto ad accusare per calunnia il marito della Sanjust?C'è qualcosa di strano in tutto questo:"Se tu archivi e poi non procedi per calunnia contro il tuo denunciante, le due cose insieme non possono stare".

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Fonte: www.radioradicale.it

I
l 26 gennaio 2008 l'ex agente del Sisde Federico Armati presenta una denuncia a carico dell'on. Silvio Berlusconi.

Nella denuncia (con ricca documentazione allegata) l'Armati sostiene che sua moglie, l'annunciatrice della Rai-tv Virginia Sanjust di Teulada, nel 2003 intrecciò una relazione sentimentale con l'allora presidente del Consiglio Berlusconi, ottenendone in cambio gioielli, un fiume di denaro, un appartamento, un contratto di lavoro con la presidenza del Consiglio, e un nuovo programma Rai.

Nella denuncia l'Armati scrive che, grazie alla relazione della Sanjust col presidente Berlusconi, lui stesso ottenne una promozione di carriera nel Servizio; ma qualche tempo dopo, in seguito a contrasti con la moglie per l'affidamento del loro figlioletto, l'Armati sarebbe stato declassato e allontanato dal Sisde, e solo dopo aver minacciato uno scandalo pubblico sarebbe stato riassunto al Cesis.

Il 13 febbraio 2008 la Procura della Repubblica di Roma trasmette la denuncia dell'Armati al Tribunale dei ministri "con richiesta di archiviazione". Il 26 gennaio 2009 il Tribunale dei ministri "dichiara il non doversi promuovere l'azione penale nei confronti di Berlusconi Silvio, presidente del Consiglio". Tutto viene archiviato, senza che il denunciante venga accusato di calunnia.

Qui è raccolta la documentazione di un intrigo di Stato (
riguarda la presidenza del Consiglio, i vertici del Sisde e dell'Arma dei carabinieri, più il clan berlusconiano), che racconta uno scandalo nascosto dai mass-media.

"Intrigo di Stato", il libro scritto da Michele De Lucia, raccoglie l'agghiacciante documentazione del caso Berlusconi - Virginia Sanjust.

Maurizio Turco, parlamentare dei Radicali, eletto nelle file del PD, ha presentato queste tre interrogazioni che chiedono al Presidente del Consiglio e al Ministro della Giustizia di fare luce e di rispondere in Parlamento dei delicati profili di questa vicenda.

Ecco un'analisi dettagliata della scandalosa vicenda, raccontata dall'autore del libro, Michele De Lucia, ai microfoni di Radio Radicale.


Napolitano invoca la “tregua”, ma come si può far finta di niente?

fonte: Cara MicroMega.net - Lettere alla redazione

L'invito di Giorgio Napolitano a dismettere le polemiche da qui al G8 merita una attenzione particolare. I giornali che tirano la volata al centro-destra, a cominciare da Libero ed il Giornale hanno accolto con molto favore l'appello di Capri di Napolitano sostenendo che la cessazione del gossip diffamatorio per il Presidente del Consiglio è necessario per il buon nome dell'Italia tuttora aggredita spesso dalla stampa estera. Repubblica replica sostenendo che non si tratta di polemiche ma di fatti.

Può la stampa ignorare i fatti, non parlarne? Ma quasi tutte le forze politiche con l'eccezione del solo PdC di Paolo Ferrero hanno accolto l'appello alla tregua che a quanto pare è stato preceduto e forse sollecitato dallo stesso Berlusconi con una lunga telefonata al Capo dello Stato.

Mi domando: dal momento che le gesta di Berlusconi sono note al mondo che figura fa l'Italia a far finta di niente, a non polemizzare, a far credere che non è successo niente e che non abbiamo niente da dire? La tregua delle "polemiche" squalifica l'Italia assai di più della loro ripresa virulenta.

Penso che l'appello di Napolitano sarebbe stato condivisibile se fosse stato preceduto da una precisa condanna per comportamenti lesivi della dignità delle istituzioni e della figura, del prestigio, del ruolo del Capo del Governo. Non c'è ombra di dubbio che le boccaccesche riunioni di Villa Certosa e di Palazzo Grazioli non possono essere liquidate con il richiamo alla privay che sarebbe stata violata oppure dalla guascona affermazione di Berlusconi: piaccio agli italiani così come sono e non cambierò. Le fotografie dei festini con decine e decine di ragazze compiacenti, escort, aspiranti veline, e non si sa che altro hanno fatto il giro del mondo provocando scandalo e ludibrio per l'Italia. Non risulta che il Presidente della Repubblica abbia in qualche modo redarguito comportamenti licenziosi degni di Tiberio a Capri, divertimenti a base di sesso certamente offensivi per tutta l'Italia che arranca e che è in affanno per fare quadrare i bilanci ma anche per tutta l'Italia civile che si è fatta rispettare nel mondo per cultura, sapere, ingegno, iniziativa.

Ricordo la durissima invettiva di Napolitano contro il deputato Francesco Caruso, persona benemerita impegnata sui fronti sociali più difficili dai senza tetto ai carcerati ai disoccupati. Napolitano definì "indegni vaneggiamenti" le critiche di Caruso alla legge Biagi, legge che ha stravolto il diritto del lavoro e aiutato gli imprenditori ad eludere la legge a tenere sotto ricatto milioni di giovani molti dei quali sono già incanutiti da precari. La condanna per le parole di Francesco Caruso fu durissima. Il reprobo a momenti finiva fuori dal Parlamento espulso per indegnità (se ci fosse stata una norma al riguardo). Ma evidentemente ci sono due pesi e due misure. Una per Caruso l'altra per Berlusconi.

A guardare con serenità e freddezza l'operato di questo Presidente della Repubblica bisogna dire che lo stato di degrado del diritto imputabile certamente al governo di destra non lo vede estraneo. La legislazione di repressione xenofoba verso i migranti spesso oltraggiosa dei diritti della persona non lo ha visto riluttante e custode delle garanzie costituzionali. Inoltre sono stati introdotti incrudelimenti del codice penale e riduzioni della libertà dei cittadini e le leggi ad personam sono tutte in vigore a cominciare dal lodo Alfano.

Questa Presidenza quando si è trattato di diritti della persona osteggiati dal Vaticano è sempre stata assai attenta alle pretese della Chiesa. In quanto alla continua, monotona richiesta di coesione delle forze politiche non si può dire che sia stata una cosa positiva dal momento che un Parlamento assolve alle sue funzioni se l'opposizione non è subalterna, non è collaborazionista, porta avanti istanze presenti nel Paese e che non possono essere conculcate.


Pietro Ancona

Berlusconi contestato aNapoli dopo l'incidente ferroviario avvenuto nella notte aViareggio.La folla grida"Buffone"e lui risponde come al suo solito...




Viareggio- La rabbia dei ferrovieri: "In calo la sicurezza, sono stati sottovalutati i precedenti incidenti"

(Foto Vigili del Fuoco)
(Foto Vigili del Fuoco)

Roma, 30 giu. (fonte Adnkronos)- "La rottura di un asse di un carrello del vagone merci è un incidente tipico che non e' stato mai tenuto nella giusta considerazione nonostante l'elevatissimo rischio connesso. Esso si e' ripetuto innumerevoli volte, sempre fortunatamente con conseguenze meno gravi, da ultimo nei giorni scorsi sempre in Toscana, a Pisa S.Rossore ed a Prato". E' quanto affermano in una nota i delegati Rsu-Rls dell'Assemblea Nazionale dei Ferrovieri, organismo trasversale composto da lavoratori e iscritti a tutte le sigle sindacali, intervenendo cosi' sull'incidente di questa notte a Viareggio.

