Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe

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Sogno di un paese dove parole come cultura, leggi, rispetto, uguaglianza, civiltà, umanità e pietà non siano soltanto delle belle ma purtroppo inutili parole ma rappresentino invece le basi di un popolo che ha fatto di quel sogno, di quello stupendo sogno che si chiama Costituzione Italiana, le sue fondamenta.

"C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". Paolo Borsellino da "Lezione sulla mafia" del 1989

"Il nostro è un Paese senza memoria e senza verità"
Pier Paolo Pasolini

sabato 28 marzo 2009

"Occhi aperti. Quello su Genchi è solo un esperimento dei soliti noti"

Tratto dal blog di Carlo Vulpio

P2, P3, P4... Uno alla volta, nottetempo, casa per casa

Lo avevamo detto. Anzi lo avevamo predetto.


Questa sospensione dalle funzioni di poliziotto del vicequestore Gioacchino Genchi - per aver risposto su Facebook a un cronista di Panorama che gli dava del bugiardo, e quindi per essersi difeso con la parola da un'accusa infamante - non sorprende, anche se rattrista.

L'ultimo in ordine di tempo era stato Luigi de Magistris. Il giorno dopo l'annuncio della sua candidatura come indipendente nell'IdV, sono arrivate in contemporanea: la notizia dell'apertura di un'inchiesta a suo carico da parte della procura di Roma per concorso in abuso d'ufficio e interruzione di pubblico servizio, la "richiesta" del vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, di dimissioni dalla magistratura (cosa che Mancino non ha mai osato chiedere, né fatto notare a nessun altro, da Violante in poi), la notizia della richiesta di archiviazione, avanzata dalla stessa procura di Roma, della querela che Luigi de Magistris e Clementina Forleo presentarono contro Letizia Vacca, membro laico del Csm in quota Pdci, che definì i due magistrati "due figure negative, due cattivi magistrati", offendendoli e anticipando il giudizio prima ancora che se ne discutesse in Csm.

Oggi, tocca a Gioacchino Genchi. Vogliono fargliela pagare a tutti i costi perché è una persona onesta e ha dimostrato di avere carattere, non lasciandosi intimidire.

Lo avevamo detto. Anzi, predetto, che piano piano, uno alla volta, sarebbero venuti a cercarci, casa per casa, magari nottetempo, per portarci via "in nome della legge", o per farci sentire il loro fetido fiato sul collo.

Stanno mettendo mano a ogni arma a disposizione. La stampa amica, i giudici disponibili, le forze dell'ordine condiscendenti, i killer politici a orologeria. Per ora, si fermano a questo. In attesa di capire come si metteranno le cose, e in quale direzione spirerà il vento. Per esempio, il vento delle elezioni prossime venture.
Non meravigliamoci se faranno altro ancora, e se ne faranno di ancor più sporche.
Non sottovalutiamo. Ma non intimidiamoci. Teniamo gli occhi aperti e diciamo fin da ora a tutti - dagli osservatori inviati dall'OSCE in Italia per controllare la regolarità delle elezioni, ai vertici dei corpi armati dello Stato, dalla magistratura fino al Parlamento e ai cittadini - che non osino metterci le mani addosso. Nemmeno metaforicamente. Perché sappiamo chi sono e si saprebbe subito chi è stato.

Genchi, purtroppo, è un altro caso da "esperimento". Ancora una volta, si vuol vedere "l'effetto che fa" e misurare il polso all'intero Paese, colpendo con una ingiusta persecuzione una persona che ha fatto solo il proprio dovere, dal giorno in cui scoprì da dove partirono i segnali per uccidere Falcone e Borsellino con le rispettive scorte fino a oggi, quando con le inchieste nate in Calabria e allargatesi in tutta Italia ha "rivisto" quelle stesse facce del piduismo elevato a potenza che stavano insanguinando l'Italia e continuano a spolparla dal di dentro.
Non sanno cos'altro inventarsi. Sono in grave difficoltà. Per questo adesso sono più deboli, e quindi più pericolosi.
Ma non ce la faranno. Questo forse è il loro ultimo giro.

Sospendere dal servizio un poliziotto onesto, o indagare un magistrato integerrimo, o fare qualsiasi altra cosa che assomigli a queste a qualcun altro, non gli servirà a nulla. La gente ha capito chi ha ragione e chi ha torto. game over.

I blogger ribadiscono: tutti con Saviano!

Articolo di Liquida Magazine (tratto dal sito di Roberto Saviano)
scritto da Ilaria Aurino

Nello speciale di Che tempo che fa, Roberto Saviano ha raccontato - con il consueto coraggio e grande semplicità - ciò che i giornali tacciono a proposito di quanto accade in Italia. I blogger si schierano indiscriminatamente con lui, nel nome della liber

Un semplice ragazzo di periferia del Sud, laureato, con molti sogni e alla ricerca del suo posto nel mondo. Uno come tanti che, però, un giorno ha deciso di raccontare quello che vedeva dalla finestra.

Questo è Roberto Saviano. Un giovane che ha avuto il coraggio di scrivere in un libro quello che l'abitudine della quotidianità ha reso indifferente ai più. Quello che i giornali hanno sempre taciuto.

E così facendo ci insegna che "il silenzio è colpevole". Non si può glissare, o far finta di nulla, davanti a morti ingiustificate, appalti truccati, denaro riciclato o alla "monnezza" che diventa oro nelle mani dei boss. Gomorra Roberto Saviano l'ha vista. E l'ha raccontata in un best-seller che è stato tradotto in più di 50 lingue.

Nello speciale di Che tempo che fa" di Fabio Fazio, a lui dedicato, Saviano si è messo ancora una volta in gioco, rivolgendosi ai telespettatori per aprir loro gli occhi. Ha accusato un certo tipo di giornalismo gestito e manipolato affinché le persone guardino nella direzione sbagliata, verso la menzogna e la non verità.

I blogger non hanno mancato di commentare questa nuova apaprizione e - unanimemente - si schierano con Saviano; lo ringraziano per le sue parole, per il suo coraggio e gli dimostrano che on-line la libertà di informazione è reale e possibile.

Riportare tutti gli apprezzamenti sulla trasmissione e sulle parole di Saviano sarebbe un'impresa difficile; ecco, quindi, solo alcuni commenti significativi dei blogger - con l'avvertenza che rappresentano solo una piccola parte di quanto pubblicato nella blogosfera.

Partiamo da Unoenessuno.blogspot.com, che riassume le parti più importanti del discorso di Saviano:

Nella serata speciale di Che tempo che fa, Saviano ci ha parlato del linguaggio dei media sui clan: come vengono raccontati i fatti di cronaca, come vengono presentati i boss e le vittime.

A cominciare dai soprannomi: nessun titolo de Il Corriere di Caserta riporta i boss col loro nome.

I boss vengono chiamati bin Laden, Sandokan, ‘o sceriffo, ‘o cappotto, ‘o padrino. Chi legge questi nomi e non abita nella terra dei casalesi non capisce, ma per gli altri si crea una sorta di intimità, un legame speciale.

E’ sbagliato pensare che queste siano storie che non ci riguardano; storie che capitano in luoghi lontani, che danno pure fastidio. I casalesi investono al nord, nelle imprese di costruzione, inquinano l’economia di tutto il paese.

I titoli parlano, a modo loro, di una guerra quotidiana. Una guerra che nemmeno ci sfiora.

E a morire sono ragazzi che non hanno colpe come Annalisa Durante, uccisa a Forcella.Come si reagisce a queste morti: con rassegnazione (è sempre stata così e sempre così continuerà); con insofferenza (sono fatti che riguardano il sud).

La politica non ne parla della mafia e dei clan, se non per lanciare slogan. Eppure del legame tra politica e clan ce ne sarebbe da dire.

La mafia e la camorra ti uccidono non solo con le pallottole, ma anche andando a diffamarti.

Come con Salvatore Nuvoletta: perchè nessun giornale nazionale ha parlato di questo carabiniere di 20 anni ucciso perchè ritenuto colpevole della morte di un nipote di un boss?

Perchè porta lo stesso cognome di una famiglia di camorra, i Nuvoletta di Marano. E qualcuno ha iniziato a far girare la voce che er aparente di quei Nuvoletta. E i giornali hanno dato la notizia, senza controllare.

Stessa tecnica usata con Don Peppino Diana:”Don Diana a letto con due donne”.”Don Peppe Diana era un camorrista”. Quale è il messaggio? Siamo tutti uguali in terra di camorra. E’ tutto uno schifo e chi cerca di differenziarsi lo fa per interesse personale.

Il silenzio uccide, come certi titoli di giornali. E noi dobbiamo fare nostre le parole di Don Peppino Diana: “per amore del mio popolo non tacerò”.

Caffenews.wordpress.com riporta le parole dell’autore di Gomorra contro il giornalismo manipolativo:

Mi ha sorpreso che Saviano innanzitutto parlasse non della camorra fine a se stessa, ma del ruolo che i media hanno nello sminuire la pericolosità di tale fenomeno. Ciò nel momento in cui, anzichè raccontarne gli eventi, ne vanno ad esaltare quelle “sfumature” totalmente prive di rilevanza sociale e giudiziaria. E ancor peggio, la responsabilità che “alcuna” carta stampata ha nel permettere che si possa dimenticare, o, ancor più grave, che si possa ricordare attraverso la diffamazione gente che a causa della mafia ha perso la vita. Certo, questo non è il processo alla stampa. Per fortuna, come in tutti i settori, c’è stampa e stampa.

