La separazione dei poteri: linfa vitale della nostra democrazia.
riporto una parte dell'interessantissimo articolo tratto dal blog Uguale per tutti, autore Felice Lima, giudice del tribunale di Catania (per leggere tutto l'articolo potete andare qui):
"...Ciò che mi preme sottolineare è solo come la separazione dei poteri sia assolutamente irrinunciabile in una democrazia e come sia, invece, già molto “rinunciata” e ancora di più in corso di “rinuncia ulteriore”.
Per illustrare la cosa, ricorrerò a un esempio.
Si immagini che su un’isola naufraghino due persone affamate e che abbiano a disposizione una pizza rimasta nello zaino di una delle due.
Si tratta di dividerla.
Ognuno ne vorrebbe per sé la maggiore quantità possibile e si deve trovare un criterio di gestione della divisione che dia garanzie a entrambi.
L’unica soluzione sicura è quella della “separazione dei poteri”.
Uno dei due affamati taglierà la pizza in due parti e l’altro distribuirà le fette.
Solo così è possibile essere sicuri che chi taglierà la pizza, la taglierà in parti uguali.
Sapendo che sarà costretto a subire la regola che porrà, sarà indotto a porne una giusta.
Se, invece, chi taglia le fette potesse anche scegliere come distribuirle, sarebbe molto alto il rischio che egli tagli le fette in maniera diseguale e si scelga quella più grande.
Se uno dei due affamati potrà tagliare la pizza e scegliersi la fetta, l’altro non avrà alcuna speranza di mangiarne anche solo un po’ e la sua condizione sarà quella di chi, per sopravvivere, non potrà fare altro che invocare compassione nella sua controparte.
Questo è il meccanismo della “separazione dei poteri” fra legislativo e giudiziario: alcuni fanno le leggi, altri le applicano.
Se chi fa le leggi sa che vi sarà soggetto anche lui, le farà le più eque possibili.
Se chi fa le leggi saprà, invece, che potrà anche non applicarle a se e ai suoi amici, allora farà ciò che vuole.
E’ la condizione propria dei regni prima della rivoluzione francese: allora i re, come ci è stato insegnato alle scuole medie, erano legibus soluti.
In mancanza di separazione dei poteri manca il primo dei requisiti di una democrazia.
Questo è ciò in cui già in grande misura siano, in Italia, e ciò verso con grande incoscienza e disonestà ancora di più andiamo.
E le menzogne usate per “giustificare” questo andazzo sono veramente illogiche.
L’espediente principale è quello di diffamare la magistratura.
Tutti i giornali al soldo del potere hanno condotto in questi anni e da ultimo con particolare violenza in questi ultimi mesi, una campagna di delegittimazione della magistratura tendente a far credere che la colpa di tutte le inefficienze della giustizia sia dei magistrati e che il potere giudiziario sia in mano a dei criminali.
L’argomento non regge sotto un duplice profilo, formale e sostanziale.
Sotto il profilo sostanziale, sembra succeda qualcosa di simile all’apologo del bue che dà del cornuto all’asino.
Se, infatti, fosse vero che la magistratura non dà buona prova di sé, che dire della politica?
Se ai magistrati si contestano inefficienze e faziosità, che si dovrebbe dire dei politici?
Se il C.S.M. dovesse essere chiuso perché in esso si fanno “pasticci”, che si dovrebbe fare allora del Parlamento? E delle Regioni? E delle Province? E delle A.S.L., dove i primari di chirurgia vengono scelti in base al partito di appartenenza invece che in base alla capacità che hanno di fare una operazione?
Ma ciò che è decisivo è l’argomento logico.
Tornando all’esempio della pizza da dividere in due, il fatto che, in ipotesi, uno dei due affamati o entrambi siano dei delinquenti non solo non fa venir meno l’esigenza di separare i loro poteri sulla pizza, ma anzi la rafforza.
Diceva qualcuno che anche se sulla terra fossero rimasti solo San Francesco e Santa Chiara ugualmente sarebbe stato doveroso porre una legge a regola dei loro rapporti.
