Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe

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Sogno di un paese dove parole come cultura, leggi, rispetto, uguaglianza, civiltà, umanità e pietà non siano soltanto delle belle ma purtroppo inutili parole ma rappresentino invece le basi di un popolo che ha fatto di quel sogno, di quello stupendo sogno che si chiama Costituzione Italiana, le sue fondamenta.

"C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". Paolo Borsellino da "Lezione sulla mafia" del 1989

"Il nostro è un Paese senza memoria e senza verità"
Pier Paolo Pasolini

lunedì 6 luglio 2009

Eroe per una notte. Solo in mezzo ai binari...Il capostazione che ha evitato una tragedia più grande

FERRUCCIO SANSA, PIERANGELO SAPEGNO
INVIATI A VIAREGGIO, da La Stampa.it


Carmine Magliacano non ha il nome di un computer. E’ un omino secco, basso come l’erba di queste pinete. E non è neanche tanto bravo a parlare. «Non dice più di tre parole al giorno», raccontano i colleghi. Ma l’altra sera, alle 23 e 50 minuti, ha detto: «Io vado sui binari». Quattro parole. Accanto a lui, il manovratore, Mario, non riusciva più a far nulla, non funzionava più niente, e bruciava tutto. Il problema è che il computer ignorava la tragedia e tirava l’Intercity da Roma in bocca alle fiamme della stazione di Viareggio. Carmine Magliacano ha mandato al diavolo le valvole e i transistor. E’ corso sul binario due e s’è messo a sbracciare saltando con la paletta per aria nel cielo di fumi e di lampi, come facevano nel 1850, quando non c’erano i computer, e non bisognava schiacciare un bottone per fermare un treno o spostare delle rotaie, quando non avevano ancora inventato macchine intelligenti che facevano tutto da sole.

Stava arrivando l’Intercity da Roma, con un centinaio di viaggiatori. Stava piombando nella stazione di Viareggio, in mezzo all’esplosione. Il fatto è che Carmine Magliacano, che ha salvato tutte quelle vite, non doveva neanche esserci in quel posto, perché nell’era moderna della tecnologia, quasi tutte le stazioni della Toscana sono ormai automatizzate, senza personale notturno, con le luci e gli schermi che dirigono il traffico e spostano i percorsi da soli, dal centro dipartimentale di Pisa. Carmine è un errore del passato. Vallo a spiegare a un computer.

Adesso s’è barricato in casa. Non va neanche più al lavoro. Ha paura dei giornalisti. Ieri mattina, i colleghi andavano in giro dicendo che dovevano dargli una medaglia d’oro per quel che aveva fatto. Ma è proprio questo che ha spaventato Carmine. Nella sua saggezza da mondo dei vinti, con i suoi 58 anni venuti su dal mare di Catania, lui è convinto di aver fatto solo la cosa più naturale del mondo: «Non potevo fare diversamente». Ha detto così ai colleghi che gli ripetevano di raccontare quello che era successo alle radio e alle tv. «Ho visto passare quel treno merci, faceva scintille, il primo vagone era già fuori dai binari. Allora, la prima cosa che ho fatto è stata quella di togliere l’elettricità alla linea». Chissà se una macchina avrebbe potuto essere così rapida. Di una cosa però i suoi colleghi sono sicuri: Carmine ha salvato la vita dei due macchinisti. Perché senza l’elettricità, il convoglio s’è fermato prima di distruggersi completamente.

Ma il capostazione Carmine Magliacano, che su questa linea ci ha vissuto da sempre, non ha bisogno di un computer per ricordarsi gli orari dei treni: sapeva che a quell’ora doveva arrivare «sul binario pari», come lo chiamano loro, l’Intercity da Roma. Il viaggio di quel treno è ormai automatizzato: significa che in quel posto la presenza di Magliacano era inutile come un comando sconosciuto. L’unica cosa che poteva fare era comportarsi come se non esistesse un computer.

Con il cuore che batteva a mille, è corso dal suo amico Mario, che assieme a lui era l’unico ferroviere in servizio nella notte della tragedia, dentro a questo mausoleo con sei binari e tralicci alti cento metri, costruito nel 1937, quando i treni del Duce arrivavano tutti in orario: «Cerca di far qualcosa, ferma questo treno, devialo, fai quello che si può», gli ha urlato, catapultandosi nella stanza. Solo che Mario ci ha provato, ma non funzionava più niente: i 700 gradi di temperatura avevano fuso anche gli scambi. Attorno a loro, il fuoco saliva dalla terra e dalla ghiaia, sfiorando i binari come nebbia. Come si poteva pensare di superare le fiamme alte cento metri che toccavano il cielo e strappavano la gente dalle case? Forse Carmine non ci ha neanche pensato. E’ andato e basta.

Ha corso lungo quei binari che per lui sono tutto il suo mondo, cercando di uscire dalla stazione per fermare il treno che correva verso il fuoco. Non aveva bottoni, pulsanti, mouse e internet, ma solo una paletta, come il ferroviere di Pietro Germi o il capostazione di Piovarolo, raccontato da un Totò triste e melanconico. Come loro inseguiva il passato per fermare il futuro. Carmine Magliacano ha una moglie e due figli. Dice che non ha pensato a loro. Ha fatto solo quello che gli suggeriva il cuore. Il computer delle ferrovie non ha questo file.

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