Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe

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Sogno di un paese dove parole come cultura, leggi, rispetto, uguaglianza, civiltà, umanità e pietà non siano soltanto delle belle ma purtroppo inutili parole ma rappresentino invece le basi di un popolo che ha fatto di quel sogno, di quello stupendo sogno che si chiama Costituzione Italiana, le sue fondamenta.

"C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". Paolo Borsellino da "Lezione sulla mafia" del 1989

"Il nostro è un Paese senza memoria e senza verità"
Pier Paolo Pasolini

sabato 28 febbraio 2009

L'omertà ha prevalso. Il video di Genchi è il più visto su YouTube nelle ultime 24 ore, ma nessun media nazionale ne ha riportato il contenuto.

Il silenzio è mafioso (dal blog di Beppe Grillo)


Ieri il blog ha pubblicato un'intervista a Gioacchino Genchi che accusa servizi segreti e politici di essere coinvolti nella morte di Falcone e Borsellino. Genchi non è uno qualunque. E' l'uomo che secondo lo psiconano ha intercettato 350.000 italiani. La più grande spia della Storia dopo Mata Hari.
Sapevo che le reazioni alle parole di Genchi, le più pesanti che io abbia mai sentito contro quello che ci ostiniamo a chiamare e pensare Stato, potevano essere solo due. Farlo passare per mitomane o il silenzio assoluto, mafioso di tutti i giornali e i canali televisivi.
L'omertà ha prevalso. Nessuno ha visto e sentito. Non Mieli, non Riotta, non Mauro.
Il video di Genchi è il più visto su YouTube nelle ultime ventiquattro ore, ma nessun media nazionale ne ha riportato il contenuto. Un paradosso dell'informazione. Se chiudono la Rete, su questo Paese caleranno le tenebre. La Cupola dei Giornalisti è più forte, più coesa di Cosa Nostra. Genchi ha detto la verità, la controprova è che Genchi per i media non esiste, che i mandanti degli omicidi di Falcone e Borsellino non possono essere neppure nominati.

Genchi ha detto:
"E questa è l'occasione perché ci sia una resa dei conti in Italia. A cominciare dalle stragi di via D'Amelio alla strage di Capaci. Perché queste collusioni fra apparati dello Stato servizi segreti, gente del malaffare e gente della politica, è bene che gli italiani comincino a sapere cosa è stata."

Genchi era presente in via D'Amelio, ha visto il corpo carbonizzato di Borsellino, ha seguito le indagini sul segnale che ha innescato la bomba, non parla per sentito dire. Borsellino era minacciato, ogni domenica si recava da sua madre, ma lo Stato non riuscì neppure a isolare l'area di parcheggio di fronte al palazzo con una transenna. Genchi non è l'unico a indicare nella strage di via D'Amelio la nascita della Seconda Repubblica.

Antonio Ingroia, pm di Palermo:
"La verità va cercata a ogni costo, io penso che la cosiddetta Seconda Repubblica ha i suoi pilastri nel sangue versato da tanti uomini dello Stato, magistrati e poliziotti" (*).

Dalla sentenza della corte d'Assise di Caltanisetta del processo Borsellino ter:
"Proprio per agevolare la creazione di nuovi contatti politici occorreva eliminare chi, come Borsellino, avrebbe scoraggiato qualsiasi tentativo di approccio con Cosa Nostra e di arretramento nell'attività di contrasto alla mafia, levandosi a denunciare, anche pubblicamente, dall'alto del suo prestigio professionale e dalla nobiltà del suo impegno civico, ogni cedimento dello Stato o di sue componenti politiche" (*).

Se l'informazione non esiste, facciamoci noi informazione. Ci vuole un nuovo CLN. Un Comitato di Liberazione Nazionale dell'informazione. Riportate sul vostro blog il testo dell'intervista di Genchi, traducetelo in tutte le lingue e inviatelo ai blog esteri che conoscete. Linkate il video da Youtube. Create i vostri video con le vostre analisi e conclusioni.
Loro non molleranno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

(*) Testi tratti dal libro: "L'agenda rossa di Paolo Borsellino" di Lo Bianco/Rizza.

Le Ronde mostrano già il loro volto di squadre politicizzate


Come era facile prevedere iniziano molto presto i problemi per le "ronde"

L'altra sera le ronde organizzate da "La Destra" si sono infatti presentate al parco della Cafferella a Roma, ma i guardiaparco, aggiungo giustamente, hanno negato loro l'accesso.

E' bastato questo per alzare l'ennesimo polverone , non solo sul loro utilizzo e sulla loro ragione d'essere, ma anche su regole e diritti, loro e dei cittadini , non ancora definiti.

Lo stesso Alemanno ed il Ministro Maroni hanno dovuto intervenire per chiarire e ribadire che «Le ronde della Destra alle quali i guardiaparco hanno vietato di entrare nel Parco della Caffarella sono ronde non autorizzate".

Doverose le precisazioni, ma rischiano di essere ora inutili, il fatto è che a forza di seminare vento si finisce poi per raccogliere tempesta , a forza di soffiare sul fuoco prima o poi questo divampa.
La colpa di quanto accade sarà difficile davvero, questa volta, ascriverlo alla "sinistra", magari accusandola di aver surriscaldato il clima e gli animi.
Tutto ciò andrà sicuramente a discapito delle civile convivenza.

Va comunque sottolieato , con estrema preoccupazione, che si sta verificando proprio quanto si era paventato.
Si è dato in fondo un alibi ed una giustificazione alla ricostituzione di "squadre" politizzate di destra di cui non si sentiva proprio alcuna necessità e di cui volentieri si sarebbe fatto a meno. Non è questo un solo mio pensiero ma è anche quello dell'ex ministro degli interni Pisanu.

Persino lui che appartiene al Pdl si è sentito in dovere di dichiarare che "le ronde dovrebbero essere gruppi di volontariato, ma spesso si presentano come milizie di partito. Oggettivamente costituiscono un vulnus all'unitarieta' e all'efficienza del nostro sistema di sicurezza".

Facile ora presagire che ogni raggruppamento di destra come di sinistra finirà per volersi costituire in "ronde", a presidio del territorio prima, delle loro idee poi , o del concetto generale di una giustizia fai da te, esercitata con l'immediatezza del caso, senza aspettare le lentezze della processi, aumentando così la probabilità di scontri tra opposti schieramenti e tra opposte fazioni. Un gran bel risultato per la sicurezza dei cittadini e per la loro civile convivenza.

Zagrebelsky: “La democrazia è a rischio senza opposizione”

Zagrebelskydi Cesare Martinetti - «La Stampa»

L’ex presidente della Consulta Zagrebelsky prepara la Biennale di Torino. “Se non ci sono argini il potere è portato a espandersi e corrompersi”


In Italia c’è qualcosa che si può definire «disagio democratico»? Stiamo scivolando verso il populismo, la demagogia o l’oligarchia, come molti dicono? La crisi del Partito Democratico è una questione interna alla sinistra o investe l’intero quadro della democrazia? C’è materia sufficiente per rimettersi a ragionare sui principi. È quello che si propone di fare Biennale Democrazia che si svolgerà a Torino dal 22 al 26 aprile, alla quale Gustavo Zagrebelsky, costituzionalista ed ex presidente della Consulta, sta lavorando con un gruppo di giuristi, filosofi e sociologi torinesi.

Professor Zagrebelsky, com’è nata e cos’è la Biennale?
«È nata dall’idea di Pietro Marcenaro di proseguire ciò che si fece con le “Lezioni Bobbio” nel 2004, una serie di incontri su grandi temi di etica pubblica e filosofia della politica che si svolse tra la primavera e l’autunno del 2004. Il successo fu straordinario, al di là delle previsioni».

Perché Biennale? E perché Democrazia?
«Perché si ripeterà ogni due anni e tratterà dei grandi temi della democrazia, a incominciare dalle sue “promesse non mantenute”, secondo la formula di Bobbio. Il tema è altamente “politico” ma le iniziative previste non saranno in alcun modo passerelle per “i politici”. Questa è una pre-condizione per evitare strumentalizzazioni e preservarne il carattere esclusivamente scientifico».

Ma il fatto stesso di porsi il problema dello stato della democrazia non è già prendere una posizione politica?
«La democrazia è un regime sempre problematico. È un insieme di diritti, regole e procedure che mirano a un ideale, l’autogoverno consapevole dei cittadini. È un ideale di convivenza da perseguire e nessuno mai potrà dire che esso è raggiunto definitivamente».

Un ideale sempre in bilico, dunque?
«Forze nemiche della democrazia sono sempre all’opera per il suo svuotamento. Per esempio, una condizione di successo della democrazia è l’uguaglianza delle posizioni. Ora le nostre società sono un continuo produrre disuguaglianza: nelle condizioni economiche e culturali, nell’accesso alle informazioni, nella partecipazione alle deliberazioni pubbliche. La democrazia non è solo voto e elezioni. Voto e elezioni possono anche essere inganni, se non si nutrono di presupposti sostanziali».

Dunque, c’è un pericolo per la democrazia?
«In un certo senso, un pericolo c’è sempre. Con la conclusione della seconda guerra mondiale, la democrazia sembrava essere il regime politico acquisito per sempre. Oggi, questa fede ingenua in un movimento naturale della storia, come storia di emancipazione dei popoli dall’oppressione, non esiste. Tutto si è complicato, nulla è sicuro».

Ma lei crede che vi sia un «caso italiano»?
«Vi sono segni che non si possono non vedere. Toccano il modo di scegliere i rappresentanti e quindi la legittimità della sede principale della democrazia, il Parlamento. Il nostro sistema elettorale è così complesso che il cittadino elettore non ha la minima idea di come il suo voto viene poi “macinato” nella macchina elettorale, non sa nemmeno per chi vota, perché la scelta è fatta dai vertici dei partiti che detengono il monopolio delle candidature. Si conoscono solo le facce dei capi e queste facce trascinano i consensi per i loro adepti. E ci stupiamo se si parla di disagio democratico?».

Il disagio non è solo italiano, però.
«Certo, vi sono ragioni che vanno ben al di là. Per esempio, il fatto che la gran parte delle decisioni pubbliche presentano caratteristiche tecnico-scientifiche, fuori della competenza dei comuni cittadini. La potenza della tecnocrazia dipende da questo. Come coinvolgere i cittadini in modo consapevole - parlo di una questione ritornata d’attualità - nella politica dell’energia nucleare. La vita pubblica è sempre più determinata dalla scienza».
Come insegnano la vicenda Englaro e, in genere, le questioni bio-politiche.
«Certo. La tecno-crazia insidia la demo-crazia. Il destino sembra segnato da forze che si sono rese indipendenti, ineluttabili».