Ma a maggior ragione se riteniamo che siano rimasti solo Barabba e Giuda si impone che costoro operino secondo regole.
E quanto più i due affamati della pizza risultino dei cialtroni pericolosi, tanto più sarà necessario evitare che lo stesso affamato tagli la pizza e scelga la fetta.
Quindi, anche se la magistratura, per una misteriosa e sfortunata casualità, fosse composta solo da cialtroni, l’esigenza di tenere separati i poteri resterebbe intatta e, anzi, sarebbe ancora più forte.
La separazione dei poteri, in sostanza, è IRRINUNCIABILE.
Vedere che ci avviamo a rinunciarci ancor più di quanto si è già fatto finora mi sembra veramente una terribile prospettiva.
Si badi: non per me o per i miei colleghi magistrati, ma per tutti noi come cittadini.
E questo perché, diversamente da ciò che il potere fa credere ai cittadini teledipendenti, la democrazia non è essenzialmente un “metodo di scelta del governante”, ma prevalentemente un “metodo di esercizio del potere”.
Proverò a sviluppare queste tesi, perché, a mio modesto parere, solo se si riconoscerà questo sarà possibile, per un verso, capire quanto grave sia la malattia della quale stiamo morendo e, per altro verso, quali siano le cure possibili per essa.
Partendo dalla questione della scelta del governante, sembra chiaro che, se si dovesse scegliere fra vivere in un Paese nel quale il capo del governo viene scelto dai cittadini con libere elezioni, ma poi governa come dice lui, facendosi le leggi che gli servono e abrogando quelle che non gli convengono (pensate a Berlusconi che viene assolto perché, NEL CORSO DEL SUO PROCESSO, il Parlamento ha deciso che il falso in bilancio non è più reato), o in un Paese nel quale governa un re incoronato per successione dinastica, che, però, governa nel rispetto di regole precise, ritenendosi anch’egli soggetto alle leggi che si applicano a tutti gli altri cittadini, ognuno sceglierebbe il secondo Paese, perché esso sarebbe certamente “più democratico” del primo.
Dunque, è certo che neppure in un Paese più decente del nostro, nel quale i cittadini possano esprimere un voto di preferenza (che da noi non esiste più, sicché chi governa non viene scelto dai cittadini, ma “designato” da quattro segretari di partito), il solo fatto che i governanti vengano fatti risultare da un qualche tipo (anche taroccato come il nostro) di “libera elezione” è sufficiente a dire che quel Paese è “democratico”.
La democrazia, dicevo, è, infatti e fondamentalmente, un metodo di esercizio del potere.
L’elenco delle caratteristiche che deve avere un metodo di esercizio del potere per potersi definire democratico è lungo, ma assolutamente essenziale è la separazione dei poteri, figlia della rivoluzione francese.
Riducendolo all’osso, l’idea è che un gruppo di persone fa le leggi (il potere legislativo), altri le applicano (l’esecutivo, il governo), altri ancora (i giudici) controllano che la legge venga rispettata da tutti.
Riducendo ancora di più, l’idea è che tutti sono soggetti alla legge e che “la legge è uguale per tutti”.
Ai tempi dei faraoni, la legge era solo la manifestazione della volontà del faraone.
La legge era uno “strumento” del potere.
Nella logica della democrazia post rivoluzionaria, invece, la legge è il valore e il potere uno strumento della legge.
Il Parlamento dovrebbe avere per così dire una “antecendenza logica” sul Governo.
Non a caso si parlava di “Parlamento sovrano”.
Il Parlamento dovrebbe decidere cos’è “giusto” e il Governo vi dovrebbe dare attuazione.
Mi sembra che non ci possano essere dubbi sul fatto che oggi in Italia siamo tornati alla situazione che ho indicato come quella dei tempi del faraone.
Il potere non si chiede affatto “cosa è giusto e legale che io faccia”, ma “che leggi debbo fare al più presto per potere fare ciò che voglio”.