Ma i titoli che apparivano sui monitor in trasmissione possono indurre ad affermare, senza alcun dubbio, che la stampa che è in mano alle mafie esiste. Così come esistono politici pilotati dalla camorra nelle loro amministrazioni, burattini nelle mani dei boss (e da essi ovviamente sostenuti durante le campagne elettorali…), così come esistono settori dell’economia e della finanza “inquinati” dagli infiltrati, uomini il cui compito è quello di fare gli interessi del boss e quindi dell’intera organizzazione criminale (la cosiddetta “camorra imprenditrice”).

Sono esistiti, è più che noto, eroi che hanno perso la libertà o addirittura la vita per combattere (anche se in modo diverso) contro quella che è la vera mmunnezza del meridione (e non parlo di rifiuti…). I vari Falcone, Borsellino, don Diana, poliziotti e carabinieri il cui ricordo non ha mai smesso di vivere nel cuore di chi li ha amati, gente a cui sono state intitolate piazze e strade, ma che poi è stata diffamata. In che modo? Perché? Perché se un quotidiano (così come ha illustrato Saviano) anzichè render noto i fatti e i nomi di coloro i quali si sono macchiati di reati connessi a pizzo ed estorsione, droga, omicidi e stragi, andandoli a “condannare” pubblicamente, scrive sulla prima pagina che due boss sono considerati degli “sciupafemmine” perchè desiderati da donne avide di potere e di denaro, in quello stesso istante Falcone, Borsellino, don Peppe e gli agenti muoiono per la seconda volta! Come si fa a dare risalto alle doti amatorie di due assassini mentre chi ha contrastato questa gente ha perso la vita, è stata da loro massacrata? Come può far questo un quotidiano, che tra l’altro ha il dovere etico e morale di dare attraverso l’informazione il giusto riguardo e rispetto per chi ha combattutto contro ciò che danneggia lo Stato, quello stesso Stato in cui tutti noi italiani viviamo, inclusi i suoi direttori?! Che vergogna!

Che senso ha allora intitolare una piazza o un monumento ad un magistrato sacrificatosi per questo Paese, dar vita a celebrazioni in memoria di un prete trucidato, mettere sotto scorta altri giudici, imprenditori onesti o giornalisti, togliere il padre a bambini innocenti, se poi c’è chi si prende la briga di scrivere nella prima pagina di un quotidiano, e ripeto, un quotidiano, non sul diario segreto di una quindicenne, che il tale boss è un latin lover?!

E ancora più grave è che a questa gente si permette di fare il loro mestiere, cioè di servirsi di un mezzo pubblico per fare politica, la loro politica, la politica della camorra, mentre chi va in tv a denunciare questo schifo che è la mafia viene “bacchettato” dal magistrato di turno, perchè colpevole di eccessivo presenzialismo??!!

Teleipnosi.blogosfere.it ringrazia Saviano e Fazio per aver aperto gli occhi dei telespettatori:

Ieri molti, assistendo al monologo di Roberto Saviano nello speciale di Che tempo che fa, saranno sobbalzati sulla poltrona del salotto: ma di cosa sta parlando questo ragazzo? Tutti questi attentati, uccisioni, bombe, minacce, violenze, questa tragica guerra quotidiana con la sua orribile scia di morti ammazzati sta davvero accadendo, qui e ora, nel nostro paese?

Forse anche il cittadino più informato, un magistrato, un giornalista, uno che sa per certo che ciò che racconta Saviano è vero dalla A alla Z, può aver avuto un momento di smarrimento: perché quello che abbiamo ascoltato ieri è così tragico e devastante che, sulle prime, non può che indurre un senso di spaesamento ed estraneità.

Perché viene da chiedersi: se tutto questo è vero come mai i telegiornali e la carta stampata non ne parlano? Perché le morti della camorra finiscono tra le ultime notizie e nella cronaca locale e non aprono le prime pagine dei giornali? Perché i cittadini non riempiono le piazze per protestare e testimoniare la loro avversione alle mafie? Perché i politici non inseriscono la lotta alla criminalità organizzata tra le emergenze del paese, perché si limitano a gestire il fenomeno senza combatterlo frontalmente per eliminarlo?

Sembra che questo paese abbia deciso - più o meno consapevolmente - di chiudere gli occhi di fronte ad una realtà troppo sgradevole, di fare finta che il problema non ci sia o non sia così grave, per tentare di rimuoverlo dalla nostra coscienza.

Ecco, in una situazione del genere bisogna dire mille volte grazie a chi, come Roberto Saviano, ha il coraggio - a rischio della propria vita - di ricordarci che Gomorra esiste, che non possiamo fare finta di nulla e che evitare i problemi non è certo la migliore strada per risolverli.

E grazie anche a Fabio Fazio e agli autori di Che tempo che fa: ieri hanno dato un eccellente esempio di cosa dovrebbe fare il servizio pubblico.

Gerypalazzotto.it sottolinea soprattutto la solitudine che vive questo giovane, in seguito alle sue scomode prese di posizione:

Ho visto ieri lo speciale “Che tempo che fa” con Roberto Saviano. All’opera dello scrittore abbiamo dedicato su queste pagine molto spazio, in passato. E i toni del dibattito sono stati accesi. L’apparizione televisiva di ieri ha però dato una quarta dimensione al personaggio: quella di un ragazzo (non ha ancora 30 anni) che vive della sua emergenza. Il disagio di una vita blindata, e tutto sommato impossibile, traspare infatti in ogni sua parola. E a poco valgono i milioni di copie vendute con Gomorra, le traduzioni in cinquanta Paesi, l’invito all’Accademia dei Nobel, le mobilitazioni di scrittori di tutto il mondo, i soldi e la fama. Il racconto accorato dei misfatti di malavitosi e amici dei malavitosi, di una stampa criminale che infanga prima e dopo le pallottole, dell’inaudito consenso riscosso dai clan tra i ragazzi di Casal di Principe, nella voce di Saviano sono lacrime trattenute e rabbia compressa.

Ieri lo scrittore simbolo della resistenza contro il Male ha mostrato le cicatrici per un combattimento su un altro fronte: quello della sua resistenza personale.

C’è mancato poco che non si liberasse in una maledizione del suo romanzo-denuncia. Per fortuna ciò non è avvenuto – almeno in toni espliciti – e tutti noi possiamo auspicare che la solitudine che egli avverte sia quella dei pensatori sofferti, dei simboli controvoglia e contronatura.

Roberto Saviano è uno scrittore e chi vuole farne un Dorian Gray dell’antimafia militante non gli rende un buon servizio. Scriva, racconti e guardi avanti, per quanto difficile la strada può apparire. La sua testimonianza, ieri, mi ha fatto riappacificare per quasi due ore con la televisione.

Tvblog.it sottolinea come la trasmissione di Fazio ha dimostrato quanto la televisione possa essere un grande media, ricco di contenuti intelligenti, se fatta nella maniera corretta:

La mia ambizione? Pensare che le parole possano cambiare le cose.E’ questa la frase che ha appena pronunciato Roberto Saviano nello speciale Che tempo che fa a lui dedicato, proprio mentre sto scrivendo. Proprio mentre penso che, tutto sommato, questo grande momento di televisione merita un altro post, dopo la segnalazione, dopo essere entrato a far parte dei nostri consigli. Lo merita per i contenuti del programma e per il suo protagonista. Lo merita per la sobrietà con cui la messa in scena televisiva racconta la storia di Roberto Saviano, completamente al servizio dell’evento e dei profondi contenuti che Saviano propone. Lo merita perché, sinceramente, non riesco a immaginare un programma più adatto per uno speciale del genere. Lo merita perché generalmente, qui, parliamo del futile e del faceto, pontifichiamo sugli ascolti di questo o quel reality, parliamo anche di gossip e di leggerezza: e ci mancherebbe altro, sia chiaro. Il faceto, il futile, fanno in qualche modo parte del nostro lavoro. Ma per una volta che la televisione pop si dedica a qualcosa, a qualcuno che è diventato popolare per questioni che popolari non dovrebbero essere, ma che lo sono giocoforza, be’, non ci si può esimere dal parlarne nuovamente. Anche il sottoscritto pensa che le parole possano cambiare le cose. E come il sottoscritto, probabilmente, ci sono molte altre persone, là fuori, che lo pensano. E così, forse, anche la televisione può cambiarle: le ha cambiate, nel tempo, in maniera silenziosa, forse anche subdola. Può cambiarle quando dà voce, con la sua straordinaria potenza, con la sua smisurata capacità di penetrazione, a persone come Roberto Saviano.

Anche Linutile.wordpress.com esprime parole di apprezzamento per le “parole diventate armi”:

Quelli che ieri sera, tra le ventuno e le ventidue, hanno impugnato coraggiosamente il telecomando per sintonizzarsi su Raitre, hanno avuto la fortuna di assistere ad una lezione di vita e di letteratura, oltre che di giornalismo. Alla faccia dei reality e dei palinsesti televisivi. Di questi tempi, non è facile che la televisione metta da parte l’auditel per dedicare un’intera serata alle parole di Roberto Saviano, dando l’impressione, almeno per un po’, che la comunicazione televisiva abbia ancora la forza di bussare alle coscienze dei telespettatori. Una volta tanto, a solleticare le curiosità dell’ascoltatore non è solo la vita sottoscorta dello scrittore, la sua martirizzazione mediatica, i morti ammazzati sulle prime pagine dei giornali. Ma un volto inquadrato in primo piano. Uno di quelli che ti incolla al televisore per quasi due ore. Ti ipnotizza. Ed ogni parola pronunciata in studio si sospende nell’aria, vibra, entra in tensione col pubblico, occupa un silenzio durato troppo a lungo. Con questo silenzio si è seppellita ingiustamente una memoria. Come quella di Don Peppino Diana, o del carabiniere Nuvoletta, sconosciuto fino a ieri sera, che ha avuto solo la disgrazia di portare, come una stimma insopportabile, il cognome di un camorrista. E per rendere giustizia a tutti quegli eroi che silenziosamente hanno combattuto la camorra al prezzo della vita, bisogna anzitutto riportare a galla la verità, come fosse un cadavere scomodo. E lo si fa distinguendo le parole. Così la verità diventa un campo di battaglia, un luogo dove si scontrano parole diverse.