"Il fatto che i carri possano essere di proprieta' delle singole aziende produttrici delle merci trasportate e non del gruppo Fs -prosegue la nota- non puo' essere utilizzato come giustificazione, anzi, questa circostanza pone drammatici interrogativi sulle modalita' di controllo e di verifica adottate per l'ammissione a circolare sulla rete". "Esprimiamo -continuano i ferrovieri- il nostro profondo dolore per le tante vittime innocenti di questa tragedia e il ringraziamento ai soccorritori". "Facciamo appello -dicono ancora i ferrovieri nella nota- a tutte le autorita' istituzionali affinche' non ignorino le segnalazioni di pericolo che come ferrovieri portiamo a conoscenza dell'opinione pubblica poiche' il trasporto ferroviario e' un servizio complesso in cui anche il piu' piccolo incidente, o guasto, puo' determinare immani tragedie e come tale va analizzato e preso, sempre, nella massima considerazione". "Rinnoviamo la piu' ferma critica al gruppo dirigente delle Ferrovie che -conclucde la nota- ha dirottato risorse e tecnologia sul servizio 'luccicante' dell'alta velocita' lasciando che il resto del servizio ferroviario, in particolare merci e pendolari, deperisse sia in termini di qualita' che di sicurezza".

L'Aquila:speciale Terremoto - Il Prefetto indice una conferenza stampa per chiarire in merito a degli appalti assegnati a ditte di "amici degli amici"

di Angelo Venti su Terra - 30 giugno 2009 (da antimafiaduemila)


Una conferenza stampa irrituale e che rischia di tramutarsi in un clamoroso boomerang per il governo.

abruzzo_web1.gifA indirla è il prefetto Franco Gabrielli, con lo scopo dichiarato di «chiarire» il contenuto di alcune notizie pubblicate su la Repubblica in cui si parlava con dovizia di particolari di appalti assegnati a ditte di «amici degli amici».

Solo che il risultato, alla fine, è stato quello di confermare il contenuto delle notizie giornalistiche, che tra l’altro erano già state pubblicate la settimana scorsa proprio su Terra. E così il prefetto, che ha aggiunto altri particolari sulla gestione degli appalti, invece di dissolvere le prime timide ombre è finito a far aumentare le domande. Ha sostenuto, infatti, che i controlli sulle ditte sono in atto, che tutto è trasparente nonostante i tempi stretti dettati dall’emergenza della ricostruzione e che presto saranno resi noti gli esiti. «Comunque su 426 milioni di euro appaltati – ha sostenuto il prefetto Gabrielli – i lavori eseguiti dalla Impresa Di Marco ammontano a soli 128mila euro». Ma dichiara anche che a essere state controllate, finora, sono solo le imprese che si sono aggiudicate gli appalti, mentre sulle ditte “mandanti” che hanno risposto in “Associazione temporanea d’impresa” i controlli, di fatto, devono ancora essere eseguiti. «In ogni caso per i controlli sugli appalti – ha sostenuto il prefetto – stiamo applicando la normativa vigente in tema di certificazione antimafia. In ogni caso, il contratto sarà firmato e i lavori pagati solo dopo aver superato tutti i controlli».
Il prefetto si è trovato in difficoltà proprio sulla scarsa trasparenza nei lavori di ricostruzione. «Sui cantieri non esiste il cartello con i nomi di progettisti ed esecutori dei lavori, mentre in quello di Bazzano il precedente cartello in cui figurava anche l’Impresa Di Marco è stato sostituito alcuni giorni fa – chiede diretto un giornalista -. Eppure la loro esposizione in qualsiasi cantiere è un obbligo di legge». A questa domanda il prefetto risponde solo che si farà una verifica. La risposta non soddisfa nessuno e si chiede insistentemente perché non si riescono a conoscere i nomi delle ditte che effettivamente stanno eseguendo i lavori non solo per l’emergenza e la ricostruzione ma anche per il G8. Le risposte sono vaghe, si rimanda a vari siti e a vari soggetti istituzionali. Stretto all’angolo, il prefetto ammette che la Protezione civile è l’unico committente per tutti i lavori, annunciando inoltre che i controlli sui contratti e sui subappalti stanno avvenendo a lavori in esecuzione e che i contratti, relativi ad esempio alla Di Marco, non sono stati ancora firmati.
Magia dell’emergenza.


Appalti sospetti e informazioni strappate

di Pietro Orsatti su Terra - 30 giugno 2009
Dopo le inchieste dei giorni scorsi, si registrano strani movimenti intorno ai cartelloni che per legge devono riportare i nomi dei protagonisti dei lavori

Uno strano lunedì a L’Aquila. Di tensione, sospetti, caldo e improvvisi scrolloni di pioggia. Apparentemente, a un occhio non attento, non sta accedendo nulla. Non è così. La bomba è arrivata di mattina, lanciata dal quotidiano La Repubblica, che ha pubblicato, un po’ tardivamente a dire il vero, l’allarme su possibili infiltrazioni della criminalità negli appalti della ricostruzione.

Il servizio, “sparato” in prima pagina, riprendeva alla lettera due articoli pubblicati la scorsa settimana da Terra. Quelli relativi ai non troppo chiari rapporti pregressi di una delle ditte impegnate nel piano Case, la Di Marco srl di Carsoli il cui titolare era stato socio in due imprese con alcuni dei personaggi implicati nella vicenda “Alba D’Oro” di Tagliacozzo e nel riciclo del cosiddetto “tesoro Ciancimino”.
Insomma, Di Marco non era entrato nell’inchiesta giudiziaria degli scorsi mesi, ma le sue relazioni imprenditoriali avevano fatto scattare qualche campanello d’allarme. Soprattutto per il tipo di appalti, ovvero quelli relativi alla ricostruzione dopo il terremoto del 6 aprile. La nostra inchiesta aveva già provocato l’interessamento degli organi della polizia giudiziaria e la notizia rilanciata in prima pagina dal quotidiano nazionale ha accesso i riflettori e svegliato dall’assopimento i media nazionali.

Ma non solo. Da un paio di giorni a Bazzano il nome di Di Marco è scomparso dai cartelli che danno le informazioni sui cantieri (quelli obbligatori per legge con riportate ditte, date, direttori dei cantieri ecc.) sostituito da un altro relativo non a tutto l’appalto ma solo alla seconda parte di questi. Secondo la versione ufficiale, questa sostituzione è motivata dal fatto che il cantiere di Bazzano, quello più avanzato del piano Case, non prevede più “il movimento terra”, su cui Di Marco era impegnato.

Altre strane trasformazioni nella cartellonistica, proprio in coincidenza dell’uscita dei servizi giornalistici, continuano però a non convincere. Dove? In un altro cantiere del piano Case, ovviamente. A Cese De Preturo, dove esiste il secondo lotto più avanzato (l’unico, insieme a Bazzano, ben visibile dai Vip del G8 e ovviamente in fase di accelerazione nella realizzazione). Qui un cartello c’era. Ma rimane solo un tabellone con ancora un brandello di carta in cui si intravede il simbolo della Repubblica italiana. Il cartello con l’elenco ditte non c’è più. E anche la vigilanza privata non ne sa nulla. «Quale cartello?», domandano. «Quello obbligatorio per legge», rispondiamo. L’atteggiamento non è, inizialmente, né gentile né collaborativo, ma dopo un breve braccio di ferro e qualche non troppo velata minaccia di chiamare le forze dell’ordine per sapere che fine hanno fatto i suddetti cartelli (obbligatori, ripetiamolo), alla fine due responsabili del cantiere ci raggiungono per darci una notizia sorprendente: «I cartelloni sono arrivati solo oggi. Solo questa mattina la Protezione civile ce li ha consegnati».
Dopo qualche insistenza ce li fanno vedere ma ci impediscono sia di fotografarli sia di annotarci le ditte indicate. «E quelli di prima?», chiediamo. «Non ne sappiamo niente, noi ci occupiamo solo della seconda fase».
Anzi, uno dei due, arriva a ipotizzare che i cartelloni non ci siano mai stati. Ma rimangono quel supporto all’ingresso e quel brandello di cartone plastificato rimasti a testimoniare ben altro e a scatenare quantomeno il sospetto che qualcuno, dopo le notizie stampa di questi giorni, abbia tagliato la testa al toro decidendo di non permettere ad altri curiosi di fare “le pulci” alle imprese mandatarie del piano Case.