Con adesso addirittura anche la pretesa di potere non applicare neppure le leggi fatte così quando capiti che la cosa non convenga in un caso concreto.
Dunque, non è lo Stato al servizio della legge, ma la legge al servizio dello Stato. E la legge non sarà neppure legge – cioè “imperativa” – perché si potrà facoltativizzarne l’applicazione, se non conviene, nel caso concreto.
Da qui quella che anni fa fu discussa come la “crisi del parlamentarismo” e che oggi neppure si discute più (o meglio si discute in un altro senso, connesso all’inquietante concetto di “governabilità”), essendo noi ormai molto oltre quella crisi.
Oggi il Governo decide quello che vuole e un Parlamento di deputati e senatori “designati” dai capipartito fa una legge che glielo consente.
Una controrivoluzione, che ha sovvertito l’ordine dei valori.
Dal dominio della legge, con il potere che gli obbedisce e gli è sottomesso, al dominio della volontà, del potere, con la legge come strumento.
Insomma, la logica del faraone, con la sola differenza che anziché il potere essere concentrato nelle mani di uno, come allora, è oggi nelle mani di un gruppo di persone.
E ancora si progettano leggi elettorali e assetti costituzionali che concentrino di più il potere; ancora politici quasi onnipotenti piagnucolano per la mancanza dei poteri che gli sarebbero “necessari” per “fare il bene”; mentre ogni giorno si creano nuovi “commissari straordinari”
Tutto questo è frutto di e dà luogo a una serie di paradossi.
Anzitutto, in Italia la separazione dei poteri è stata sempre ed è sempre più solo apparente.
Essa dovrebbe essere una TRIpartizione (legislativo, esecutivo, giudiziario), ma, invece, è già costituzionalmente solo una Bipartizione, perché il potere legislativo e quello esecutivo coincidono: chi sta al governo (potere esecutivo) ha anche la maggioranza in Parlamento (potere legislativo).
Certo, nella Costituzione questo rapporto fra legislativo ed esecutivo era concepito come più “democratico” (basti dire che la Costituzione prevede che ogni parlamentare rappresenta l’intero corpo elettorale – e non solo i suoi elettori – e che è libero da vincoli di mandato – e dunque non è tenuto a obbedire al segretario del suo partito), ma nell’epoca dei “pianisti” in Parlamento (grazie ai quali anche gli assenti votano) e degli sputi in faccia in piena assemblea del Senato al senatore che non obbedisce agli ordini del segretario del partito tutto assume altri connotati e altro senso.
In definitiva, dunque, la separazione dei poteri è affidata a un solo asse: quello fra politico e giudiziario.
Ed è di tutta evidenza che si tratta di un asse molto delicato e assolutamente non in grado di reggere un suo uso improprio.
Il potere giudiziario ha strumenti esclusivamente repressivi ed è evidente che, anche se il potere politico creasse le condizioni per una attualmente inesistente efficienza del sistema giudiziario, la sola repressione “ex post” dei reati non potrebbe dare rimedio a un difetto di legalità che è oggi assolutamente diffuso in tutti gli snodi centrali della vita del Paese.
Per di più, proprio perché l’ultimo residuo opaco di separazione dei poteri – che è il presupposto per la speranza di una democrazia – è affidato all’asse politico/giudiziario, il potere politico lavora alacremente da anni per rendere sempre più inefficace il sistema giudiziario, facendo sì che non possa “nuocere” (in questi giorni si sta lavorando anche alla legge contro le intercettazioni telefoniche) e, da ultimo, creando un “doppio binario”, per il quale il sistema giudiziario sia efficiente contro i poveri cristi e innocuo per i potenti: oggi in Italia (e non è una battuta, ma la triste realtà) la contraffazione di una borsa di marca è punita con pene più severe di un falso in bilancio che, fino all’ammontare in alcuni di casi di molti milioni di euro non è punito per nulla e dopo è punito con pene meno severe di quelle della contraffazione predetta.
