Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe

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Sogno di un paese dove parole come cultura, leggi, rispetto, uguaglianza, civiltà, umanità e pietà non siano soltanto delle belle ma purtroppo inutili parole ma rappresentino invece le basi di un popolo che ha fatto di quel sogno, di quello stupendo sogno che si chiama Costituzione Italiana, le sue fondamenta.

"C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". Paolo Borsellino da "Lezione sulla mafia" del 1989

"Il nostro è un Paese senza memoria e senza verità"
Pier Paolo Pasolini

venerdì 29 maggio 2009

Questo è anche, e non è poco, il Paese del Rinascimento


Lettera indirizzata a questo potere eversivo, ma rivolta a tutti coloro che, come me, sentono mancare la certezza della democrazia, la libertà di pensiero, l’aria, l’amore, l’appartenenza ad un Paese civile, a tutti coloro che sentono la società come bene comune e le Istituzioni democratiche come salvaguardia alla deriva fascista. A tutti coloro che, vigili, non dormono, a tutti coloro che si stanno svegliando e che sveglieranno chi hanno accanto

A voi Primo ministro, Ministri, Senatori, Deputati di questa Repubblica nata dalla Resistenza,

A voi che state cercando di fare a pezzi questo meraviglioso Paese,

A voi che promulgate a raffica leggi discriminatorie e razziste,

A voi che vi dichiarate Cristiani obbedendo alle Gerarchie Vaticane ma non alla parola di Cristo,

A voi che con urla sguaiate difendete la "vita" mentre noi siamo perennemente in lutto per i morti sul lavoro, di freddo, di fame e di botte,

A voi che togliete ai nostri figli la possibilità di un futuro tagliando le spese della Pubblica Istruzione,

A voi che li fate fuggire lontano, dove la loro sapienza e il loro lavoro viene apprezzato e retribuito,

A voi che intendete sfasciare il Bene Pubblico e privatizzare ogni cosa, persino l'Acqua, l'istruzione e la Sanità,

A voi che affrontate questa crisi chiedendoci di comprare nuove auto mentre stiamo perdendo la casa e il lavoro, il pane e la dignità,

A voi che fate della corruzione una prassi e dell’evasione un principio,

A voi che pensate che l'energia alternativa sia una cosa troppo di sinistra,

A voi che costruite improbabili e inutili ponti con i soldi sottratti alla manutenzione di scuole, strade, mezzi pubblici,

A voi che siete infastiditi dalle opinioni diverse dalla vostra e persino Famiglia Cristiana è un giornale eversivo,

A voi che vi arrogate il diritto di decidere quali debbano essere le nostre idee, le nostre azioni, i nostri desideri, i nostri sogni,

A voi che umiliate il NOSTRO Parlamento con volgarità e parole di scherno che pesano come pietre sulla Democrazia,

A voi che non avete rispetto per la Legge, rivoltandola come un calzino per non pagare i vostri delitti,

A voi che considerate un inutile ingombro il Presidente della Repubblica, la Magistratura e persino il Parlamento,

A voi con le veline senza intellettuali, con il Grande Fratello senza sapienza, con i miliardi senza morale, con la sete del potere senza ideali,

A voi oggi noi diciamo NO, non riuscirete.

Non riuscirete a stracciare la nostra Costituzione.

Non riuscirete a farci dimenticare la forza e l'intelligenza con cui hanno lottato i nostri padri, le lacrime e il sangue che hanno versato, la dignità e la saggezza con cui hanno ricostruito dalle macerie della guerra e di un infame ventennio.

Non riuscirete a piegarci alla vostra ignoranza e protervia.

Non riuscirete a farci diventare come voi.

Non riuscirete a farci odiare chi arriva da terre lontane in cerca di un rifugio e di pane, anche noi siamo stati migranti per fame, non rinunceremo all'accoglienza. Anche senza di voi.

Non riuscirete a farci rimanere addormentati come ora possiamo sembrare, non riuscirete neppure con mille TV di regime, siamo stanchi di menzogne e di spot pubblicitari.

No, non riuscirete a strapparci dalle mani e dal cuore quel piccolo meraviglioso libro che contiene la memoria del passato e ci guida nel futuro, la nostra Costituzione.

Questo è uno strano Paese, anomalo e imprevedibile, intelligente e curioso, un po' ipocrita e un po' sornione, già multietnico da millenni, abituato al susseguirsi del nuovo sul vecchio padrone, come un somaro sempre si adatta e porta pazienza, sembra addormentato, intorpidito, spaesato, rassegnato... Poi, è sempre successo, apre gli occhi, ritrova la sua dignità, con un sussulto si riappropria del pensiero collettivo, si rialza e richiama la voce, perché questo è anche, e non è poco, il Paese del Rinascimento.

Francesca Carmi firma

Il “Cavaliere” ha infranto lo Stato di diritto italiano,la democrazia e il principio della pluralità dei media,che è il fondamento di una nazione sana

Silvio Berlusconi

Il premier italiano è braccato per sue quisquilie private, eppure le colpe del politico Berlusconi non si limitano al mondo dell’erotismo – esse sono molto più imponenti.

Al Capone, il boss della malavita di Chicago, si era reso colpevole di molti delitti capitali, prima che la giustizia potesse impacchettarlo per delitti relativamente più piccoli: per evasione fiscale e riciclaggio di denaro.

L’opposizione italiana nel suo conflitto con Silvio Berlusconi si basa attualmente su una strategia di questo tipo. Incalza il premier non per i suoi peccati politici, ma per supposti vizi privati. Una possibile tresca con una aspirante show-girl dovrebbe fermare il capo del governo.

Eppure il rapporto del premier con la giovanissima signorina Noemi per il destino dell’Italia è irrilevante. E irrilevante potrebbe anche diventare l’opposizione di sinistra se va avanti come adesso.

Le colpe del politico Berlusconi non sorgono nel settore dell’erotismo. Molto peggio, il “Cavaliere” ha infranto lo Stato di diritto italiano, la democrazia e il principio della pluralità dei media, che è il fondamento di una nazione sana, moderna e fiorente.

Negli ultimi giorni Berlusconi ha nuovamente attaccato lo Stato di diritto, sotto la forma della giustizia, in un modo che veramente dovrebbe chiamare in causa l’Unione Europea. Egli ha insultato i giudici come estremisti di sinistra e ha loro rinfacciato di emettere giudizi in anticipo, soltanto perché hanno condannato uno dei suoi avvocati per corruzione. Nondimeno Berlusconi stesso avrebbe dovuto temere una condanna, se non avesse fatto disporre la propria immunità come premier dalla sua maggioranza parlamentare.

Come Berlusconi si ponga nei confronti della democrazia lo dimostra il suo rapporto con l’opposizione. Chi vota a sinistra è spinto da odio e invidia, queste e altre simili affermazioni parlano da sé. Il premier dirige i propri partiti, dapprima Forza Italia e adesso il Popolo della libertà, in modo carismatico-autoritario, come fossero sua proprietà privata.

Come capo del governo si atteggia a dirigente d’azienda, che gestisce gli affari secondo il principio dell’autoritarismo e dell’obbedienza. Adesso cerca anche di mettere il popolo contro il Parlamento, per ristrutturare la Costituzione secondo i suoi desideri. Simili metodi di dominio plebiscitario sono pericolosi, la storia lo dimostra.

Berlusconi però ha commesso la nefandezza più grave nel campo della libertà dei mezzi di comunicazione. Grazie alle sue impressionanti capacità imprenditoriali e alla sua attitudine politica è riuscito a costituire un impero dell’informazione, dell’opinione e dell’intrattenimento, che comprende giornali, settimanali, aziende produttrici di film e soprattutto le reti più importanti della televisione privata.

Da decenni questo impero esercita la sua influenza sugli italiani – e così cambia la società. Spettacoli da sgargianti a volgari, sfrenatezza, avidità consumistica e opportunismo vengono rappresentati come normalità – o come desiderabile condizione di vita. In questo è immagine guida il vecchio presentatore e charmeur, che si fa svolazzare intorno le stelline della TV e distribuisce al popolo premi e doni, allo stesso modo del Cavaliere.

Berlusconi ha allevato il popolo dei suoi elettori con le sue reti televisive. A questo la sinistra italiana si è opposta troppo poco. Ha mancato soprattutto nella difesa di un panorama mediatico pluralista. Per questo motivo essa deve oggi pietosamente aggrapparsi a Noemi.

Altrettanto hanno mancato le destre borghesi, i democristiani e le elite conservatrici. Come hanno potuto accettare che Berlusconi diventasse la loro faccia, la loro voce e alla fine il loro dominatore? Perché non hanno costituito alcuna attendibile forza antagonista, che fosse degna erede della grande nazione italiana, ricca di cultura, di livello europeo? Tutta l’Europa dovrebbe porsi questa domanda. L’evoluzione dell’Italia è sotto il segno della sventura. Essa dimostra quanto siano cagionevoli le società moderne, quando permettono che un uomo raggiunga una forza mediatica di enormi proporzioni.

Testo originale:

http://www.sueddeutsche.de/politik/407/469959/text/

Questo giornale è uno dei più autorevoli e diffusi quotidiani tedeschi


L'harem di Berlusconi

articolo di Peter Gomez e Marco Lillo, tratto da L'Espresso

Jet privati, gioielli in regalo, gettone di presenza e shopping offerto. Così 50 ragazze sono state radunate per il Capodanno di Villa Certosa. Dove il Cavaliere le ha intrattenute tra politica, canti e balli
Centra
Noemi Letizia

Prima la visita guidata alle meraviglie segrete della tenuta: l'anfiteatro dei cactus, le migliaia di hibiscus, il lago delle palme, le 85 diverse erbe officinali dell'orto della Salute. Poi il pranzo in pizzeria, quella interna al parco, s'intende, allietato dalla chitarra di Apicella. Dopo il pranzo ecco il "corso di politica",in attesa di potersi sfogare con lo shopping, a spese del padrone di casa, nei centri commerciali della costa. Quindi, a chiudere, tradizionale cenone con tanto di fuochi di artificio.