Ma questo non è sempre stato vero?
«Non nella misura odierna. Viviamo un’epoca in cui sembra che il corso degli eventi sociali non possa che essere così com’è. La politica ha perso in gran parte la sua funzione direttiva. Si risolve semplicemente nel correre dietro alle cose per tamponare le difficoltà, nei momenti di crisi. Sembra che il movimento sia imposto da fuori».

Da chi?
«Direi piuttosto: da che cosa? Da potenze immateriali che tutto muovono, che sembrano inesorabili. Per esempio, lo sviluppo, l’innovazione, il consumo: tre cose quantitative e non qualitative, che si legano e spingono tutte nella stessa direzione. Di fronte alla crisi dell’economia mondiale e alle sue conseguenze non si discute di alternative, che collochino sul terreno del possibile altri modi di vivere o di consumare».

È il pensiero unico?
«È un grave pericolo il non saper più guardare le cose da diversi lati, l’aver perso l’idea stessa di alternative. È cecità che riduce la politica alla gestione dell’esistente, magari nella direzione dell’abisso, senza nemmeno accorgersene. Se così è, a che cosa si riduce la partecipazione politica?».

Torniamo al nostro Paese. La crisi del partito democratico ha a che vedere con ciò che abbiamo chiamato disagio democratico?
«Direi di sì. Nessuna democrazia vive senza opposizione, senza qualcuno che, per l’appunto, sappia “guardare le cose dall’altra parte”. Oltretutto, senza una sponda, un limite, chi dispone del potere è portato a espandersi illimitatamente. Aggiungo: ma anche a corrompersi al suo interno. Senza opposizione, le forze dissolutrici interne del potere non hanno ragione di trattenersi. È l’intero sistema che è in pericolo. Per questo, c’è da augurarsi che coloro che si sono assunti il compito di rimettere in piedi l’opposizione si rendano conto della responsabilità non solo verso un partito, ma verso la democrazia».

Diceva Bobbio: gli italiani sono democratici meno per convinzione che per assuefazione. L’assuefazione può facilmente portare a una crisi di astinenza e quindi a una ripresa delle energie democratiche ma anche a una crisi di rigetto. Ciò può spianare la strada a un regime?
«Forse solo favorirà la certa tendenza al rovesciamento della piramide democratica, alla concentrazione in alto del potere: il potere che scende dall’alto e produce consenso dal basso, lo schema della demagogia».

Sta succedendo in Italia, oggi?
«Poniamo mente alla concentrazione di potere economico, culturale (editoria, televisioni) e politico, i tre poteri su cui si fondano le società umane: concentrazione al loro interno e tra loro. Sono cadute le barriere. Chi parla ancora della necessità che il mondo dell’economia non sia oggetto di incursioni da parte della politica? Chi osa porre il problema dell’autonomia della comunicazione e della cultura? Quanti tra gli intellettuali si preoccupano dell’indipendenza dal potere economico e da quello politico? Quanti nel mondo della politica ritengono che sia un loro dovere occuparsi di politica, appunto, e non di banche, finanziamenti, posti in consigli di amministrazione? È venuta meno l’etica delle distinzioni. Il potere si accentra e procede dall’alto. Demagogia significa letteralmente: popolo che “è agito”, non “che agisce”».

Siamo già alla demagogia?
«Il pericolo è antico, anzi connaturato alla democrazia. Basta leggere Tucidide o Aristofane. Nulla di nuovo sotto il sole. Oggi, il pericolo è accresciuto da un certo modo d’intendere e organizzare il bipolarismo indotto dal sistema elettorale maggioritario, un modo che ingigantisce, fino al rischio della deflagrazione, la persona dei leader. Il culto del personaggio è certo una manifestazione di degrado democratico. Il presidenzialismo all’italiana potrebbe ridursi a questo».

Quali gli antidoti?
«Non vorrei sembrar tirar l’acqua al mio mulino, ma vorrei dire: difendere la Costituzione cercando di comprenderne i suoi contenuti, di cultura politica, di ethos civile, di promozione della partecipazione e dell’assunzione delle responsabilità. La Costituzione è nata in un certo momento storico a opera di certe forze politiche. Ma, se la raffrontiamo con gli esempi migliori del costituzionalismo mondiale, possiamo constatare facilmente ch’essa non sfigura affatto».

Perché?
«Al di là di tutto, degli interessi in gioco e del conflitto sociale, mi pare che ci sia una difficoltà maggiore, che allontana dalla politica e favorisce lo svuotamento della democrazia: la tirannia del tempo, cui tutti siamo drammaticamente sottoposti. Quando il tempo manca, perché non delegare a qualcuno la nostra esistenza?».

E che propone «Biennale Democrazia»?
«Propone una parentesi di cinque giorni nella routine di ogni giorno e chiede ai cittadini di riservarsi uno spicchio del loro tempo per dedicarlo a una riflessione comune sul nostro modo d’essere cittadini in una democrazia. Chiede di ribellarsi alla schiavitù del tempo che è nemica della libertà».


Lega e PDL preferiscono gettare dalla finestra 400milioni di euro pur di separare le elezioni europee e amministrative(6 e 7/06)dal Referendum (15/06)

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Altri 400 milioni bruciati (tratto dal sito ItaliadeiValori)




Il 6 e 7 giugno 2009 gli Italiani saranno chiamati alle urne per eleggere i propri rappresentanti al Parlamento Europeo. Nella stessa data in tante province e comuni d’Italia si svolgeranno anche le elezioni amministrative.

Entro la fine di giugno si dovrà svolgere anche il referendum elettorale. Buon senso vorrebbe che anche questa consultazione si svolgesse nella stessa data delle precedenti. Invece non sarà così, ma per volere della Lega e del Pdl gli Italiani dovranno votare per il referendum il 15 di Giugno.

Il motivo? La Lega ha paura del referendum ed ha preteso che questo fosse relegato in una data in cui sarà difficile raggiungere il quorum. Questa scelta della Lega costerà agli italiani 400 milioni di euro che potevano essere risparmiati se il referendum fosse stato accorpato alle europee.

Una condotta assolutamente irresponsabile quella di Lega e Pdl, che in un momento in cui le famiglie stanno facendo grandi sacrifici a causa della più grave crisi economica del dopo guerra, si permette di gettare dalle finestra 400 milioni di euro che si potevano utilizzare in altra maniera.

Che credibilità possono avere due forze politiche che per i propri interessi di partito hanno il coraggio di effettuare un simile scempio? Come potranno da oggi andare a dire ai cittadini che per i servizi sociali non ci sono le risorse, che non bastano i soldi per i precari, che l’assistenza ai disabili costa troppo?

Si vergognino piuttosto. Ma questi 400 milioni che andranno in fumo per pagare le elezioni del referendum non potevano essere destinati ad incrementare quella Social Card che Lega e Pdl hanno inventato ma non hanno finanziato?

Tg2, direttore Mauro Mazza: disinformazione di regime all'opera sulle intercettazioni telefoniche e con un gran finale...l'elogio a Provenzano!

venerdì 27 febbraio 2009

Se questo è un premier...Berlusconi a Sarkosy: "ti ho dato la tua donna"

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Dottor GIOACCHINO GENCHI gli italiani onesti sono tutti con lei!!!


IO STO CON GIOACCHINO GENCHI


Questa è un'intervista che non si può commentare.
dal blog di Beppe Grillo.


Gioacchino Genchi accusa



Intervista a Gioacchino Genchi:

"Io svolgo l'attività di consulente tecnico per conto dell'autorità giudiziaria da oltre vent'anni, lavoro nato quasi per caso quando con l'avvento del nuovo codice di procedura penale è stata inserita questa figura, come da articoli 359 e 360 che danno al Pubblico Ministero la possibilità di avvalersi di tecnici con qualunque professionalità allorquando devono compiere delle attività importanti. Mi spiace che Martelli se lo sia dimenticato, Cossiga me lo abbia ricordato, proprio il nuovo codice di procedura penale che ha promulgato il presidente Cossiga inserisce questa figura che è una figura moderna. Che è nelle giurisdizioni più civili ed avanzate, mentre prima il Pubblico Ministero era limitato, e doveva per accertamenti particolari avvalersi solo della Polizia giudiziaria, il nuovo codice ha previsto queste figure.
Per cui per l'accertamento della verità, nel processo penale, accertamento della verità significa anche a favore dell'indagato o dell'imputato, il Pubblico Ministero non ha limiti nella scelta delle professionalità di cui si deve avvalere. Io ho fatto questa attività all'interno del Dipartimento della Pubblica sicurezza.

Abbiamo svolto importanti attività con Arnaldo La Barbera, con Giovanni Falcone poi sulle stragi. Quando si è reso necessario realizzare un contributo esterno per il Pubblico Ministero, contenuto forse scevro da influenze del potere esecutivo, mi riferisco a indagini su colletti bianchi, magistrati, su eccellenti personalità della politica, il Pubblico Ministero ha preferito evitare che organi della politica e del potere esecutivo potessero incidere in quelle che erano le scelte della pubblica amministrazione presso la quale i vari soggetti operavano.
Nel fare questo ho fatto una scelta deontologica, cioè di rinunciare alla carriera, allo stipendio, per dedicare tutto il mio lavoro al servizio della magistratura. Questa scelta, anziché essere apprezzata è stata utilizzata dai miei detrattori che fino a ieri mi hanno attaccato in parlamento, al contrario.

Il ministro Brunetta non poteva non riferire che la concessione dell'aspettativa non retribuita che io avevo chiesto era perfettamente regolare, è stata vagliati da vari organi dello Stato, dal Ministero dell'Interno, dal Ministero della Funzione pubblica e dalla presidenza del Consiglio dei Ministri di Berlusconi, la stessa che mi ha attaccato in maniera così violenta e così assurda dicendo le fandonie che hanno fatto ridere gli italiani perché tutto questo can can che si muove nei miei confronti, questo pericolo nazionale, cioè una persona che da vent'anni lavora con i giudici e i Pubblici Ministeri nei processi di mafia, di stragi, di omicidi, di mafia e politica più importanti che si sono celebrati in Italia, rappresenta un pericolo.

Forse per loro! Per tutti quelli che mi hanno attaccato perché poi la cosa simpatica (è chiaro che ora sto zitto, non posso parlare sono legato al segreto) ma mi scompiscio dalle risate perché tutti i signori giornalisti che mi hanno attaccato, da Farina a Luca Fazzo a Lionello Mancini del Sole 24 ore, al giornalista della Stampa Ruotolo, sono i soggetti protagonisti delle vicende di cui mi stavo occupando. Questo è l'assurdo!