A tutto questo, poi, si deve aggiungere il fatto che i magistrati sono poco più di 8.000 cittadini come tutti gli altri e, dunque, tanti di loro sono, al pari dei loro concittadini, sensibili alle lusinghe e alle minacce, sicché “il potere” può confidare anche sulla disponibilità di tanti magistrati a “chiudere un occhio” o, come è più elegante dire, a “essere equilibrati” e “prudenti”.
Peraltro, è sotto gli occhi di tutti quali e quante “persecuzioni” subiscano – da fuori, ma purtroppo anche da dentro l’amministrazione della giustizia – i magistrati “troppo indipendenti”.
E a me appare certo che il C.S.M. non opera come dovrebbe, se in una Calabria dove succedono cose davvero incresciose nell’amministrazione della giustizia (fra le tante, il Procuratore Capo di Crotone che tiene come segretaria la moglie di un condannato in primo grado per concorso in associazione mafiosa e viene addirittura designato da costui come garante dei suoi beni perché possa continuare a essere assegnatario di appalti pubblici nonostante la condanna; oppure un intero distretto di Corte di Appello – Reggio Calabria – nel quale in diciannove anni sono state pronunciate solo due sentenze per corruzione e una per concussione, sicché o la corruzione lì non c’è o i magistrati si impegnano con tutte le forze a non vederla) il “cattivo magistrato” è Luigi De Magistris.
E dunque, insieme a tanti miei colleghi, auspicherei riforme che inducessero il C.S.M. a fare meglio il suo dovere. Ma, invece, dobbiamo assistere a riforme che lo renderanno ancora peggiore. A riforme dopo le quali lo show di un componente del C.S.M. (guarda caso proprio di nomina politica) – la prof. Letizia Vacca – che convoca i giornalisti e, nonostante sia Vicepresidente della Commissione incaricata di giudicare i due casi, dichiara che De Magistris e Forleo sono “cattivi magistrati” e “vanno colpiti”, diventerà cosa non solo accettabile, ma addirittura lodevole.
Nell’epoca orwelliana della manipolazione di tutto, tutto è possibile: si considera male il bene (la scoperta delle mazzette nella sanità abruzzese) e si adduce il fatto che il C.S.M. funzioni male come argomento per farlo funzionare ancora peggio.
Insomma, il paradosso assoluto e, mi si permetta di dirlo, il crimine assoluto.
Per illustrare la cosa, ricorrerò a un esempio.
Si immagini che su un’isola naufraghino due persone affamate e che abbiano a disposizione una pizza rimasta nello zaino di una delle due.
Si tratta di dividerla.
Ognuno ne vorrebbe per sé la maggiore quantità possibile e si deve trovare un criterio di gestione della divisione che dia garanzie a entrambi.
L’unica soluzione sicura è quella della “separazione dei poteri”.
Uno dei due affamati taglierà la pizza in due parti e l’altro distribuirà le fette.
Solo così è possibile essere sicuri che chi taglierà la pizza, la taglierà in parti uguali.
Sapendo che sarà costretto a subire la regola che porrà, sarà indotto a porne una giusta.
Se, invece, chi taglia le fette potesse anche scegliere come distribuirle, sarebbe molto alto il rischio che egli tagli le fette in maniera diseguale e si scelga quella più grande.
Se uno dei due affamati potrà tagliare la pizza e scegliersi la fetta, l’altro non avrà alcuna speranza di mangiarne anche solo un po’ e la sua condizione sarà quella di chi, per sopravvivere, non potrà fare altro che invocare compassione nella sua controparte.
Questo è il meccanismo della “separazione dei poteri” fra legislativo e giudiziario: alcuni fanno le leggi, altri le applicano.
Se chi fa le leggi sa che vi sarà soggetto anche lui, le farà le più eque possibili.
Se chi fa le leggi saprà, invece, che potrà anche non applicarle a se e ai suoi amici, allora farà ciò che vuole.
E’ la condizione propria dei regni prima della rivoluzione francese: allora i re, come ci è stato insegnato alle scuole medie, erano legibus soluti.
In mancanza di separazione dei poteri manca il primo dei requisiti di una democrazia.