ASCOLTA: L'intercettazione della telefonata Berlusconi- Evelina Manna

Quando, la mattina del 31 dicembre 2007, Silvio Berlusconi in persona aveva illustrato alle sue ospiti, arrivate da Roma e Milano con voli privati, quello che sarebbe stato il programma della giornata, tra le 50 ragazze presenti è partito l'applauso. Come in un sogno alla "pretty woman" l'uomo più potente e ricco d'Italia stava invitando quell'eterogeneo gruppo di veline, attricette, ragazze immagine e hostess, ad abbeverarsi alla sua scienza, a mangiare alla sua tavola e a far compere attingendo direttamente dal suo portafoglio. Cose da Mille e una notte. O se preferite da Sultano. Ecco, se si vuole davvero capire perché Veronica Lario, annunciando il suo divorzio, parlasse di "divertimento dell'imperatore", di "vergini che si offrono al drago" e di un paese che "per una strana alchimia" permette tutto al suo capo, si può partire da qui. Dai racconti sull'ultimo dell'anno 2007 a villa La Certosa, registrati da "L'espresso" dietro garanzia di anonimato, e da quelli sulla corte di giovani donne di cui si circonda il Cavaliere.

Ragazze tra i venti e i trent'anni, in mezzo alle quali - è accaduto, cinque mesi fa, per il Capodanno 2009 - si ritrovano a volte anche minorenni, come la pupilla del premier Noemi Letizia e la sua amica del cuore, Roberta. Con loro Berlusconi dà il meglio di sé. Fa battute, si spreca in gentilezze e galanterie. A ognuna consegna un kit di doni: due braccialetti in onice a forma di tartaruga (simbolo di villa Certosa) per caviglie e braccia; un anello d'argento; il ciondolo a forma di farfalla, segno ormai nemmeno troppo segreto delle amiche del premier; un anello e un sottile braccialetto d'oro. Tutti monili estratti da un sacchetto che il Cavaliere fa tintinnare.


Lo spirito è a metà tra il goliardico e la riunione da villaggio vacanze. Le ragazze ridono e si divertono. Per parecchie di loro è un lavoro.
Tra le 50 ospiti di villa La Certosa, almeno una ventina hanno garantita una sorta di diaria da 1.500 euro al giorno. Per tutte poi, prima della notte di Capodanno, è stata organizzata una visita agli shopping center della zona dove gli uomini della sicurezza del leader del Pdl coprono le spese delle ospiti fino a 2 mila euro. Infine, una volta rientrate a Punta Lada, le ragazze si dividono a gruppi di cinque nelle varie dépendance, mentre le ospiti più vicine al premier sono alloggiate nella tenuta di Paolo Berlusconi, in quei giorni assente. Nei racconti raccolti da "L'espresso" più che i particolari sulla festa, con i bagni nella piscina riscaldata, i balli e l'ovvio trenino finale, colpisce comunque la descrizione delle ore precedenti.

Nel pomeriggio infatti, come in un'anticipazione dei corsi tenuti a Palazzo Grazioli per selezionare le candidature alle europee, Berlusconi ha illustrato per due ore alle sue ospiti i segreti della politica. Eravamo quasi alla vigilia della caduta del governo Prodi. Il Cavaliere, però, ricorda una testimone, se l'è presa anche con l'allora leader di An, Gianfranco Fini. Ma da chi era composta in quei giorni la corte del premier? Le fonti sono concordi nell'indicare tra i presenti il cantante Mariano Apicella, il produttore di fiction Guido De Angelis, l'attrice Camilla Ferranti, le gemelle Ferrera, già meteorine del tg di Emilio Fede, la numero uno del reality trash "Un, due, tre... stalla" Imma Di Ninni, una ex del "Grande Fratello" e due vincitrici del concorso di miss Albania in Italia.



A ben vedere nulla di sorprendente se si pensa che Berlusconi, prima di scendere in campo, è stato un tycoon del piccolo schermo abituato a festeggiare il Capodanno in ampia compagnia, comprese le maggiorate del "Drive In", programma cult degli anni '80. Solo che oggi il Cavaliere non è più un impresario tv. È un capo di governo e il fatto d'ospitare per giorni belle ventenni per allietare le sue ore da ultrasettantenne, di invitarle a cena o di frequentarle a Roma, diventa un problema politico. Di sicurezza. E organizzativo. Per accorgersene basta poco. Basta rileggere le intercettazioni del caso Saccà che raccontano come la corte del premier sia impegnata a sistemare le sue ragazze e a impedire che la cosa si sappia in giro.

Il 4 novembre 2007 il leader del Pdl affida a Guido De Angelis il compito di trovare una parte per cinque attrici a lui care. Due giorni dopo Berlusconi accompagna l'amico produttore da suo figlio Piersilvio, chiedendo di farlo lavorare con Mediaset. Piersilvio però non la prende bene. Tanto che non appena il padre e De Angelis se ne vanno, si lamenta con Valentino Valentini, deputato e segretario personale del premier. È proprio Valentini a raccontarlo a De Angelis: "L'operazione non è stata indolore, Piersilvio ha capito tutto, ovviamente. Tu sei la punta di un iceberg di una situazione molto delicata. Io gli ho spiegato: Guido è una persona giusta e corretta anche per gestire delle situazioni delicate. E per voi è in outsourcing. Ma lui (Piersilvio, ndr) ha accettato a malincuore". Subito dopo De Angelis ne parla a Rosanna Mani, condirettore di "Sorrisi e Canzoni", da trent'anni al fianco del Cavaliere. E lei commenta: "Valentino dice che Piersilvio è geloso perché sa che lui (Silvio, ndr) ti chiede i favori. Ma è meglio che li chiede a te, così si limitano i danni. Piuttosto che le vada a chiedere a destra e a manca facendo la figura del cretino".

Per far numero alle feste non bastano però le aspiranti starlette della tv. A volte bisogna ricorrere alle ragazze immagine, quelle che ballano a pagamento nelle discoteche. Per il Capodanno 2008 alcune delle ospiti di Berlusconi, stando alle testimonianze, vengono contattate da Sabina Began, una bellissima modella slavo-tedesca soprannominata "l'Ape regina" nelle cronache mondane della capitale. La Began, che si è rifiutata di rispondere alle domande de "L'espresso", è molto legata al Cavaliere.

Le pagine di un giornale vicino al centrodestra come "il Tempo" raccontano che in occasione della vittoria elettorale alle politiche 2008, la modella era tra gli ospiti di Palazzo Grazioli e che Berlusconi la teneva sulle ginocchia cantando "Malafemmina" e scherzando diceva: "Se qualcuno mi facesse ora una foto, varrebbe 100 mila euro». Un anno dopo ancora "il Tempo" scrive: "Sabina Began sfoggia un nuovo tatuaggio sulla caviglia. Una farfalla circondata dalla frase: "L'incontro che ha cambiato la mia vita: S. B.". Che sono le sue iniziali, ma non solo». Anche Sabina fa in qualche modo parte della scuderia di De Angelis.

La Guardia di finanza durante una perquisizione negli uffici del produttore ha trovato il suo nome in un elenco di cinque attrici, tra cui le amiche del premier Elena Russo, Evelina Manna e Camilla Ferranti, segnalate a De Angelis da Mediaset. E lei, dopo aver ottenuto una parte nel film tv "Il falco e la colomba", prodotto da De Angelis, oggi lavora con continuità. Sono lontani i tempi in cui la bella modella era costretta a vivere nella stanza di un affittacamere nei pressi di Montecitorio. Una casa dove allora abitava anche Elvira Savino, 32 anni, amica della Began e oggi neodeputata del Pdl, dopo essere stata inserita nelle liste elettorali del 2008 su indicazione diretta del Cavaliere che è stato anche suo testimone di nozze. "Non è però stata Sabina a presentarmi Berlusconi. Il fatto che vivessimo entrambe lì è solo un caso", assicura l'onorevole Savino.

Il via vai di belle ragazze per Palazzo Grazioli e villa Certosa, comunque non è una novità: sono del 2002 le foto di Berlusconi che passeggia in Sardegna mano nella mano con la sua assistente Francesca Impiglia e di Pasqua 2008 quelle con le giovani amiche tenute per mano o sedute sulle sue ginocchia. I problemi veri sono invece quelli legati alla sicurezza. In gran parte dovuti alle pretese (economiche e di lavoro) spesso avanzate da chi è entrato in contatto con il premier: la minaccia, più o meno velata, è infatti quella di far esplodere uno scandalo. E a dirlo non sono le indiscrezioni, ma le carte processuali. "L'espresso" ha già pubblicato la telefonata intercettata dalla Procura di Napoli nel 2007 in cui Berlusconi chide con ansia al direttore di Raifiction Agostino Saccà di far lavorare l'attrice Antonella Troise perché "sta diventando pericolosa".



E agli atti dell'indagine archiviata su Berlusconi (abuso d'ufficio) per il caso di Virginia Sanjust, una bellissima presentatrice tv legata al Cavaliere e sposata con l'agente del Sisde Federico Armati, c'è un'altra registrazione significativa. Lo 007 e la moglie discutono animatamente. Lui è stato appena espulso dai servizi segreti ed è convinto (a torto secondo i giudici) che dietro al suo licenziamento ci sia stato l'intervento di Virginia e del premier. Così le dice a brutto muso: "Racconterò tutti i fatti: (l'invito a) Palazzo Chigi, il pranzo, il braccialetto (che ti ha regalato)? come lo scartavi... Io c'ho tutte le scatole e i certificati di garanzia dei gioielli". E poi chiede alla moglie di andare da Berlusconi e avvertirlo che, se non fosse stato reintegrato, lui avrebbe "rovinato" il Cavaliere.

