Scritto da Simone Pomi
Quando si parla di stampa internazionale, il primo nome che si ricorda, se si nomina Silvio Berlusconi, è l’Economist. Quando scrive dell’Italia, e in specifico quella di questi ultimi 15 anni, agli occhi di noi italiani sembra essere molto schierato, forse anche sospinti dall’ironica storpiatura del nome (”Ecomunist“), inventata dallo stesso Cavaliere. Il settimanale britannico, nato come portavoce del liberismo, in tutti i suo 166 anni di storia non ha mai mantenuto una posizione partitica invariata, come in Inghilterra dove ha sostenuto sia conservatori che laburisti, e ugualmente in America con i candidati repubblicani e democratici . Quando invece escono i suoi articoli sul Belpaese, in molti ormai sanno già dove andrà a parare: il premier Silvio Berlusconi. Nel corso degli anni non è stato sempre così, infatti l’Economist si è occupato anche all’esecutivo guidato da Romano Prodi. Ricordiamo ad esempio nel 2001, quando egli era presidente della Commissione Ue, e l’Economist raccontava come non s’era mai visto un alto dirigente europeo così impreparato sui dossier. Charlemagne(nome della rubrica europea) faceva notare come alle riunioni di Bruxelles, Prodi fosse solito schiacciare un pisolino. Nel 2006 , il settimanale definì “specchietti per le allodole” le manovre di Padoa Schioppa, tanto da ricevere il plauso degli On. Gasparri e Sacconi. Nel 2007 preannunciò la caduta del Governo a metà legislatura, e nel gennaio 2008 lo criticò fortemente per la questine spazzatura a Napoli. “Il Giornale” (di proprietà della famiglia Berlusconi) riportò l’articolo ed esordì dicendo:
Pubblichiamo l’articolo intitolato «Spazzatura a Napoli: vedila e poi muori» che il prestigioso settimanale britannico «The Economist» dedica all’emergenza rifiuti in Campania.
Il rapporto tumultuoso con Berlusconi, che in Italia viene da tempo utilizzato come accusa di faziosità nei confronti di questo settimanale, iniziò nel 1994, dopo che l’indagine di “Mani Pulite” toccò le aziende del Cavaliere. L’Economist infatti all’epoca chiese le sue dimissioni. L’articolo “An Italian story“, pubblicato il 26 aprile 2001 a ridosso delle elezioni politiche, fu il capostipite di una lunga lista di scritti contro l’attuale premier. I temi trattati erano molti, i problemi con la giustizia, l’impero economico e mediatico, il conflitto d’interessi, l’amicizia con Craxi, le società off-shore e la P2, per concludersi con le domande sulla provenienza dei suoi capitali e i presunti contatti con Cosa Nostra. Il titolo “Why Silvio Berlusconi is unfit to lead Italy” (Perché Silvio Berlusconi è inadeguato a guidare l’Italia) esposto in copertina ne era l’emblema. Anche dopo la nuova vittoria nell’aprile del 2008, l’opinione del settimanale inglese nei confronti di Berlusconi non è mutata, infatti l’articolo «Mamma mia», pubblicato il 21 aprile, sottolineò evidenti perplessità:
«Quando lui suggerisce che i magistrati dovrebbero essere sottoposti a controlli di salute mentale, o quando uno dei suoi più vicini associati, un senatore che fa ricorso contro un processo per associazione con la Mafia, dice che un assassino condannato era un eroe (Mangano n.d.r.), ci sono buone ragioni per argomentare che il Sig. Berlusconi non dovrebbe guidare il suo paese».
Le critiche dall’Economist si sono susseguite per un lungo periodo, e i titoli di altri suoi articoli ne sono l’esempio: “Berlusconi si Trastulla, l’Italia brucia“, del luglio 2008 o i piu recenti “Deplorevole Berlusconi” e “La Berlusconizzazione dell’Italia” pubblicati addirittura lo stesso giorno, il 30 aprile 2009. In Italia non sono mancate le prese di posizione con risposte e accuse a questo settimanale. Una di queste fu la querela fatta da Berlusconi, con una richiesta di risarcimento per 1 milione di euro (circa 2 miliardi di lire dell’epoca) , due mesi dopo la pubblicazione di “An Italian story“. Processo risolto solo nel settembre scorso, dopo 7 anni, quando il Tribunale di Milano ha rigettato ogni accusa, mettendo a carico dell’accusatore anche le spese processuali.
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La stampa italiana molte volte non sa darsi una risposta del perché di questo surreale accanimento nei confronti del premier, forse “dimenticandosi” che nel resto del mondo questa professionalità ed etica del lavoro del giornalista è parte integrante della normale routine. Il Foglio nel 2006, intervistò il nuovo direttore John Micklethwait, subentrato dopo i 13 anni di Bill Emmott, il quale alla domanda sull’Italia rispose cosi:
«Non sono la persona adatta a dare un giudizio sulla situazione italiana [...] ma non c’è dubbio che il problema del conflitto d’interessi sia enorme».