Gli stessi politici che mi stanno attaccando, sono gli stessi protagonisti di cui mi stavo occupando. Da Rutelli a Martelli, Martelli conosciuto ai tempi di Falcone. Parliamo di persone che comunque sono entrate nell'ottica della mia attività. Martelli nei computer di Falcone quando furono manomessi, Rutelli perché è amico di Saladino usciva dalle intercettazioni di Saladino, Mastella per le evidenze che tutti sappiamo e così via, poi dirò quelli che hanno parlato alla Camera al question time, quel giornalista che gli ha fatto il comunicato, cose da ridere! Tra l'altro questi non hanno nemmeno la decenza di far apparire un'altra persona.

No, compaiono loro in prima persona! Sapendo che loro entravano a pieno titolo nell'indagine. Questo è assurdo. Io continuo a ridere perché il popolo italiano che vede questo grande intercettatore, che avrebbe intercettato tutti gli italiani, ma che cosa andavo ad intercettare agli italiani? Per farmi sentire dire che non riescono ad arrivare alla fine del mese? Per sentir dire che i figli hanno perso il posto di lavoro o che sono disoccupati? Che c'è una crisi economica? Ma perché mai dovrei andare ad intercettare gli italiani? Ma quali sono questi italiani che hanno paura di Gioacchino Genchi?

Quelli che hanno paura di Gioacchino Genchi sono quelli che hanno la coscienza sporca, e quelli che hanno la coscienza sporca sono quelli che mi hanno attaccato. E con questo attacco hanno dimostrato di valere i sospetti che io avevo su di loro. Anzi, più di quelli di cui io stesso mi ero accorto, perché devo essere sincero, probabilmente io avevo sottovalutato il ruolo di Rutelli nell'inchiesta Why not.

Rutelli ha dimostrato probabilmente di avere il carbone bagnato e per questo si è comportato come si è comportato. Quando ci sarà la resa della verità chiariremo quali erano i rapporti di Rutelli con Saladino, quali erano i rapporti del senatore Mastella, il ruolo di suo figlio, chi utilizzava i telefoni della Camera dei Deputati... chiariremo tutto! Dalla prima all'ultima cosa. Questa è un'ulteriore scusa perché loro dovevano abolire le intercettazioni, dovevano togliere ai magistrati la possibilità di svolgere delle intercettazioni considerati i risultati che c'erano stati, Vallettopoli, Saccà, la Rai eccetera, la procura di Roma immediatamente senza problemi però apre il procedimento nei confronti del dottor Genchi su cui non ha nessuna competenza a indagare, perché la procura di Roma c'entra come i cavoli a merenda. C'entra perché l'ex procuratore generale di Catanzaro ormai fortunatamente ex, ha utilizzato questi tabulati come la foglia di fico per coprire tutte le sue malefatte e poi le ha utilizzate come paracadute per non utilizzarle a Catanzaro, dove probabilmente il nuovo procuratore generale avrebbe immediatamente mandato a Salerno.
Perché in quei tabulati c'è la prova della loro responsabilità penale. Non della mia. Quindi, non li manda a Salerno che era competente, non li manda al procuratore della Repubblica di Catanzaro che avrebbe potuto conoscere quei tabulati e quello che c'era, non li manda al procuratore della Repubblica di Palermo dove io ho svolto tutta la mia attività ma li manda a Roma che non c'entra niente.

Quindi si va a paracadutare questi tabulati sbagliando l'atterraggio perché in una procura che non ci azzecca nulla. Perché tra l'altro in quei tabulati c'erano delle inquisizioni che riguardavano magistrati della procura della Repubblica di Roma! Su cui stavamo indagando. Ora la procura di Roma indaga su di me e sui magistrati della procura della Repubblica di Roma. Si è ripetuto lo scenario che accadde tra Salerno e Catanzaro e si è ripetuto lo scenario che era già accaduto tra Milano e Brescia all'epoca delle indagini su Di Pietro. Con la sola differenza che all'epoca si chiamava Gico l'organo che fece quelle attività, adesso si chiamano Ros, ma sostanzialmente non è cambiato nulla.

In ultima analisi dico che io sono comunque fiducioso nella giustizia. Hanno cercato di mettermi tutti contro, hanno cercato di dire ad esempio, nel momento in cui c'era un rapporto di collaborazione con la procura di Milano anche fra De Magistris e la procura di Milano, un'amicizia personale fra De Magistris e Spataro, che siano stati acquisiti i tabulati di Spataro. Assurdo! Non è mai esistita un'ipotesi del genere. Nemmeno per idea! Come si fa a togliere a De Magistris l'appoggio della magistratura associata? Diciamo che ha preso i tabulati di Spataro. Come si fa a mettere il Csm contro De Magistris? Diciamo che ha preso i tabulati di Mancino.

Adesso i Ros dicono che nei tabulati che io ho preso ci sono, non so quante utenze del Consiglio superiore della magistratura. Non abbiamo acquisito tabulati del Csm, sono i signori magistrati di cui abbiamo acquisito alcuni tabulati, quelli sì, tra cui alcuni della procura nazionale antimafia ben precisi, due, solo due, che hanno contatti col Csm.

Ha inquisito il Quirinale! Ma quando mai? Se però qualcuno del Quirinale ha chiamato o è stato chiamato dai soggetti di cui ci siamo occupati validamente, bisogna vedere chi dal Quirinale chi ha avuto contatti con queste persone, ma io non ho acquisito i tabulati del Quirinale. A parte che se fosse stato fatto sarebbe stata attività assolutamente legittima perché, sia chiaro, le indagini in Italia non si possono fare soltanto nei confronti dei tossici e magari che siano pure extracomunitari, oppure quelli che sbarcano a Lampedusa nei confronti dei quali è possibile fare di tutto, compresa la creazione dei lager.

La legge è uguale per tutti. Tutti siamo sottoposti alla legge! Perché sia chiaro. Questo lo devono capire. Nel momento in cui a questi signori li si osa sfiorare solo da lontano, con la punta di una piuma, questi signori si ribellano e distruggono le persone che hanno solo il coraggio di fare il proprio lavoro.
Gli italiani questo l'hanno capito. E hanno capito che questo dottor Genchi di cui hanno detto tutte le cose peggiori di questo mondo... e io adesso pubblicherò tutti i miei lavori, dal primo sino all'ultimo pubblicherò tutte le sentenze della Corte di Cassazione, delle Corti d'Appello, delle Corti di Assise, dei tribunali che hanno inflitto centinaia e centinaia di anni di carcere col mio lavoro.
Ma le sentenze di cui io sono più orgoglioso non sono le sentenze di condanna, ma sono le sentenze di assoluzione! Sono quelle persone ingiustamente accusate anche per lavori fatti dal Ros che sono state assolte grazie al mio lavoro e che rischiavano l'ergastolo! E che erano in carcere. Persone che erano in carcere perché avevano pure sbagliato l'intestatario di una scheda telefonica. E adesso questi signori vengono ad accusare me di avere fatto lo stesso lavoro che loro... ma non esiste completamente!
Tutte queste fandonie e la serie di stupidaggini che sono state perpetrate addirittura in un organismo che è il Copasir! Che si deve occupare dei servizi di vigilanza sulla sicurezza, non sui consulenti e sui magistrati che svolgono la loro attività sui servizi di sicurezza! Noi abbiamo trovato delle collusioni di appartenenti ai servizi di sicurezza, con delle imprese che lavorano per i servizi di sicurezza, che lavorano nel campo delle intercettazioni, che costruiscono caserme con appalti dati a trattativa privata per milioni di euro, noi stavamo lavorando su quello! Stavamo lavorando su quello e ci hanno bloccato perché avevano le mani in pasta tutti loro! Questa è la verità.

Questa è la verità e adesso mi hanno pure dato l'opportunità di dirla perché essendo indagato io non sono più legato al segreto perché mi devo difendere! Mi devo difendere con una procura che non ci azzecca nulla con la competenza, la procura di Roma, mi difenderò alla procura di Roma.

Però sicuramente la verità verrà a galla! E non ci vogliono né archivi né dati perché sono tre o quattro cose molto semplici. Le intercettazioni di Saladino utili saranno una decina, quando fu intercettato prima che De Magistris iniziasse le indagini, ma sono chiarissime! E l'attacco che viene fatto nei miei confronti parte esattamente dagli stessi soggetti che io avevo identificato la sera del diciannove luglio del 1992 dopo la strage di via D'Amelio, mentre vedevo ancora il cadavere di Paolo Borsellino che bruciava e la povera Emanuela Loi che cadeva a pezzi dalle mura di via D'Amelio numero diciannove dov'è scoppiata la bomba, le stesse persone, gli stessi soggetti, la stessa vicenda che io trovai allora la trovo adesso!
Ancora nessuno ha detto che io sono folle. Anzi, sarò pericoloso, terribile ma che sono folle non l'ha detto nessuno. Bene allora quello che io dico non è la parola di un folle perché io dimostrerò tutte queste cose. E questa è l'occasione perché ci sia una resa dei conti in Italia. A cominciare dalle stragi di via D'Amelio alla strage di Capaci. Perché queste collusioni fra apparati dello Stato servizi segreti, gente del malaffare e gente della politica, è bene che gli italiani comincino a sapere cosa è stata."

Gli incredibili salti mortali della procura di Roma per archiviare il caso Berlusconi-Saccà.Con motivazioni smentite dai fatti

Così hanno salvato il Cavaliere (tratto da L'espresso)
di Marco Lillo

E ora chi lo va a dire ad Agostino Saccà? Per archiviare il procedimento contro il presidente del consiglio e l'ex manager di Rai Fiction, la Procura di Roma è stata costretta a smentire le affermazioni, la filosofia e la stessa ragione di vita del suo indagato. Uno dei pilastri sul quale poggia l'atto che chiede il proscioglimento per Berlusconi e per il manager Rai è infatti la mancanza della qualifica di "incaricato di pubblico servizio" per Saccà (l'altra è la mancanza della prova dello scambio, del do ut des, tra il manager e il premier). Per i pm di Roma Saccà non può essere corrotto, né da Berlusconi né da altri, perché la fiction Rai, il suo regno incontrastato fino al dicembre scorso, non è vero servizio pubblico. Esattamente il contrario di quello che il manager diceva in ogni conferenza stampa o intervista. Quando c'era da presentare l'ennesima soap sull'anoressia o sul a mafia, quando c'erano da difendere gli investimenti miliardari per produrre serie dalla durata sterminata, il manager Rai ha sempre detto con orgoglio: «Questo è il servizio pubblico». Siamo noi, spiegava Saccà ai giornalisti, che abbiamo raccontato agli italiani il romanzo popolare del '900. Siamo noi che abbiamo affrontato le vicende spinose della Seconda guerra mondiale e la storia dei Corleonesi. Saccà rivendicava con fierezza il suo ruolo di civil servant. Proprio quello che i pm romani gli hanno tolto per salvare lui e il premier.