Siamo alla vigilia delle elezioni del 2006, dopo pochi giorni, fatto rarissimo, Armati è ripreso nei servizi. Mentre Virginia Sanjust, tra i tanti regali ricevuti dal Cavaliere, annovera anche un bonifico di 50 mila euro, effettuato a titolo di "prestito infruttifero", direttamente da un conto corrente del premier. Ma non basta. Perché anche il caso delle ragazze segnalate da Berlusconi al direttore di Raifiction, Agostino Saccà, può essere letto sotto la luce della possibile ricattabilità del premier. E a dirlo è proprio il procuratore aggiunto di Napoli, Paolo Mancuso che, nella lettera con cui nel luglio del 2008 ha trasmesso a Roma per competenza le carte dell'inchiesta, scrive: "Da alcune conversazioni intercettate sull'utenza di Manna Carmela (detta Evelina, ndr) sembrano emergere (e andranno valutate dalla Signoria Vostra quali) condotte riconducibili alla previsione degli articoli 110 e 629 del codice penale (concorso in estorsione, ndr) poste in essere ai danni del predetto onorevole Berlusconi e apparentemente consumate nella città di Roma".

Mancuso cita quattro telefonate che avrebbero potuto configurare un ricatto ai danni del Cavaliere. In quei colloqui, ora tutti distrutti perché invece ritenuti irrilevanti dai giudici della capitale, l'attrice diceva infatti a Berlusconi che avrebbe fatto una piazzata sotto palazzo Grazioli. Salvo poi placarsi quando lui le garantisce un aiuto sul lavoro. Ma per i magistrati romani quello è soltanto uno sfogo, più che una minaccia. E nella loro richiesta di archiviazione, poi accolta, sostengono che non c'è reato perché le parole e i comportamenti della Manna non erano mai stati in grado di intimorire realmente un uomo come Silvio Berlusconi. L'attrice, contattata da "L'espresso", di questa vicenda non vuole parlare.

Il 19 febbraio del 2008, del resto, anche davanti ai pm era stata piuttosto evasiva. "Conosco Berlusconi da circa un paio d'anni", ha detto, "e gli sono legata da un rapporto di affetto e di amicizia. Per ragioni personali preferisco non indicare modalità e circostanze della mia conoscenza con lui". Da allora Evelina Manna si è messa in stand by e dal suo nuovo appartamento di via Giulia a Roma, con vista sui tetti del centro, valuta contratti e proposte. Evelina lo ha acquistato il 24 aprile di un anno fa, dopo aver versato, qualche settimana prima, una caparra da 10 mila euro alla vecchia proprietaria.

Tutto il resto, 950 mila euro, è arrivato invece con assegni circolari appoggiati su un conto corrente della Banca Roma, filiale di Santi Apostoli. Ma se le si chiede come abbia fatto a mettere da parte quel tesoro, taglia corto: "Ora basta. Berlusconi non c'entra niente. Anch'io ho la mia vita privata"
(28 maggio 2009)

giovedì 28 maggio 2009

"Diceva Ghandi: “Siate voi il cambiamento che volete vedere nel mondo”. Come potremmo attendere da altri ciò che non siamo disposti a dare noi?"


Perché l’Italia non è un paese democratico





di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)


articolo tratto dal blog Uguale per tutti (19 febbraio 2008)


L’ennesimo fatto inquietante, accolto dal Paese senza adeguate reazioni – la censura della trasmissione Annozero da parte di una Autorità garante che non garantisce ciò che dovrebbe –, riporta sotto gli occhi di tutti il gravissimo deficit di democrazia che c’è in Itala.

C’è nella cultura diffusa del nostro Paese un colossale equivoco, frutto, peraltro, di una propaganda mistificatoria perseguita con costanza dai tanti che vi hanno interesse, per il quale si crede che la democrazia sia solo un luogo nel quale i cittadini scelgono mediante elezioni chi li governa.

Riducendo a questo la democrazia, ogni volta che qualcuno avanza dubbi sul fatto che l’Italia sia un paese democratico gli si sbatte in faccia a muso duro come sia sotto gli occhi di tutti che i governanti vengono scelti mediante libere elezioni. E si chiude la discussione. Spesso anche con aggiunta di contumelie basate su quelle che sembrano sussiegose disquisizioni sui danni dell’“antipolitica” ma sono in realtà stupidissime banalità e avvilenti luoghi comuni.

A tale assunto vanno opposte, però, due obiezioni.

Una, per così dire circostanziale, consistente nell’osservare che, per un verso, i cittadini elettori non possono votare per chiunque, ma solo per coloro che vengono candidati da quei centri di potere che sono i partiti e che, per altro verso, al momento vige in Italia una legge elettorale che addirittura non consente agli elettori neppure di esprimere un voto di preferenza. Sicché non solo possiamo votare solo per quelli che ci vengono indicati dai partiti, ma neppure fra quelli possiamo scegliere chi ci piace.

In sostanza, oggi, nel nostro Paese sono i responsabili dei partiti a decidere prima delle elezioni chi andrà Parlamento, assegnandogli un posto piuttosto che un altro nelle liste e nei collegi.

La seconda obiezione, per così dire strutturale, consistente nell’osservare che la democrazia non è essenzialmente un “metodo di scelta del governante”, ma prevalentemente un “metodo di esercizio del potere” e un “sistema di relazioni fra i consociati”.

Proverò a sviluppare queste tesi, perché, a mio modesto parere, solo se riconoscerà questo sarà possibile, per un verso, capire quanto grave sia la malattia della quale stiamo morendo e, per altro verso, quali siano le cure possibili per essa.

Partendo dalla questione della scelta del governante, sembra chiaro che, se si dovesse scegliere fra vivere in un Paese nel quale il capo del governo viene scelto dai cittadini con libere elezioni, ma poi governa come dice lui, facendosi le leggi che gli servono e abrogando quelle che non gli convengono (pensate a Berlusconi assolto qualche settimana fa perché, nel corso del suo processo, il Parlamento ha deciso che il falso in bilancio non è più reato), o in un Paese nel quale governa un re incoronato per successione dinastica, che, però, governa nel rispetto di regole precise, ritenendosi anch’egli soggetto alle leggi che si applicano a tutti gli altri cittadini, ognuno sceglierebbe il secondo Paese, perché esso sarebbe certamente “più democratico” del primo.

Dunque, è certo che neppure in un Paese più decente del nostro, nel quale i cittadini possano esprimere un voto di preferenza, il solo fatto che i governanti vengano fatti risultare da un qualche tipo (anche taroccato come il nostro) di “libera elezione” è sufficiente a dire che quel Paese è “democratico”.

La democrazia, dicevo, è, infatti e fondamentalmente, un metodo di esercizio del potere.

L’elenco delle caratteristiche che deve avere un metodo di esercizio del potere per potersi definire democratico è lungo, ma, per brevità, mi limiterò al principio della separazione dei poteri figlio della rivoluzione francese.

Riducendolo all’osso, l’idea è che un gruppo di persone fa le leggi (il potere legislativo), altri le applicano (l’esecutivo, il governo), altri ancora (i giudici) controllano che la legge venga rispettata da tutti.

Riducendo ancora di più, l’idea è che tutti sono soggetti alla legge e che “la legge è uguale per tutti”.

Ai tempi dei faraoni, la legge era solo la manifestazione della volontà del faraone.

La legge era uno “strumento” del potere.

Nella logica della democrazia post rivoluzionaria, invece, la legge è il valore e il potere uno strumento della legge.

Il Parlamento dovrebbe avere per così dire una “antecendenza logica” sul Governo.

Non a caso si parlava di “Parlamento sovrano”.

Il Parlamento dovrebbe decidere cos’è “giusto” e il Governo vi dovrebbe dare attuazione.

Mi sembra che non ci possano essere dubbi sul fatto che oggi in Italia siamo tornati alla situazione che ho indicato come quella dei tempi del faraone.

Il potere non si chiede affatto “cosa è giusto e legale che io faccia”, ma “che leggi debbo fare al più presto per potere fare ciò che voglio fare”.

Dunque, non è lo Stato al servizio della legge, ma la legge al servizio dello Stato.

Da qui quella che anni fa fu discussa come la “crisi del parlamentarismo” e che oggi neppure si discute più (o meglio si discute in un altro senso, connesso all’inquietante concetto di “governabilià”), essendo noi ormai molto oltre quella crisi.

Oggi il Governo decide quello che vuole e il Parlamento fa una legge che glielo consente.

Una controrivoluzione, che ha sovvertito l’ordine dei valori.

Dal dominio della legge, con il potere che gli obbedisce e gli è sottomesso, al dominio della volontà, del potere, con la legge come strumento.

Insomma, la logica del faraone, con la sola differenza che anziché il potere essere concentrato nelle mani di uno, come allora, è oggi nelle mani di un gruppo di persone.

E ancora si progettano leggi elettorali e assetti costituzionali che concentrino di più il potere; ancora politici quasi onnipotenti piagnucolano per la mancanza dei poteri che gli sarebbero “necessari” per “fare il bene”; mentre ogni giorno si creano nuovi “commissari straordinari” liberati dai vincoli di questa o quella legge.

Tutto questo è frutto di e dà luogo a una serie di paradossi.

Anzitutto, in Italia la separazione dei poteri è stata sempre ed è sempre più solo apparente.

Essa dovrebbe essere una TRIpartizione (legislativo, esecutivo, giudiziario), ma, invece, è già costituzionalmente solo una Bipartizione, perché il potere legislativo e quello esecutivo coincidono: chi sta al governo (potere esecutivo) ha anche la maggioranza in Parlamento (potere legislativo).

