Quattro avvenimenti in pochi giorni hanno suscitato l’attenzione sullo stato della giustizia in Italia. L’approvazione della legge sulla sicurezza con il voto di fiducia del Senato. La rivelazione di una cena fra due membri della Corte costituzionale, in casa di uno di loro, con il presidente Berlusconi, il ministro Alfano, il sottosegretario Letta e due capi di commissione parlamentare della maggioranza. Il colloquio fra il presidente Napolitano e lo stesso ministro della Giustizia a proposito delle nuove norme sulle intercettazioni in via di approvazione. La proposta del sottosegretario Giovanardi di un provvedimento d’urgenza per regolarizzare colf e badanti senza regolare permesso (circa 500 mila) che possono essere messe in difficoltà in virtù della legge sulla sicurezza in cui si stabilisce, fra l’altro, che la clandestinità è un reato, punibile con una forte ammenda (dai 5 mila ai 10 mila euro) e successiva espulsione.

Una seduta della corte costituzionale (foto Ansa).
Accantoniamo tutte le critiche (anche da parte di personalità della Chiesa) e le polemiche di natura politica provocate da ciascuno di quei fatti. Cerchiamo, se possibile, di legarli tutti con un filo rosso. Magari attraverso esempi storici. Ne proponiamo uno: san Tommaso Moro. Altissimo magistrato del regno d’Inghilterra nel Cinquecento, suddito fedele di Enrico VIII ma anche della Chiesa cattolica, ebbe per anni amicizia e confidenza con il sovrano, ma gli si oppose quando questi chiese alla Santa Sede l’annullamento del matrimonio con Caterina d’Aragona per sposare Anna Bolena.
Costretto a dimettersi dalla carica di Gran cancelliere, tre anni dopo fu condannato a morte e decapitato. Certo, si tratta di un esempio sproporzionato rispetto a una cena fra giudici costituzionali e alti politici, ma serve per capire: ci sono cose che nessuna legge proibisce, ma che "non si fanno". Per rispetto di sé stessi, del proprio ruolo, del diritto dei cittadini ad avere istituzioni di massima trasparenza e imparzialità.
Anche per non suscitare sospetti come quelli sorti dopo quella cena, per il fatto che la Corte costituzionale è chiamata a esprimersi il prossimo 6 ottobre sul lodo Alfano che sancisce la non processabilità di quattro personalità dello Stato in carica, fra cui il primo ministro. È stato osservato che la Consulta non si occupa di persone, ma di leggi (articolo 134 della Costituzione): e quindi invitare a cena persone non è proibito; ma non è opportuno farlo con chi le leggi le scrive. L’esempio di Tommaso Moro serve anche per le altre questioni in campo. In Italia si sta mitizzando un totem: la privacy. Ma, osserva Elisabetta Sala nel suo bel libro L’ira del re è morte (Ares, 2008), «tutto era "pubblico", a quel tempo, almeno quanto tutto è diventato "privato" ai nostri giorni».
E, infatti, la legge in confezione sulle intercettazioni si basa sul principio che «a casa mia faccio quello che voglio», nessuno può, in assoluto, fotografare o indagare sulla mia vita privata. La Lega ci aggiunge di suo: «Padroni a casa nostra», e così si possono scacciare i "clandestini", donne e uomini, come zanzare che danno fastidio.
Tommaso Moro insegna anche questo: nella vita esistono princìpi etici superiori, affidati alla coscienza dei singoli, che vanno rispettati. Il "privato" di Enrico VIII lo era tanto poco che provocò tragedie e sconvolgimenti politici e religiosi "pubblici" in tutta Europa. Quanto più in alto ci si trova, tanto più il "privato" conta, per le sue conseguenze "pubbliche".
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