Il suo direttore, Giuliano Ferrara, in un editoriale del 2008, scrisse di «solita filastrocca» e di «neurotic obsession» da parte del settimanale britannico, in risposta ad un editoriale molto pungente in cui si parlava di «Poor Italy» (Povera Italia) e di un probabile ritorno di Berlusconi . Un altro quotidiano, «Il Riformista» nel 2004 accusò il settimane britannico di avere un’interesse specifico nell’attaccare il Cavaliere:
«Non sarà forse che il gruppo Pearson, azionista di controllo dell’Economist, ce l’ha con Mediaset, magari perché il Biscione, che ha la maggioranza della spagnola Telecinco, si oppone alla vendita di un pacchetto azionario detenuto dalla Dresdner Bank agli inglesi? O è tutta opera di Tana De Zulueta, l’ex corrispondente da Roma del settimanale britannico, che oggi siede come senatrice nei banchi dei Ds? Oppure, come ripetono dalla Fininvest, non si tratta che di «materiale di importazione» in cui si riconoscerebbero le «tesi colpevoliste» dei «professionisti dell’informazione ideologizzata specializzata in anti-berlusconismo?»
L’allora direttore Emmott, nello stesso articolo rispose che «le decisioni editoriali non furono mai discusse con i suoi azionisti, incluso il gruppo Pearson e che egli aveva tutto il diritto di prendere le sue decisioni in piena autonomia» aggiungendo anche che era la normalità lavorare con fonti italiane, e chiarendo che comunque l’inchiesta fu interamente gestita da Londra.
Anche il New York Times rimase molto sorpreso dal rapporto burrascoso tra il premier e la stampa che lo critica, e a tal proposito, in un articolo di Rachel Donadio del dicembre scorso, chiedeva come mai il «Presidente del Consiglio italiano, che governa con una maggioranza solida, controlla la Rai, la televisione di stato, e possiede il principale gruppo televisivo privato del Paese [...] continui a rispondere alle critiche dei giornalisti non in televisione o sui giornali ma con querele?»
L’articolo chiariva che in Italia non era un’abitudine circoscritta al solo premier, citando come esempio la querela di Massimo D’Alema ad un vignettista nel 1999. In quest’articolo viene intervistato anche David Lane, corrispondente italiano dell’Economist. Lane sottolinea però la differenza quando l’accusa in un processo è Berlusconi. Secondo il giornalista «a fare la differenza è il fatto che lui è il politico più potente e l’uomo più ricco della nazione e che il controllo dei media lo mette in una posizione di massima forza» e che sarebbe tentato dal togliere dal suo ultimo libro (Into the Heart of the Mafia – A Journey through the Italian South) i riferimenti al Cavaliere, spiegandosi cosi: «Non si vincono medaglie con l’essere querelati da Berlusconi» e sono «stufo di spendere i suoi soldi». L’ultima querela ricevuta infatti, quella per il libro “L’ombra del Potere”, è ancora in attesa di essere discussa in tribunale. Questo metodo lo descrive molto semplicemente anche Alexander Stille. Il giornalista americano è convinto «che lo scopo di queste querele non sia vincere la causa, ma soprattutto di intimidire i giornalisti e gli altri operatori dell’informazione, facendo presagire un lungo e costoso processo se scriveranno qualcosa di negativo. Ognuna di queste cause può influenzare i comportamenti di altri 100 giornalisti».
Probabilmente neanche lo stesso Stille si sarebbe aspettato un’educazione cosi radicalmente diffusa in Italia, ripensando in specifico alla sua America dove un atteggiamento del genere verrebbe visto come un silenzioso e penitente atto di sottomissione dei mass media. L’abitudine alle critiche e ultimamente anche alle sole domande, non fa parte nel nostro Dna politico. Lo dimostrano anche i fatti di questi giorni, quando il quotidiano Repubblica ha pubblicato 10 quesiti che il Cavaliere non ha mai voluto rispondere in merito alle incongruenze sul “Caso Papi-Veronica-Noemi-Berlus
Porre domande a un leader politico, per un giornale, è non solo legittimo ma parte della missione di informare. E la distinzione tra vita pubblica e vita privata, nel caso Berlusconi, non si può fare, è stato lui per primo a fondere le due cose.
L’Economist sotto la sua guida è diventato il primo periodico globale del mondo. Trarne qualche insegnamento sarebbe il primo passo verso la normalità. Gli ultimi 15 anni sono stati una lunga e assillante lezione di giornalismo, ma nonostante questo, l’Italia è finita amaramente tra i paesi con una stampa parzialmente libera.
