Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe

.

Sogno di un paese dove parole come cultura, leggi, rispetto, uguaglianza, civiltà, umanità e pietà non siano soltanto delle belle ma purtroppo inutili parole ma rappresentino invece le basi di un popolo che ha fatto di quel sogno, di quello stupendo sogno che si chiama Costituzione Italiana, le sue fondamenta.

"C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". Paolo Borsellino da "Lezione sulla mafia" del 1989

"Il nostro è un Paese senza memoria e senza verità"
Pier Paolo Pasolini

giovedì 23 luglio 2009

Elena Coccia: una toga in trincea...La donna che difende i diritti degli ultimi

di Tiziana Cozzi, da Repubblica di Napoli



Arriva fino in fondo, in quel territorio di nessuno dove diventa lecito combattere battaglie credute perse. Dove i perdenti si rassegnano ad accettare le sconfitte. Lei scava la sua trincea fino a sfiancarsi con la dialettica e l´impegno umano. Le è compagna una grande forza che la trascina verso non facili vittorie in tribunale. Così risolleva casi giudicati fuori gioco, regalando un pezzo di sana dignità civile ai suoi assistiti. Elena Coccia, avvocato penalista esperta in diritto di famiglia, ha alle spalle trent´anni di esperienza giudiziaria.
«Mi sono sempre battuta per le minoranze, più una battaglia è perdente più vale la pena di combatterla perché non lo sia». Tra una miriade di casi impossibili, le è passata tra le mani la più epocale rivoluzione dei diritti civili: il femminismo, il referendum per l´aborto e per il divorzio, i primi processi per violenza sessuale.
1976, prima udienza dello stupro del Circeo. Uno choc per l´opinione pubblica, è il primo processo trasmesso in televisione. Al banco della difesa di Donatella Colasanti, la ragazza rimasta viva, c´è Tina Lagostena Bassi, l´avvocato dei diritti delle donne. Elena è praticante al suo studio in quegli anni. «Ho cominciato proprio allora. Ricordo quanto fosse forte l´interesse delle donne a quelle udienze, era la prima volta che se ne parlava così apertamente». Allo studio della Lagostena Bassi ci resta due anni, giusto in tempo per partecipare a battaglie rimaste storiche. La raccolta delle firme per la legge sull´aborto e per la violenza sessuale, «ricordo che le spingemmo su un carretto fino al Parlamento con una marea di donne che ci seguiva. Anni indimenticabili». Poi sceglie di ritornare a Napoli. Il suo primo caso è ancora una volta uno strupro, una brutta storia di violenza su Annamaria, ragazza poverissima della periferia di Giugliano, sequestrata e violentata da un gruppo di giovani. «Annamaria era una ragazzina bellissima. Arrivò da me con la madre. Mi disse: "faccio la cameriera, non abbiamo i soldi per pagare l´avvocato ma vogliamo denunciarli". Una scelta coraggiosa. Da allora niente le ha fermate, nemmeno i cinque milioni che le furono offerti dalle famiglie degli stupratori. Il processo fu difficilissimo, fummo aggredite in aula, la Lagostena Bassi si beccò un´ombrellata in testa ma alla fine vincemmo». Anni passati a lottare più che negli uffici di via Marina, e poi nello studio associato di via Roma con gli avvocati Farina, Senatori, Cesa e Fabbri, per le strade, nei vicoli, a incontrare le donne, i detenuti di Soccorso Rosso (l´organizzazione per l´aiuto legale ai carcerati), i senzatetto, i bambini. Anni che ricorda con un bagliore speciale nello sguardo, come di chi ha attraversato un ciclone e ancora ne porta i segni. Casi giudiziari che sono stati soprattutto contatti umani. Con i pazienti emofiliaci vittime dello scandalo del sangue infetto. Elena negli anni ‘90 è alla direzione del Tribunale del Malato, crea il primo comitato degli emotrasfusi, proprio mentre esplode il caso Poggiolini. Con le donne diventate madri grazie alla fecondazione assistita. La prima causa italiana contro il disconoscimento della paternità dopo una fecondazione eterologa parte proprio dallo studio della Coccia. «Fu un successo, il parere della Corte costituzionale aprì altri due casi archiviati a Como e a Brescia: padri che dopo la nascita dei bambini in seguito a una procreazione eterologa avevano negato la paternità nonostante il consenso dato prima della nascita. Con la nostra battaglia si rese impossibile tornare così platealmente sui propri passi». Con i bambini vittime di abusi. Arrivati da lei con gli occhi bassi, ammutoliti. Poi diventati adulti e magari rincontrati. È a loro che va il suo pensiero più tenero. «Avrei voluto tenerli qui con me, in questa stanza, ma sapevo che era impossibile. Allora ai più indifesi regalavo dei biglietti rosa. Gli dicevo: "Questo è il mio numero segreto, chiamami quando vuoi, a qualsiasi ora". Qualcuno mi ha chiamato, molti non l´hanno mai fatto. Poco tempo fa un nuovo cliente al primo colloquio ha tirato fuori dalla tasca il mio biglietto rosa e mi ha detto: "Sa, sono passati molti anni ma ce l´ho ancora il suo numero segreto"».