Certo, nella Costituzione questo rapporto fra legislativo ed esecutivo era concepito come più “democratico” (basti dire che la Costituzione prevede che ogni parlamentare rappresenta l’intero corpo elettorale – e non solo i suoi elettori – e che è libero da vincoli di mandato – e dunque non è tenuto a obbedire al segretario del suo partito), ma nell’epoca dei “pianisti” in Parlamento (grazie ai quali anche gli assenti votano) e degli sputi in faccia in piena assemblea del Senato al senatore che non obbedisce agli ordini del segretario del partito tutto assume altri connotati e altro senso.

In definitiva, dunque, la separazione dei poteri è affidata a un solo asse: quello fra politico e giudiziario.

Ed è di tutta evidenza che si tratta di un asse molto delicato e assolutamente non in grado di reggere un suo uso improprio.

Il potere giudiziario ha strumenti esclusivamente repressivi ed è evidente che, anche se il potere politico creasse le condizioni per una attualmente inesistente efficienza del sistema giudiziario, la sola repressione “ex post” dei reati non potrebbe dare rimedio a un difetto di legalità che è oggi assolutamente diffuso in tutti gli snodi centrali della vita del Paese.

Per di più, proprio perché l’ultimo residuo opaco di separazione dei poteri – che è il presupposto per la speranza di una democrazia – è affidato all’asse politico/giudiziario, il potere politico lavora alacremente da anni – facendo a volte (quando una delle tante leggi ad personam è urgente per salvare il potente di turno da un processo) anche le notti in Parlamento – per rendere sempre più inefficace il sistema giudiziario, facendo sì che non possa “nuocere” (in questi giorni si sta lavorando alla legge “contro” le intercettazioni telefoniche) e, da ultimo, creando un “doppio binario”, per il quale il sistema giudiziario sia efficiente contro i poveri cristi e innocuo per i potenti: oggi in Italia (e non è una battuta, ma la triste realtà) la contraffazione di una borsa di marca è punita con pene più severe di un falso in bilancio che, fino all’ammontare in alcuni di casi di molti milioni di euro non è punito per nulla e dopo è punito con pene meno severe di quelle della contraffazione predetta (sulla logica che sta alla base del “doppio binario”, rinvio all’intervista di Bruno Tinti “Una giustizia forte con i deboli e debole con i forti”).

A tutto questo, poi, si deve aggiungere il fatto che i magistrati sono poco più di 8.000 cittadini come tutti gli altri e, dunque, tanti di loro sono, al pari dei loro concittadini, sensibili alle lusinghe e alle minacce, sicché “il potere” può confidare anche sulla disponibilità di tanti magistrati a “chiudere un occhio” o, come è più elegante dire, a “essere equilibrati” e “prudenti”.

Peraltro, è sotto gli occhi di tutti quali e quante “persecuzioni” subiscano – da fuori, ma purtroppo anche da dentro l’amministrazione della giustizia – i magistrati “insubordinati”.


Un’altra caratteristica dei sistemi democratici è l’esistenza di controlli di legalità numerosi e diffusi.


La democrazia è un metodo di esercizio del potere e in una società democratica ogni potere è soggetto a controlli numerosi e diversi, diffusi a vari livelli dell’organizzazione sociale.


Anche il sistema italiano sarebbe (purtroppo solo del tutto apparentemente) così.


Per fare degli esempi, se ci si vuole assentare dal lavoro per malattia, bisogna documentare la malattia con un certificato medico.


Quando viene realizzata un’opera pubblica, si nomina una commissione di collaudo che, compensata da onorari faraonici (in percentuale del valore dell’opera), ne dovrebbe verificare la perfetta realizzazione.


Le società che stanno sul mercato hanno revisori dei conti e sindaci.


Ma tutti abbiamo esperienza di come i certificati medici a volte vengano chiesti per telefono e lasciati in portineria e di come praticamente mai una commissione di collaudo abbia fatto demolire un’opera pubblica realizzata male (e quante ce ne sono di realizzate male è sotto gli occhi di tutti).


E’ proprio di questi giorni l’esito di un’inchiesta giudiziaria che ha consentito di accertare che importanti opere pubbliche sono state realizzate con calcestruzzo dosato in maniera fraudolenta (opere, ovviamente, collaudate positivamente).


Quanto a revisori dei conti e sindaci, Cirio e Parmalat stanno lì a dimostrare come questi professionisti intendano i loro ruoli.


L’Italia è oggi la patria delle certificazioni di comodo, dei pareri “pro veritate” bugiardi, delle documentazioni costruite ad hoc, dei bandi di gara scritti su misura di quel candidato o di quella impresa, dei bilanci falsi o “creativi”.


Quello giudiziario, che dovrebbe essere l’ultimo controllo, quello eccezionale, è rimasto l’unico. E per giunta anche a quello si tende a togliere valore.


Il Presidente di una Regione viene condannato (in primo grado) a cinque anni di carcere per avere favorito dei mafiosi (benché non ricorra l’aggravante dell’avere agito “al fine di favorire la mafia”) ed esponenti politici fra i più potenti del Paese gli dichiarano stima e solidarietà e gli promettono che lo candideranno al Senato.


Un senatore (Previti) viene infine, dopo innumerevoli ostacoli frapposti ai processi (rinvii pretestuosi, leggi ad personam, insulti ai giudici, ecc.), condannato con sentenza definitiva all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e, mentre l’intero Parlamento fa una legge di indulto tagliata esattamente su misura (tre anni) per farlo uscire dal carcere, il Senato impiega un anno a prendere atto della sentenza e dichiararlo decaduto dalla carica di senatore. Il tutto con il Previti (esponente della destra) difeso dall’avv. Giovanni Pellegrino, esponente di primo piano dei Democratici di Sinistra, quasi a voler dare una testimonianza pubblica inconfutabile del fatto che l’asse “destra/sinistra” in realtà non è un vero fronte di opposizione, ma solo un criterio (tra i tanti possibili) di spartizione (del potere).


Nel nostro Paese l’opposizione non esiste, è solo una “modalità di spartizione del potere”. Siamo l’unico Paese dove è stato possibile a dei partiti dirsi contemporaneamente “di governo” e “di opposizione”.


Ora, ci si immagini come sarebbe il nostro Paese se i medici non redigessero certificati falsi; se le commissioni di collaudo di strade e ponti rilevassero i vizi di quelle opere, costringendo le imprese a realizzarle bene e facendogli pagare le sanzioni pecuniarie contrattuali per i vizi rilevati; se i banchieri e i bancari non si prestassero a operazioni “dubbie” e se sindaci e revisori dei conti vigilassero sui bilanci delle società.


La giustizia penale sarebbe l’“ultima spiaggia”, il “rimedio straordinario” ed eccezionale.


Oggi, invece, è l’unico.


Ma le malattie si possono curare negli ospedali solo se la popolazione è generalmente sana e le malattie sono poche e subito riconosciute come tali.


Ma se un intero popolo avvelenasse gli acquedotti, non curasse l’igiene, facesse circolare e vendesse cibi deteriorati, ben poco potrebbero fare gli ospedali e, nello sfacelo di epidemie senza controllo, tutti comincerebbero a fare domande del tipo: “Ma perché hanno curato quello lì e non quella là?” Un po’ come accade con la giustizia, quando, sistematicamente, ad ogni arresto eccellente, qualcuno chiede perché sia stato arrestato quello e non quell’altro.


Infine – e, a mio modesto parere, è la parte più rilevante della questione – la democrazia è anche un “sistema di relazioni fra i consociati”.


C’è democrazia in un posto nel quale i cittadini si ritengono titolari di uguali diritti e, soprattutto, sono disposti a riconoscersi reciprocamente questi diritti.


In un paese “democratico” i cittadini rivendicano i loro diritti, ma non si sognano di procurarsi privilegi.


E il nostro, sotto questo profilo, è l’esatto contrario di un paese democratico.


Troppi italiani non cercano, non chiedono e non si battono per ottenere il rispetto delle regole e dei diritti di tutti, ma, al contrario, cercano di perseguire il proprio interesse personale “a qualunque costo”.


Se si considera quanti italiani non pagano le tasse, quanti realizzano costruzioni abusive, quanti si fanno raccomandare (con ciò ledendo i diritti di chi viene “scavalcato”), quanti non rispettano le regole più diverse, gli obblighi contrattuali, i doveri più vari, quanti frodano le assicurazioni, ci si rende conto di come sia possibile che un’intera classe dirigente non si vergogni dei suoi misfatti.


Il “popolo italiano” non vuole da chi ha potere giustizia, correttezza, rispetto delle regole, ma favori, “risultati”, “vantaggi”.


Nei giorni dell’arresto della moglie del ministro della giustizia Mastella, un telegiornale ha mostrato delle interviste a concittadini del ministro. Più d’uno ha indicato come motivo di stima per il ministro il fatto che “quando ho avuto bisogno di fare curare un parente, lui è stato disponibilissimo”.


Ora, una democrazia è un luogo nel quale le cure sono un diritto e non un favore che si deve chiedere e ricevere a e da un uomo potente.


Quando vedo un politico o una persona comunque potente fare cose inquietanti che violano i fondamenti del vivere civile e della democrazia, mi scoraggio non tanto per le concrete conseguenze di quel gesto, ma per ciò che significa con riferimento allo stato nella nostra civiltà (forse meglio “inciviltà”).


Perché se quelle cose vengono fatte sotto gli occhi di tutti, vuol dire che “si possono fare”.


Se l’intera classe dirigente del Paese può fondare il suo potere su menzogne, se i telegiornali possono essere falsi, se i concorsi truccati, se, da ultimo (fatto che avrebbe dovuto suscitare un’ondata di proteste indignate) una Autorità per le comunicazioni può “censurare” un programma di informazione solo perché scomodo, se nella Commissione parlamentare antimafia ci sono deputati con gravi precedenti penali, vuol dire che questo “si può fare”, vuol dire che questo non suscita la reazione che ci sarebbe in un Paese almeno un po’ “democratico”.