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La stampa estera scatenata sugli scandali del premier
Scritto da Diego Tomasoni – 1 luglio 2009
Non vi sono dubbi: la stampa internazionale non ha particolari scrupoli o conflitti di interesse che limitino la sua obiettività, e per tal ragione, quando porta alla luce fatti e testimonianze, si dimostra sempre molto più efficiente e determinata di quella casereccia, adagiata sui dettami del “politically correct” e prona nell’assecondare il leader di turno. Solo poche settimane fa discutevamo in queste pagine di come, nel corso degli ultimi 15 anni, la stampa estera avesse riposto particolare interesse sulla tumultuosa e per certi versi oscura carriera politica dell’attuale Premier italiano. In questi giorni, dopo che nelle scorse settimane alcuni scandali sessuali hanno coinvolto il Presidente del Consiglio, i giornali stranieri si stanno mobilitando per documentare, senza nascondere lo stupore, l’evolversi degli eventi in una democrazia italiana sempre più sotto il fuoco delle critiche e dello sdegno internazionale.
L’Independent di Londra ha scritto: «Allo stesso modo, confrontato da una serie di scandali interni che farebbero imbarazzare l’imperatore Tiberio, il primo ministro italiano sale sul palcoscenico mondiale, oggi annunciando il programma del G8, poi partendo per la Libia dove incontrerà Gheddafi, quindi la settimana prossima ospitando il presidente Obama e gli altri leader del G8 all’Aquila. Voci in patria e all’estero si chiedono se i suoi problemi interni diminuiranno la sua capacità di affrontare importanti questioni globali».
L’Economist dichiara senza mezzi termini che Il Presidente del Consiglio italiano conduce una campagna contro i mezzi di informazione stranieri, aggiungendo che «Ha tutto il potere che può derivare da un grande patrimonio personale, ampie partecipazioni nei media e nell’editoria, controllo sulla televisione commerciale così come influenza sull’emittente pubblica. Il 13 giugno ha fatto appello agli imprenditori italiani affinché non comprassero spazi pubblicitari sulle testate interne critiche (contro l’operato del governo n.d.r.)».
Il Times ci è andato giù ancora più pesante avanzando un’ipotesi tutt’altro che infondata. Il presidente del Consiglio potrebbe essere chiamato a deporre proprio durante il G8 per l’indagine su Giampaolo Tarantini, l’imprenditore pugliese che portava escort alle feste in Sardegna e a Roma del premier, accusato di incitamento alla prostituzione e traffico di cocaina. Nell’edizione di ieri ha dedicato un’intera pagina al premier affermando ironicamente che «Si avvicina la tempesta mentre il cantante (Berlusconi lavorò come cantante sulle navi da crociera da giovane ndr) insiste che sulla nave è tutto a posto». Ha poi evidenziato come il premier, in evidente affanno nella politica interna del paese, fa ciò che ogni leader farebbe nelle sue condizioni: si occupa di politica estera.
Il Wall Street journal intanto non molla la presa sugli scandali pre-elettorali che hanno visto coinvolto il Premier, dapprima nella famosa frequentazione con una ragazza neo-maggiorenne di nome Noemi Letizia («lo chiamo Papi Silvio»), e successivamente con la pubblicazione di compromettenti foto realizzate da Antonello Zappadu durante una delle discusse feste di Berlusconi a Villa Certosa, pubblicate le scorse settimane dal quotidiano spagnolo El Pais.
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Un’ipotetica risposta del premier a questo sciame sismico contro la sua carica istituzionale si può leggere tra le righe delle recenti dichiarazioni che ha rilasciato in merito alla crisi economica: «bisogna chiudere la bocca a tutti questi organismi internazionali che ogni giorno dicono la crisi di qua e la crisi di là e anche agli organi di stampa che tutti i giorni danno incentivi alla paura e diffondono il panico». «Gli organi di stampa riprendono le posizioni del tanto peggio tanto meglio delle opposizioni e danno incentivi alla paura». Il premier ha poi aggiungo: «L’ho detto a Santa Margherita anche se ha fatto scandalo e lo ripeto: gli imprenditori devono minacciare di non dare pubblicità a quei media che sono essi stessi fattori di crisi». «Al G8 e G27 che presiederò dirò agli imprenditori di non avere paura, di pubblicizzare i loro prodotti e di essere più convincenti con i direttori e i responsabili degli organi di stampa, incentivandoli affinchè non diffondano la paura». La parola “crisi” forse è il termine più appropriato per definire il periodo che sta passando Silvio Berlusconi. La sua ricetta, enunciata senza troppe premure, è forse eccessivamente lontana dalla libertà da lui spesso citata, contrapposta ad un’idea molto più vicina alla censura di chi diffonde informazioni scomode.
Con un nuovo disegno di legge alle porte che parla del “Diritto all’oblio“, ossia il principio secondo il quale non è legittimo che una condanna o comunque un precedente pregiudizievole pubblicato in internet possa venir riproposto quando la questione non è più di attualità, il rischio che anche la rete venga “ripulita” dalle informazioni che “incastrano” e macchiano la reputazione dei potenti è sempre più reale. Il premier è lungimirante, bisogna riconoscerglielo.
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