Uno strappo e via, tanto siamo in emergenza. Strano lunedì, ieri. Quello in cui il prefetto convoca una conferenza stampa non tanto per smentire le inchieste giornalistiche, quanto per criticarne aspramente i toni. Nessuna smentita, dicevamo: gli accertamenti si stanno facendo e soprattutto non sono solo quelli relativi alla Di Marco assegnatario solo del 6,5 per cento dell’appalto totale.
E poi un attacco alla stampa che fa allarmismo, che è imprecisa, che «con questo tipo di scandalismo può colpire anche aziende sane e tanti posti di lavoro». Vecchio discorso, quello di ieri pomeriggio a L’Aquila.
Già sentito tante, troppe volte, quando si parla di grandi appalti nel nostro Paese.


Così la criminalità allunga le mani sulla ricostruzione

di Pietro Orsatti e Angelo Venti da L’Aquila su Terra - 27 Giugno 2009
ABRUZZO — Viene definita «seria» la situazione relativa alle attenzioni di realtà siciliane, calabresi e campane sugli appalti legati all’emergenza e alla ricostruzione. Perplessità sul contratto stipulato dalla Protezione Civile per i bagni chimici.

Che qualche problema sugli appalti stia emergendo a L’Aquila viene confermato dagli stessi inquirenti. Gli stessi che definiscono «seria» la situazione che riguarda le infiltrazioni della criminalità organizzata. Già sarebbero in movimento aziende facenti capo a famiglie siciliane, calabresi e campane con connessioni (e riferimenti) in ditte con sede nel Nord d’Italia.

«Attenzione però a dare patenti spiega uno degli investigatori -. In alcuni casi si potrebbero avere reati di un certo genere senza che per forza ci sia la presenza delle mafie». Ma i segnali sono tanti, e sono comparsi fin dai primi giorni dopo il sisma del 6 aprile. Uno ha lasciato perplessi, quello legato ai bagni chimici. I servizi impegnati nei vari campi sono 3.500 unità e sarebbero quasi interamente monopolizzati dalla Sebach, un franchising con affiliati in tutta Italia e con sede madre in Toscana.


La Sebach ha un tariffario di circa 140 euro al giorno per bagno con un unica pulizia settimanale in condizioni normali. Il contratto con la Protezione civile prevede invece ben quattro pulizie al giorno. Un affare di dimensioni notevoli, quindi. Sebach fornisce i materiali, altre aziende in appalto gestiscono pulizie, smaltimento, manutenzione, provenienti da Lazio, Toscana, Calabria e Campania.

Altre aziende, locali, come la Brill Marsica, sono invece state escluse dall’appalto a favore di alcune ditte campane, come la Gruppo Torre e la Vesuviana. E anche un altro precedente contratto della Regione Abruzzo sarebbe stato annullato. Vi sono state, fin dai primi giorni dopo il sisma, segnalazioni di attività “particolari”, come il sabotaggio di mezzi e autopompe (in particolare di aziende provenienti dalla Toscana) e di emissioni di fatture e bolle di carico e scarico irregolari e smaltimento illegale.

Da qui, a quanto pare, è stata aperta un’inchiesta giudiziaria. Se dubbi, quindi, si aprono sulla gestione dell’emergenza, si apre il nuovo fronte della ricostruzione. Tornano di attualità le ombre del caso “Alba d’oro” e del reinvestimento a Tagliacozzo di una parte del cosiddetto “Tesoro di Vito Ciancimino”. Una storia emblematica di come il gruppo LapisCiancimino sia entrato in contatto con i primi imprenditori e amministratori abruzzesi, una base di partenza per tessere pazientemente una fitta rete.

Nel 2000 la palermitana Gas spa si aggiudicò un appalto per la rete metanifera di Tagliacozzo e Sante Marie. Nel 2002 viene poi costituita l’Alba d’oro srl che realizzerà succesivamente a Tagliacozzo una struttura ricettiva, con Gianni Lapis amministratore e soci Nino Zangari, Augusto e Achille Ricci e la Sirco spa del tributarista condannato con Massimo Ciancimino e oggi dichiarante a Palermo e Roma. Il 22 settembre 2006 dieci imprenditori danno vita a due nuove società: Ecologica Abruzzi srl e Marsica plastica srl.

Tra di essi troviamo Italiano Giuseppe (il cui nome compare nei pizzini di Provenzano), Roberto Mangano (avvocato di Ciancimino), Ermelinda di Stefano (moglie di Lapis) e poi alcuni imprenditori del luogo: Nino Zangari e Augusto e Achille Ricci, arrestati a Tagliacozzo nel marzo scorso con l’accusa di aver reinvestito il tesoro di don Vito. Compare anche il nome di Dante di Marco, un imprenditore marsicano attivo nel settore inerti e calcestruzzi: una sua società, la “Impresa di Marco srl” ha acquisito un subappalto del Piano case.

Dante di Marco, comunque, non risulta investito da nessuna delle inchieste in corso a Tagliacozzo. Figura anche all’interno di altre società molto attive in territorio marsicano: ad esempio nella Rivalutazione Trara srl (rifiuti e produzione di energia), società che ha acquistato all’asta fallimentare l’area dell’ex zuccherificio di Avezzano.

Nella composizione di quest’ultima società si intuirebbe la commistione tra affari e politica, tra i soci figura, infatti, anche Ermanno Piccone (padre dell’onorevole Filippo) e una società riconducibile a un altro parlamentare del Pdl, Sabatino Aracu, coinvolto in altre delicate inchieste a Pescara. E poi, sempre in questo quadro, si inserisce anche Venceslao Di Persio con la Iniziative commerciali del Mediterraneo srl, che a Celano vuole realizzare un grande centro commerciale, promosso da società palermitane.



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Viareggio-Assassinio sul GPL Express: Viareggio come L'Aquila. Moretti come Boschi. De Angelis come Giuliani. Quando impareremo la lezione?

di Claudio Messora, dal blog ByoBlu


Viareggio. Arriva un treno merci. Un macinino carico di GPL, quattordici vagoni dell'orrore in viaggio da La Spezia a Pisa. Con i freni in fiamme. Un'arma non convenzionale, una bomba lanciata su rotaia, puntata sulla gente inerme. Una famiglia con due bambini carbonizzati. Tanti altri civili trasformati in torce umane, le loro case crollate come a L'Aquila. Colonne di fumo. Tossiche. Calore infernale. Altre bombe pronte ad esplodere.

"Alta velocità. Quest'estate i bambini viaggiano gratis". Verso la morte! I bambini non devono viaggiare gratis, devono viaggiare sicuri. Sia quelli sul treno, sia quelli giù dal treno, che si trovano a passeggiare nei pressi delle ferrovie. I combustibili, invece, non devono andare da nessuna parte. Devono stare sotto terra. Quelli che ci servono si chiamano vento, si chiamano sole, e sono già dappertutto. Vogliamo andare piano. Non vogliamo miracoli e numeri da circo, se si fanno spendendo soldi sottratti alle procedure di sicurezza.
Appena un mese fa il blog chiedeva il reintegro di Dante De Angelis nel suo posto di lavoro. Un ferroviere. Un rappresentate dei lavoratori per la sicurezza. Un macchinista che, essendosi accorto di alcune anomalie che potevano compromettere la sicurezza di chi lavora e di chi viaggia, l'aveva prontamente segnalato alla sua azienda: Trenitalia. Per tutta risposta è stato licenziato. In questo paese, se non sei omertoso diventi un icona, un eroe, un modello... ma soprattutto diventi disoccupato.

Mauro Moretti - dal 2006 amministratore delegato di Trenitalia - pochi mesi dopo il suo insediamento descrive come catastrofica e sull'orlo del fallimento la situazione dell'azienda. Due anni dopo, lo scorso aprile, dichiara che Ferrovie dello Stato chiude il 2008 con un utile di 15 - 20 milioni di euro. Dove li hai risparmiati questi soldi, Moretti? Spero non lesinando sulla manutenzione e sulle pastiglie dei freni.

Così i cittadini italiani sul blog, il 26 maggio 2009: «Da quel 15 agosto del 2008, giorno in cui il ferroviere macchinista e Rls Dante De Angelis è stato licenziato per aver detto la verità all’opinione pubblica su alcuni pericoli incombenti (poi puntualmente verificatisi), noi viaggiatori sui treni italiani NON CI SENTIAMO PIU' SICURI. E non ci sentiremo sicuri, né cittadini di un paese civile, fino a quando Dante De Angelis non verrà reintegrato in servizio e finché non venga sanzionata l'attività antisindacale di Trenitalia lesiva dell'incolumità di chi lavora e di chi viaggia.»