Allora il grande compito al quale è chiamato uno scrittore ed un vero giornalista come Saviano è vincere questa battaglia di parole, raccontare senza filtri ideologici e pregiudizi culturali, portare la luce della propria testimonianza su quelle zone di penombra che per indifferenza o connivenza sono state nascoste sotto coltri di silenzio. I camorristi lo sanno bene. In un epoca globalizzata dove il consenso passa attraverso facebook, il loro potere non si costruisce soltanto sulla paura, ma anche su una strategia comunicativa che sappia distorcere la realtà fino al punto di rimescolare le carte, invertendo le categorie della realtà, facendo apparire Don Diana un prete connivente o Saviano come un traditore della sua terra. In una sola parola, diffamando. C’è allora un elemento imprescindibile da difendere con le unghie almeno quanto la vita stessa, che è, come ci ricorda Enzo Biagi, la verità dei fatti. Quelli, almeno, non cambiano con le parole.

C’è anche chi si esprime fuori dal coro e, nel Web, esprime serenamente la propria opinione contraria, come riporta Politicaesocieta.blogosfere.it:

Via, mi tappo il naso e scendo in trincea. Questo post sarà impopolare. Ne ho testato alcuni spunti ieri sera su Facebook durante la puntata speciale di Fabio Fazio con Roberto Saviano. a.

A salvarmi arrivano le parole del procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia che a Klaus condicio ha dichiarato: «Spero che Roberto Saviano riesca a liberarsi dal personaggio che gli è stato appiccicato addosso, icona del professionista anticamorra. È opportuno utilizzare i media per poter lanciare messaggi positivi soprattutto ai giovani. Non bisogna, però, apparire come coloro che vogliono fare professionismo. Saviano ha dimostrato di essere bravo e intelligente. Immagino che riuscirà ad avere un livello di consapevolezza tale da poter rilanciare d’ora in avanti la sua immagine» (dal Corriere).

Ecco che cos’era quel neo su Saviano ieri sera da Fazio: il personaggio. Saviano ha recitato a soggetto per comunicare in modo efficace. E ce l’ha fatta, ovvio. Sa di voler arrivare sulle prime pagine dei giornali perché crede nel potere della parola. Insomma, apriamoci a qualche critica.

Saviano vive una non vita, e ci crediamo; vive nel momento in cui esce per una ospitata tv o per un’intervista come riporta Scheggedivetro. Ma quel che avvilisce è che gli italiani di ieri sera davanti a Roberto Saviano erano come Fabio Fazio: servili, distesi, lacerati da un senso di inferiorità dinanzi a tutto quello splendore di scrittore. Per carità; solo lui è riuscito sinora a raccontarci Sandokan e la dinastia degli Schiavone, le abitudini degli Scarface di Casal di Principe, i titoli sconcertanti del Corriere di Caserta, il potere della diffamazione contro don Peppe Diana, i ragazzi chiamati per nome dai killer e morti ammazzati. Ma questi non sono forse eroi che prendono vita per bocca di Saviano? Il rischio a cui si riferisce Ingroia è quello di guardare il dito anziché la luna, perché il nostro giornalista di Repubblica dovrebbe essere un mezzo per dare voce all’ingiustizia.

Certo, la vita non vita sotto scorta ti cambia, i carabinieri diventano la tua famiglia; i milioni di copie vendute possono dare alla testa. Ma sei uno scrittore documentale, non una primadonna. Saviano deve tanto anche ai giornalisti locali caduti nell’oblio, ai cronisti che tutti i giorni scendono in strada per raccontare la camorra per il gusto dell’onestà e senso civico. Che sia il loro megafono, dunque, per portare a compimento la vocazione messianica. Allora sì che sarebbe un eroe.

Io non mi sento in colpa perchè non sono e non adoro incondizionatamente Roberto Saviano. Il peccato di omissione per cui si batte il petto Fazio durante la trasmissione è la scoperta dell’acqua calda, la sceneggiata napoletana di un paese senza memoria che inventa gli eroi per riconoscersi inerme e giustificare l’immobilismo. Così allontana le responsabilità individuali e, voilà, le colpe sono mondate.

Infine una piccola nota sul successo di audience; grandi numeri, come riporta Dgmag.it:

Successo su RaiTre per la serata speciale di Che tempo che fa dedicata a Roberto Saviano che è stato visto da 4.561.000 spettatori con uno share del 19%, il più alto della serata.

E’ un vero e proprio monologo quello di Roberto Saviano da Fabio Fazio nel corso dello speciale a lui dedicato ieri sera.Un monologo che ha passato in rassegna tutte le questioni che gli stanno a cuore e soprattutto l’importanza dell’informazione nel modo in cui si parla di camorra e di morti.

Un monologo duro, spiazzante, che ha messo in seria difficoltà Fabio Fazio quando è stato costretto a lanciare la pubblicità e a spezzare così delle parole forti, pronunciate a ruota libera da un’oratore che si è fatto apprezzare per la sua chiarezza e la sua fermezza.

Ringrazia “tutte le persone che mi scrivono, nel ringraziare tutti per quello che è stato fatto per me” e cita le parole di Kennedy quando diceva “perdonare sempre dimenticare mai”.

Noi ringraziamo lui e ci uniamo all’appello di Fabio Fazio: non lasciamo che Roberto Saviano cada nel dimenticatoio perchè solo l’esposizione mediatica può salvarlo da chi vuole farlo fuori, con la calunnia o fisicamente. “La mia ambizione? Pensare che le parole possano cambiare le cose”: così disse Saviano, che smacherò i vizi di un’Italia poco abituata a pensare e ad essere critica.

laria Aurino
27 marzo 2009

Links:Liquida Magazine

venerdì 27 marzo 2009

EL PAIS - Intervista: colazione con...Marco Travaglio

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Pubblicato lunedì 23 marzo 2009 in Spagna [El Pais]- tratto da Italia dall'estero

“Berlusconi ha imposto la sua scala di antivalori”

Marco Travaglio vive a Torino, però tutti i giovedì scende a Roma per partecipare ad Anno Zero un programma di dibattito politico in onda su RAI 3 [RAI 2, ndt]. Abbiamo preso appuntamento per la mattina seguente nell’hotel dove di solito alloggia, nel quartiere Prati. Il giornalista più critico d’Italia appare in reception con faccia assonnata ed un quarto d’ora di ritardo così come imposto dall’etichetta nazionale.

Dopo aver pagato il conto, afferra un paio di quotidiani, ordina la colazione e usciamo in terrazza. Con un solo caffè ed un paio di cornetti si sveglia del tutto e comincia con quello che sa meglio fare: mettere il dito nella piaga della sempre più confusa realtà politica italiana. Una realtà teatrale, irreale, ipermediatica, racconta, “il regno della superficialità e della menzogna”.

La colpa a suo giudizio è soprattutto “dei giornali, che imitano la televisione e tentano di competere sulle banalità, mettendo in gioco un sistema molto sofisticato, studiato perchè venga dimenticato tutto, come un tritatutto. Le polemiche durano appena 24 ore, dopo svaniscono. Se un politico fa una battuta, si riporta la battuta piuttosto che la notizia. Se non c’è la battuta, non si parla neanche del contenuto. Dicono che il problema dei giornali è la carta, ma il problema è quello che si scrive sulla carta. Laureato in Storia Contemporanea, Travaglio, 44 anni, è stato allievo di Indro Montanelli ne “Il Giornale” per sette anni. Oggi firma un editoriale sull’Unità, pubblica ogni lunedì un video (Passaparola), nel blog antipolitico di Beppe Grillo. Per raccontare le verità scomode al paese utilizza uno stile più che torinese, gelido, che gli somiglia. Non batte ciglio nè alza la voce.

Con l’Italia impantanata tra le barzellette del Cavaliere e la vaga retorica di una sinistra ossidata, il suo giornalismo di precisione è diventato una rarità, una forma di ribellione. Forse per questo ha realizzato 80 atti di uno spettacolo teatrale, “Promemoria”, nel quale snocciola la tragicomica storia recente del paese in un monologo di tre ore e un quarto.

Sulla sola base di un archivio e di un’ironia feroce, Travaglio fa pensare e divertire un pubblico che esce dal teatro in trance, proprio di chi ha visto la luce. “Non è merito mio”, dice. “In Italia il passato non esiste. Per questo quando racconto quello che è successo appena due anni fa sembra rivoluzionario e la gente ti guarda come se guardasse a un pazzo”. Denunciato “30 o 40 volte” per diffamazione nei tribunali civili da Berlusconi e dai suoi compagni, anche se non è stato tuttavia condannato penalmente, ha da poco vinto il Premio per la Libertà di Stampa dell’Associazione dei Giornalisti Tedeschi, per il suo “coraggio e senso critico”. Ha appena rieditato il suo libro “La scomparsa dei fatti”, con il sottotitolo “Si prega di abolire le notizie per non disturbare le opinioni”, in cui critica i mezzi di comunicazione.

L’aereo per Torino parte tra un’ora, l’incontro volge al termine, lo aspettano i suoi due figli. Prima di andarsene, Travaglio spiega come Berlusconi ha sostituito Andreotti nel ruolo di grande intoccabile. “Controlla quasi tutti i giornali, la televisione, la pubblicità o il cinema. Per questo l’Italia si capisce meglio dall’estero che da dentro. Ci ha imposto la sua arretratezza culturale, la sua scala di antivalori e la sua forma di vita”.