Questo è ciò in cui già in grande misura siano, in Italia, e ciò verso con grande incoscienza e disonestà ancora di più andiamo.
E le menzogne usate per “giustificare” questo andazzo sono veramente illogiche.
L’espediente principale è quello di diffamare la magistratura.
Tutti i giornali al soldo del potere hanno condotto in questi anni e da ultimo con particolare violenza in questi ultimi mesi, una campagna di delegittimazione della magistratura tendente a far credere che la colpa di tutte le inefficienze della giustizia sia dei magistrati e che il potere giudiziario sia in mano a dei criminali.
L’argomento non regge sotto un duplice profilo, formale e sostanziale.
Sotto il profilo sostanziale, sembra succeda qualcosa di simile all’apologo del bue che dà del cornuto all’asino.
Se, infatti, fosse vero che la magistratura non dà buona prova di sé, che dire della politica?
Se ai magistrati si contestano inefficienze e faziosità, che si dovrebbe dire dei politici?
Se il C.S.M. dovesse essere chiuso perché in esso si fanno “pasticci”, che si dovrebbe fare allora del Parlamento? E delle Regioni? E delle Province? E delle A.S.L., dove i primari di chirurgia vengono scelti in base al partito di appartenenza invece che in base alla capacità che hanno di fare una operazione?
Ma ciò che è decisivo è l’argomento logico.
Tornando all’esempio della pizza da dividere in due, il fatto che, in ipotesi, uno dei due affamati o entrambi siano dei delinquenti non solo non fa venir meno l’esigenza di separare i loro poteri sulla pizza, ma anzi la rafforza.
Diceva qualcuno che anche se sulla terra fossero rimasti solo San Francesco e Santa Chiara ugualmente sarebbe stato doveroso porre una legge a regola dei loro rapporti.
Ma a maggior ragione se riteniamo che siano rimasti solo Barabba e Giuda si impone che costoro operino secondo regole.
E quanto più i due affamati della pizza risultino dei cialtroni pericolosi, tanto più sarà necessario evitare che lo stesso affamato tagli la pizza e scelga la fetta.
Quindi, anche se la magistratura, per una misteriosa e sfortunata casualità, fosse composta solo da cialtroni, l’esigenza di tenere separati i poteri resterebbe intatta e, anzi, sarebbe ancora più forte.
La separazione dei poteri, in sostanza, è IRRINUNCIABILE.
Vedere che ci avviamo a rinunciarci ancor più di quanto si è già fatto finora mi sembra veramente una terribile prospettiva.
Si badi: non per me o per i miei colleghi magistrati, ma per tutti noi come cittadini.
E questo perché, diversamente da ciò che il potere fa credere ai cittadini teledipendenti, la democrazia non è essenzialmente un “metodo di scelta del governante”, ma prevalentemente un “metodo di esercizio del potere”.
Proverò a sviluppare queste tesi, perché, a mio modesto parere, solo se si riconoscerà questo sarà possibile, per un verso, capire quanto grave sia la malattia della quale stiamo morendo e, per altro verso, quali siano le cure possibili per essa.
Partendo dalla questione della scelta del governante, sembra chiaro che, se si dovesse scegliere fra vivere in un Paese nel quale il capo del governo viene scelto dai cittadini con libere elezioni, ma poi governa come dice lui, facendosi le leggi che gli servono e abrogando quelle che non gli convengono (pensate a Berlusconi che viene assolto perché, NEL CORSO DEL SUO PROCESSO, il Parlamento ha deciso che il falso in bilancio non è più reato), o in un Paese nel quale governa un re incoronato per successione dinastica, che, però, governa nel rispetto di regole precise, ritenendosi anch’egli soggetto alle leggi che si applicano a tutti gli altri cittadini, ognuno sceglierebbe il secondo Paese, perché esso sarebbe certamente “più democratico” del primo.