Viareggio come L'Aquila. Moretti come Boschi. De Angelis come Giuliani. Quando impareremo la lezione?

lunedì 29 giugno 2009

INCHIESTA/ IL DOPO TERREMOTO: L'Aquila, le amicizie pericolose all'ombra della prima new town

Abruzzo, l'uomo che ha avviato i lavori è legato ai prestanome di Ciancimino

dall'inviato di Repubblica.it: ATTILIO BOLZONI


L'Aquila, le amicizie pericolose all'ombra della prima new town

Un depliant che illustra la new town

L'AQUILA - Nel primo cantiere aperto per ricostruire L'Aquila c'è un'impronta siciliana. L'ha lasciata un socio di soci poco rispettabili, uno che era in affari con personaggi finiti in indagini di alta mafia.

I primi lavori del dopo terremoto sono andati a un imprenditore abruzzese in collegamento con prestanome che riciclavano, qui a Tagliacozzo, il "tesoro" di Vito Ciancimino.

Comincia da questa traccia e con questa ombra la "rinascita" dell'Abruzzo devastato dalla grande scossa del 6 aprile 2009. Comincia ufficialmente con un caso da manuale, una vicenda di subappalti e di movimento terra, di incastri societari sospetti. Tutto quello che leggerete di seguito è diventato da qualche giorno "materia d'indagine" - un'informativa è stata trasmessa dalla polizia giudiziaria alla procura nazionale antimafia - ma l'intreccio era già rivelato in ogni suo dettaglio da carte e atti di pubblico accesso.

Partiamo dall'inizio. Dai fatti, dai luoghi e dai nomi di tutti i protagonisti e dei comprimari di questo primo lavoro per il terremoto d'Abruzzo. Partiamo dalla statale 17, la strada tortuosa e alberata che dall'Aquila passa per Onna, il paese che non c'è più, il paese spazzato via alle 3,32 di quasi ottanta notti fa. È qui, sotto la collina di Bazzano, dove sorgerà la prima delle venti "piccole città" promesse da Berlusconi agli aquilani per la fine di novembre - sono le famose casette, i 4500 alloggi per ospitare fra i 13 mila e i 15 mila sfollati - che è stato dato il via in pompa magna alla grande ricostruzione. È qui che sarà costruita la prima "new town". È qui che hanno alzato il primo cartello: "Lavori relativi agli scavi e ai movimenti di terra lotto Ts". Ed è qui che l'imprenditore Dante Di Marco, alla fine di maggio, ha cominciato a spianare la collina con le sue ruspe e i suoi bulldozer. Così si chiama l'amico degli amici siciliani che nascondevano in Abruzzo i soldi di don Vito, l'ex sindaco mafioso di Palermo.

Dante Di Marco ha 70 anni, ha amicizie importanti in tutto l'Abruzzo, è residente a Carsoli che è un piccolo paese fra l'Aquila e Roma. L'appalto per rosicchiare la collina di Bazzano e sistemare una grande piattaforma di cemento - è là sopra che costruiranno quelle casette sostenute dai pilastri antisismici - è stato aggiudicato da un'"associazione temporanea di imprese". La capogruppo era la "Prs, produzione e servizi srl" di Avezzano, la seconda ditta era la "Idio Ridolfi e figli srl" (anch'essa di Avezzano, sta partecipando anche ai lavori per la ristrutturazione per il G 8 dell'aeroporto di Preturo), la terza era la "Codisab" di Carsoli, la quarta era l'impresa "Ing. Emilio e Paolo Salsiccia srl" di Tagliacozzo e la quinta l'"Impresa Di Marco srl" con sede a Carsoli, in via Tiburtina Valeria km 70.

L'impresa Di Marco è stata costituita nel 1993, ha una ventina di dipendenti e un capitale sociale di 130 mila euro, l'amministratore unico è Dante Di Marco (gli altri soci sono il figlio Gennarino e la figlia Eleana), la ditta non è mai stata coinvolta direttamente in indagini antimafia ma il suo amministratore unico - Dante - risulta come socio fondatore della "Marsica Plastica srl" con sede a Carsoli, sempre in via Tiburtina Valeria km 70. È questo il punto centrale della storia sul primo appalto del terremoto: un socio della "Marsica Plastica srl" ha praticamente inaugurato la ricostruzione.

Quest'impresa, la "Marsica Plastica srl", è molto nota agli investigatori dell'Aquila e anche a quelli di Palermo. È nata il 22 settembre del 2006 nello studio del notaio Filippo Rauccio di Avezzano. Tra i soci di Dante Di Marco c'era l'abruzzese Achille Ricci, arrestato tre settimane prima del terremoto per avere occultato i soldi di Vito Ciancimino in un villaggio turistico a Tagliacozzo. C'era Giuseppe Italiano (il nome di suo fratello Luigi è stato trovato in uno dei "pizzini" del boss Antonino Giuffrè quando era ancora latitante), che è un ingegnere palermitano in affari di gas con Massimo Ciancimino. C'era anche Ermelinda Di Stefano, la moglie del commercialista siciliano Gianni Lapis, il regista degli investimenti del "tesoro" di Ciancimino fuori dalla Sicilia.

Il 22 settembre del 2006, nello studio dello stesso notaio di Avezzano Filippo Rauccio, era stata costituita anche un'altra società, l'"Ecologica Abruzzi srl". Fra i suoi soci ci sono ancora alcuni della "Marsica Plastica srl" (la moglie di Lapis e il palermitano Giuseppe Italiano per esempio) e poi anche Nino Zangari, un altro imprenditore abruzzese arrestato il 16 marzo del 2009 per il riciclaggio del famigerato "tesoro" di don Vito. Erano due società, la "Marsica Plastica" e l'"Ecologica Abruzzo", che con la "Ricci e Zangari srl" - se non ci fosse stata un'inchiesta del Gico della finanza e i successivi arresti - avrebbero dovuto operare per la produzione di energia, lo smaltimento rifiuti, nel settore della metanizzazione. Un labirinto di sigle, patti, commerci, incroci. Tutto era stata pianificato qualche anno fa. E tutto alla luce del sole.

Ecco come ricostruisce le cose Dante Di Marco, l'imprenditore che ha vinto il primo sub appalto per la ricostrizione dell'Aquila: "Ho presentato una regolare domanda per accreditarmi ai lavori di Bazzano e sono entrato nel consorzio di imprese, che cosa c'è di tanto strano?". A proposito dei suoi vecchi soci siciliani ricorda: "Quella gente io nemmeno la conoscevo, mi ci sono ritrovato in società così, per fare il mio lavoro di movimento terra". E consiglia: "Chiedete in giro chi è Dante Di Marco, tutti diranno la stessa cosa: uno che pensa solo a lavorare con tutti quelli che vogliono lavorare con lui".

Proprio con tutti. Dante Di Marco ha una piccola impresa, tanti lavori e tantissimi amici in Abruzzo. È entrato in società non soltanto con i siciliani amici di Ciancimino ma anche con Ermanno Piccone, padre di Filippo, senatore della repubblica e coordinatore regionale del Pdl. Sono insieme dal 2006 - e con loro c'è pure il parlamentare del Pdl Sabatino Aracu, sotto inchiesta a Pescara, accusato di avere intascato tangenti per appalti sanitari - nella "Rivalutazione Trara srl", quella ha comprato alla periferia di Avezzano 26 ettari di terreno e un antico zuccherificio per trasformarlo in un termovalorizzatore. Fili che si mescolano, finanziamenti, compartecipazioni, una ragnatela. E appalti. Come quello di Bazzano, l'opera prima della ricostruzione. Per il governo Berlusconi è la splendente vetrina del dopo terremoto in Abruzzo. Per Dante Di Marco da Carsoli, socio dei soci dei Ciancimino, era un'occasione da non perdere.