Nello stesso momento passa un giovane, si ferma ad ascoltare e dice: “Pienamente d’accordo. Continua così”.

[Articolo originale di Miguel Mora]

giovedì 26 marzo 2009

"L'unico errore del dottor Genchi è stato quello di imbattersi in indagati eccellenti che si riteneveno e si ritengono immuni dalla legge penale"

Caso Genchi: tutta la verità in un menù



Scritto da Benny Calasanzio
(tratto dal sito di Salvatore Borsellino:19luglio1992)

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Gioacchino Genchi

Dopo aver svelato che i tredici milioni di intestatari di utenze telefoniche che Genchi avrebbe conservato erano in realtà dei cd rom e alcuni database negli hard disk sequestrati nell’ufficio di Genchi, in cui sono contenuti semplicemente gli elenchi telefonici a partire dagli anni novanta, urge analizzare i fatti, tralasciando le indiscrezioni. Se analizziamo i fatti l'unica cosa certa in questi numeri folli è che la diffusione dei dati relativi ad indagini in corso è notizia di reato. Di più. Questa è l'unica notizia di reato di tutta la vicenda Genchi, e guarda caso non è a suo carico. Se poi ne analizziamo i contenuti non è difficile stabilire chi l'ha commessa e chi, forse, l'ha pure istigata.

Una fuga di notizie ad arte che interviene, sempre guarda caso, assieme alla sospensione di Gioacchino Genchi dalle sue funzioni in polizia, proprio quando sono state preannunciate le manifestazioni in suo sostegno (ed in sostegno della Polizia) davanti alle questure di tutta Italia. Tutto questo circolare di numeri e numeretti, ormai è acclarato, serve ed è servito per allarmare gli italiani, in particolare i meno informati, i più suscettibili alle menzogne dei vari telegiornali e di taluna carta stampata, che considera la tutela della privacy una mera enunciazione di principio. Se ci pensate è incredibile. L'unica notizia di reato nell'inchiesta romana passa inosservata agli occhi della procura di Roma. Che sbadataggine, perbacco! Il difensore di Gioacchino Genchi, l'avvocato Fabio Repici, aveva subito chiesto alla procura quali fossero le iscrizioni del suo assistito nel registro delle notizie di reato. Niente da fare. Erano secretate per il dottor Genchi, ma erano state prima anticipate, poi diffuse e successivamente confermate alla stampa. Ma proseguiamo nel nostro viaggio dell'assurdo dopo esserci gustati l'aperitivo. Al dottor Genchi vengono contestate le interrogazioni all'anagrafe tributaria senza che venga indicato un solo nome "abusivo", un solo codice fiscale o una sola denuncia dei redditi di un italiano o un qualunque altro dato che avrebbe interrogato in maniera immotivata e, quindi, fuori dai suoi mandati da consulente dell'autorità giudiziaria, compresa la stessa Prcoura della Repubblica di Roma che, in tutti gli incarichi conferitigli, fino a qualche settimana fa, lo ha sempre autorizzato all'accesso ed all'interrogazione dell'anagrafe tributaria, al solo fine di verificare la corrispondenza dei codici fiscali dei reali intestatari delle utenze telefoniche. Il dottor Genchi, infatti, non svolge, non ha mai svolto ed ha chiaramente affermato di non avere mai svolto indagini finanziare e fiscali e di non saperne svolgere. Il dottor Genchi non è un tuttologo e l'unica cosa che sa fare (bene) è solo il suo lavoro, che tutti conoscono, che in moltissimi apprezzano e che in pochi, pure in malafede, temono. Da qui in poi la vicenda assume le vere e proprie connotazioni dell'assurdo. In presenza di una fantomatica "notitia criminis" (inesistente) per accertare i presunti abusi di Genchi, segnalati dall'Agenzia delle Entrate, la Procura di Roma sequestra tutti i dati di Genchi. Non sarebbe stato più semplice contestare a Genchi le risultanze dell'Agenzia delle Entrate? Io purtroppo cerco di fare il giornalista, non posso dispensare consigli legali! Di solito, in una indagine giudiziaria, un sequestro viene ordinato ed eseguito per accertare le prove di un reato, non per cercare a tutti i costi una notizia di reato, utile comunque a continuare a distruggere la reputazione e la dignità di un uomo che ha avuto il solo torto di servire solo e soltanto lo Stato e di fare fin trppo bene il suo lavoro. Senza aggiungere che il sequestro, ma lo aggiungiamo che tanto è gratis, è avvenuto in un luogo in cui la procura di Roma non ha alcuna, dicasi e leggasi alcuna, competenza territoriale. Passiamo ai secondi piatti. Gli ambienti della procura romana hanno diffuso la notizia che fossero stati sequestrati a Genchi solo gli atti e i dati legati all'indagine calabrese "Why not". Balla numero 132. I carabinieri dei Ros, gli stessi che non perquisirono il covo di Riina dopo il suo arresto e che non arrestarono Provenzano quando gli erano a pochi metri nel 1995, su specifico decreto dei magistrati di Roma hanno sequestrato tutti i dati delle indagini giudiziarie partecipate da Gioacchino Genchi, da quelle relative al fallito attentato dell'Addaura ai danni di Giovanni Falcone del 1989, fino ai più recenti incarichi per gravi omicidi di mafia e fatti che, badate bene, coinvolgevano gli stessi magistrati della procura di Roma. Che c'entra con "Why not"? Forse erano proprio questi dati quelli che interessavano i magistrati di Roma ed i Carabinieri del ROS? Parliamo ora per qualche minuto di numeri; consideratelo come sorbetto. Nella fuga di notizie, che sa tanto di istitutzionale, si parla dei dati di traffico, si sparano numeri a casaccio senza considerare quanti siano gli elementi di una transazione telefonica, senza spiegare cos'è il traffico delle celle, senza speficare che non riguarda per nulla attività invasive sui soggetti controllati, perchè tutto si riduce ad evidenziare solo una, due chiamate di tutto il traffico telefonico acquisito. Le chiamate di interesse, quelle valorizzate da Genchi nelle sue relazioni, infatti, finiscono sempre per riguardare mafiosi, criminali comuni ed uomini delle istituzioni collusi con la mafia, come è stato per le "Talpe" alla DDA di Palermo, in cui il lavoro di Genchi è stato fondamentele ad identificare (ed è stato lui il primo a farlo) un marescialo del ROS (il maresciallo Riolo) ed un altro maresciallo die Carabinieri (il maresciallo Borzacchelli, frattanto divenuto deputato regionale), quali autori della fuga di notizie sulle microspie a casa del boss Giuseppe Guttadauro. Sempre in tema di numeri provate soltanto ad immaginare quante transizioni intervengono nella cella di una città, o ancor di più nella cella vicina una stazione ferroviaria, ad uno stadio o ad un aeroporto; sms, chiamate, accensione e spegnimento del cellulare. Non lo spiegano. Danno i numeri, li sbattono in faccia a chi nulla sa di queste specifiche tecniche d'ndagine e li fanno impallidire. Parliamoci chiaro, tra persone per bene e che hanno un cervello. L'unico errore, grave ed imperdonabile del dottor Genchi è stato quello di imbattersi in indagati eccellenti che si riteneveno e si ritengono immuni dalla legge penale. Questa è l'unica ragione di questa telenovelas di serie B a puntate nelle quale non si parla di ciò che di reale c'è in quei dati, dei nomi effettivi dei magistrati, dei politici, degli imprenditori, degli appartenenti ai servizi segreti e dei giornalisti di cui Genchi si stava realmente occupando e che oggi cercano di scriverne l'epitaffio. La reazione di Genchi, la sua determinazione e il suo coraggio sono una garanzia per gli italiani onesti che a migliaia, oramai quasi milioni, inondano i suoi spazi sul web, dal blog a Facebook, lasciando messaggi di vicinanza e solidarietà, tutt'altro che preoccupati di essere stati da lui intercettati. Gli scrivono i giovani Beppe Grillo, gli scrivono le casalinghe e gli insegnanti. Lo applaudono i giovani di Rifondazione Comunista come molti, moltissimi giovani di Destra, ormai orfani del loro ultimo surrogato di partito (Alleanza Nazionale) svenduto a Berlusconi nel nome dell'inciucio del partito unico, a cui solo non partecipano (ancora) ufficialmente i "diversamenti concordi" (come li definisce Travaglio) del Partito Democratico. Questo spiega tutto e spiega l'irritazione e la reazione di Rutelli, amico di Saladino, i cui tabulati e le cui intercettazioni sono pure finite nell'indagine "WhY Not". Sono in molti magistrati in questo momento che ricordano alla Procura di Roma (o meglio ai magistrati della Procura di Roma che indagano su Genchi) che Genchi nel suo lavoro ha sempre manifestato il massimo della correttezza e del rispetto per la riservetezza e per le garanzie di libertà e di difesa degli indagati dei quali si è occupato, persino dei peggiori killer. Volevano creare un mostro e hanno creato un eroe. E ora che le cose sono chiare, la telenovelas può continuare; noi nel frattempo siamo arrivati al dolce. Per il limoncello rimandiamo alla prossima puntata, aspettando le prossime fughe di notizie ad orologeria. Intanto Genchi mantiene il silenzio che si è imposto dopo la sospensione dal servizio in Polizia e dal suo status di facebook tiene solo a precisare: "Anche se sospeso dal servizio in Polizia io sto con lo Stato e difenderò il mio Capo della Polizia che mi ha sospeso fino in fondo. I nemici della Verità e della Giustizia e quelli che vi remano contro non sono nella Polizia di Stato!". Indipendentemente dal numero delle utenze e dei record dei tabulati telefonici, il valore assoluto della dignità di un uomo come Genchi è dato dai fatti, dalla sua storia, dal suo passato e ci auguriamo tutti dal suo futuro. Gli italiani onesti lo sperano, gli altri un pò meno.