Dunque, è certo che neppure in un Paese più decente del nostro, nel quale i cittadini possano esprimere un voto di preferenza (che da noi non esiste più, sicché chi governa non viene scelto dai cittadini, ma “designato” da quattro segretari di partito), il solo fatto che i governanti vengano fatti risultare da un qualche tipo (anche taroccato come il nostro) di “libera elezione” è sufficiente a dire che quel Paese è “democratico”.
La democrazia, dicevo, è, infatti e fondamentalmente, un metodo di esercizio del potere.
L’elenco delle caratteristiche che deve avere un metodo di esercizio del potere per potersi definire democratico è lungo, ma assolutamente essenziale è la separazione dei poteri, figlia della rivoluzione francese.
Riducendolo all’osso, l’idea è che un gruppo di persone fa le leggi (il potere legislativo), altri le applicano (l’esecutivo, il governo), altri ancora (i giudici) controllano che la legge venga rispettata da tutti.
Riducendo ancora di più, l’idea è che tutti sono soggetti alla legge e che “la legge è uguale per tutti”.
Ai tempi dei faraoni, la legge era solo la manifestazione della volontà del faraone.
La legge era uno “strumento” del potere.
Nella logica della democrazia post rivoluzionaria, invece, la legge è il valore e il potere uno strumento della legge.
Il Parlamento dovrebbe avere per così dire una “antecendenza logica” sul Governo.
Non a caso si parlava di “Parlamento sovrano”.
Il Parlamento dovrebbe decidere cos’è “giusto” e il Governo vi dovrebbe dare attuazione.
Mi sembra che non ci possano essere dubbi sul fatto che oggi in Italia siamo tornati alla situazione che ho indicato come quella dei tempi del faraone.
Il potere non si chiede affatto “cosa è giusto e legale che io faccia”, ma “che leggi debbo fare al più presto per potere fare ciò che voglio”.
Con adesso addirittura anche la pretesa di potere non applicare neppure le leggi fatte così quando capiti che la cosa non convenga in un caso concreto.
Dunque, non è lo Stato al servizio della legge, ma la legge al servizio dello Stato. E la legge non sarà neppure legge – cioè “imperativa” – perché si potrà facoltativizzarne l’applicazione, se non conviene, nel caso concreto.
Da qui quella che anni fa fu discussa come la “crisi del parlamentarismo” e che oggi neppure si discute più (o meglio si discute in un altro senso, connesso all’inquietante concetto di “governabilità”), essendo noi ormai molto oltre quella crisi.
Oggi il Governo decide quello che vuole e un Parlamento di deputati e senatori “designati” dai capipartito fa una legge che glielo consente.
Una controrivoluzione, che ha sovvertito l’ordine dei valori.
Dal dominio della legge, con il potere che gli obbedisce e gli è sottomesso, al dominio della volontà, del potere, con la legge come strumento.
Insomma, la logica del faraone, con la sola differenza che anziché il potere essere concentrato nelle mani di uno, come allora, è oggi nelle mani di un gruppo di persone.
E ancora si progettano leggi elettorali e assetti costituzionali che concentrino di più il potere; ancora politici quasi onnipotenti piagnucolano per la mancanza dei poteri che gli sarebbero “necessari” per “fare il bene”; mentre ogni giorno si creano nuovi “commissari straordinari”
Tutto questo è frutto di e dà luogo a una serie di paradossi.
Anzitutto, in Italia la separazione dei poteri è stata sempre ed è sempre più solo apparente.
Essa dovrebbe essere una TRIpartizione (legislativo, esecutivo, giudiziario), ma, invece, è già costituzionalmente solo una Bipartizione, perché il potere legislativo e quello esecutivo coincidono: chi sta al governo (potere esecutivo) ha anche la maggioranza in Parlamento (potere legislativo).
Certo, nella Costituzione questo rapporto fra legislativo ed esecutivo era concepito come più “democratico” (basti dire che la Costituzione prevede che ogni parlamentare rappresenta l’intero corpo elettorale – e non solo i suoi elettori – e che è libero da vincoli di mandato – e dunque non è tenuto a obbedire al segretario del suo partito), ma nell’epoca dei “pianisti” in Parlamento (grazie ai quali anche gli assenti votano) e degli sputi in faccia in piena assemblea del Senato al senatore che non obbedisce agli ordini del segretario del partito tutto assume altri connotati e altro senso.