(29 giugno 2009)

Internet e diritto all'oblio:quando la memoria cade in prescrizione!Senza memoria noi cittadini non potremo+esercitare il diritto controllo del potere

Bologna, 28 giugno 2009

avv. Antonello Tomanelli, da difesadell'informazione

Il generale Rafael Videla, capo della giunta militare che governò l’Argentina tra il 1976 e il 1981, amava ripetere che “la memoria è sovversiva”. Il senso della frase è che niente che possa nuocere al Potere va ricordato. In un’ottica opposta, Roberto Scarpinato, magistrato antimafia della procura di Palermo, dice che “la memoria è come un indice puntato contro i crimini del Potere”.

Carolina Lussana, deputata della Lega, ha fatto propria la tesi del dittatore argentino presentando alla Camera dei Deputati il disegno di legge n. 2455, che vuole regolamentare il cosiddetto “diritto all’oblìo” su internet. Un disegno di legge che impedirebbe di mantenere in Rete, decorso un certo periodo di tempo, informazioni su persone che in precedenza hanno avuto guai con la Giustizia.

Molto sinteticamente, il diritto all’oblìo, creato da quella giurisprudenza degli anni ’70, attentissima ai diritti della persona, che lo collocò tra i diritti inviolabili di cui all’art. 2 Cost., è il diritto di ognuno a non vedere riproposti al pubblico fatti propri che in passato furono oggetto di cronaca. A volte è sufficiente una singola pubblicazione perché una notizia venga acquisita con completezza dalla collettività. Altre volte sono necessari approfondimenti, che fanno sì che la notizia perduri nel tempo. In ogni caso, a partire dal momento in cui il fatto è acquisito nella sua interezza, l’interesse pubblico alla sua riproposizione va scemando fino a scomparire, come se diventasse un fatto privato, e sorge il presupposto del diritto all’oblìo.

Una tutela sacrosanta. Ma che, per ovvi motivi, riguarda il “cittadino X”, il tossicodipendente che per procurarsi la dose rapinò la bottega, o l’anonimo funzionario che si fece corrompere per coprire un abuso edilizio. Non certo il politico di lungo corso, quello il cui rapporto con la collettività perdura nel tempo e che sarà sempre attenzionato dall’opinione pubblica, anche per ciò che riguarda il passato.

Ebbene, il disegno di legge presentato dalla deputata Lussana cancella questo principio. Detta una normativa generale sui termini massimi di permanenza in Rete della notizia di un procedimento penale a carico di chicchessia, pena una sanzione amministrativa da 5.000 a 100.000 Euro ai danni del proprietario del sito. I termini variano a seconda che si tratti di assoluzione o archiviazione (un anno), di amnistia o prescrizione (due anni), di una condanna definitiva. In quest’ultimo caso, i termini sono maggiori e dipendono unicamente dall’entità della pena inflitta con la sentenza di condanna. Ma, cosa più importante, non si guarda all’autore del fatto. La normativa riguarda tanto il pastore che uccide per riprendersi la pecora quanto il presidente del Consiglio.

E certo non rassicura l’art. 3, comma 3° lettera c), secondo cui la cancellazione dei dati sul web non può imporsi in riferimento a chi “esercita o ha esercitato alte cariche pubbliche, anche elettive, in caso di condanna per reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni, allorché sussista un meritevole interesse pubblico alla conoscenza dei fatti”. Si badi bene: “per reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni”. Ciò significa, per fare un esempio noto, che se, come è ormai certo, interverrà la prescrizione in favore di Silvio Berlusconi una volta ripreso nei suoi confronti il processo Mills, per ora sospeso dal lodo Alfano ma che in primo grado ha accertato la posizione di Berlusconi quale corruttore, le relative notizie potranno rimanere in Rete per soli due anni. Perché quel reato Berlusconi non lo avrebbe commesso nell’esercizio di funzioni pubbliche.

Allo stesso modo, i fatti contenuti in un decreto di archiviazione, che ha ad esempio accertato che un noto politico è abituale commensale di un mafioso ma non la sua partecipazione a Cosa Nostra, potranno rimanere in Rete per non più di un anno.

In pratica, questo disegno di legge interviene a gamba tesa sul concetto di interesse pubblico, che viene graduato in maniera molto discutibile. In caso di condanna, la relativa notizia potrà essere mantenuta in Rete per un tempo che varia in funzione della pena comminata dal giudice, non dell’interesse obiettivo che suscita il fatto.

Ed ecco il paradosso. Chi è stato condannato all'ergastolo per aver avvelenato la moglie, rimarrà per sempre nei motori di ricerca. Invece, del più grave episodio di corruzione della storia della Repubblica non rimarrà più traccia passati cinque anni. A questo porterà la geniale trovata dell'onorevole Lussana. Le generazioni future sapranno tutto sui delitti di Erba, Garlasco, Cogne, Perugia e simili. Ma niente su una nuova Tangentopoli.

Si noti, poi, come la logica sottesa a questo disegno di legge ricalchi quella della prescrizione del diritto penale. La prescrizione è l’estinzione del reato per decorso del tempo senza che sia stata emanata sentenza definitiva. Si parte, cioè, dal presupposto che trascorso un certo periodo di tempo, che varia a seconda della gravità del reato, lo Stato rinuncia a punire l’autore perché non ne ha più l’interesse. Lo Stato prima o poi dimentica, tranne i reati punibili con l’ergastolo, che sono imprescrittibili.

Allo stesso modo, questo disegno di legge impone alla collettività, decorso un certo periodo di tempo che varia a seconda della pena inflitta, di non nutrire più interesse alla conoscenza di determinati fatti. Vengono subito alla mente i reati dei colletti bianchi, che certo non tagliano la gola ai propri familiari. La collettività viene quindi privata della memoria in ordine a fatti la cui conoscenza è indispensabile per poter giudicare una classe dirigente. E’ come se la memoria storica cadesse in prescrizione. Per dirla con il collega Guido Scorza, viene meno il "diritto alla Storia". Ritorna in mente la frase del generale Videla (“La memoria è sovversiva”). E niente più dito puntato contro i crimini del Potere, parafrasando il magistrato Roberto Scarpinato.

Ma vi sono altre considerazioni di ordine logico che non si possono tralasciare, e che svelano una evidente scarsa conoscenza dell’istituto del diritto all’oblio da parte dell’onorevole Lussana. E’ noto, infatti, che l’elemento caratterizzante il diritto all’oblio sta nella riproposizione di un fatto che fu oggetto di cronaca in passato, quando l’interesse pubblico intorno ad esso si è ormai sopito. Si badi bene: “riproposizione”. Vale a dire: si vìola il diritto all’oblio quando il gestore di un’informazione, senza che sussista un interesse pubblico, la ripropone alla collettività. Qui da parte del lettore vi è un’apprensione passiva del fatto già oggetto di cronaca in passato. Riproporre un fatto alla collettività significa elevarlo al rango di notizia, quindi pubblicarlo, ad esempio, su un quotidiano (o un periodico) oppure inserirlo nella home page del proprio sito.

Il disegno di legge in questione impedisce, invece, l’apprensione attiva di un fatto, la sua acquisizione attraverso un’attività di ricerca da parte dell'utente sugli appositi motori della Rete. E’ come se il legislatore imponesse a tutte le biblioteche di rendere inaccessibile gran parte del proprio materiale cartaceo, decorso un certo periodo di tempo.

Se davvero si fosse voluto tutelare il diritto all’oblio, non ci sarebbe stato alcun bisogno di creare una normativa ad hoc. I principi dell’ordinamento già tutelano la persona contro le indebite riproposizioni di fatti passati. Se chi ha picchiato un altro per un parcheggio vuole far sparire il proprio nome dalla cronaca locale di un sito male aggiornato, non ha che da rivolgersi al tribunale o al Garante della Privacy, che provvederà senza indugio a far rimuovere quei dati imbarazzanti, con rifusione delle spese legali, laddove non sussista più alcun interesse pubblico al loro mantenimento.

Pertanto, dire che il disegno di legge dell’onorevole Lussana vìola l’art. 21 Cost., che sancisce la libertà di espressione, è cosa scontata. C’è di peggio. Qui è la formazione culturale delle future generazioni ad essere messa a repentaglio. Prevedere una normativa che obblighi sempre e comunque, decorso un certo periodo di tempo, a rimuovere dal web una notizia a prescindere dalla valutazione concreta della sussistenza di un interesse pubblico al suo mantenimento, significa privare i posteri di un fondamentale strumento di controllo delle elités del Potere, notoriamente refrattarie ad un ricambio generazionale. Una privazione che si sostanzia nella violazione del principio di sovranità popolare, sancito all’art. 1 Cost., che vuole che i governanti siano scelti dal popolo, ma con cognizione di causa.