Benny Calasanzio (http://www.bennycalasanzio.blogspot.com/)

"Basterebbe ridare un po’ di cultura alle masse ignoranti per togliere terreno fertile alla Lega"

Don Giorgio: Il successo della Lega? Egoismo e scarsa cultura

Di Alfio Sironi
Giovedì 19 Giugno 2008 (tratto da vorrei.org)


L
a Lega e il Cattolicesimo. Il rapporto fra l'etica leghista e la chiesa di Cristo. Di questo abbiamo voluto parlare proprio con un uomo di Chiesa, il sacerdote don Giorgio De Capitani, parroco di Monte di Rovagnate. Nato a Santa Maria di Rovagnate nel 1938, ordinato sacerdote nel 1963 nella diocesi di Milano, Don Giorgio, ha esercitato il suo ministero pastorale a Introbio, a Cambiago, a Sesto S. Giovanni, è stato parroco a Balbiano e Culturano. Ha scritto anche numerosi libri. Dal suo pulpito e dal suo sito internet si è più volte espresso nei confronti del successo leghista assumendo anche posizioni molto decise. E in questa intervista non si è certo tirato indietro, attaccando ferocemente le ipocrisie, le volgarità e l'ignoranza fra le quali la Lega, anche e soprattutto in Brianza, trova terreno fertile.

Foto di Gabba Gabba Eye

Per me la Lega è l’anti-cristianesimo per vocazione. Non c’è una virgola del Vangelo radicale (quello genuino, per intenderci) che possa conciliarsi con una virgola della sub-cultura pragmatistica della politica leghista.

Don Giorgio, Lei ha manifestato più volte il suo sdegno nei confronti delle posizioni assunte dalla Lega anche quando questa difende e promuove la cultura e la religione cattolica.
Anzitutto, non rifiuto mai un’intervista quando si tratta di smascherare la Lega Nord, ovvero il partito più sostenuto da analfabeti politicamente e da inutili socialmente. Sì, è giusto parlare di un mio “sdegno”, non tanto perché la Lega si presenta con il volto di una religione - e su questo potrei capirla dal momento che la religione è la maschera di Dio - ma soprattutto perché vuole catturare la buona fede di tanti allocchi cattolici che continuano a credere che il cristianesimo sia una religione. Se posso sopportare il connubio Lega e religione cattolica - quali cattolici oggi si salvano dal sincretismo più blasfemo che vede convivere Dio e mammona? - non accetto per nulla che la religione della Lega o la Lega cattolica mi prenda per fesso: cioè come uno che se la prende solo per alcune occasionali incoerenze leghiste. No affatto. Per me la Lega è l’anti-cristianesimo per vocazione. Non c’è una virgola del Vangelo radicale (quello genuino, per intenderci) che possa conciliarsi con una virgola della sub-cultura pragmatistica della politica leghista. Che milioni di cattolici votino Lega sono affar loro: che però non vengano più in Chiesa, là dove si predica il Cristo radicale, e che abbiano il coraggio di uscire dai Consigli pastorali. Perché la Lega non si mette in proprio, e non costruisce chiese leghiste, con dei ministri al servizio del dio padano?

Cosa pensa della Lega dell'etica a senso alternato, quella che professa e sostiene la fede cattolica e poi dà la caccia allo straniero e promuove le ronde?
La Lega è coerente con se stessa: è ideologicamente razzista. È nata per salvaguardare il Nord da Roma ladrona, ma ora che fa parte di Roma ladrona vuole salvaguardare l’Italia ladrona da poveracci che stanno invadendo l’Europa, tra cui l’Italia, seguendo l’onda di emigrazioni che hanno sempre accompagnato la storia da millenni. Non c’è stato un popolo che non abbia conosciuto l’emigrazione. Il problema non è tanto quello di scandalizzarsi del fatto che la Lega “cattolica” sia così perversa verso lo straniero, ma del fatto che un partito democratico abbia tutte le credenziali di essere razzista. Non so se esista in Europa o nel mondo un altro governo “democratico” composto di un partito “xenofogo” come la Lega. Bisognerebbe mettere fuori causa la Lega per la sua anti-democraticità, se diamo alla parola “democrazia” il suo significato più nobile. La Lega non solo non è “cristiana” (magari cattolica, sì), ma è anti-democratica.


Uno dei filmati della pagina di Don Giorgio De Capitani su YouTube

Basterebbe ridare un po’ di cultura alle masse ignoranti per togliere terreno fertile alla Lega

Nei comuni della Brianza e della provincia di Lecco alle ultime lezioni la Lega è stata il partito più votato, superando spesso anche i partner politici di Forza Italia.
Penso che diversi politologi di fama abbiano già fatto uno sforzo direi immane nel trovare le ragioni del successo della Lega. Ragioni talora tanto complesse quanto inutili, tanto profonde quanto insignificanti. Dico la mia, da ignorante politologo. La Lega ha trovato un terreno fertile nel vuoto politico del momento e nella povertà culturale della massa di oggi. L’ideologia della Lega è fatta di alcuni slogan che agiscono con lo stesso effetto degli spot pubblicitari, con il vantaggio che, mentre gli spot televisivi devono rispettare certe regole di buona creanza, gli slogan della Lega sono di… bassa lega. Ed è vero il detto biblico: non c’è nulla di nuovo sotto il sole. I riferimenti sessuali e i gesti rituali sono antichi quanto l’uomo. Tranne che la Lega non ha nemmeno il buon gusto di crederci nella simbologia. Basterebbe ridare un po’ di cultura alle masse ignoranti per togliere terreno fertile alla Lega. Ciò che veramente mi preoccupa è il basso livello culturale della gente brianzola. Sono anch’io brianzolo, e ho perciò il diritto di parola. Mi vergogno talora del vuoto culturale che persiste nel caratterizzare la Brianza che vive solo di umori viscerali e di appetiti corporali. La Lega ha trovato qui, nella Brianza, un terreno fertile, potendo agire sulla pancia o sul tubo digerente. I brianzoli si comperano con poco: con un bicchiere di vino, e promettendo illusioni di un benessere fatto di cose da consumare, di permessi da strappare anche al principio del bene comune.

Come può la Lega promuovere la difesa dell’identità locale e la preservazione del territorio e abbracciare allo stesso tempo il berlusconismo?
Mi ha particolarmente colpito in senso negativo una specie di etichetta che si è voluto mettere sulla capacità carismatica della Lega o, meglio, sulla sua capacità di presa sulla gente. La Lega “sarebbe” secondo alcuni poco credibili opinionisti “il sindacato del territorio”. Niente di più assurdo, e niente di più falso. La Lega (lo dico con tutta la convinzione che ho dentro) è sì un sindacato, ma delle esigenze più distorte della gente contro la difesa del territorio ambientale. Alla Lega l’ambiente interessa nella misura in cui può incarnare sul posto quelle assurde pretese dei cittadini che vorrebbero fare i cavoli che vogliono a dispetto di ogni senso civico e a dispetto del bene comune. La Lega difende solo i borbottii della pancia della gente. Ecco perché non c’è da meravigliarsi del rapporto amoroso con la destra berlusconiana; ancor meglio, diciamo che la Lega incarna nel modo perfetto il berlusconismo.

Alla Brianza manca ogni minimo concetto di bene comune: non sa che cos’è e non vuole neanche saperlo

Quali sono le più gravi emergenze brianzole?
Secondo me l’emergenza più grave della Brianza sta nel vuoto culturale della gente, la quale vive di un tale eccesso di pragmatismo da chiuderla in un presente cieco. La gente brianzola - parlo in generale, è chiaro - non guarda in avanti e, se lo fa, è solo per garantirsi un futuro di sicurezze economiche. Specula più che può su tutto: violenta la natura, pur di prendersi un pezzetto di terra e farne poi un campo da sfruttare il più possibile. Alla Brianza manca ogni minimo concetto di bene comune: non sa che cos’è e non vuole neanche saperlo. Ecco perché la Lega ha buon gioco: sa sfruttare bene l’egoismo dei brianzoli. I leghisti sono quei tali che, durante le elezioni amministrative, votano i candidati “corruttibili”. Qui in Brianza il lavoro da fare sulla gente è duro, richiede tempo: una educazione al bene comune, che è il bene mio ed è il bene di tutto il paese. Non parliamo poi del rispetto per l’ambiente: siamo lontani anni luce. Ho detto che il lavoro educativo non sarà facile quando ci sono partiti come la Lega che vanno in senso contrario e con la carenza di enti che potrebbero, dovrebbero stimolare i cittadini ad amare il proprio paese al di là di ogni individualistica pretesa economica o consumistica. Gli enti ambientalisti sono importanti, ma occorre sensibilizzare almeno qualche amministratore comunale perché esca dal solito schema di gestione del paese con la testa dell’ingegnere.