Così stando le cose, ciò che ci sta accadendo non è di essere una società di persone perbene governate male, ma di essere un popolo di “furbi”, di approfittatori, di egoisti, di cinici, di disillusi che esprime, com’è inevitabile che sia, una classe dirigente uguale a se stesso.


Dunque, non si tratta di fare una qualche legge che regoli come scegliere chi ci deve governare, ma di lavorare perché la società migliori se stessa, così che anche la sua classe dirigente sia conseguentemente migliore.


Sono consapevole che questa affermazione è dura e che gli italiani non sono minimamente disposti a condividerla, ma deve far riflettere che solo settant’anni fa, a pochi chilometri da casa nostra, sono stati uccisi seimilioni di ebrei e non li ha uccisi Hitler. Li hanno uccisi tanti “bravi cittadini tedeschi”, ciascuno facendo qualcosa di asseritamente incolpevole: uno guidava treni (che però andavano ad Auscwitz), un altro faceva elenchi di abitanti del quartiere (segnando con una ics quelli ebrei), un altro montava un impianto di tubi (che però sarebbe servito a fare arrivare il gas che avrebbe ucciso), eccetera.


Tutti facevano parte di una terrificante fabbrica del male, della quale poi hanno dato la colpa a uno solo. Ma Hitler non avrebbe potuto fare quello che ha fatto se ai suoi comizi non ci fossero stati milioni di “bravi tedeschi” plaudenti.


Così come non verrebbero candidati in Parlamento dei pregiudicati, se non ci fossero milioni di persone che li votano.


E in Italia oggi non ci potrebbe essere un autentico regime, che produce una informazione falsa e mistificatrice, se non ci fossero milioni di bravi telespettatori contenti di votare le nominations del Grande Fratello.


La nostra crisi è una crisi grave e profonda. Non è una crisi contingente, ma strutturale. Non può essere risolta da una o più leggi, né da migliori poliziotti o magistrati più efficienti (che pure sarebbero una gran cosa).


Non ci sono soluzioni formali a problemi sostanziali.


Di una sola cosa c’è bisogno e una sola cosa ci potrebbe salvare: un serio recupero di una cultura del rispetto degli altri e delle regole.


Questo va dicendo da tempo Gherardo Colombo, che, per testimoniarlo ha anche lasciato la magistratura e va in giro per il Paese insegnando “cultura della legalità”.


Abbiamo davvero il dovere di prendere sul serio questa lezione e di cominciare a cambiare il nostro Paese cambiando noi stessi, rifiutando qualunque forma di complicità a questo sistema, difendendo, a casa nostra, nel nostro posto di lavoro, fra i nostri amici, l’idea stessa di una vita civile e democratica.


Non si sa se riusciremo o no nell’impresa, ma almeno non saremo stati complici di una epoca buia di degrado e inciviltà.


Il nostro Paese ha vissuto epoche diverse.


Nel dopoguerra ha vissuto un’epoca di impegno e di ricostruzione.


Nel ‘68 ha vissuto (qualunque sia il giudizio che ognuno dà di quel tempo) un’epoca di utopia: erano gli anni nei quali Ian Palach si dava fuoco a Praga per protestare contro l’invasione del suo paese da parte della Unione Sovietica.


Quella odierna è l’epoca del “calcolo”: tutti, prima di impegnarsi, vogliono sapere se il loro impegno sarà coronato da successo.


Nessuno è disposto a un impegno che sia un valore in sé.


Non ci si accontenta neppure di risultati anche ottimi, ma non “totali” e “definitivi”.


Si cerca una sorta di “panacea”, qualcosa che “risolva” tutto presto e definitivamente.


Ma questo è assolutamente illogico e crea l’humus nel quale attecchiscono i “falsi profeti”, i governanti che promettono felicità e benessere per tutti, tacendo sulle modalità concrete con le quali questi obiettivi illusori verranno non raggiunti, ma fintamente perseguiti.


Sul punto, preziose le considerazioni del prof. Zagrebelsky in “Democrazia e principi. Il pericolo delle politiche eudemoniste” e in “La giustizia tradita e strumentalizzata dal potere”.


Non so se ce la faremo o no a cambiare il corso preso dalla nostra storia, ma l’unica possibilità di farcela è decidere che vale la pena di impegnarvicisi senza porre condizioni e di farlo non chiedendoci cosa i “politici”, i “magistrati”, “gli altri” possono fare per noi, ma cosa noi stessi possiamo fare per noi e per il piccolo ambito nel quale ciascuno vive e opera.


Il 30 gennaio scorso è stato il 60° anniversario della morte di Mohandas Karamchand Gandhi. Diceva Ghandi: “Siate voi il cambiamento che volete vedere nel mondo”.


Come potremmo attendere da altri ciò che non siamo disposti a dare noi?

mercoledì 27 maggio 2009

Berlusconi "un pericolo per l'Italia" l'affondo del Financial Times

dal corrispondente di Repubblica: ENRICO FRANCESCHINI
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Editoriale del quotidiano finanziario britannico: "Rifiuta ogni critica indipendente"
L'Independent: se il premier può "mentire così spudoratamente", il Paese è a rischio

Berlusconi "un pericolo per l'Italia" l'affondo del Financial Times

LONDRA - "Un pericolo" per l'Italia. Due grandi giornali inglesi, il Financial Times e l'Independent, usano stamane la stessa espressione parlando di Silvio Berlusconi, alla luce delle vicende che hanno recentemente coinvolto il primo ministro e del suo rifiuto di rispondere alle domande che gli ha posto la Repubblica.

Dopo i numerosi servizi dei corrispondenti da Roma della stampa britannica, e due editoriali molto critici verso Berlusconi apparsi sul Times di Londra, quotidiano filoconservatore, e sul Guardian, quotidiano filolaburista, oggi a occuparsi del caso sono il quotidiano della City, considerato l'organo di informazione più autorevole d'Europa, e l'Independent, che dedica alla questione un ampio ritratto del premier italiano su due intere pagine.

Silvio Berlusconi "non è chiaramente un altro Mussolini" e il suo potere non comporta il rischio di un ritorno al fascismo, "ma è un pericolo per l'Italia e un maligno esempio", afferma l'editoriale non firmato, dunque espressione dell'opinione della direzione del giornale, collocato al primo posto frai tre commenti del giorno nella pagina "Op-Ed" (opinioni ed editoriali) del Financial Times, subito al di sotto del motto del Ft, "Without fear and without favor", ossia senza timori reverenziali e senza fare favori a nessuno. "Mentre vengono poste pesanti domande sulla sua relazione con un'adolescente che sogna di diventare una star, domande che sua moglie è stata la prima a sollevare, Berlusconi si è rivolto contro il suo più ostinato interrogante, il quotidiano di centro-sinistra la Repubblica, ha lanciato velate minacce tramite un suo associato e ha cercato di invalidare le domande sostenendo che sono viziate da un pregiudizio politico. Egli ha mostrato simile belligeranza verso i magistrati che lo hanno giudicato corruttore dell'avvocato inglese David Mills, definendoli militanti di sinistra, sebbene il parlamento lo abbia reso immune dall'essere processato. E insoddisfatto anche di un così utile parlamento, ha detto che dovrebbe essere drasticamente ridotto a 100 deputati, mentre il potere del premier dovrebbe essere accresciuto".

Il pericolo rappresentato da Berlusconi, prosegue l'editoriale del quotidiano finanziario, è di "svuotare i media di serio contenuto politico, rimpiazzandolo con l'intrattenimento, di demonizzare i nemici e rifiutare di accettare la legittimazione di ogni critica indipendente". Il pericolo è "mettere una fortuna al servizio della creazione di un'immagine di massa, composta da affermazioni di successi ininterrotti e sostegno di popolo". Che Berlusconi sia così dominante è "in parte colpa di una sinistra titubante, di istituzioni deboli e talvolta politicizzate, di un giornalismo spesso subalterno. Ma più di tutto è colpa di un uomo molto ricco, molto potente e sempre più spietato. Non un fascista, ma un pericolo, in primo luogo per l'Italia, e un esempio maligno per tutti".

Il lungo articolo dell'Independent, firmato dall'ex corrispondente da Roma, Peter Popham, ricostruisce punto per punto tutti gli sviluppi della "Berlusconi's story", chiedendosi se un leader coinvolto in così tanti scandali, controversie e processi, possa finire per perdere il potere a causa di una vicenda apparentemente minore, come la partecipazione al compleanno di una ragazza diciottenne, riportata inizialmente in un trafiletto di giornale da Repubblica, ma poi gonfiata dalla decisione di Veronica Lario di chiedere per questo il divorzio, sostenendo che suo marito ha incontri "con minorenni", che "non sta bene" e che "ha bisogno di aiuto". L'implicita allusione dell'Independent è allo scandalo Watergate, anch'esso iniziato con una piccola notizia di cronaca, un apparente tentativo di furto nel quartier generale del partito democratico americano, ma poi terminato con le dimissioni di Richard Nixon. Il quotidiano londinese conclude che oggi Berlusconi è di fronte al "rischio reale" di perdere consensi alle prossime elezioni europee, particolarmente dopo le critiche espresse da alte autorità della Chiesa cattolica per il suo comportamento. La questione dei suoi rapporti con Noemi Letizia, afferma il giornale, "non è triviale". Vivere in Italia oggi è "come essere intrappolati in un campo di lava che sta lentamente ma inesorabilmente scivolando giù da un pendio". Gli scandali di Mani Pulite, anziché portare alla nascita di una rivitalizzata "Seconda repubblica", hanno condotto a una "Età di Silvio e al lento ma costante degrado delle istituzioni democratiche della nazione". Se il primo ministro può "mentire così spudoratamente" sulla sua relazione con una teen-ager, allora l'Italia "è in pericolo".