PUBBLICO O PRIVATO?
Se la Rai con i suoi sceneggiati facesse servizio pubblico, Saccà sarebbe un incaricato di pubblico servizio soggetto (in caso) ai reati di corruzione e concussione. Per questa ragione i pm per prosciogliere Berlusconi e Saccà sono costretti a "degradare" la sua attività culturale. Per i pm romani solo la fase della trasmissione rientra nel servizio pubblico, non quella della produzione dei contenuti. Saccà quindi è un semplice manager "privato". Alle sue eventuali malefatte si applicano le blande norme riservate ai dirigenti di Mediaset, non quelle rigide che disciplinano l'attività dei capi dei ministeri dell'Anas o dell'Enel. Saccà, dicono i pm, può fare quello che vuole quando sceglie le attrici pagate con il canone degli italiani. Può privilegiare le protette del Cavaliere e sacrificare quelle considerate dagli altri più brave. Non c'è nessun problema. In fondo nessun pm contesterebbe un simile comportamento a Piersilvio Berlusconi e ora, se la giurisprudenza elaborata a Roma prenderà piede, nessuno potrà contestarlo non solo a Saccà ma anche a Fabrizio Del Noce (Rai uno) o Giancarlo Leone (Rai cinema) e così via. Per tenere fuori Berlusconi e Saccà dal ginepraio nel quale si erano cacciati con le loro incaute conversazioni, la Procura di Roma ha fatto davvero i salti mortali. Le cinque paginette dell'archiviazione prontamente distribuite ai cronisti (dovrebbero essere segrete, ma evidentemente a Roma il segreto non tutela le indagini bensì gli indagati eccellenti) cancellano le massime della Cassazione e numerosi pronunciamenti di altri magistrati.


A partire dalla sentenza della Suprema Corte del 1996 sul caso Baudo-Lambertucci-Venier. Quando i presentatori televisivi furono accusati di concussione per i compensi extra richiesti agli sponsor per i loro show, si difesero negando la loro qualifica di incaricati di pubblico servizio. Ma, prima i pm poi i giudici e infine la Cassazione, stabilirono il principio in base al quale al di là della qualifica privata della società Rai e al di là del contratto privato delle star, rileva il fatto che in ballo ci sono soldi pubblici. Una massima che valeva quando si sottraevano risorse pubblicitarie alla Rai facendo la cresta sugli sponsor e a maggior ragione dovrebbe valere oggi con Saccà che - a differenza di Baudo e amici - non maneggia denari privati ma pubblici.

La procura di Napoli, forte di questo precedente, ma consapevole della delicatezza della questione, aveva blindato sul punto l'indagine chiedendo addirittura un parere a un luminare del diritto costituzionale, Michela Manetti, professore ordinario a Siena. La professoressa, al termine di un lungo studio della legislazione vigente, aveva concluso che Saccà è un incaricato di pubblico servizio. Da quello che è dato leggere nelle pagine distribuite ai cronisti, la Procura di Roma non ha degnato il parere nemmeno di un cenno.

COSI' PARLO' IL CAVALIERE
Anche l'altro pilastro della richiesta si basa su una smentita delle parole di un indagato, che stavolta è Berlusconi. I pm, dopo avere smontato la qualifica pubblica di Saccà, entrano nel merito per sostenere che ? anche se Saccà fosse un pubblico ufficiale ? il reato non c'è. Il fatto è che, dicono, manca lo scambio, il ''do ut des'', il cosiddetto ''sinallagma corruttivo''. Per la Procura di Napoli Saccà aiutava le attricette amiche di Berlusconi. E il premier prometteva un aiuto futuro nella sua attività di libero imprenditore ma - per i pm romani - il do ut des non è provato. Purtroppo, non è la Procura di Napoli a sostenere che le due cose (la spinta nei cast alle ragazze e l'aiuto a Saccà imprenditore) siano collegate. Lo dice Berlusconi stesso: «Agostino, aiuta Elena Russo perché è come se aiutassi me e io ti contraccambierò quando sarai imprenditore».

Parole alle quali Saccà non risponde: «Ma come si permette?», oppure: «Silvio, non ti scomodare, non c'è bisogno che mi aiuti, lo farei lo stesso per i rapporti che ci legano». Alla profferta di Berlusconi, Saccà replica prima ridendo, poi dicendo sì, e infine chiudendo la telefonata con un «grazie presidente». Quella telefonata è stata pubblicata da ''L'espresso'' ed è ancora ascoltabile on line. Eppure per i pm non basta: la promessa è vaga, manca la prova dell'accettazione. E non è dimostrato che ci sia un legame tra l'offerta e la selezione delle attricette. E tanti saluti al ''ti contraccambierò'' pronunciato dal Cavaliere. Quello che è accaduto non ha molti precedenti. Il fascicolo contro Saccà, infatti, non era più segreto e ''L'espresso'' aveva potuto pubblicare gli audio di una dozzina di intercettazioni (tra le oltre 10 mila depositate) perché le indagini erano chiuse con la richiesta di rinvio a giudizio, l'alba del contraddittorio, l'avvio del processo con la sua pubblicità, garanzia di trasparenza e di giustizia. Nella stragrande maggioranza dei casi ? la richiesta di rinvio a giudizio presentata da una procura viene confermata dai pm dell'altro ufficio giudiziario che ricevono gli atti per competenza territoriale. In fondo è una questione di economia e di logica. I pm napoletani conoscono l'inchiesta, hanno diretto per mesi gli uomini della Guardia di Finanza, hanno ascoltato migliaia di intercettazioni, hanno sentito decine di testimoni. La scelta della Procura capitolina ha certamente fatto piacere a Berlusconi che può ora sostenere di essere stato vittima di una persecuzione giudiziaria in salsa partenopea che lo ha inseguito fin nei suoi rapporti più privati ma soprattutto perché la decisione di Roma finalmente sembra mettere la sordina su una selva oscura di intercettazioni che lo preoccupava da mesi. Non a caso nella richiesta di archiviazione si precisa che le trascrizioni e i file audio andranno distrutti, perché irrilevanti. Questa attenzione (prontamente comunicata alla stampa) ha certamente fatto felice Berlusconi più dell'archiviazione in sé.

QUESTIONE DI IMMAGINE
Anche se i giornali continuano a parlare di corruzione e rinvio a giudizio, quella che si è giocata in questi sei mesi nei palazzi di giustizia di Napoli e Roma è una delicatissima partita a scacchi che non ha avuto come posta il destino dell'indagine ma quello dell'immagine del premier. La storia dell'inchiesta di Napoli, del suo trasferimento a Roma e ora della sua richiesta di archiviazione deve essere raccontata proprio da questo angolo di visuale. L'unico che conta davvero. Tenendo a mente che la posta in gioco di questa partita disperata per il Cavaliere non era l'assoluzione o il rinvio a giudizio ma la pubblicazione delle telefonate o la loro distruzione.

Berlusconi ieri si è aggiudicato, grazie alla Procura di Roma, un round molto importante di questa partita ma non ha ancora in tasca la vittoria finale. Proviamo a partire per una volta non dai codici ma dalle bobine. Le intercettazioni del procedimento si distinguono in tre gruppi: le prime sono le 10 mila telefonate dell'utenza di Saccà (circa 8 mila) e del produttore che piazzava le attricette care al premier, Guido De Angelis (circa duemila). Queste e telefonate sono state depositate dai pm di Napoli nel fascicolo principale (quello per il quale ieri è stata resa pubblica la richiesta di archiviazione) e sono dal luglio scorso conosciute dagli italiani grazie a ''L'espresso'' che le ha pubblicate anche in audio.

Tra queste ci sono le sette telefonate di Silvio Berlusconi (quattro con Saccà e tre con De Angelis) che tutti possono ascoltare on line dall'estate scorsa. Poi ci sono un gruppo ristretto di telefonate che sono state depositate nel fascicolo sulla compravendita dei senatori del centrosinistra da parte di Berlusconi e Saccà attualmente in attesa della decisione del Gip sulla richiesta di archiviazione della Procura. Infine, e questo è il punto dolente per Berlusconi, esistono decine e decine di telefonate intercettate sulle utenze di due ragazze care a Berlusconi, Evelina Manna ed Elena Russo, nelle quali si sente più volte la voce del presidente del consiglio. E soprattutto si sentono le ragazze discettare con le loro amiche dei loro rapporti con il premier, delle sue promesse, delle loro delusioni che talvolta sconfinano nel risentimento.

Una parte di queste telefonate, secondo la Procura di Napoli, avrebbe meritato da parte dei pm di Roma un'attenta analisi per verificare addirittura se non si potesse configurare in capo a Silvio Berlusconi il ruolo di vittima. Questo intreccio malmostoso è sempre stato il lato B dell'indagine. Quello che anche la Procura di Napoli ha cercato di sterilizzare per evitare l'accusa di avere voluto frugare nell'intimità del premier. La Procura di Napoli voleva portare a giudizio Berlusconi perché aveva corrotto Saccà e non perché aveva rapporti con quelle ragazze. I due temi però restavano e restano obiettivamente inseparabili. I pm napoletani Paolo Mancuso e Vincenzo Piscitelli, per tutelare la privacy del presidente, avevano elaborato uno stratagemma che aveva l'indubbio pregio del buon senso ma che non era certamente sorretto da solide basi giuridiche.

Le intercettazioni delle ragazze, quelle nelle quali si sentiva la voce di Berlusconi e quelle nelle quali le sue amiche parlavano dei rapporti con il premier, erano state stralciate e posizionate in un fascicolo a parte. Per farne cosa? I pm napoletani avevano rimandato la decisione sul punto al termine dell'inchiesta. Fu allora, nel luglio del 2008, che per la prima volta il destino di queste telefonate e il faticoso iter del disegno di legge Alfano sulle intercettazioni incrociarono le loro strade.

LA CONSEGNA DEL SILENZIO
Il presidente del consiglio, dopo la pubblicazione della copertina de ''L'espresso'' (''Pronto Rai'', 26 giugno 2008) sul caso Saccà con l'audio delle prime telefonate (depositate e a disposizione delle parti, non più segrete) teme che anche le altre telefonate possano essere pubblicate. I suoi legali si precipitano a Napoli e alla vigilia dell'uscita del nuovo numero de L'espresso, con i palazzi romani che diffondono la voce di imminenti rivelazioni piccanti sul premier e le sue ragazze, Berlusconi tira giù l'asso: il 3 luglio minaccia un decreto legge per impedire la pubblicazione delle intercettazioni sui giornali.