In definitiva, dunque, la separazione dei poteri è affidata a un solo asse: quello fra politico e giudiziario.
Ed è di tutta evidenza che si tratta di un asse molto delicato e assolutamente non in grado di reggere un suo uso improprio.
Il potere giudiziario ha strumenti esclusivamente repressivi ed è evidente che, anche se il potere politico creasse le condizioni per una attualmente inesistente efficienza del sistema giudiziario, la sola repressione “ex post” dei reati non potrebbe dare rimedio a un difetto di legalità che è oggi assolutamente diffuso in tutti gli snodi centrali della vita del Paese.
Per di più, proprio perché l’ultimo residuo opaco di separazione dei poteri – che è il presupposto per la speranza di una democrazia – è affidato all’asse politico/giudiziario, il potere politico lavora alacremente da anni per rendere sempre più inefficace il sistema giudiziario, facendo sì che non possa “nuocere” (in questi giorni si sta lavorando anche alla legge contro le intercettazioni telefoniche) e, da ultimo, creando un “doppio binario”, per il quale il sistema giudiziario sia efficiente contro i poveri cristi e innocuo per i potenti: oggi in Italia (e non è una battuta, ma la triste realtà) la contraffazione di una borsa di marca è punita con pene più severe di un falso in bilancio che, fino all’ammontare in alcuni di casi di molti milioni di euro non è punito per nulla e dopo è punito con pene meno severe di quelle della contraffazione predetta.
A tutto questo, poi, si deve aggiungere il fatto che i magistrati sono poco più di 8.000 cittadini come tutti gli altri e, dunque, tanti di loro sono, al pari dei loro concittadini, sensibili alle lusinghe e alle minacce, sicché “il potere” può confidare anche sulla disponibilità di tanti magistrati a “chiudere un occhio” o, come è più elegante dire, a “essere equilibrati” e “prudenti”.
Peraltro, è sotto gli occhi di tutti quali e quante “persecuzioni” subiscano – da fuori, ma purtroppo anche da dentro l’amministrazione della giustizia – i magistrati “troppo indipendenti”.
E a me appare certo che il C.S.M. non opera come dovrebbe, se in una Calabria dove succedono cose davvero incresciose nell’amministrazione della giustizia (fra le tante, il Procuratore Capo di Crotone che tiene come segretaria la moglie di un condannato in primo grado per concorso in associazione mafiosa e viene addirittura designato da costui come garante dei suoi beni perché possa continuare a essere assegnatario di appalti pubblici nonostante la condanna; oppure un intero distretto di Corte di Appello – Reggio Calabria – nel quale in diciannove anni sono state pronunciate solo due sentenze per corruzione e una per concussione, sicché o la corruzione lì non c’è o i magistrati si impegnano con tutte le forze a non vederla) il “cattivo magistrato” è Luigi De Magistris.
E dunque, insieme a tanti miei colleghi, auspicherei riforme che inducessero il C.S.M. a fare meglio il suo dovere. Ma, invece, dobbiamo assistere a riforme che lo renderanno ancora peggiore. A riforme dopo le quali lo show di un componente del C.S.M. (guarda caso proprio di nomina politica) – la prof. Letizia Vacca – che convoca i giornalisti e, nonostante sia Vicepresidente della Commissione incaricata di giudicare i due casi, dichiara che De Magistris e Forleo sono “cattivi magistrati” e “vanno colpiti”, diventerà cosa non solo accettabile, ma addirittura lodevole.
Nell’epoca orwelliana della manipolazione di tutto, tutto è possibile: si considera male il bene (la scoperta delle mazzette nella sanità abruzzese) e si adduce il fatto che il C.S.M. funzioni male come argomento per farlo funzionare ancora peggio.
Insomma, il paradosso assoluto e, mi si permetta di dirlo, il crimine assoluto.












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