(27 maggio 2009)

martedì 26 maggio 2009

"Ciò che manca in Italia, come diceva Tacito, non è la libertà, ma la gente libera. Poche persone oggi osano mettersi contro Berlusconi"

Articolo tratto da Italia dall'estero...come ci vede la stampa estera

Un pericoloso clown

[Ta Nea]

«Ho deciso di fondare un partito. Se non entro in politica vado a finire in galera e fallisco per debiti».

Questo è ciò che disse Silvio Berlusconi nell’estate del 1993 a Indro Montanelli, fondatore e direttore de «Il Giornale», chiedendogli di trasformare il giornale in un organo del suo nuovo partito, che si sarebbe chiamato Forza Italia. Montanelli, uno dei più autorevoli giornalisti che l’Italia abbia avuto, rifiutò e pochi mesi più tardi, sotto forti pressioni, fu costretto a dimettersi. Da allora, fino alla sua morte nel 2001, non ha cessato di denunciare il berlusconismo, un fenomeno che considerava più pericoloso anche del suo stesso leader Berlusconi, in quanto porta gli italiani ad accalcarsi sotto al «balcone» del Messia. Montanelli paragonava spesso Berlusconi a Mussolini e gli piaceva ripetere una frase di quest’ultimo: «Come si fa a non diventare dittatori in un paese di servi?».

Il berlusconismo è quindi un fascismo contemporaneo? No, risponde Marco Bellocchio, che partecipa quest’anno per la sesta volta a Cannes con il film Vincere. Il fascismo neutralizzava i suoi avversari con la violenza e proibiva la libera espressione, dice il regista sessantanovenne a Libération [quotidiano francese, N.d.T]. Oggi le elezioni sono libere, ma si tratta di una libertà condizionata. Berlusconi si presenta come un buon papà. Gestisce una democrazia autoritaria e offre una nuova ed unica cultura: la televisione commerciale, modello Berlusconi. La mediocrità predomina ovunque e i giovani non possono distinguere tra la realtà e ciò che vedono in televisione. Berlusconi può essere teoricamente in linea con i valori di libertà e di tolleranza, ma in pratica imita ciò che viene trasmesso in televisione.

Ciò che manca in Italia, come diceva Tacito, non è la libertà, ma la gente libera. Poche persone oggi osano mettersi contro Berlusconi e i pochi che lo fanno sono di solito persone di ottima reputazione e di una certa età, che non temono ritorsioni. Come era Montanelli. O persone che non vivono in Italia e che quindi non possono avere un coinvolgimento diretto nelle questioni politiche. Secondo Laurent Joffrin, direttore di Libération, Berlusconi somiglia sempre di più a Putin. Controlla l’informazione, vuole controllare tutto, soffoca qualsiasi critica, qualsiasi opinione contraria. Non è un dittatore, assomiglia più ad un tiranno comico che usa le battute e le risate per nascondere ai cittadini il suo conflitto di interessi e la sua mancanza di integrità. Si tratta di un clown pericoloso, simile al mitico Ubu re, il personaggio teatrale creato da Alfred Jarry alla fine del 19° secolo.

Come è noto, Jarry è morto per il troppo vino, l’assenzio e l’etere. Ma la sua opera sembra abbia già ottenuto l’immortalità.

[Articolo originale "Ένας επικίνδυνος κλόουν"]

Milano, chi ha paura della commissione antimafia?

di Gianni Barbacetto, articolo tratto da micromega-online

Quando, fra dieci o vent’anni, si racconterà la storia di questi strani tempi nella Milano che aspettava l’Expo, si dovrà spiegare che il consiglio comunale nel 2009 votò all’unanimità la costituzione di una commissione antimafia, poi la maggioranza ci ripensò, ne impedì il funzionamento e infine votò di nuovo, decretandone a maggioranza l’eutanasia. Questa commissione non s’ha da fare. Bocciata, lo stesso giorno in cui i giornali riportano la cronaca dell’ultimo morto ammazzato di mafia, davanti al Bar Quinto di Quarto Oggiaro.
Perché bocciata? Perché non ha poteri, è inutile - spiega il centrodestra. L’ha detto anche il prefetto. Ci sono già i magistrati e le forze di polizia: è compito loro indagare sulla mafia. Eppure c’è un precedente, anzi due: la commissione comunale antimafia presieduta dal professor Carlo Smuraglia nel 1990 fece un ottimo lavoro; la commissione sulla corruzione nel commercio presieduta dal professor Nando dalla Chiesa nel 1995 ebbe buoni risultati. Certo, magistratura e polizie fanno le indagini, mentre una commissione comunale non può avere poteri giudiziari d’inchiesta. Ma anche l’amministrazione pubblica può (anzi deve) avere un ruolo nel contrasto alle infiltrazioni mafiose: può monitorare le situazioni a rischio, può aumentare la trasparenza nelle procedure, può alzare barriere amministrative alle infiltrazioni dell’illegalità. La sola presenza di una palese, decisa e proclamata attività amministrativa antimafia darebbe coraggio ai funzionari onesti che si oppongono a procedure illegali e scoraggerebbe i deboli con la tentazione di cedere… I giudici arrivano a cose fatte, come il chirurgo che asporta l’organo malato; la politica e l’amministrazione possono (e devono) arrivare prima, prevenendo l’estendersi della malattia.
Ma la maggioranza che governa Palazzo Marino non l’ha capito, o non l’ha voluto. Forse teme che troppo parlar di mafia infanghi l’immagine della città, che deve mostrare solo il suo volto scintillante - moda, design, soldi e finanza - e tenere nascosto il suo lato oscuro, che esiste fin dai tempi di Sindona, fin dall’assassinio di Giorgio Ambrosoli, fin dall’insediamento nell’hinterland delle cosche calabresi. E oggi, dice il magistrato antimafia Vincenzo Macrì, «Milano è diventata la capitale della ‘Ndrangheta».
O forse la politica teme che l’antimafia diventi un’arma politica, brandita da una parte contro l’altra. Il centrodestra a Palazzo Marino teme che il centrosinistra impugni l’antimafia come una clava contro la maggioranza? Peccato, perché le organizzazioni criminali, a Palermo come a Napoli, a Reggio Calabria come a Milano, cercano sempre rapporti con la politica, a destra o a sinistra non importa: l’illegalità è generosamente bipartisan. Non sempre lo è il contrasto all’illegalità. Eppure l’antimafia non è né di destra né di sinistra. Certo, chi è al governo, a Roma come a Milano, ha più possibilità di essere assediato e infiltrato dagli uomini delle cosche. Ma proprio per questo sarebbe stato più bello e più forte che Pdl e Lega e Udc avessero puntato con chiarezza sulla commissione antimafia: avrebbero così tutelato non solo la città, ma anche i loro stessi partiti, dai rischi futuri di indagini che - Dio non voglia - dovessero finire per sfiorare qualche loro esponente. Avrebbero isolato preventivamente eventuali “mele marce” e avrebbero potuto dire ai cittadini: vedete? noi siamo dalla parte della legalità. Così finisce invece per prevalere una difesa a oltranza della politica, anche nelle sue espressioni meno difendibili. Difesa in nome dell’appartenenza, invece che in nome della legalità condivisa.
A questo punto tocca alla città: continui il lavoro morto prima di cominciare, costituisca una commissione antimafia, non di parte, non strumentale, non contro i partiti, ma realizzata con chi ci sta della politica e della pubblica amministrazione, della cultura e dell’economia. Il meglio di Milano è già pronto a impegnarsi.

Nel paese di Pinocchio

È opinione diffusa in alcuni ambienti (e questa diffusione è un segno della statura politica e culturale di questi ambienti) che sia essenziale dell’arte politica il mentire, il saper astutamente nascondere le proprie vere opinioni e i veri fini a cui si tende, il saper far credere il contrario di ciò che realmente si vuole…..L’opinione è tanto radicata e diffusa che a dire la verità non si è creduti. Gli Italiani in genere sono all’estero ritenuti maestri dell’arte della simulazione e dissimulazione…. Antonio Gramsci (Quaderni del carcere)*