Il presidente del consiglio inoltre annuncia che sarà ospite a Matrix e spiegherà al popolo italiano la sua posizione e le sue misure contro questa barbarie, che per inciso lo riguarda in prima persona. Oggi, con il disegno di legge sulle intercettazioni in votazione, è bene ricordare come nacque in quei giorni la grande voglia del presidente del consiglio di imbavagliare la stampa. In quelle calde giornate di luglio si svolge una partita nascosta alle spalle dei cittadini. La minaccia del premier sortisce effetto. Quando i suoi legali ottengono dalla Procura di Napoli rassicurazioni sulla distruzione delle telefonate ''imbarazzanti'', Silvio Berlusconi allenta la presa sulle norme per le intercettazioni.

I pm presentano la richiesta di distruzione delle conversazioni delle ragazze al Gip Luigi Giordano e Mentana resta a bocca asciutta. Silvio Berlusconi non si presenta in tv. Niente decreto, non serve più. Purtroppo però il Gip di Napoli fa saltare la tregua bilaterale. L'8 luglio si dichiara incompetente e non rinvia a Roma solo il fascicolo principale su Saccà ma anche quello ''scottante'' contenente le telefonate delle ragazze. A questo punto il timer del disegno di legge Alfano riprende a ticchettare all'impazzata. E subisce una nuova accelerazione quando la Procura di Roma a novembre del 2008 presenta la richiesta di archiviazione (anche quella segreta e anche quella distribuita alla stampa dalla Procura, solo nella parte meno imbarazzante per Berlusconi) contro Berlusconi e Saccà per il procedimento riguardante la corruzione dei senatori Nino Randazzo e Piero Fuda, eletti con il centrosinistra e corteggiati dal Cavaliere a suon di promesse, di poltrone e altro. Perché Berlusconi entra in ansia quando un altro procedimento si avvia verso la chiusura a suo favore?

Il fatto è che nelle carte dell'inchiesta sulla tentata compravendita dei senatori Randazzo e Fuda sono finite le telefonate che documentano i rapporti tra Silvio Berlusconi e una bellissima attrice trentenne che somiglia a Veronica Lario giovane: Evelina Manna. Berlusconi la raccomandava a Saccà e si giustificava dicendo che non lo faceva per sé ma perché aveva in animo di di usarla come moneta di scambio per convincere un senatore del centrosinistra a passare con il Popolo delle Libertà. Secondo i pm quel senatore, nelle parole di Berlusconi, poteva essere Fuda.

Teoricamente la povera e inconsapevole Evelina Manna sarebbe stata raccomandata per una particina in Rai ? secondo quello che lo stesso Berlusconi dice nelle telefonate con Saccà - non perché legata al Cavaliere ma perché sarebbe stata lo zuccherino per addolcire il senatore calabrese in bilico. Per smentire questa ricostruzione dei fatti, i pm hanno dovuto accertare i rapporti tra il senatore Fuda e Evelina Manna (inesistenti) ma soprattutto quelli (ben più stretti) tra Berlusconi e la Manna medesima. Nella richiesta di archiviazione depositata a novembre si chiarisce che la Manna era raccomandata perché interessava a Berlusconi, altro che Fuda. Proprio per documentare questa amicizia e per scagionare Berlusconi i pm hanno depositato alcune telefonate con la Manna. E, sarà un caso ma poco dopo la richiesta di archiviazione e l'uscita delle prime indiscrezioni sul suo contenuto, Silvio Berlusconi è rientrato in fibrillazione.

''Se pubblicano le mie telefonate'', dichiarava a dicembre sulle prime pagine dei giornali, ''io vado via dall'Italia''. Messaggi precisi agli investigatori che quelle telefonate non avevano ancora distrutto. Infatti i mesi passavano e la Procura di Roma continuava a tenersi questa patata bollente sul tavolo.Che fare? Se il procuratore capo Ferrara avesse inoltrato la richiesta di rinvio a giudizio già formulata a Napoli per Saccà e Berlusconi (evitando così di sconfessare i colleghi), il rischio della pubblicazione sui giornali del materiale ''scottante'' sarebbe stato molto elevato.

TRA PRIVACY E LEGGE
La toppa messa dalla Procura di Napoli a tutela della privacy del Cavaliere non era delle più solide. La distruzione delle telefonate tra Silvio Berlusconi e le ragazze era difficile da argomentare. La Procura proprio nel momento in cui chiedeva di processare il presidente del consiglio perché aveva chiesto a Saccà di violare i suoi doveri per fare avere alle sue protette un posto al sole, chiedeva di distruggere le telefonate delle medesime ragazze raccomandate?. Certo, lo scambio corruttivo, come sosteneva la procura di Napoli si perfezionava con la promessa dell'aiuto a Saccà in cambio della spintarella. Certo, non contava nulla - come spiegavano i pm napoletani- la ragione della raccomandazione.

Certo, il movente del Cavaliere, la causale del suo afflato doveva restare fuori dal processo. Che lui le raccomandasse (come sosteneva con scarsa convinzione con Saccà) perché avevano il padre malato, perché erano in uno stato di profonda prostrazione, o per altri motivi, ai pm non interessava. Purtroppo però poteva interessare ai giudici. Questa tesi, formulata per stendere un velo sulle motivazioni profonde del Cavaliere, alla fine non reggeva. Nella corruzione il movente non è importante per stabilire se c'è il reato, ma diventa fondamentale per determinare l'entità della pena. Se corrompo un funzionario pubblico per aiutare una ragazza che ha il padre malato avrò diritto a tutte le attenuanti del mondo. Se corrompo un incaricato di pubblico servizio per piazzare la mia amichetta, no. Ecco perché, in caso di richiesta di rinvio a giudizio, il gip avrebbe potuto e forse dovuto ordinare alla Procura di depositare tutte le telefonate dalle quali si poteva evincere il movente della raccomandazione di Silvio Berlusconi.

In particolare il velo era sottilissimo e anzi si era già strappato per Evelina Manna. Dei reali rapporti tra questa ragazza e Berlusconi, in fondo i pm romani erano stati costretti ad occuparsi per la vicenda Fuda. Cosa ostava a depositare le sue telefonate per dimostrare il vero movente della corruzione di Berlusconi verso Saccà? Per garantire la distruzione delle telefonate, insomma, non bastava chiedere al Gip il rinvio a giudizio per Saccà-Berlusocni e contestualmente la cancellazione del temibilissimo fascicolo delle ragazze. Solo una richiesta di archiviazione per il fascicolo principale avrebbe permesso di mandare al macero tutto. Ed è esattamente quello che è accaduto. La Procura di Roma ha chiesto di distruggere tutto. Non solo le telefonate delle ragazze.

Ma proprio tutte, anche quelle di Saccà con gli altri politici o con i membri del cda della Rai. Anche quelle nelle quali si parla dei contratti da sbloccare per Ida di Benedetto, compagna del membro del cda Rai Giuliano Urbani. Anche quelle nelle quali Saccà si impegna per aiutare la società di produzione del la moglie del capogruppo della Pdl Italo Bocchino. Anche quelle nelle quali Saccà discute con il membro dell'Autorità Garante delle Comunicazioni Giancarlo Innocenzi delle mosse da fare per convincere il senatore del centrosinistra Willer Bordon a lasciare la sua maggioranza.

Tutte queste telefonate, che L'espresso aveva segnalato nei suoi articoli, e che avrebbero meritato un attento esame, finiranno al macero. Tutte irrilevanti. L'ennesima dimostrazione di cosa significherà l'applicazione del bavaglio del disegno di legge Alfano (che vieta la pubblicazione degli atti ritenuti irrilevanti dalla Procura) quando si ha a che fare con pm, come quelli romani, così attenti a non pestare i piedi dei potenti.

Tutte le vicende scandalose relative alla Rai e all'Autorità Garante delle Comunicazioni agli intrecci perversi tra le attività politiche e aziendali di Saccà e di Innocenzi, raccontate da L'espresso, non sarebbero state mai pubblicate. Gli italiani non ne saprebbero nulla. Per ottenere questo mostro giuridico: l'azzeramento dell'indagine napoletana, la distruzione di tutte le intercettazioni, i pm Colaiocco e Racanelli hanno dovuto sostenere oltre alla mancanza della qualifica di incaricato di pubblico servizio per Saccà (nonostante la Cassazione dicesse il contrario), oltre alla mancanza del ''do ut des'' (nonostante la professione di ''contraccambio'' registrata sul telefono di Berlusconi) anche la mancanza di un atto contrario ai doveri di ufficio. In questo la Procura scavalca a destra anche la Rai, che pure era stata criticata per il suo lassismo.
Per l'azienda pubblica Saccà aveva violato i suoi doveri e il codice etico. Per i pm nulla da obiettare.

FUTURO RACCOMANDATO
Secondo i magistrati capitolini l'attività di selezione delle attrici delle fiction non è ''normativizzata''. La discrezionalità in questo campo sembra non trovare alcun limite. «L'assenza di una qualsiasi disciplina relativa all'attività di scelta delle attrici da sottoporre a provino nella produzione di una fiction unitamente all'esito negativo delle segnalazioni rendono incerta la natura dell'atto posto in essere dal Saccà». Pur di salvare Saccà e Berlusconi i pm Colaiocco e Racanelli arrivano a sostenere che le segnalazioni hanno avuto esito negativo, dimenticando il caso della fiction "Incantesimo".

Dove la Procura di Napoli aveva provato senza ombra di dubbio che un'attrice raccomandata da Berlusconi aveva preso la parte della povera Sara Zanier, una ragazza considerata più brava e bella da tutti i dirigenti, i produttori e i consulenti. Finché non era arrivata la telefonata da Arcore. Per la Procura di Roma, non c'è nulla di male. La scelta si fa in ''assenza di disciplina''. Se in futuro un alto dirigente volesse selezionare le attrici con in mano la lista delle raccomandate dei politici, sembra di capire che i pm romani non ci troverebbero nulla di male. Questo provvedimento spalanca davanti ai dirigenti della Rai e delle altre aziende privatizzzate una prateria di abusi.

Il Giudice per le Indagini Preliminari deve ancora pronunciarsi e potrebbe cancellare l'atto di Colaiocco e Racanelli. Le intercettazioni delle ragazze non possono ancora essere distrutte. Poco male. Il disegno di legge Alfano continua la sua strada. Deborah Bergamini, una parlamentare del Pdl molto vicina a Berlusconi, ha presentato un emendamento che prevede la galera per chiunque pubblichi le telefonate irrilevanti (secondo la Procura, non secondo il giudizio dei giornalisti e dell'opinione pubblica). Proprio come quelle che non fanno dormire Berlusconi.
(26 febbraio 2009)

giovedì 26 febbraio 2009

Legge sulle intercettazioni: parla Roberto Scarpinato (assolutamente da ascoltare, dura solo 6 minuti scarsi)

LEGGE SULLE INTERCETTAZIONI: IMPUNITA' PER I POTENTI, CENSURA PER LA STAMPA (tratto da società civile)

Parla Roberto Scarpinato: «Fanno tacere anche le macchine. Così nessuno potrà più conoscere quello che succede in questo Paese».