Non solo. Qui è anche il principio costituzionale di eguaglianza sostanziale ad essere violato. Dice l’art. 3, comma 2°, Cost.: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Quegli ostacoli, più che rimuoverli, il disegno di legge Lussana li frappone. Imporre automaticamente l’oblio su fatti e misfatti di indubbio interesse pubblico provocherebbe uno scollamento tra i detentori del Potere e chi conferisce loro il mandato a governare, col risultato di vanificare quella “partecipazione” di tutti i cittadini al governo del Paese, voluta dalla Costituzione e che è alla base di ogni democrazia.

"La cena per farli conoscere...un film scritto e diretto da Silvio Berlusconi"

di Cristian Belcastro Blog

Berlusconi e la sua corte a cena con due giudici costituzionali

Berlusconi Ghedini Alfano e due giudici Costituzionali a cena

GIUDICI E GIUDICATI A CENA ASSIEME
PER UN ORGASMO
DI TRASPARENZA E INDIPENDENZA DELLE PARTI


Nel mese di maggio 2009 Luigi Mazzella avrebbe tenuto nella sua residenza romana una cena alla quale hanno partecipato, oltre ad il suo collega giudice delle Corte Costituzionale Paolo Maria Napolitano, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il Ministro della Giustizia Angiolino Alfano, l'avv. on. Niccolò Ghedini, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta e il presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato Carlo Vizzini.
Gli argomenti al centro della riunione sarebbero stati le riforme costituzionali in materia di giustizia e il lodo Alfano, sul quale la stessa Corte Costituzionale dovrà esprimere il proprio parere di costituzionalità il 6 ottobre.

...e ora secondo voi, dovremmo davvero credere che questi giudici saranno imparziali nel giudicare la costituzionalità del lodo Alfano (semmai ci fosse tutto questo bisogno...lo capirebbe pure quella specie di ministro dell'(in)giustizia che ci ritroviamo) ???


CHIEDIAMO LE DIMISSIONI IMMEDIATE DI QUESTI GIUDICI
SCRIVI ALLA CORTE!


Link Utili:

La costituzione, questa sconosciuta: diversamente da come ci vogliono far credere,il Governo della Repubblica non è un organo ad elezione democratica!

di Davide, dal blog davidecontrogolia

Era il 23 Giugno 2009 e in una missiva indirizzata al quotidiano della famiglia Berlusconi “il giornale”, il Ministro dei beni culturali Sandro Bondi dopo aver definito il quotidiano Repubblica come “una specie di ’superpartito’ che costituisce da tempo l’insidia più grande per la democrazia", prosegue nell’invettiva aggiungendo che “Scalfari è abile nel descrivere un regime corrotto e morente, contro il quale il suo quotidiano ha lanciato l’offensiva finale, trascinando con sé anche il Corriere della Sera e ciò che resta della sinistra, mentre la realtà è che un governo democraticamente eletto subisce un’aggressione sistematica da parte di un centro di potere economico e politico, che non può vantare alcuna legittimità democratica né morale, sulla base di una campagna scandalistica paragonabile alla pesca con lo strascico".

Ciò che salta agli occhi, o che almeno dovrebbe, è la distorsione che viene fatta da Bondi quando afferma che il governo è “democraticamente eletto”.

Il Governo della Repubblica non è un organo ad elezione democratica. Bondi si confonde, per ignorantia legis o per opportunismo (decidete voi), con il Parlamento che è, in effetti, eletto a suffragio universale ex art. 56 della nostra Costituzione. Il Capo del Governo, invece, viene nominato dal Presidente della Repubblica ex art. 92 e quest’ultimo procede alla nomina dei ministri, su proposta del Capo del Governo.

Il messaggio che da tempo viene inviato ai cittadini, soprattutto grazie ai mass media, è quello di un Governo democraticamente votato che in questo momento sta subendo attacchi di ogni tipo, principalmente ad opera della stampa, definiti addirittura ai limiti dell’eversione.

L’affermazione di Bondi e, più in generale, il pensiero che si percepisce all’interno della coalizione di Governo, deriva da un’errata concezione degli assetti costituzionali presenti oggi in Italia.

Il Parlamento, complice anche la forte maggioranza di centro-destra, viene considerato come una semplice appendice del Governo che, nella realtà dei fatti, è diventato il vero organo legislativo, sostituendosi di fatto al Parlamento. Questa tesi viene confermata dal continuo ricorso alla decretazione d’urgenza (34 decreti dall’inizio della legislatura) che rappresenta una vera e propria espropriazione della funzione legislativa spettante al Parlamento ex art. 70 Cost. Rafforzano la tesi di cui sopra anche certe dichiarazioni del Presidente del consiglio che, all’assemblea annuale di Confindustria, definisce il Parlamento “pletorico, inutile e controproducente”.

Risulta più logico affermare, invece, che una sorta di eversione viene perpetrata dal Governo stesso che, in un momento di profonda crisi politico-istituzionale, tende ad accentrare presso di sé tutti i poteri dello Stato come mai è stato fatto dalla nascita della Repubblica. Accentramento che diviene ancora più pericoloso a causa della mancanza di controllo dell’opinione pubblica sull’operato dell’esecutivo, dovuta alla concentrazione dei mezzi di comunicazione nelle mani di chi è capo del governo e al rifiuto da parte del governo stesso di ricevere critiche dalla carta stampata che viene vista come un “nemico” e “un’insidia” e non come un “contropotere” necessario per la salvaguardia e il buon funzionamento della Democrazia. Gli stessi mass media (in particolar modo la televisione) contribuiscono altresì a distorcere la definizione di consenso. Il consenso, come lo si intende oggi, è lo strumento che giustifica e legittima qualsiasi atto del Governo. Nel nome del consenso, per fare degli esempi, sono stati approvati il Lodo Alfano e a breve sarà approvata la stretta sulle intercettazioni.

In realtà, una scelta legislativa, qualunque essa sia, deve presentarsi non solo come espressione e volontà di una maggioranza politica, ma anche come manifestazione di un vero e proprio “consenso sociale” che deve essere realmente esistente e che, obiettivamente, negli esempi di sopra non può essere rintracciato.

Davide

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E-LETTI

by L'89

Articolo di TheSmugCitizen

berlusconi07

ROMA – La “notte bianca” di Obama è una notte nera di pioggia. Difficile salire sul carro del vincitore se a Roma i guadi da attraversare sembrano quelli che la nonna di Barack supera a Kogelo, il suo villaggio in Kenya. Eppure la capitale della politica sfida le intemperie per esserci: all’ Excelsior l’ ambasciatore americano Ronald Spogli offre una veglia elettorale che è una festa, ma anche un evento politico di primissimo livello. Chi per cautela politica decide di evitare la serata è Silvio Berlusconi, alle undici una passeggiata in piazza Navona e poi «a nanna, domani mi devo alzare presto e vedremo come sono andate le elezioni»
Repubblica.it [notte tra il 4 e il 5 novembre]

Berlusconi: “Crescerà la collaborazione. Sono assolutamente certo che l’amicizia e la collaborazione tra i nostri due Paesi continuerà a crescere e a rafforzarsi”. È quanto scrive il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, nel messaggio inviato a Barack Obama. “Giungano a lei dall’Italia – scrive Berlusconi – un fedele, sincero e riconoscente alleato degli Stati Uniti che non dimentica il sacrificio dei tanti giovani americani caduti per ridare all’Italia e all’Europa la dignità e la libertà, giungano le congratulazioni più cordiali per l’affermazione conseguita al termine di una difficile campagna elettorale dove si è confrontato con un competitore di alto rango”. “A nome mio (e di chi è in camera con me adesso, nda), del Governo e del popolo italiano – prosegue il presidente del Consiglio – formulo a lei i più fervidi auguri per lo svolgimento dell’alto compito che la attende. Sono assolutamente certo che l’amicizia e la collaborazione tra i nostri due Paesi continuerà a crescere e a rafforzarsi”.
[...]
Gaffe di Gasparri (evidentemente e inaspettatamente libero dai guinzagli occupati, nda) “Sulla lotta al terrorismo internazionale vedremo Obama alla prova, perché questo è il vero banco di prova. Gli Stati Uniti sono la democrazia di riferimento, portatrice di valori minacciati dal terrorismo e dal fondamentalismo islamico. Su Obama gravano molti interrogativi; con Obama alla Casa Bianca forse Al Qaeda è più contenta” ha detto il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri intervistato dal Gr3. Poi ha aggiunto: “L’Europa dovrà difendersi da sola”. Subito si sono scatenate le polemiche dell’opposizione.
IlGiornale.it [notte tra il 4 e il 5 novembre]