Sono passati più di 70 anni da quando Gramsci scriveva queste considerazioni e a quanto pare non solo le cose non sono cambiate, ma sono peggiorate. Ogni cosa intorno a noi è una menzogna. E non parlo solo delle panzane che giornalmente ci rifila il cavaliere e che ormai ci aspettiamo e mettiamo in conto.
In questo nostro paese, infatti, si respirano solo bugie: possono essere piccole o grandi, ma ormai da tempo non c’è più alcuna traccia di verità. Non ce n’è in nessuna parte politica e questo è il peggio. Su ogni cosa che ci viene detta dobbiamo fare la tara, dobbiamo chiederci: che vuol dire veramente? Qual è il reale obiettivo? Cosa c’è dietro? Chi ci guadagna? E il pensiero che comunque sia noi non sapremo mai la verità su niente e saremo sempre turlupinati da tutti, beh, diciamocelo: è frustrante. Facciamo un esempio recente, il terremoto in Abruzzo: quello che ci hanno detto è in gran parte falso: la gente che vive lì racconta cose molto diverse dagli squilli di tromba e dal rullar di tamburi del cavaliere. Col cavolo che si potranno rifare le case che hanno perduto! E col cavolo che avranno 150mila euro tutti in una volta: intanto è una sorta di rimborso spese, che sarà spalmato su un arco di ben 22 anni! Ma ad anticipare i soldi dovrà essere il povero terremotato. E se uno non ha niente e non può anticipare un centesimo, o stava già pagando un mutuo? L’idea trovata è a dir poco geniale: c’è una finanziaria che ti presta i soldi, ma in cambio la casa è sua. Scrive infatti Rosella Graziani : “Ma nel decreto n. 39 c’è anche di peggio: all’art. 3, comma 1 , lettera c, si dispone che se un immobile, gravato da un mutuo, è andato distrutto, la Società Fintecna, a richiesta del privato cittadino. si accollerà il mutuo nei limiti del contributo che al predetto è stato riconosciuto, ma diverrà proprietaria di quel che resta dell’immobile. Se però il mutuo supera il contributo riconosciuto, la conseguenza parrebbe essere, dall’esame della norma, che il cittadino dovrà continuare a pagare la parte residua del mutuo: insomma non avrà più la casa ma continuerà a pagare il mutuo. Il rischio è che la città vada per gran parte nelle mani della Fintecna.”
Ma cos’è la Fintecna? E’ una finanziaria che dipende dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, nata dalle ceneri dell’IRI e che ha inglobato altre srl come la Ligestra, a sua volta una azienda che ha incorporato l’EFIM ( uno dei tanti carrozzoni statali), insieme a tutti i suoi debiti. Considerate che - come se non bastassero i debiti accumulati e acquisiti attraverso queste incredibili scatole cinesi o “catene di sant’Antonio” - fino all’anno scorso ( ma non abbiamo notizie che le cose siano cambiate) la Fintecna pagava 70mila euro al mese per l’affitto di 5000mq di locali ormai vuoti. Infatti la Ligestra srl che li occupava se n’è andata da un pezzo, ma il contratto con la famiglia Pallavicini, proprietaria dell’immobile, prevedeva che si dovesse pagare l’affitto fino alla risoluzione del contratto, che per altro non sappiamo quando scada. Alla Fintecna appartiene metà dell’Alitalia e il 100% della società Tirrenia: tutte società in perdita. Ora: sarà questa Fintecna a curare i mutui e a finanziare i terremotati abruzzesi….auguri!
Ma perché meravigliarsi, se alcune verità essenziali sono state taciute? Questo paese è la fiera della frottola, il bengodi delle fandonie, il Guinness delle falsità, la parata delle fole, la sfilata delle balle, la sfilza degli inganni e chi più ne ha più ne metta. E i nostri politici sono i campioni mondiali in questo sport molto italico. Ma il fatto è che non lo sono solo loro. Questa è la patria di Pinocchio, non dimentichiamocelo.
E forse è per questo che si è scelto un premier che incarna in modo quasi caricaturale questo difetto. Perché il nostro popolo ama ascoltare fanfaluche: non sopporta la verità, non vuole sentirsela dire. Preferisce le pietose bugie, come per esempio che tutto va bene, che la crisi economica non esiste e che comunque noi ne usciremo prima e meglio degli altri ( ma se non c’è, come facciamo a uscirne?). La gente non sa più che vuol dire avere una vita normale e riuscire ad arrivare alla fine del mese senza fare debiti, e tuttavia continua a credere a tutte le balle che le raccontano. Se non riesce nemmeno a credere alla propria povertà, che altro le si può dire?
Ma tutte queste falsità, invenzioni, menzogne a cosa mirano? Innanzi tutto a mantenere al cavaliere e ai suoi fidi il potere assoluto di cui gode e a non dover rendere conto a nessuno, ma soprattutto al proprio elettorato, delle cose che si fanno, ma soprattutto di quelle che, pur promesse, NON si fanno. Infatti lo sfascio è generale e riguarda tutti i settori e quelli che ancora sono parzialmente intatti non resteranno così per molto: ci sono progetti di legge che mirano a sfasciare ciò che resta in piedi: dalla magistratura, alla cultura, alla sanità.
E quando le cose si mettono male e sembra che il precario equilibrio del PdL e del Centro Destra stia per sfasciarsi, ecco che il coniglio dei sondaggi viene tirato fuori dal cilindro del grande imbonitore, a dire che lui, il cavaliere, è il più amato dagli italiani, persino più di quelle famose cucine della pubblicità.
Ma stavolta l’uomo sui tacchi ne ha detto davvero troppe di balle e qualcuna anche eccesivamente pesante e adesso tutto il suo castello di chiacchiere sta scricchiolando e sembra davvero che stia per sfasciarsi sotto il peso insostenibile di una catasta di bugie intollerabili e di promesse non mantenute. Troppe menzogne e troppe promesse inevase, una valanga di fango che ha travolto anche i suoi sodali e ha trovato nell’irritazione del presidente siciliano il punto di rottura, tanto da fargli dire basta, e da travolgere, in un impeto di ribellione da giustiziere della notte, tutta la sua giunta. Della serie: è già difficile ormai ingoiare certi atteggiamenti da Berlusconi, ma subirli anche dai suoi pretoriani proprio no.
E il fatto che l’insospettabile governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo abbia scelto questo momento pre-elettorale per far cadere la giunta significherà pure qualcosa. Secondo Lombardo il cavaliere passa un brutto momento, ma soprattutto è consigliato veramente male da coloro che ha intorno. “Mi spiace - ha detto Lombardo riferendosi al premier - che in questo momento viva una fase non facile…. Tanta gente lo consiglia male, e non so se in un momento di grande difficoltà, come questo, resterebbe accanto a lui….” Dunque questa dichiarazione, al di là della contingenza specifica che riguarda la Giunta siciliana, riconosce che: a) c’è un certo scollamento, un disagio, una crisi all’interno della maggiornaza; b) che la crisi riguarda Berlusconi; c) che il cavaliere vive un momento di “grande difficoltà” ; d) che il suo entourage è inviso all’interno della stessa maggioranza, che gli attribuisce le scelte infelici del cavaliere.
Era da molto tempo che non avevamo tante buone notizie tutte insieme! Possiamo solo augurarci che queste non siano altre menzogne che coprono infinite bugie, che coprono chissà che, ma soprattutto dobbiamo augurarci che il centro sinistra non faccia un altro regalo al cavaliere spaccandosi ancora una volta in bisticci da comari. E mi pare – da come tutta l’opposizione si sta dividendo davanti a una occasione di debolezza così ghiotta – che invece, come al solito, saranno proprio “i nostri” ( ma li possiamo chiamare ancora così???), vispi come sempre, a regalare una bombola d’ossigeno al cavaliere. W l’intelligenza. E infatti Pinocchio seminava zecchini d’oro nei campi, perchè non era solo bugiardo, ma anche molto, molto stupido.

Barbara Fois



*Sulla verità ossia sul dire la verità in politica
Quaderni del carcere, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi 1975, p.699

La prima ammissione (di Berlusconi) in un rosario di bugie

articolo di Giuseppe D'Avanzo, tratto da Repubblica.it

La prima ammissione in un rosario di bugie

Berlusconi alla Cnn

Si può immaginare che a Palazzo Grazioli ci sia come "un'unità di crisi", per lo meno dal 3 maggio quando Veronica Lario ha lanciato il suo j'accuse politico contro il marito premier. Si può immaginare uno staff (ne ha preso le redini l'avvocato Niccolò Ghedini?) che mette insieme i cocci delle troppe contraddizioni; tiene i contatti con i protagonisti e sotto controllo coloro che potrebbero diventarlo; influenza il lavoro delle redazioni e la comunicazione politica; coordina le dichiarazioni pubbliche e le interviste dei co-protagonisti; distribuisce servizi fotografici, utili a fabbricare una realtà artefatta: lo si è visto con le performance di Chi (Mondadori).

Se questa "unità di crisi" è davvero al lavoro a Palazzo Grazioli, va detto che il suo impegno è mediocre e dannoso per Berlusconi che dovrebbe avvantaggiarsene per uscire dal cul de sac in cui lo hanno cacciato, dopo dodici giorni, le troppe parole bugiarde scandite nei primi giorni dell'affaire e l'imbarazzato silenzio opposto alle dieci domande che Repubblica ha ritenuto di dovergli rivolgere.

Lunedì 25 maggio, ieri, avrebbe dovuto essere il giorno della riscossa. Domenica, i ricordi di Gino Flaminio, l'operaio di 22 anni legato sentimentalmente a Noemi Letizia dal 28 agosto 2007 al 10 gennaio 2009, aveva mandato per aria il tableau manipolato senza sapienza (Repubblica, 24 maggio). Non era vero che la famiglia Letizia né tanto meno il padre di Noemi, Elio, avevano una lunga amicizia con Berlusconi, sostiene Gino. Il premier telefonò alla minorenne Noemi per la prima volta soltanto nell'ottobre del 2008, soltanto sette mesi fa. Le telefonò direttamente. Nessuna segreteria. Nessun centralino. Le disse parole di ammirazione per la sua "purezza" in un pomeriggio, per la ragazza, di studio. Dopo quel primo contatto ne seguirono altri, e poi - come ha ammesso la giovane Noemi - incontri a Roma, a Milano e la vacanza di dieci giorni a Villa Certosa in Sardegna (26/27 dicembre - 4/5 gennaio) a ridosso del Capodanno 2008, rivelata da Gino.

Questa verità andava prontamente contrastata. L'"unità di crisi" decide che ad opporvisi subito debba essere il padre della ragazza. Berlusconi approva l'iniziativa e l'anticipa alla stampa. "Vedrete che il padre della ragazza chiarirà ogni cosa in un'intervista, dirà lui della genesi dei nostri rapporti" (Corriere, 25 maggio).

Così è stato. Il signor Elio Letizia, dopo categorici rifiuti ["Non ho alcuna intenzione (di spiegare come ho conosciuto Berlusconi)", Oggi, 13 maggio] decide di offrire al Mattino la ricostruzione dell'incontro con il premier, il come e il quando, il ricordo del primo incontro tra il presidente del consiglio e la giovane figlia. Contemporaneamente, anche il premier rievoca con il Corriere quel primo incontro con Noemi. Ne vengono fuori due racconti divergenti, l'ennesima verità che cancella le precedenti versioni pubbliche, altre gravi incoerenze.