Il braccio a spinta della legge...

tratto da Beppe Grillo



Un auto su due della Questura di Milano è in officina per guasti o avaria. A Venezia mancano i soldi per la benzina. A Napoli e a Roma hanno iniziato a chiudere gli uffici. I poliziotti spingono le macchine durante gli inseguimenti o si mettono a correre più forte che possono. Siamo con le pezze al culo e pensiamo alle Grandi Opere Inutili e all'atomo dello psiconuke.

ADERIAMO NUMEROSI ALL'APPELLO DI ARTICOLO 21:No alla legge bavaglio. E se passerà faremo i giornalisti obiettori di coscienza


Per aderire all'appello di Articolo21 clicca QUI


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Articolo 21 lancia la campagna "Giornalisti obiettori di coscienza", e su Facebook il gruppo omonimo. E' un dato di fatto. Come i medici che hanno deciso di non denunciare gli immigrati senza permesso di soggiorno, noi giornalisti dobbiamo scegliere se violare il primo principio della professione, quello di raccontare la verità, diffondere quelle notizie che possono permettere ai cittadini, alle comunità, di essere informati fino in fondo su vicende di interesse collettivo, oppure se tradire quel principio e tradire noi stessi. Ma l'obiezione, se vi sarà la necessità di farla, ci deve vedere uniti. Noi che questa professione la facciamo, gli editori che hanno lo stesso compito, le associazioni di categoria, i sindacati, le associazioni dei consumatori, i Magistrati e tutte quelle forze sane del Paese che non sono disponibili ad accettare una legge anticostituzionale e che certamente prenderà schiaffi sia dalla massima Corte italiana che dall'Europa. Ed è doveroso conservare questa unità, lasciando da parte quel che avvenne nel passato e che portò ad un voto sulla legge Mastella che nel 2007 raccolse un sì trasversale eccetto sette coraggiosi che si astennero o uscirono dall'Aula. Nella sala dell'Fnsi, più preoccupati di allora, c'erano anche alcuni parlamentari che all'epoca quella scelta di protesta non la fecero. E questo è un segnale positivo, significa che la coscienza di una legge che vuole mettere il bavaglio è molto più forte di allora. E' necessario restare Uniti perchè non si può scendere a compromesso. Quella legge, deve essere stralciata oppure chi la voterà se ne assumerà completa responsabilità.

mercoledì 25 febbraio 2009

Il ddl sulle intercettazioni:"non è solo contro giudici e cronisti, ma in primo luogo colpirà il diritto ad essere informati dei cittadini"

Tratto da Micromega-online

Obiezione di coscienza contro la legge bavaglio


Vogliamo esprimere un pubblico ringraziamento alle associazioni dei giornalisti, dei cronisti, degli editori che hanno voluto manifestare in modo chiaro e netto la loro opposizione alla legge bavaglio sulle intercettazioni. Quella norma, liberticida e oscurantista, non è solo contro giudici e cronisti, ma in primo luogo colpirà il diritto ad essere informati dei cittadini. Si tratta di un vero e proprio assalto ai valori racchiusi nell’Art21 della Costituzione. Non sono in gioco i diritti di due professioni, e non sarebbe poco, ma si tratta di una grande questione democratica. L’obiettivo della maggioranza è quello di ridurre ulteriormente lo spazio pubblico di discussione e di informazione, requisiti indispensabili per poter scegliere liberamente e per poter votare in modo non inquinato.
L’alterazione dei controlli è una delle premesse per costruire quella repubblica presidenziale a reti unificate che da Licio Gelli in poi rappresenta una costante della destra berlusconiana.
Le norme sul diritto di cronaca, il carcere, le multe milionarie per gli editori, e soprattutto il divieto di pubblicare sino al dibattimento persino le notizie non secretate non sono principi negoziabili.
Al governo si può e si deve chiedere di stralciare queste previsioni, di ritirarle e di aprire un confronto con le associazioni del settore e con i magistrati altrimenti non resterà che contrastare la legge ovunque, in aula, nelle piazze, sui giornali, davanti alla corte costituzionale e al tribunale europeo. Tutte le strade possibili dovranno essere percorse con coraggio e con determinazione.
Per queste ragioni l’associazione Articolo 21, sul proprio sito e riprendendo anche una proposta qui avanzata da Marco Travaglio, ha deciso di lanciare una petizione per dire da subito che se e quando la legge bavaglio dovesse essere approvata (ovviamente speriamo di no) sarà doveroso utilizzare tutte le forme di lotta possibili compreso il ricorso all'obiezione di coscienza.
L’Ordine dei medici italiani ha già fatto sapere che ha chiesto ai propri associati di privilegiare il giuramento di Ippocrate rispetto alla norma che vorrebbe trasformare i sanitari italiani in delatori dei clandestini ammalati. Allo stesso modo sarà opportuno valutare, da parte delle associazioni dell'editoria e della comunicazione, la possibilità di invitare tutti i propri associati, editori, direttori, cronisti che siano a non accettare il bavaglio e a dare sempre e comunque qualsiasi notizia che abbia rilevanza sociale, come per altro prevede non solo la legge istitutiva dell’ordine dei giornalisti, ma anche l’Art21 della costituzione.

Giuseppe Giulietti

Il ddl sulle intercettazioni è stato bollato da 134 professori di diritto costituzionale come uno sfregio alla Costituzione repubblicana


di Nicola Tranfaglia

C’è da chiedersi perché il disegno di legge in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali approvato fin dal 13 giugno 2008 dal Consiglio dei Ministri resta ancora così come è davanti al parlamento e la destra vuole farlo approvare a colpi di maggioranza,se l’opposizione non cede.
Nato in un primo tempo come decreto d’urgenza e poi trasformato in disegno di legge in quanto, bollato da 134 professori di Diritto costituzionale come uno sfregio alla costituzione repubblicana, rappresenta con chiarezza il tentativo di ottenere dalle opposizioni il via libera per colpire nello stesso tempo i magistrati e i giornalisti e tornare alla legislazione degli anni trenta: fine della cronaca nera e silenzio per tutti i reati che possono dar fastidio al manovratore.
L’attacco netto che alla legge ha portato il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura Nicola Mancino votando a larga maggioranza con il Consiglio una disamina precisa del provvedimento resta come un monito inascoltato alla maggioranza attuale del parlamento e al governo Berlusconi.

E’ molto semplice nella sua architettura ma nessuno dei quotidiani più diffusi nel nostro paese lo ha illustrato compiutamente ai suoi lettori.
Eppure vale la pena rendersi conto di quel che significa per la vita sociale e il controllo di legalità nel nostro paese.

Intanto si afferma, modificando l’attuale legislazione, che il giudice ha l’obbligo di astenersi (cioè rinunciare al giudizio) “se ha pubblicamente rilasciato dichiarazioni concernenti il procedimento affidatogli”Quindi “è vietata la pubblicazione degli atti coperti dal segreto istruttorio o anche solo del loro contenuto”.
Inoltre “è vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto o nel contenuto, di atti di indagine preliminare nonché di quanto acquisito al fascicolo del pubblico ministero o del difensore, anche se non sussiste più segreto, fino a che siano concluse le indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza preliminare.”

I reati per i quali è consentita l’intercettazione sono delitti puniti con la pena dell’ergastolo o della reclusione al massimo a dieci anni; quelli di associazione per delinquere finalizzata alla riduzione in schiavitù, alla tratta di persone, all’acquisto e alienazione di schiavi, all’associazione mafiosa e ai reati collegati alla mafia, al sequestro di persone a scopo di estorsione, al terrorismo, al saccheggio, alla devastazione, alla strage, alla guerra civile, corruzione propria e concussione, reati di ingiurie, minaccia, usura, molestia o disturbo delle persone con il mezzo del telefono.
Mancano all’appello dei reati intercettabili quelli presenti oggi legati ai traffici di droga, armi ed esplosivi, oltrechè il contrabbando e quasi tutti i reati finanziari.
E ci sono due forti limitazioni a intercettare: ci vuole un intervento del tribunale in composizione collegiale per autorizzare il giudice. E il tempo consentito non può superare i tre mesi.Inoltre non si può iniziare l’intercettazione se non sono presenti gravi elementi di colpevolezza.E se il colpevole non è stato ancora individuato,non se ne fa nulla.

I giornalisti, come i magistrati, sono colpiti direttamente con multe e carcerazione (da 1 a tre anni di carcere) se violano le nuove norme.

Risultano, con estrema chiarezza, le conseguenze di una legge simile se verrà approvata nell’attuale formulazione.

La prima è che tre mesi, rispetto all’esperienza accumulata non solo in Italia ma in tutto il mondo occidentale, spesso non sono sufficienti per rendersi conto del crimine che si sta commettendo. In molti casi, anche recenti, è stato necessario intercettare per un anno o più i soggetti dell’attività criminosa.

La seconda è che l’elenco dei reati è limitativo sia perché restano fuori fattispecie criminose di notevole allarme sociale sia perché, quasi sempre, da reati minori si arriva alla conoscenza di quelli maggiori.
Basta pensare al caso della clinica di Milano in cui si è partiti dal sospetto di truffa nei confronti dell’ASL milanese e, intercettando, si è giunti alla scoperta di omicidi di pazienti verificatisi nell’istituto sanitario indagato.
Lo stesso problema si verifica per le indagini sulle associazioni mafiose in cui si parte a volte da truffe e furti che sembrano delitti comuni e si arriva, approfondendo l’indagine, agli omicidi mafiosi.

La terza conseguenza prevedibile è la reazione dei mezzi di comunicazione di fronte a una legislazione come quella prevista dal disegno di legge Alfano-Ghedini (né si sa, ancora tra i due, chi sia davvero il ministro).
Le pene previste per magistrati e giornalisti hanno una doppia funzione: da una parte impediscono a giornali e televisioni di parlare della scoperta dei reati compiuta dalla polizia e dai giudici se non quando le indagini sono finite, dall’altra sono limitate a poche ipotesi di reato .
Il risultato è l’ abolizione, pressoché completa, della cronaca nera sulle testate del nostro paese e in questo modo si riproduce fedelmente la legislazione adottata dal regime fascista dopo il suo consolidamento nel 1925.