Lei come membro della Chiesa come crede di poter operare oggi per il bene di questo territorio?
Cerco di agire su tre fronti: con le mie omelie, con il mio sito e sensibilizzando l’Amministrazione comunale. Non vedo per il momento altre vie, se non quella di tenere collegamenti personali o con qualche ente ambientalista. La gente del paese, comunque, non si smuove dalla sua apatia. Apparentemente sembra indifferente. In realtà, se capitasse l’occasione, mi farebbe fuori. Pochi sono d’accordo con le mie idee: se lo fossero, non voterebbero Lega o Berlusconi. Votano cioè i protettori dei loro interessi personali. Ad ogni modo, credo nei tempi lunghi. E la cosa migliore sarebbe puntare sui più piccoli. Ma temo che nascano già con il Dna berlusconiano. E poi c’è il discorso del contesto familiare. Questi ragazzi ragionano con la testa dei genitori leghisti.


martedì 24 marzo 2009

Una video inchiesta francese smaschera il leader del Carroccio





Mario Borghezio: "Il regionalismo è solo una copertura. Noi siamo sempre i fascisti di un tempo"

tratto dal blog di Daniele Sensi

Non è stato abbastanza scaltro, questa volta, Mario Borghezio. Ospite del movimento francese Nissa Rebela (ovvero di quel Philippe Vardon che la giustizia d’Oltralpe ha già riconosciuto colpevole non solo di islamofobia ma, anche, di ricostituzione di partito fascista) non s’è accorto di come la telecamera che lo riprendeva durante il suo intervento inneggiante al solito “Padroni a casa nostra” abbia continuato a seguirlo anche successivamente, quando, allontanatosi dalla sala ed appartatosi con alcuni esponenti della destra identitaria nizzarda, s’è messo, sottovoce, a suggerire agli amici francesi la strategia da seguire al fine di poter uscire dall’isolamento politico.

Queste le sue parole:“Occorre insistere molto sul lato regionalista del movimento. E’ un buon modo per non essere considerati immediatamente fascisti nostalgici, bensì come una nuova forza regionalista, cattolica, eccetera eccetera… ma, dietro tutto ciò, siamo sempre gli stessi”.


(il passaggio su Borghezio comincia al quinto minuto)

Ovviamente, onde tutelare l'onorabilità delle proprie battaglie, la Lega Nord (che non è un partito fascista, che al di là del federalismo e della sicurezza non persegue secondi fini, e che quando legifera contro i migranti lo fa per tutelare i migranti stessi) senza esitazione provvederà ad espellere dal partito l’eurodeputato Mario Borghezio...

Il video fa parte di un’inchiesta (“Ascenseur pour les fachos”) dedicata al montare dell’estrema destra in tutta Europa, trasmessa venerdì sera dal francese Canal Plus. Dall’Ungheria alla Svezia, passando per la Francia e la Germania, il reportage è un inquietante viaggio in quella galassia neofascista e neonazista che, ovunque, guadagna terreno. Per buona parte, però, il documentario si focalizza sull’Italia. Perché solo in Italia quelle formazioni della destra radicale che, altrove, sono tenute a debita distanza dai grandi partiti di governo, possono vantare -tutti insieme- ministeri, scranni parlamentari e amministrazioni comunali.

“E’ caduto un tabù, in Italia”, dice la voce narrante: “quello del fascismo”. E non si tratta solo di CasaPound che, tramite la sua organizzazione giovanile, il Blocco Studentesco, davanti alle scuole distribuisce volantini dagli equivoci contenuti senza che nessuno dica nulla, bensì -più in generale- di una sorta di acquiescenza ad un clima fatto di ordinarietà che tende a legittimare il fascismo, dandogli una parvenza di normalità.

Nelle immagini non ci sono solo il premier Berlusconi che minimizza gli orrori del Ventennio (“Mussolini non ha mai ucciso nessuno – ha giusto mandato qualcuno in vacanza”) o gruppi di suoi sostenitori che a lui inneggiano acclamandolo come nuovo duce. Ci sono anche due sindaci esemplari: Flavio Tosi e Gianni Alemanno. Il primo viene mostrato alla testa di un corteo organizzato da Forza Nuova e Fronte Veneto Skinheads, a braccetto con Andrea Maggioranzi, consigliere comunale che del Fronte Veneto è stato leader. Di Alemanno, invece, viene presentata una foto inedita che lo ritrae al funerale del suo “consulente personale”, Peppe Dimitri, uno dei fondatori di Terza Posizione e dei Nuclei Armati Rivoluzionari. L’attuale sindaco di Roma, circondato da braccia tese, porta in spalla il feretro, a pochi passi dal saluto romano di Gabriele Adinolfi, protagonista di spicco degli anni di piombo condannato per appartenenza ad organizzazioni terroristiche (ancora Terza Posizione e Nuclei Armati Rivoluzionari).


(a 4 minuti e 35 secondi il passaggio su Tosi, Berlusconi e Alemanno)

Certo, tutti possono cambiare idea. E chi è stato fascista può, col tempo, redimersi. Queste immagini, però, non risalgono al secolo scorso, bensì ad appena un paio di anni fa.

Daniele Sensi

Berlusconi propone l'eruzione controllata del Vesuvio - tratto da Artù

La fiamma s’è spenta

di Barbara Fois - Liberacittadinanza - 23 marzo 2009



Barbara Fois

Fini liquida AN per confluire nel Pdl

I giornali e tg di questi giorni sono pieni di immagini dell’ultimo congresso di AN e dei commenti entusiastici di aennini felici e contenti di finire nel mare magno del nuovo partito, il PdL, e di mischiarsi coi forzisti. Possibile che non ci sia nessun dubbioso fra gli intervistati? Macchè: tutto va ben, madama la marchesa, sembra proprio che tutti non aspettassero altro, anzi: a Omnibus di stamattina, su “La 7”, c’era chi spergiurava che sono ben 14 anni (dalla svolta di Fiuggi), che si prepara questo momento. Adesso cercano anche di farci credere che un partito lanciato dal predellino di un’auto da un allora emarginato cavaliere sia sempre stato l’obiettivo ideale di tutti. Dimenticato il commento di Fini di allora “siamo alle comiche finali” e il disprezzo con cui La Russa rispondeva a un giornalista che gli chiedeva se avrebbero mai rinunciato al loro simbolo e gli chiedeva a sua volta se lui avrebbe rinunciato ai suoi attributi maschili. L’atteggiamento generale degli aennini era insomma convinto a mantenere l’identità di AN e della destra. Eravamo ancora nella fase:

Camerati d'una guerra. Camerati d'una sorte,
chi divide pane e morte,
non si scioglie sulla terra!

così come recitava la canzone “Camerata Richard”. Ma poi come ha scritto in un blog della destra qualcuno che conosceva bene i suoi polli: “ per un ideale si è pronti a morire, ma per il potere si è disposti ad uccidere...” e sono passati a mettere in pratica lo stesso inno del MSI, che iniziava dicendo:

Siamo nati in un cupo tramonto

di rinuncia, vergogna, dolore…

E quale più cupo tramonto di questo? Hanno colto davvero un bel momento deprimente della vita politica e sociale italiana per fondare un nuovo/vecchio partito. Sì, perché sarà pure nuova la sigla, ma i contenuti e le persone sono semp’istess!

E invece tutti a magnificare la novità e il grande cambiamento… eppure più che un cambiamento questa sembra una mutazione, più che una palingenesi un maldestro assemblaggio, insomma: una fredda e oculata operazione di marketing, da cui è esclusa qualsiasi idealità identitaria. Ma c’è qualcuno che pare non essere più tanto sicuro della bontà di questa fusione e questo qualcuno è sembrato proprio Fini. Un Fini molto teso ma anche molto determinato, che dal palco parla di un partito molto diverso da quello che in questo momento appare il PdL, minestrone nauseabondo clerico-fascista.

Fini Berlusconi

Dalle sue parole si disegna un partito laico che rispetta le istituzioni e che è contrario al “pensiero unico” del cavaliere e lo dice chiaramente, quasi brutalmente, quando parla del presidenzialismo e ammonisce che il presidenzialismo non significa esautorazione del Parlamento. Come a dire : nessuna forma di dittatura caro cavaliere, se la può scordare! Più parla di un partito che cautela e protegge i diritti degli emigranti, che vuol tenere la chiesa al suo posto, che difende le libertà civili e più il suo uditorio si raffredda e si guarda sgomento: avesse sbagliato partito? Parlasse del PD e non del PdL? Naaa, troppo a sinistra per essere il PD! E allora? Che è successo a Fini? Mentre tutti vanno a destra, a lui è presa una deriva a sinistra? Mah… misteri della politica italiana. E mentre Fini sembra sempre più isolato e solo, in un mare di mutanti berlusconiani, lo zoccolo duro della destra: Storace, Bontempo e compa… pardon, camerati, si riuniscono e riaffermano i valori (?) della destra dicendo con amara ironia ''Abbiamo abbandonato la casa del padre per entrare nella villa del padrone''e profetizzando scollamenti interni fra le due fazioni, prevedono che questo matrimonio fra AN e FI finirà in un divorzio e pure in tempi brevi' : “ Voglio proprio vedere che succederà tra dieci giorni, dopo il congresso del Pdl, quando si capirà che comanda solo Berlusconi'', ha detto in una intervista a Repubblica Storace e ha aggiunto nostalgico “'quando aderimmo al Msi sognavamo di cambiare il mondo. Oggi ci accorgiamo che il mondo l'hanno cambiato loro”. Loro chi? Il cavaliere e FI? No, non hanno cambiato niente. Hanno peggiorato, questo sì, hanno evidenziato, esaltato tutti i vizi degli italiani, hanno solleticato e fatto emergere tutto il peggio di cui loro sono capaci: ignoranza, razzismo, volgarità, bugiardaggine, ipocrisia, bigottismo, ottusità, ma tutte queste belle cose c’erano già e da lungo tempo e continueranno ad esserci anche quando il cavaliere passerà a miglior vita. Ci sono sempre state e riescono a emergere identiche a sé stesse ogni volta che c’è un catalizzatore politico giusto.