Alla notte elettorale allo Spazio Etoile organizzata dal Pdl, Berlusconi, invitato, non andra’ (aveva già dato ordini? nda).
L’Unità [4 novembre]

L’articolo (sul Sunday Times, nda) contiene anche una serie di dichiarazioni di Patrizia D’Addario, la escort pugliese che ha visitato due volte Berlusconi a Palazzo Grazioli e vi ha trascorso una notte con lui. “Non ho mai dormito“, racconta la donna di cui Berlusconi sostiene di non ricordare il volto, “era instancabile, un toro“. Secondo la sua ricostruzione, il premier la condusse in camera da letto quasi alle 4 del mattino, dopo che le altre ragazze se n’erano andate. La D’Addario dice che Berlusconi fece mezza dozzina di docce ghiacciate durante la notte e lei lo raggiunse sotto la doccia a sua richiesta. A un certo punto, secondo quanto la donna ha raccontato in seguito a un amico, “d’improvviso smise di muoversi e pensai fra me e me, grazie a Dio, si è addormentato. Ma non durò molto“.

La escort confida di essersi sentita imbarazzata quando un membro dello staff del premier entrò in camera da letto al mattino, con un vestito per Berlusconi, ricordandogli che doveva fare una dichiarazione pubblica sulla vittoria di Barack Obama, eletto presidente quella notte. La D’Addario lo attese in bagno, dove scattò varie foto. Più tardi accese il registratore del suo telefonino, dove si sente la voce di un uomo che dice: “Vuoi tè o caffè?” Lasciò la residenza di Berlusconi alle 11, ma mentre tornava a Bari lui le telefonò: “Bambina mia!”, le disse, chiedendo poi perché avesse la voce roca. E lei gli spiegò: “Per via delle docce”.
Repubblica.it [28 giugno]

insanelungo

L'Aquila tradita

di Riccardo Bocca, da l'Espresso

Da un lato lo spiegamento di forze e l'efficienza per il G8. Dall'altro la disperazione nelle tendopoli. Tra disagi, spaccio di droga e violenze. Mentre la terra non smette di tremare
La sede della Prefettura

Sono le sette di mattina del 19 giugno, quando una Punto bianca si ferma sul ciglio della statale 17 che attraversa L'Aquila. Al volante c'è un uomo in giacca e cravatta che spegne il motore, abbassa i finestrini e sfoglia il giornale appena acquistato. Vita quotidiana, niente di strano. Eppure all'improvviso il clima cambia, diventa teso. Dalla corsia opposta, spunta una berlina metallizzata che fa inversione inchiodando davanti alla Punto. Scende un giovane alto, palestrato, in jeans slavati e maglietta attillata. Si affianca al conducente e chiede i documenti senza qualificarsi. "Ma cosa sta succedendo? E lei chi è?", replica allarmato il conducente. "Attenda", risponde lo sconosciuto. Annota la targa della Punto, si attacca al cellulare, e infine torna con un sorriso finto: "A posto, può andare...".

L'assedio, lo chiamano gli aquilani. La soffocante militarizzazione che sta stressando il territorio in vista del G8. Migliaia di soldati, poliziotti, carabinieri, agenti dei servizi segreti e paracadutisti calati in città nelle ultime settimane. Forze operative giorno e notte. Per le strade, sulle colline. Ovunque. Tutti ossessionati dalla sicurezza dei 23 capi di Stato e di governo che, dall'8 al 10 luglio, si confronteranno con le loro delegazioni nella caserma della Guardia di finanza ?Vincenzo Giudice?. "Prevenzione indispensabile", è definita dalla Protezione civile. Ma anche una presenza che esaspera gli sfollati del post terremoto, inchiodati a tutt'altre priorità. A quasi tre mesi dall'apocalisse del 6 aprile, la terra continua a tremare. Tre punto due, tre punto tre, fino a quattro punto cinque come lunedì 22 giugno. Numeri che sulla carta dicono poco, ma da queste parti sono muri che vibrano, angoscia che non passa, riflesso a correre in strada. "Abbiamo sempre in testa l'odore delle macerie, le urla dei feriti e lo strazio dei 300 cadaveri", dice Rinaldo Tordera, direttore generale della Cassa di risparmio della provincia dell'Aquila. Lui per primo, racconta, si è faticosamente imposto di non mollare, di "annodare la cravatta e tirare avanti". Ma la volontà non basta.

Gli ostacoli sono tanti, in questo Abruzzo triste: a partire dal crollo economico. "Per la prima volta in vent'anni", informa l'Istat, "la regione segna un tasso di disoccupazione (9,7 per cento) superiore a quello italiano (7,9)". Dal 2008 al 2009 sono scomparsi 26 mila posti di lavoro. E a leggere questi dati, gli artigiani, gli operai, ma anche i manager e i professionisti ospitati dalle tendopoli tremano, sovrastati dal -14 della produzione industriale.

"Superata la prima emergenza, dovrebbe essere questa la principale preoccupazione ", dice il presidente della Provincia Stefania Pezzopane (Pd). "Dovremmo concentrarci sulle necessità pratiche e psicologiche delle 25 mila persone ancora accampate, senza dimenticare le 35 mila esiliate sulla costa adriatica". Invece non è così. Capita qualcosa di grottesco, e crudele, davanti agli occhi dei terremotati: "La città si sta spaccando in due", spiega Marco Morante del Collettivo 99 (composto da una cinquantina di giovani ingegneri, architetti e geologi aquilani). "In primo piano, sotto i riflettori, c'è l'efficentismo sfrenato per adeguare la città al G8. E intanto in penombra, trascurata della politica, cresce la frustrazione della gente comune, vittima di una quotidianità invivibile e di una ricostruzione avventata".

Parole che trovano continui riscontri, girando per l'Aquila. Basta raggiungere la caserma della Guardia di finanza, in zona Coppito, e chiedere alle imprese associate I platani e Todima come hanno realizzato la strada che collegherà la sede del G8 all'aeroporto di Preturo. "In soli 24 giorni abbiamo allargato e sistemato un percorso di due chilometri e 800 metri", dicono i titolari. Il tutto con un impiego massiccio di mezzi: "60 tra ruspe e scavatori", attivi sette giorni su sette, grazie ai quali "abbiamo costruito anche tre rotatorie e un piccolo ponte sul fiume Aterno". Il massimo, con i 3 milioni 200 mila euro stanziati dal Provveditorato alle opere pubbliche. E altrettanto apprezzabile è il rifacimento dell'aeroporto, fino a ieri snobbato per mancanza di strumentazioni, e oggi "dotato di ottimi sistemi radar e illuminazione della pista", assicura un tecnico dell'aeronautica.



Insomma: basta pronunciare la parola G8 e tutto scorre, tutto funziona. "Sobrietà con efficienza", aveva promesso il capo della Protezione civile Guido Bertolaso. Ed è stato di parola. Ha affidato il coordinamento a Marcello Fiori, l'uomo che ha gestito i funerali di papa Wojtyla, puntando su due fronti: "Il primo", spiega un ufficiale della Guardia di finanza, "riguarda la caserma dove alloggeranno i capi di Stato, presentata ai mass media come ideale per il G8, ma in realtà bisognosa di forti interventi ". Altro che rinfrescata generale o aggiunta di mobili: il piano di adeguamento, riassunto in un documento del ministero delle Infrastrutture, mostra ben cinque ditte abruzzesi (Iannini, Edilfrair costruzioni generali, Mancini, Di Vincenzo Dino & C. e Iciet Engineering) all'opera per reinventare le palazzine alloggi "B1, B2, D, E, E1, F4, F5, F6, H, M, P1 e P2". Quanto al secondo fronte, quello della sicurezza fuori dalla caserma, è tutto indicato in una mappa riservata e titolata "Sistema delle misure interdittive ". Una cartina da cui si vede che nei giorni cruciali sarà proibita la "circolazione veicolare, pedonale e di sosta"in tre strade essenziali (la statale 80, viale Fiamme Gialle e la provinciale 33), mentre in altre zone sarà impossibile "il transito di mezzi pesanti" o si accederà a piedi.