Vogliamo vedere quali sono i reati esclusi dalle possibili intercettazioni della magistratura? L’elenco è impressionante: truffa, violenza sessuale, violenza in famiglia, diffusione di materiale pedopornografico, corruzione di minorenne, ricettazione, rapina, estorsione, furto in appartamento, scippo, spaccio di droga, incendio boschivo, ricettazione, calunnia, reati ambientali, omicidio colposo e falsa testimonianza.

C’è un ultimo punto da sottolineare: la propaganda di governo ha dipinto le intercettazioni come una spesa enorme del Ministero della Giustizia, addirittura un terzo del suo bilancio.
Ma si tratta di una notizia palesemente infondata perché siamo invece all’O,7 per cento di quel bilancio.
Inoltre in Francia dove le intercettazioni non sono minori che in Italia (riguardano circa 20mila soggetti all’anno come nel nostro paese) il Ministero della Giustizia spende meno che nel nostro paese giacchè chiede, e ottiene dalle compagnie telefoniche che sono concessionarie dello stato, di non pagare i canoni relativi.
Non si capisce perché questo non avvenga in Italia dove la situazione è del tutto simile.

Insomma,si vuol adottare una legislazione che sottrae ai giornalisti la possibilità di segnalare ai cittadini l’allarme sociale di gravi reati e, nello stesso tempo, ai giudici si toglie la possibilità di indicare alle classi dirigenti quel che sta succedendo nel paese perché adottino le misure conseguenti.

E’ a questo che vogliamo arrivare?

L’associazione dei giornalisti tedeschi (DJV) conferisce il premio per la libertà di stampa a Marco Travaglio



Tratto da Italia dall'estero...come ci vede la stampa estera, 24 febbraio 2009

[DJV]

Libertà di stampa

I sette membri del consiglio direttivo federale della DJV, l’associazione dei giornalisti tedeschi, quest’anno hanno assegnato il premio per la libertà di stampa al giornalista e autore italiano Marco Travaglio.

Michael Konken, presidente federale della DJV, ha motivato la decisione dichiarando: “Assegnamo il premio a Marco Travaglio, un collega che si è contraddistinto per il coraggio critico e l’impegno dimostrato nel combattere per la libertà di stampa in Italia.”

Travaglio ha saputo denunciare pubblicamente i tentativi dei politici italiani, in particolare di Silvio Berlusconi, di influenzare il lavoro dei media e di ostacolare lo sviluppo di un giornalismo critico. Le critiche di Travaglio si sono orientate anche ai colleghi italiani con lo scopo di incoraggiarli a non sottomettersi alla censura. “Il premio della DJV per la libertà di stampa è il riconoscimento più adatto a Marco Travaglio,” ha dichiarato Konken. “Travaglio deve dare coraggio ai giornalisti italiani affinché possano svolgere la loro funzione di vigilanza e non cadano vittima di intimidazioni”.

Il premio della DJV per la libertà di stampa consiste in 7.500 Euro e sarà conferito a Marco Travaglio a Berlino alle 18:30 del 28 aprile 2009 presso il Palazzo della Bundespressekonferenz (ufficio stampa federale). I rappresentanti dei media sono invitati a partecipare alla cerimonia.

Con questo premio la DJV onora personalità o istituzioni che si impegnano in prima persona in battaglie per il mantenimento e la creazione della libertà di stampa. I precedente vincitori sono stati il giornalista serbo Miroslav Filipovic, la giornalista russa Olga Kitowa e la redazione del giornale “Berliner Zeitung”. Filipovic ha ricevuto il premio per aver scoperto i crimini di guerra serbi in Kosovo, Kitowa è stata premiata per la sua difficile battaglia contro la corruzione in Russia e la redazione del “Berliner Zeitung” per l’impegno dimostrato nel difendere la libertà di stampa in Germania e l’indipendenza editoriale da Mecom Group, la casa editrice che l’ha rilevata.

[Articolo originale]

martedì 24 febbraio 2009

Il discredito dell’Italia

articolo di Carlos Nadal-para La Vanguardia, Barcelona-22 febbraio 2009
(tratto da Liberacittadinanza.it)

Le dimissioni di Veltroni come capo dell’opposizione riconfermano sempre più Berlusconi nel godimento del potere (traduzione dallo spagnolo di José F. Padova)

L’Italia va male. Le cifre della disoccupazione, della produzione, del deficit sono negative. Si attivano invece i bassi istinti della xenofobia. In compenso, per Berlusconi le cose vanno bene. Questo visibile contrasto dà la misura di un evidente degrado nazionale. Non soltanto economico, ma ugualmente politico. E, in fondo, morale. È una significativa coincidenza che nello stesso mercoledì scorso, mentre la stampa pubblicava la rinuncia di Walter Veltroni come capo del Partito Democratico, e quindi dell’opposizione, sui media compariva la notizia che un tribunale di Milano ha condannato l’avvocato britannico David Mills a quattro anni e sei mesi di carcere per aver accettato una mazzetta di 600.000 dollari allo scopo di prestare falsa testimonianza a favore di Berlusconi per atti commessi negli anni ’90.

Da una parte il Cavaliere assiste compiaciuto alla sostituzione del capo e conseguente tracollo del principale componente dell’opposizione, il Partito Democratico. Dall’altra, contempla, indenne, quanto l’avvocato Mills, che fu indotto a commetterlo mediante il pagamento sottobanco precedentemente fattogli dal Cavaliere , paghi con pena considerevole il suo delitto di falsa testimonianza [ndr.: e corruzione].

Dal muro di protezione il capo del governo partecipa come un tranquillo spettatore ai due eventi. Esce fortemente rafforzato nel suo potere per l’autodistruzione dell’opposizione parlamentare del centrosinistra. E vede un grave fatto giudiziario, nel quale dovrebbe rimanere coinvolto, risolversi senza danneggiarlo neppure minimamente. Nel primo caso, Berlusconi non ha avuto bisogno di muovere nemmeno un dito. È stato lo stesso capo del principale partito d’opposizione che gli ha servito su un vassoio la propria testa, come un san Giovanni Battista che si fosse decollato da sé per offrirla a Erode.

E neppure la condanna a carico di Mills lo sfiora, perché si prese cura molto tempo fa di fare approvare dal Parlamento una legge che concede l’impunità alle quattro più alte cariche dello Stato: il Presidente della Repubblica, il primo ministro e i presidenti di Camera e Senato.

Pochi giorni fa abbiamo finito di assistere allo spettacolo deplorevole di come il Capo del governo italiano ha manipolato indecorosamente il delicato caso di Eluana Englaro, la donna che si trovava da 17 anni in condizioni di coma irreversibile, assistita artificialmente. Berlusconi si intromise nel dibattito sulla legittimità di toglierle nutrizione e idratazione, per porre fine a una situazione totalmente patetica e in molti sensi disumana. Berlusconi lo fece mediante un decreto urgente che pretendeva passare sopra al criterio espresso chiaramente dal Tribunale Supremo, che stabiliva essere lecita l’interruzione dell’alimentazione forzata a Eluana. Pretendendo di conseguenza di privare di validità il veto frapposto dal presidente della Repubblica, Giorgio Napoletano, contro il decreto governativo. Si trattava di sfruttare a favore del Cavaliere il movimento emozionale contro l’eutanasia e di collocarsi al fianco della Gerarchi cattolica e vaticana. Era un giocare senza scrupoli con sentimenti e convinzioni di grande radicamento, con la prospettiva di ultima istanza di andare a una riforma costituzionale che riduca i poteri del Presidente della Repubblica e stabilisca un regime presidenziale nella persona del Capo dell’Esecutivo, naturalmente Silvio Berlusconi.

Il Cavaliere conseguirà o no questo risultato. Però per ora gli si apre la via verso la permanenza senza ostacoli nell’uso del potere. Il popolo italiano lo vota con maggioranza. Lo fece nelle elezioni generali dell’aprile 2008, nelle amministrative parziali del Friuli Venezia Giulia e Foggia e nelle municipali di Roma e Brescia; in Sicilia, Trento e negli Abruzzi; e ultimamente in Sardegna, causando le dimissioni di Walter Veltroni.

Che succede in Italia? Perché vi è questo favore elettorale verso colui che ha ammassato, Dio sa come, la maggiore ricchezza del Paese, il personaggio che è sfuggito in numerose occasioni alla giustizia, sottraendosi reiteratamente all’obbligo di dimostrare la propria innocenza, il provocatore, il disinvolto populista che maneggia la pubblica opinione servendosi della proprietà dei principali mezzi audiovisivi di comunicazione?

Evidentemente le divisioni e debolezze dell’opposizione sono clamorose. Il suo partito principale, attualmente il Partito Democratico, proviene, nel suo nucleo principale, dall’antico e potente Partito Comunista ed è passato attraverso un lungo e continuo processo di purificazione e metamorfosi con il successivo cambio di sigle, come se non trovasse una collocazione sicura, perdendo in ogni cambio molti dei suoi motivi di credibilità. Diverse correnti, eredi del grande Partito Comunista originario o provenienti dai resti di ciò che fu la Democrazia Cristiana (DC), costituiscono importanti gruppi di opposizione minoritaria e pure in perpetua discordia.

Tuttavia il motivo per il quale Berlusconi ha raccolto in definitiva i vantaggi dell’alluvione che seguì all’operazione giudiziaria Mani Pulite, di fatto il seppellimento di un regime, occorre cercarlo in qualcosa di più profondo, nella miscela generalizzata di scetticismo, cinico realismo e degrado progressivo di una scala di valori affidabili, in un’Italia che si sta trasformando nell’anello screditato dell’Unione Europea.

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Il nucleare è il passato eBerlusconi dovrebbe occuparsi del futuro del paese e non del futuro degli amici che parteciperanno al banchetto del nucleare

Tratto dal blog di Carlo Costantini, IDV

Nucleare: la strategia dei perdenti


Ieri il Ministro dell'elettricita' iracheno Karim Wahid ha chiesto collaborazione alla Francia per la costruzione di centrali nucleari sul proprio territorio.

Oggi tocchera' a Berlusconi ed a Scajola, che firmeranno sempre con la Francia un accordo di cooperazione sull'energia nucleare.

Mentre gli Stati Uniti d'America si accingono ad abbandonare il nucleare e ad investire tutte le risorse disponibili sulle fonti rinnovabili e sul risparmio energetico, dando inizio ad un cambio di strategia che a breve sara' seguito dalla stragrande maggioanza dei paesi piu' industrializzati del mondo, Cina inclusa, Berlusconi costringe l'Italia e gli italiani a compiere una scelta diametralmente opposta, esattamente come l'Irak.

Diranno che servira' a restituire competitività' alle imprese italiane, che negli anni hanno effettivamente pagato l'energia ad un prezzo superiore a quello pagato dalle imprese che producono in Paesi che hanno esercitato l'opzione nucleare.