E’ un popolo il nostro che non impara mai, altro che le vaccinazioni di cui parlava Montanelli!! Il popolo italiano è allergico ai vaccini e l’unica cosa che capisce è la convenienza “Franza o Spagna purchè se magna” dicevano diversi secoli fa, dello scontro fra francesi e spagnoli sul patrio suolo, e la mentalità è rimasta identica. Mai schierarsi con nessuno, ma approfittare sempre di qualsiasi occasione. Essere servi senza dignità, pur di arraffare qualcosa. Lo aveva capito benissimo Alberto Sordi che infatti sopra questo tipo di italiano ci ha costruito la sua carriera d’attore. L’italiano medio è figlio della piccola borghesia ignorante, ottusa, bigotta e ignava che negli anni venti partorì Mussolini e si sentì realizzata nell’Italia fascista e oggi ha partorito il cavaliere e si identifica coi modelli tronisti e velinari offerti dalle sue televisioni. Che incorona ( è il caso di dirlo!) in uno show ballereccio un Emanuele Filiberto - figlio di quel Vittorio Emanuele pluri indagato e perfino sconfessato ed escluso dalla sua stessa famiglia - e lo chiama principe con servile ossequio, ignorando che la XIV norma transitoria della Costituzione italiana abolisce i titoli nobiliari. Quell’italia ( e il minuscolo non è un errore di stampa) che compra, legge e alimenta giornalacci che vivono di squallidi gossip su gente di episodica notorietà, ma assolutamente a misura della sua pochezza. Un tempo gente così leggeva i fotoromanzi di “Grand Hotel”, oggi guarda i reality: che differenza c’è?Niente è cambiato, si rassegni Storace. Niente. Nihil sub solem novi, niente di nuovo sotto il sole. Ma un tempo c’era una sinistra che faceva da argine, da sponda: oggi non c’è più nulla che freni questa deriva amorale e trash. Questa è la tragedia, questo il pericolo enorme. Dunque questo Fini che parla di valori civili, di laicità e di Costituzione da salvare ci pare come un miraggio nel deserto. Chissà se sparirà….

Vignetta

da libera cittadinanza

domenica 22 marzo 2009

De Magistris: se la politica la possono fare i mafiosi, ma non i magistrati

Articolo di Elia Banelli, tratto da Agoravox.it



In un paese dove tutto va alla rovescia, dove i magistrati vengono rimossi dagli indagati, dove in televisione troviamo facce di tutti i tipi, ma ci si indigna se a parlare è un procuratore, può succedere anche questo, che la candidatura di De Magistris venga commentata in modo polemico e strumentale.

Non conta sapere che grazie ad una delibera del Csm non potrà più svolgere le funzioni di magistrato inquirente, che i suoi stessi indagati sono al sicuro e hanno contribuito a mandarlo via da Catanzaro, che la Procura di Salerno, che ha svolto correttamente il suo dovere, è stata messa alla stregua di chi commette illeciti, che un consulente delle procure viene accusato di fare il consulente delle procure, cioè il suo mestiere, e si inventano milioni di intercettazioni quando il suo ruolo non prevede neanche un intercettazione.

Ci si indigna se i politici vengono pizzicati al telefono, dimenticando che si tratta solo di tabulati e schede telefoniche intestate al Parlamento, e non emergono i contenuti (per quello ci vuole l’autorizzazione a procedere dalla Giunta delle Camere, che sistematicamente la nega).

Si montano polemiche assurde su dettagli inutili e inconsistenti, e si oscura tutto il resto.

Così non sapremo mai chi si è spartito 800 milioni di fondi Ue per la costruzione di depuratori in Calabria mai realizzati (l’indagine Poseidone scippata a De Magistris), non conosceremo mai il ruolo di Saladino e di Why Not sul tessuto produttivo locale (indagine realizzata senza neanche una intercettazione!), non entreremo a fondo in un sistema di potere, quello calabrese, dove il nipote del magistrato viene assunto dall’imprenditore di turno, magari per "chiudere un occhio" sulle sue attività, dove il figliastro del procuratore generale del capoluogo lavora nello studio di uno degli indagati del magistrato della stessa procura. Dove uno degli indagati (di Forza Italia) diventa l’avvocato di quello stesso procuratore generale che se la prende con il magistrato che fa il suo mestiere, cioè indagare senza guardare in faccia nessuno.

Ignoreremo perchè giovani imprenditori calabresi legati alla Pianimpianti Spa, azienda milanese di progettazioni ambientali, coinvolta nello scandalo dei depuratori, siano stati bloccati su un treno al confine con la Svizzera, con valigie piene di milioni in contanti non dichiarati.

Non capiremo mai quale è stato il ruolo dei comitati d’affari e della presunta loggia massonica di San Marino.

Sappiamo invece che come in un romanzo manzoniano, "quell’inchiesta non s’adda fà".

Adesso che De Magistris è stato licenziato dal ruolo di pubblico ministero, può finalmente portare la sua esperienza in Europa, come indipendente nelle liste dell’Italia dei Valori.

Finalmente un uomo della società civile, non il solito politico di professione.
Un magistrato impegnato nella lotta per la legalità, attento ai problemi dell’etica e della giustizia.

E’ proprio quello di cui ha bisogno in questo momento l’Italia: di essere rappresentata all’estero da gente onesta e pulita, non dai soliti Gasparri, Cicchitto, Calderoli e dai pregiudicati che siedono in Parlamento.

La politica la possono fare gli imprenditori, la gente dello spettacolo, gli attori, i mafiosi.

Ma se si candida un magistrato, ecco che scatta subito la reazione sarcastica: "adesso che è famoso, figurati avrà montato tutto quel polverone per fare carriera".

In questa Italia dove tutto va al rovescio, qualcuno ha deciso invece di camminare dritto.

Why Yes, parla De Magistris: "Il piano della P2 è stato realizzato"

Articolo di Pietro Orsatti , tratto da Agoravox.it

«Il concetto di massoneria è addirittura riduttivo». «Le indagini mi sono state sottratte illegalmente» «Siamo davanti a una gestione occulta del potere. Non si tratta più del solo condizionamento di un singolo politico o funzionario. E’ una metastasi». Parla Luigi de Magistris

Di Pietro Orsatti e Sergio Nazzaro

Lei ha recentemente dichiarato che con le inchieste Why not e Poseidone vi siete avvicinati a una sorta di nuova P2. In continuità con quella più conosciuta, storicamente accertata?
Io penso assolutamente di sì. La continuità è evidente, del resto il “Piano di rinascita democratica” è stato in gran parte attuato, in altre parti è stato riformulato in modo più pertinente con le esigenze contemporanee. In particolare passa attraverso il condizionamento totale degli organi di controllo e dei presidi di legalità democratica che sono soprattutto la magistratura e la libera informazione.


Il controllo è in atto?
Direi di sì. L’informazione è in gran parte controllata. La magistratura è stata molto condizionata in questi anni anche per colpa di una parte della magistratura stessa. C’è una continuità anche di nomi, di personaggi, di ambienti. Credo che siano cambiate alcune formule di affiliazione, nel senso che fra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80 erano molto importanti anche i simbolismi. Non è che siano scomparsi, quelli sono facilmente identificabili attraverso un’attività di indagine giudiziaria. Per intenderci: l’accesso a Castiglion Fibocchi nel 1981 da parte dei giudici Colombo e Turone - che hanno lasciato entrambi la magistratura, e questo è un dato da non sottovalutare - era un atto non prevedibile. All’epoca, quindi, gli affiliati venivano iscritti manualmente, si trovavano compassi e grembiulini, c’erano rituali. Oggi non si sente più la necessità. O l’affiliazione è cosiddetta “all’orecchio”, ovvero si sa che uno appartiene alla massoneria, oppure ci sono altri modi.


La massoneria è cambiata davvero, oltre ad aver mutato la sua simbologia?
Io tenderei a estendere il concetto stesso di massoneria. La definizione “massoneria” è perfino riduttiva. Qui siamo davanti a una gestione occulta del potere. Un potere nel potere. Questi sono pezzi importanti del Paese e delle istituzioni, delle professioni e della società che sono penetrati all’interno dei meccanismi economici istituzionali e politici e li governano di fatto dall’interno. Non si sa nulla all’esterno. È qualcosa di molto più pericoloso.


Qualcosa di più anche di un comitato d’affari?
Sì, certamente. Se si pensa che all’interno di questo circuito occulto una parte rilevante la occupa la criminalità organizzata, soprattutto Cosa nostra e ‘ndrangheta, che gestiscono un aspetto assai rilevante del Pil del nostro Paese, si può capire di che tipo di gestione stiamo parlando. Non è più il condizionamento del singolo parlamentare come era una volta o il condizionamento al singolo appartenente alle istituzioni. È qualcosa di molto più vasto.


Ma quando ha iniziato a indagare aveva già le sensazione di potersi trovare davanti a quella che lei definisce la nuova P2?
No. Sapevamo di toccare il cuore del problema andando a indagare sui meccanismi di gestione del denaro pubblico. Il grande problema della nostra democrazia. Mi sono reso conto molto presto, con le inchiesta Poseidone e Why not, che stavamo toccando qualcosa di più vasto, con ramificazioni che arrivavano ovunque.


Con dentro anche la politica, quindi.
Nelle inchieste che mi sono state sottratte illegalmente questo era evidente. C’erano esponenti della criminalità organizzata tradizionale da un lato, e dall’altro anche esponenti del mondo economico e politico espressione della criminalità. Un tutt’uno. Un’unica metastasi. Agiscono all’unisono per governare occultamente il Paese, soggiogandolo. ■

in edicola su Left dal 20 marzo

sabato 21 marzo 2009

Cara Europa. Appello di Rebecca Covaciu contro la persecuzione dei Rom in Italia

Ma noi italiani in che razza di bestie ci stiamo trasformando??