"Complessivamente un'ottima organizzazione ", commenta un alto grado dell'esercito. "Ma anche un cumulo di spese che offende gli sfollati". Il riferimento, esplicito, è "alla disperazione che regna in certe tendopoli ". Qualcosa di impossibile da immaginare, per chi abita altrove, ma che diventa realtà allucinante entrando nel campo di piazza d'Armi, gestito dalla Protezione civile e vietato alla stampa. All'interno, un migliaio di senzatetto sopravvivono in tende che bruciano quando c'è il sole (fino a 48 gradi) e si allagano appena piove. "E c'è di peggio", testimonia un'anziana: "Le tende hanno otto brande, e le famiglie vengono mischiate con i balordi". Sere fa, racconta, è esploso uno scontro tra slavi con coltelli e botte. Quanto alla droga, c'è l'imbarazzo della scelta tra leggera e pesante. Così le retate aumentano (il 19 giugno sono finiti in manette un invalido e un minorenne, che spacciavano nelle tendopoli 3 chili di hashish) e gli sfollati si rassegnano. Gli uomini, quelli senza lavoro, avviliti, camminano avanti e indietro nell'afa come animali in gabbia. Le mogli, mentre i bambini giocano, si arrangiano con gli stendibiancheria, infilati tra tende appiccicate una all'altra. E persino i poliziotti, dopo mesi di superlavoro, hanno di che lamentarsi: "Una collega, sfollata nel centro di piazza d'Armi, è costretta ad alloggiare davanti alla tenda di un delinquente ai domiciliari. Possibile? Torna a fine turno, appoggia la pistola sulla branda, e sa che qualcuno può rubargliela...".

Problemi che pochi conoscono, e ancora meno considerano. Nel caos endemico del dopo terremoto, le sofferenze private non trovano ascolto. Spariscono coperte dalle urgenze pubbliche, dal timore di nuove scosse devastanti. Tanta è la confusione, in queste settimane, che passano sotto silenzio anche questioni gravissime, come i tentati stupri avvenuti nelle tendopoli. Fatti confermati dalle forze dell'ordine, ma che non arrivano all'opinione pubblica. La parola d'ordine è chiara, sia a livello politico che di Protezione civile: costruire l'ottimismo. Puntare sul fascino del G8. Sul futuro vincente dell'Abruzzo testardo. Che sarà anche una scelta cinica, ma funziona: "Domenica scorsa, c'è stata la riapertura di un minuscolo pezzo del centro storico", dice l'avvocato Luisa Leopardi, dell'associazione ?Un centro storico da salvare?. "La notizia è finita sui quotidiani nazionali, si è spiegato all'Italia intera che era un segnale importante, tornare a bere il caffè in piazza Duomo nel bar di Ninetto Nurzia. Si è scritto, anche, che gli aquilani erano entusiasti, di passeggiare in centro per qualche centinaio di metri (a gruppi di massimo 60 persone, dalle 11 alle 22, ndr)". Ma non è vero, testimonia Leopardi. "Siamo stanchi di questi colpi d'immagine. Il nostro centro è ancora macerie, infinite macerie, e sofferenza viva. Tant'è che il sottosegretario Gianni Letta, presente alla riapertura, è stato sonoramente fischiato".



Piuttosto, concordano i comitati cittadini, quello che gli abruzzesi vorrebbero al più presto è una ricostruzione ragionevole. Condivisa. Lungimirante. Ne parlano di continuo, gli sfollati, ai margini della zona rossa dove giacciono cumuli di mattoni e ferraglia. Ripensano alle promesse del premier Berlusconi e masticano amaro: "Dove sono le ville che dovevano ospitarci?", urla un avvocato rimasto senza casa e studio. "E le crociere che ci doveva pagare?", scuote la testa Rita, 23 anni, sulla sedia a rotelle a causa del 6 aprile. In compenso, si potrebbe ribattere, sono iniziati a L'Aquila i lavori per costruire 150 palazzine antisismiche, finanziate con 700 milioni di euro, destinate a circa 13 mila persone e sparse su venti siti periferici. "Ma anche qui non c'è da gioire", dice l'architetto Marco Morante. "Quello che resterà, alla fine di questa storia, è un mostruoso stravolgimento urbanistico; un intervento che massacra i piccoli centri limitrofi, sopraffatti dalla nuova edilizia, senza restituire un'identità cittadina". Ragionamenti che i comitati popolari stanno girando ai politici, assieme a progetti alternativi e meno invasivi. Ma ad accoglierli ci sono disinteresse e sarcasmo. L'onorevole pidiellino Giorgio Straquadanio, ad esempio, per giustificare questa ricostruzione discutibile, ha replicato che "quando si allaga una casa bisogna togliere l'acqua, non salvare i quadri...". E se qualcuno non è d'accordo, ha aggiunto, pazienza: deve prendere atto che "siamo in democrazia, e che il Pdl alle europee ha ottenuto la maggioranza aquilana" (verissimo, anche se a votare è stato un misero 27,9 per cento, figlio proprio della rivolta antipolitica). "Il pericolo", dice il presidente della Provincia Pezzopane, "è che gli italiani credano alla campagna d'immagine lanciata dal governo Berlusconi. Che si convincano che tutto procede, che siamo tranquilli, e ci lascino soli". Un rischio probabile. Basti pensare al flusso di notizie fantasiose uscite in questi mesi sulle scuole aquilane. Dopo il sisma, un quotidiano nazionale ha titolato entusiasta ?Il miracolo di palazzo Quinzi?. "Eppure questa struttura, che ospita il mio liceo classico, è a pezzi", s'indigna il preside Angelo Mancini, "sono crollate le volte a crociera e si trovano danni ovunque, dalle scale alle aule agli uffici". Poi è toccato al sottosegretario all'Ambiente, Roberto Menia, dichiarare che "l'80 per cento delle scuole è già praticabile". ("Anche se l'unico istituto superiore completamente agibile", documenta Mancini, "è l'Accademia di belle arti, mentre tra materne, elementari e medie le scuole pronte sono 14 su 49"). Fino al paradosso di sabato 28 giugno, quando un quotidiano abruzzese ha inserito nella tabella ?Scuole agibili? 15 istituti classificati in fascia B: ossia "temporaneamente inagibili, totalmentete o parzialmente ", per citare l'ordinanza 3.779 del presidente del Consiglio.

Cambierà la situazione? Tornerà un barlume di vita normale? Finiranno le polemiche attorno al decreto casa, assicurando a tutti un sostegno sicuro? Finirà lo strazio degli appartamenti sventrati, dei negozi chiusi, degli anziani sacrificati in camper, dell'ospedale improvvisato nelle tende accanto a quello inagibile di San Salvatore, dove la gente attende stremata, in fila sotto il sole, per l'accettazione?"Ci vorranno anni", rispondono a registratore spento le istituzioni. Non certo i pochi giorni "bastati per smontare a La Maddalena un ottimo ospedale da campo (40 posti letto e due sale operatorie) e trasferirlo a L'Aquila per il G8". Ma si sa: tutto è possibile, in onore dei 23 leader mondiali. Anche che Berlusconi sfoderi, nel bel mezzo della tre giorni internazionale, la sua sorpresa più ambiziosa: un lavoro preparato ad hoc dal ministero dei Beni culturali, dalla Protezione civile e dalla Direzione regionale per i beni culturali abruzzesi. "Fotografie e schede", informa una nota riservata, con i monumenti danneggiati "adottabili dai Paesi esteri".

Il colpo di teatro per un premier traballante. Ma anche l'estrema speranza per una terra in ginocchio.

(24 giugno 2009)