Ma non diranno a nessuno che tra circa 10 anni, una volta completato il gigantesco affare legato alla costruzione delle centrali nucleari e prima ancora della loro entrata in funzione, ogni potenziale beneficio risultera' completamente azzerato.

Avremo semplicemente sostituito la nostra dipendenza dal petrolio con la dipendenza dall'uranio, il cui prezzo si e' decuplicato negli ultimi anni, a causa di una ormai cronica insufficienza delle estrazioni, che recentemente ha costretto gli stessi francesi a rifornirsi da vecchie testate nucleari sovietiche smantellate.

Avremo sottratto miliardi di euro agli investimenti sulle energie rinnovabili e sul risparmio energetico, che sulla base di valutazioni operate da esperti di tutto il mondo, generano per ogni miliardo di investimento pubblico due miliardi di investimento privato e determinano, rispetto allo stesso importo investito per la realizzazione di una centrale nucleare, la produzione del doppio di energia elettrica.

Avremo accumulato altri 10 anni di ritardo sulle nuove tecnologie rispetto a paesi come la Germania, il Giappone, gli Stati Uniti d'America e la stessa Cina, che hanno invece investito o che hanno deciso di investire seriamente sulle energie rinnovabili.

Avremo perduto l'unico beneficio che questi anni di sacrifici del nostro sistema produttivo ha lasciato in eredita' alle nuove generazioni: quello di non doversi fare carico dei costi giganteschi necessari per lo smaltimento delle scorie e lo smantellamento dei siti dei quali sono costretti a farsi carico i contribuenti francesi.

Avremo costretto le popolazioni dei territori che ospiteranno i siti a vivere nelle stesse condizioni dei cittadini francesi che negli ultimi anni hanno convissuto con una serie innumerevole di incidenti.

Il nucleare e' il passato; le energie rinnovabili ed il risparmio energetico sono il futuro.

E piuttosto che del futuro delle sole poche imprese amiche che parteciperanno all'immenso banchetto del nucleare in Italia, Berlusconi dovrebbe occuparsi, come Barak Obama, del futuro di tutto il paese.

lunedì 23 febbraio 2009

"Vietato nominare i magistrati, fuorché per insultarli."

tratto da L'Unità.it

Zorro di Marco Travaglio

Premio Bancarotta 2009

Negli Usa l’Fbi scatena contro i bancarottieri la stessa caccia all’uomo che noi riserviamo ai rumeni. Anche perché da noi, per scovare i bancarottieri e i loro amici, bisognerebbe rastrellare il Parlamento e Palazzo Chigi.

Ieri i giornali italiani dedicavano ampio spazio alla cattura del miliardario texano Allen Stanford, ma nascondevano il rinvio a giudizio del presidente Fininvest, Fedele Confalonieri, e del neosenatore Pdl Alfredo Messina, per favoreggiamento dell’ex sondaggista berlusconico Luigi Crespi, protagonista di una bancarotta da 40 milioni.

Corriere e Stampa: 30 righe.
L’Unità: 20.
Repubblica: 10.
Il Giornale: 0.
Tg Unico Raiset: silenzio di tomba.

Così la stampa si prepara, anticipandola, all’estinzione della cronaca giudiziaria disposta dal governo.

Intanto Il Giornale della ditta, a pag. 1, benediceva il divieto prossimo venturo per i giornalisti di pubblicare i nomi dei magistrati. E se la prendeva col sottoscritto, reo di aver associato al piano della P2 «l’obbligo dei magistrati alla riservatezza».
Questi signori non solo non sanno scrivere, ma neppure leggere: io ho scritto che già nel piano P2 (1975) c’era il divieto per i giornalisti di nominare i magistrati. Il bello è che a pag., 13 lo stesso Giornale pubblicava le foto e i nomi di tre magistrati milanesi, Ichino, Greco e Davigo, accusandoli di aver aggiustato un processo («Sentenza precotta, il pool si autoassolve»). Cosa che non avrebbe potuto fare se fosse già stato in vigore il divieto difeso a pag. 1.

Ma si potrebbe sempre emendarlo: vietato nominare i magistrati, fuorché per insultarli.

domenica 22 febbraio 2009

Firmiamo numerosi il seguente APPELLO: richiesta di scuse formali del Governo italiano ai familiari delle vittime della dittatura argentina



Siamo a 600 firme (23/02 h. 21.35 ) con altre in arrivo. Si è parlato dell'appello anche a Radio Popolare. Forza!!

Noi firmatari di questo appello, come cittadini italiani esprimiamo profondo sdegno per le parole inadeguate e offensive che il premier Silvio Berlusconi ha pronunciato nei confronti delle vittime della dittatura argentina. La battuta : " erano belle giornate, li facevano scendere dagli aerei..." suona come un insulto alla memoria delle vittime dei voli della morte, l'infame pratica dei militari argentini che gettavano nelle acque del Rio della Plata dagli aerei in volo gli oppositori politici al loro regime ancora vivi e addormentati.

E' doveroso pertanto un atto di scuse formali da parte del Governo italiano ai familiari di tutte le vittime della dittatura, che potrebbe concretizzarsi nella ratifica da parte dell'Italia della Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate.

Inviare le adesioni a:
la lista dei nomi dei firmatari verrà aggiornata sul sito di Annalisa Melandri man mano che giungeranno le adesioni

Cara Sonia a nome di tutti gli italiani onesti accetta la proposta di Di Pietro e racconta all'Europa che cosa succede in Italia

La nostra bandiera, (articolo tratto dal sito di Salvatore Borsellino)

Scritto da Salvatore Borsellino - Benny Calasanzio
Domenica 22 Febbraio 2009 15:46


Ricevo da Benny Calasanzio una sua lettera aperta nella quale invita Sonia Alfano ad accettare la proposta che gli è stata offerta da Antonio Di Pietro per una candidatura alle elezioni europee come indipendente nella lista di Italia dei Valori.
Non mi limito a pubblicarla, voglio anche aggiungere un mio invito pressante a Sonia, con la quale ho condiviso e continuo a condividere, insieme a Benny Calasanzio, tante battaglie ed incontri in tutte le città d'Italia, dovunque qualcuno ci chiama a gridare la nostra rabbia e la nostra voglia di Verità, di Libertà e di Giustizia, percè accetti di combattere questa nuova battaglia.


Sonia, lo sai, siamo soli e pochi. Tanti in Italia ci appoggiano e condividono le nostra lotte, ma enorme è la massa degli indifferenti e degli assuefatti, dei rassegnati a chinare la testa sotto questo nuovo regime che ci sta togliendo tutto, la libertà, la stessa memoria, la democrazia, la nostra Costituzione, la solidarietà, tutti i valori in cui abbiamo sempre creduto.
Noi continueremo sempre a combattere, fino all'ultimo, ma la nostra voce viene nascosta, le nostra manifestazioni occultate, cercano in ogni modo di discreditarci e di sminuire la nostra azione, la stampa ci oppone un ostrracismo compatto e, quando necessario, velenoso.
In Parlamento, tranne quello, seppur episodico, di Di Pietro, non abbiamo nessun riferimento, l'opposizione è sparita, disfatta dalla voglia di un dialogo che altro non è che supino e cieco asservimento e dalla necessità di un aiuto per occultare non i suoi scheletri, ma i cadaveri ancora caldi che nasconde dentro i suoi armadi.
La tua voce potrà risuonare, franca e dura, nel Parlamento europeo come risuona negli incontri che facciamo in tutta Italia, ma con una possibilità mille volte più grande di essere ascoltata e di farci ascoltare.
In Italia il nostro paese è allo sbando, abbiamo bisogno di un aiuto in Europa, dobbiamo aprire un nuovo fronte di battaglia ed è tuo dovere essere lí a combattere.
Se avessi trenta anni di meno lo farei io, ma servono dei giovani e tu lo sei e hai anche tutta la forza e il coraggio che sono necessari.
Vai e porta con te la nostra bandiera.

Salvatore Borsellino


Cara Sonia, questa mia lettera è scritta per convincerti a sciogliere la riserva sulla tua candidatura alle elezioni europee come indipendente nelle liste dell'Italia dei Valori.
Giorni fa mi avevi confidato di questa proposta che avevi ricevuto, e io, senza lasciarti finire di parlare ti dissi di accettare immediatamente e che ero entusiasta; ti dissi di non pensarci su.
Oggi, mentre ancora tu hai qualche remora, io ti chiedo di confermare e ufficializzare la tua candidatura al più presto in modo tale da cominciare subito a lavorare.
Vedi cara Sonia, durante le nostre conferenze, durante gli incontri con le migliaia di giovani, abbiamo sempre esaltato il nobile impegno della politica svolto con intransigenza e onestà; abbiamo parlato indignati dei politici collusi che governano il paese, ma abbiamo ribadito quanto la politica abbia bisogno di persone estranee a quel sistema, persone libere che non debbano rendere conto a nessuno eccetto che agli italiani, e non come dice un grande ignorante del bene pubblico, solo ai propri elettori.
Credo che tu sia in assoluto la persona più adatta oggi ad andare a Strasburgo a portare le nostre istanze, di noi familiari delle vittime della mafia (preciso di noi associati, onde evitare che qualcuno si risenta…) e di tutti quei ragazzi e ragazze che in te hanno una fiducia cieca e ferrea, per il semplice motivo che te la sei guadagnata.
Tu porterai in Europa il messaggio di declino e distruzione della democrazia che è in atto in Italia e lo farai per noi con le stesse parole che usi da quando la mafia ammazzò tuo padre.
La tua presenza tra i candidati indipendenti del partito di Di Pietro porterà l'ex pm a ripensare e migliorare alcuni meccanismi del suo partito che ancora lasciano a desiderare e che lo renderanno definitivamente l'unico partito italiano attendibile e soprattutto, farebbe bene a capirlo, lo ripagheranno in termini di consensi portandolo al livello del morente Pd, che forse oggi finalmente paga i vari Crisafulli, Carra ecc..
Tu sarai garante di questo cambiamento, e conoscendoti come una sorella so che il fallimento è una parola che non conosci e da cui terrai lontano anche noi.
Ti chiedo, se gli altri familiari della nostra associazione saranno d'accordo, di rimanere comunque e in ogni caso presidente dell'Associazione dei familiari delle vittime di mafia, sia da candidata che da parlamentare.
Cara Sonia, tu conosci l'Italia e conosci la Sicilia, hai girato la maggior parte delle scuole italiane, e hai perfetta coscienza di quali sono le emergenze: serve una persona forte che racconti all'Europa cosa accade in Italia e lo faccia nella nostra "lingua".
Accetta Sonia.

Benny Calasanzio