Forse si ricorderà che Berlusconi ha detto di aver conosciuto Elio Letizia perché questi era "l'autista di Craxi" (Ansa, 29 aprile). La familiarità politica era stata, in quei giorni, invocata anche da Anna Palumbo, madre di Noemi: "Berlusconi ha conosciuto mio marito ai tempi del partito socialista" (Repubblica, 28 aprile).

Ancora Berlusconi, nella puntata di Porta a porta del 5 maggio (titolo, "Ora parlo io") aveva ripetuto che quell'amicizia antica aveva il colore della passione politica. Il premier ha rivelato di essere volato a Napoli per discutere con Elio Letizia di candidature alle Europee. Dunque, in questa prima versione "congiunta", i riferimenti sono Craxi (fugge ad Hammamet il 5 maggio del 1994) e il partito socialista (si scioglie il 13 novembre del 1994). Se ne deve dedurre che l'amicizia di Berlusconi con Elio Letizia, nata "ai tempi del partito socialista", risale a un periodo precedente al 1994, ad oltre quindici anni fa.

Nell'intervista al Mattino, Elio Letizia liquida per intero la quinta politica dell'amicizia. Non azzarda a dire che è stato un militante socialista né conferma di aver discusso con il presidente del consiglio chi dovesse essere spedito al parlamento di Strasburgo. La prima, insignificante stretta di mano, "nulla di più", avviene nel 1990 (Berlusconi si occupa di tv e calcio), dice Letizia, mentre la "vera conoscenza ci fu nel 2001" quando Craxi non c'è più e il suo partito è liquefatto, dunque sette anni dopo "i tempi del partito socialista". Elio sa - racconta - che a Berlusconi piacciono "libri e cartoline antiche" e nelle sale dell'hotel Vesuvio (maggio 2001) gli propone di regalargliene qualche esemplare. L'idea piace a Berlusconi e Letizia lo raggiunge, poco dopo, a Roma per mostrargli le più belle "cartoline di Secondigliano", dove Elio è nato e vive. Nasce così un legame che diventa un'affettuosa e partecipata amicizia quando Anna e Elio Letizia sono colpiti dalla crudele sventura di perdere il figlio Yuri in un incidente stradale. Berlusconi si fa vivo con una "lettera accorata e toccante". Letizia decide di presentare la sua famiglia al presidente del consiglio nel "dicembre del 2001": "A metà dicembre io e mia moglie andammo a Roma per acquisti e, passando per il centro storico, pensai che fosse la volta buona per presentare a Berlusconi mia moglie e mia figlia"
(il Mattino, 25 maggio).

Questa è la versione dalla viva voce di Elio Letizia, dunque: il capo del governo "per la prima volta vide Anna e Noemi" nel dicembre del 2001 non in pubblico ma nella residenza privata del premier, a palazzo Grazioli, o a Palazzo Chigi. Noemi ha soltanto dieci anni.

Il ricordo di Elio Letizia non coincide con quello di Silvio Berlusconi.


La memoria del capo del governo disegna un'altra scena decisamente differente da quella che ha in mente Elio Letizia. Quando Berlusconi ha incontrato per la prima volta Noemi? "La prima volta che ho visto questa ragazza è stato a una sfilata", risponde il premier (Corriere, 25 maggio). Quindi, in un luogo pubblico e non nei suoi appartamenti pubblici o privati. Non nel 2001, come dice Elio, ma più avanti nel tempo perché Noemi avrebbe avuto l'età adatta per "sfilare" (quattordici, quindici, sedici anni, 2005, 2006, 2007).

Non è il solo pasticcio che combina l'"unità di crisi" immaginata.

Le incoerenze che si ricavano dalla lettura dei due racconti consegnati alla stampa per "il lunedì della verità" sono almeno altre due.

Berlusconi sostiene di conoscere "la famiglia di quella ragazza da più di 10 anni", quindi da molto più tempo di quel che ricorda Elio che ammette di aver conosciuto personalmente il presidente del consiglio nel maggio 2001 e gli presenta la sua famiglia (la moglie Anna e la figlia Noemi) in dicembre. Otto anni fa e "non più di dieci".

Contraddittorie anche le ricostruzioni della serata del 19 novembre 2008 quando il premier invita Noemi a Roma in occasione della cena offerta dal governo alle griffe del made in Italy, raccolte nella Fondazione Altagamma. La ragazza siede al "tavolo numero 1" accanto al presidente e a Leonardo Ferragamo, Santo Versace, Paolo Zegna.

Dice il capo del governo: "Ho visto Noemi non più di quattro volte, l'ho già detto, e tre volte in pubblico. A Roma, accompagnata dalla madre. A Villa Madama". Nella rievocazione di Berlusconi, Elio non c'è, non è presente. Noemi è accompagnata dalla madre Anna.
Nei ricordi di Elio, Anna non c'è e le cose andarono così: "[Noemi] più volte aveva espresso il desiderio di vedere una sfilata di moda dal vivo e avevo chiesto al presidente di accontentarla. Fummo invitati a Roma. Noemi andò subito a Villa Madama. Io rimasi a palazzo Grazioli con Alfredo, il maggiordomo, con il quale vedemmo la partita dell'Italia, un'amichevole con la Grecia". (il Mattino, 25 maggio).

Nel racconto di Elio, non c'è alcun accenno ad Anna, la moglie non è presente a Roma quel giorno, il 19 novembre, né durante il viaggio in treno né a Villa Madama né a palazzo Grazioli dinanzi alla tv con Alfredo, il maggiordomo.

Se le incoerenze di questo affaire invece di sciogliersi s'ingarbugliano ulteriormente con l'ultima puntata, si deve registrare la prima ammissione di Silvio Berlusconi dopo dodici giorni. Nel corso del tempo, il capo del governo ha sempre detto di aver visto Noemi "non più di quattro volte e sempre accompagnata dai genitori". Oggi concede, dopo le rivelazioni di Gino Flaminio, l'ex-fidanzato di Noemi, di aver ospitato la ragazza a Villa Certosa per il Capodanno 2008 senza i genitori: "E' vero, è stata ospite a casa mia a Capodanno insieme a tanti altri ospiti, non capisco perché debba costituire uno scandalo".

Vale la pena ragionare ora sulla parola "scandalo" scelta da Berlusconi. Scandalo non è una festa di Capodanno, naturalmente. Scandalose sono le troppe scene contraddittorie, alcune inventate di sana pianta ("Elio era l'autista di Craxi"; "Ho discusso con Elio di candidature"; "Ho sempre visto Noemi accompagnata dai genitori"), che il premier ha proposto all'opinione pubblica per giustificare il suo legame con una minorenne e smentire le accuse di Veronica Lario. Ma c'è in queste ore un altro scandalo e prende forma giorno dopo giorno quando un "caso politico" che interpella il presidente del consiglio - quindi, un "caso Berlusconi" - si trasforma in un "caso Noemi" che piomba come un macigno sulle spalle di una famiglia senza potere, nascosta in un angolo di Portici, alle porte di Napoli. Una famiglia oggi smarrita dal clamore che l'assedia, disorientata nell'affrontare una tensione che non è pronta a fronteggiare, priva di punti di riferimento nell'impresa di proteggere se stessa e il futuro di una figlia. C'è uno squilibrio evidente che non rende onore al più potente che chiede al più debole di difenderlo. Uno squilibrio che diventa impudente quando gli avvocati del premier minacciano di "azioni civili" e quindi economiche Gino Flaminio, un operaio che guadagna mille euro al mese, "colpevole" di aver raccontato una "verità" che centinaia di persone hanno avuto per sedici mesi sotto gli occhi.

Appare cinico il calcolo di Berlusconi e la pretesa dei consiglieri dell'"unità di crisi": deve essere la famiglia Letizia a spiegare, a raccontare, a dimostrare. Quest'urgenza, che con ogni evidenza è di Berlusconi non dei Letizia, spinge alla luce del sole una famiglia sempre riservata e gelosa della sua privacy. La obbliga ad affrontare la visibilità delle copertine dei settimanali e la curiosità dei media.

I Letizia non devono spiegare niente a nessuno, in realtà. Non sono né Noemi né Anna né Elio i protagonisti di questo affaire. Il "caso politico" ha un unico mattatore, Silvio Berlusconi, "incaricato di un pubblico servizio". E' questa responsabilità che rende necessario che il presidente del consiglio risponda alle domande che Repubblica gli ha posto. Quelle domande non nascono da un ghiribizzo, ma dalle incoerenze di una versione che non ha retto, finora, alle verifiche ed è apparsa presto soltanto un rosario di menzogne.

Sono le tre accuse di Veronica Lario ("frequenta minorenni", "non sta bene", fa eleggere "vergini che si offrono al drago") e le repliche bugiarde del capo del governo all'origine di questo "caso" politico. Non una ragazza e una famiglia di Portici.

(26 maggio 2009)

Il TG1 della TV pubblica, pagato con il canone dei cittadini, "personalizza" l'intervista rilasciata da Berlusconi alla CNN

Articolo tratto da L'Unità

Dal nulla compare «Berlusconi presidente»











Il Tg1 delle 20 rilancia le immagini dell'intervista a Silvio Berlusconi sulla Cnn, quella in cui il premier parla del caso Noemi («un boomerang per la sinistra»), dell'imminente voto, del rapporto con l'opposizione, di un prossimo incontro con Obama.

Ma sul video mandato in onda dal canale all news statunitense manca il simbolo del Pdl. E allora? Il telegiornale di Rai 1, in attesa di essere diretto da Augusto Minzolini, provvede, aggiungendo il simbolo con la scritta «Berlusconi presidente» alle spalle del premier. E per fare un lavoro più pulito viene aggiunta anche una bella ombra, lavorata ben bene per creare l'effetto giusto sulle pieghe della tenda.













25 maggio 2009