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Tratto dal sito Everyone: group for international cooperation on human rights culture.

Si chiama Rebecca Covaciu, è una ragazzina rom di 12 anni, ha una vita di povertà, emarginazione e sofferenza alle spalle.

I giornali hanno parlato di lei come della "piccola Anne Frank del popolo Rom".


La famiglia Covaciu abbandonò Arad, in Romania, per fuggire povertà e discriminazione. Ma in Italia ha conosciuto gli effetti devastanti dell'odio razziale. Ha subito un tentato linciaggio da parte di razzisti a Milano; le forze dell'ordine hanno distrutto più volte le baracche costruite da Stelian, papà di Rebecca, mettendo la famiglia in mezzo alla strada. L'aiuto offerto dai membri del Gruppo EveryOne ha evitato che Stelian, sua moglie e i loro quattro bimbi subissero un destino tragico. Ora Rebecca - che non è solo una grande promessa dell'arte europea (promessa che sarà mantenuta solo se la persecuzione razziale in Italia non la ucciderà), ma un angelo di sensibilità, altruismo e bontà - si è incamminata in una "marcia della morte" verso il nulla, con i suoi cari.

Durante la primavera 2007, la famiglia Covaciu ha incontrato gli attivisti del Gruppo EveryOne, che si sono fatti carico delle sue esigenze fondamentali.

Il 24 Aprile 2008, a Milano, una "squadra di protezione" formata da agenti in assetto antisommossa, agli ordini di Gianvalerio Lombardi ha compiuto un'operazione di sgombero nei confronti della comunità di Rom romeni, provenienti da Timisoara, che si era rifugiata in un campo del quartiere Giambellino. Il campo era "abusivo": numerose famiglie in condizioni di miseria tragiche si erano rifugiate lì per evitare di morire di fame e malattie nella loro città di origine, vivevano in una situazione di segregazione e discriminazione insostenibile. L'azione degli agenti è stata eseguita con metodi brutali. Uomini, donne e nugoli di bambini sono stati costretti a uscire dalle loro baracche, messi in fila come gli ebrei rastrellati dai nazisti durante l'Olocausto e costretti ad assistere alla distruzione del loro piccolo, miserabile mondo.



Le baracche sono state distrutte e date alle fiamme senza che agli occupanti fosse concesso di prelevare i propri pochi beni. Una mamma supplicava gli uomini in divisa: "Per piacere, lasciatemi prendere le copertine per i miei bambini". Un poliziotto le rispondeva: "Non ti servono a niente, perché adesso, con il nuovo governo, vi rimandiamo tutti in Romania".

I bambini piangevano, mentre i loro aguzzini li spintonavano e li intimidivano con parole dure, offensive, improntate all'odio razziale. Una delle famiglie cacciate in malo modo dalla squadra era la famiglia Covaciu, il cui capofamiglia è un missionario evangelico, noto presso i Rom di Milano per gli innumerevoli gesti di altruismo compiuti nei riguardi delle famiglie perseguitate.

Sua moglie parla cinque lingue: il romeno, il romanes, il francese, lo spagnolo e l'italiano. Hanno quattro bambini, fra i quali Rebecca Covaciu, di 12 anni, dotata di un notevole talento nel campo delle arti plastiche, tanto che alcuni dei suoi disegni - che documentano la vita dei Rom in Italia - sono stati esposti a Napoli, nel corso della Giornata della Memoria 2008, presso le prestigiose sale dell'Archivio Storico, che li ha acquisiti in permanenza.

Rebecca ha imparato a disegnare e dipingere nelle baracche e sotto i ponti, sviluppando un talento che le ha consentito di vincere il Premio UNICEF 2008 fra centinaia e centinaia di ragazzi di tutte le nazionalità, per il disegno e la pittura legato ai diritti dei Bambini e ha già partecipato a mostre d'arte, con i suoi disegni che raccontano la persecuzione degli 'zingari' in Italia. Il premio le è stato consegnato a Genova nell'àmbito del Festival dell'Intercultura "Caffè Shakerato".



I disegni di Rebecca sono esposti al Museo d'Arte Contemporanea di Hilo (Stato delle Hawaii, U.S.A.), rappresentativi dell'arte dei Rom in Europa e della condizione di emarginazione cui sono costretti. Il direttore del museo Ted Coombs ha scritto: “L'Arte di Rebecca Covaciu pone in rilievo un'infantile innocenza, preziosa nel mondo dell'arte, che si propone solo di colpire l'attenzione. Non è arte per l'arte, ma - piuttosto - arte che esprime la pura voce dell'anima.

Il Museo d'Arte di Hilo sostiene e incoraggia l'arte capace di entrare in comunicazione con l'anima, perché si tratta del messaggio che ci ha consegnato in eredità l'Arte Polinesiana. Gli antenati degli Hawaiani viaggiarono, assumendosi grandi rischi, per essere parte della cultura del nostro mondo: ecco perché siamo orgogliosi di supportare queste meravigliose opere d'arte che provengono dall'altra parte del mondo

Le opere di Rebecca sono state esposte anche nell'àmbito delle mostre del Gruppo internazionale di artisti "Watching The Sky", fra cui "Psiche Incatenata", in occasione della Giornata della Memoria 2008, nelle prestigiose sale dell'Archivio Storico del Comune di Napoli. Genova ha attribuito l'importante riconoscimento "Arte e Intercultura - Caffè Shakerato" ai disegni-testimonianza della piccola artista. La serie di opere grafiche "I topi e le stelle" (qui accanto alcune delle opere), ispirata alla sua vita negli insediamenti "abusivi", sarà esposta a Roma, Napoli e Genova nell'àmbito di una mostra itinerante dedicata ad Arte, infanzia e Diritti dei Popoli.

Nonostante questi suoi meriti, nonostante l'impegno del padre Stelian a cercare un lavoro anche umilissimo in Italia, la famiglia Covaciu era costretta a vivere in una baracca, in mezzo ai topi e ai parassiti, senza acqua potabile né corrente elettrica.

L'hanno sgomberata da edifici abbandonati e perfino da sotto i ponti. "Ci trattano come animali perché non ci conoscono," ha detto Rebecca dopo aver ricevuto il Premio UNICEF. "Non sanno che cosa vuol dire vivere in mezzo ai topi e ai rifiuti, al freddo, senza cibo. Quando noi bambini chiediamo l'elemosina, dicono che i nostri genitori sono cattivi, perché non sanno che se non ci aiutiamo tutti, fra di noi, moriamo di fame. E' un brutto mondo per noi 'zingari”.

Intorno alla famiglia Covaciu, in Italia, è in atto una spaventosa purga etnica che non risparmia alcuna città. Comunità e famiglie vengono braccate sia da ronde di giustizieri, sia dalle forze dell'ordine, che distruggono i loro poveri ripari, bruciano i loro averi e le mettono in mezzo alla strada, senza cibo né assistenza.



Il Gruppo EveryOne ha raccolto centinaia di testimonianze, fra cui quelle di bambini e donne che hanno subito ogni tipo di violenza, dopo essere state private del rifugio di un edificio abbandonato o di una baracca di cartone, legno e lamiera. "Avevamo due bambini piccoli, molto belli," hanno raccontato fra le lacrime due ragazze Rom romene, "ma quando ci hanno mandate via dalla nostra baracchina non avevamo più niente da dargli da mangiare. I bambini si sono ammalati e tossivano tutta la notte. Serviva un antibiotico, ma nessuno ci aiutava. Sono morti durante la stessa notte". Non sono casi singoli, ma è la realtà del popolo Rom che vive in Italia, dal nord al sud.

La speranza media di sopravvivenza degli 'zingari' in Italia si è abbassata a soli 35 anni, mentre la mortalità dei loro bambini è 15 volte superiore a quella degli altri cittadini. Sono numeri tragici, identici a quelli che caratterizzarono la condizione degli ebrei segregati nel ghetto di Varsavia, luogo simbolo dell'Olocausto.

Il sopravvissuto alla Shoah Piero Terracina, di fronte al martirio dei Rom in Italia ha affermato recentemente, con la voce strozzata e gli occhi lucidi: "Mi sembra di essere tornato indietro nel tempo. Le leggi razziali e le atrocità che colpiscono oggi i Rom sono molto simili a quelle che toccarono a noi ebrei, durante la persecuzione nazifascista".

Tutto avviene nell'indifferenza generale e la campagna mediatica di stampo razzista ripropone le calunnie che permisero tanti pogrom, persecuzioni e stermini durante la Storia: i Rom stuprano le donne italiane, i Rom non vogliono lavorare perché preferiscono dedicarsi al crimine, i Rom rapiscono i bambini.

Il Gruppo EveryOne ha dimostrato che i casi di rapimento diffusi da politici razzisti e media erano montature e ha divulgato i dati risultanti da un'analisi minuziosa degli archivi di stato: dal 1899 ad oggi nessun cittadino Rom è mai stato condannato per rapimento di minore. Ma non basta, perché i Rom sono stati scelti quali capri espiatori di un'Italia che ha abbandonato la via della solidarietà, della tolleranza e dei Diritti Umani.



Quando disegno, penso ai colori di un mondo migliore, dove anche noi possiamo essere felici. Da grande voglio aiutare i poveri e se diventerò un'artista famosa, voglio dipingere il mondo degli 'zingari', così tutti vedranno la verità. Vorrei parlare ai grandi, ai potenti, a quelli che potrebbero aiutare il mio popolo. Vorrei chiedergli di aiutarci, perché la nostra vita è troppo triste".

Rebecca ricorda Anne Frank, incapace di perdere il sorriso e la fiducia negli esseri umani, nonostante la spietata persecuzione che il suo popolo subisce qui in Italia.