Una vita densa di emozioni difficili da arginare, vissuta in equilibrio tra il ruolo di moglie e mamma e l´impegno civile e professionale. Lei, donna avvocato in tempi in cui l´accesso alla professione era quasi esclusivamente al maschile, in tribunale si presenta con un diverso aplomb che la identifica e che negli anni diventa il suo guscio protettivo. Assieme alla saggezza contadina trasmessa dal padre che per una vita intera ha lavorato la terra di Agerola dove Elena è nata. «Mi ha sempre commosso il lavoro con le mani, mi ricordava mio padre. Lui mi diceva "chi semina carta raccoglie carta" e io ho cercato di far diventare anche il mio lavoro produttivo di qualcosa e cioè di giustizia. Anche se non tutto ciò che è legale è giusto e questo è per me una ferita». E di lacerazioni Elena ne ha accumulate negli anni. Assieme alle giornate vincenti ha raccolto anche tante vicende dolorose, difficili da dimenticare. La ragazza che ha squartato il padre con i cocci di una bottiglia «gli ha tirato fuori le interiora con le mani e poi si è fermata perché diceva "non veniva fuori il cuore". Una storia che mi ha perseguitato per vent´anni da cui sono venuta fuori soltanto raccontandola in un libro». Una vecchia ambizione, quella di fare la scrittrice, coltivata in silenzio e per qualche tempo parallelamente agli studi di giurisprudenza. Accantonata per vent´anni e poi ripresa in punta di piedi con una produzione sistematica di racconti e romanzi brevi. «Quando ho bisogno di "resettare" il cervello cucino la mia pasta fatta in casa e scrivo. La gente arriva e ti butta addosso tonnellate di dolore. Ho i miei sistemi per liberarmene». Una casa colonica ad Agerola divisa con tre dei suoi cinque fratelli in cui si rifugia quando può, un gruppo di pochi amici fidati «nessuno del mio ambiente, persone che mi accompagnano da sempre» con cui organizza gite archeologiche e sogna una Napoli migliore. «Soffro molto per questa città, ho avuto una grande speranza nel rinascimento napoletano. Ricordo che scrivevo a mio fratello "venite a Napoli, è bellissima". Ma ora quel momento è finito. Penso che così come Napoli è stratificata geologicamente lo è socialmente. Ci sono due città che poco si incontrano, qualche volta hanno momenti felici ma sono rari, il più delle volte si respingono».
Ci ha provato anche lei a cambiarla la sua Napoli. Ingaggiando l´ennesima battaglia. Perduta. Nel 2002 crea assieme ad un manipolo di appassionati intellettuali, l´Assise per la giustizia e la democrazia. Contro il primo governo Berlusconi, per dare una spinta alla sinistra schiacciata e incapace di reagire, il gruppo scrive un manifesto sui pericoli che stanno minando la Costituzione. Di lì a poco sarebbe sceso in piazza anche Nanni Moretti con i girotondi. È il momento della protesta dell´opposizione. «C´era tanta voglia di fare allora. Alla riunione alla Casina dei Fiori c´erano 600 persone, alla fiaccolata a piazza del Gesù qualcuno ne ha contati 30 mila. Una cosa impensabile che meravigliò noi per primi. Fu chiaro allora che questa città non aveva chi la rappresentasse realmente e questo è il problema ancora oggi. Una interferenza politica ha fatto concludere quella esperienza, ormai acqua passata». La sua toga anche stavolta l´ha travolta. Trascinandola in un incontro speciale. Matilde Sorrentino, la madre di uno dei bambini del Rione Poverelli di Torre Annunziata. Una donna-coraggio, quasi il suo doppio calato in un degrado difficile da immaginare. Matilde testimonia contro gli strupratori dei bambini, è una figura-chiave del processo che Elena conduce fino alla vittoria, la condanna. Sulla quale ancora pesa un rimpianto, quello di non aver capito una richiesta d´aiuto. «Io e Matilde eravamo diventate amiche. Mi chiamava, mi diceva "speriamo che questa storia finisce" e io le ripetevo "Matilde ma che deve finire, è già finita, sono stati condannati"». Invece la donna subisce minacce, vive in un clima di terrore e poco dopo morirà in un agguato. Lo sguardo diritto si increspa ma torna sereno ad altri ricordi. La camicia e il pantalone rosso fuoco, cuciti dalla mamma e indossati da bambina come una "vera comunista". L´albero di noci del suo giardino, le ragazze del suo studio "tutto al femminile", le ambizioni da musicista del figlio ventiseienne. E la sua barricata, soprattutto. Irrinunciabile.