No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere…”.

partigiano Giacomo Ulivi, da: ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana



venerdì 15 agosto 2008

Il coraggio e l'eroismo dei testimoni di giustizia in Italia: grazie di cuore a tutti voi grandi eroi italiani, grazie di esistere!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Che cosa rappresentano i testimoni di giustizia per lo Stato? Non so per gli altri stati europei ma per il nostro non credo che rappresentino un granché visto che spesso vengono abbandonati, dimenticati e lasciati soli a combattere non solo contro chi hanno denunciato ma anche contro lo stesso Stato, come è accaduto nel caso di Pino Masciari e della Baronessa Cordopatri.

Persone lasciate sole al proprio destino, di cui la pubblica opinione sa ben poco o quasi nulla, persone che in nome dei più grandi ideali e valori si sono uniti allo Stato nella lotta per la giustizia, una lotta che credevano di combattere insieme e che invece li ha lasciati soli, abbandonati dallo stesso Stato se non addirittura avendolo contro.

Uno Stato che con la mano destra parla di democrazia, di istituzioni, di regole, di valori, di coraggio e con la mano sinistra strattona chi poi fa propri quei valori, quasi a volerli scoraggiare dal proseguire in questa lotta di grande coraggio e civiltà.

Uno Stato che confonde, che umilia, che sembra stare da tutte le parti tranne che dalla parte del testimone di giustizia.

Voglio portare ad esempio la storia di questa anziana signora che da sola si è trovata a combattere una grande battaglia, per se stessa, per il fratello che le hanno ucciso e per la propria dignità di persona e di testimone di giustizia.

In Italia il crimine paga e l'onestà non ha vita facile: la corruzione avendo un prezzo la si può controllare, ma l’onestà no e non potendo controllarla con i soldi si cerca di intimidirla, di isolarla, di schiacciarla.

E così appare evidente che nel nostro paese l’anomalia non è la corruzione ma l’onestà!!!

Qui di seguito riporto due articoli, uno del 2004 e uno del 2008, in cui si parla della storia della baronessa.

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Tratto dal link: http://www.feltrinellieditore.it/FattiLibriInterna?id_fatto=3711

Francesco La Licata: Beffata la contessa antimafia

Tratto da “La Stampa”, 14 settembre 2004


Non avrebbe mai immaginato, Teresa Cordopatri dei Capece, che dopo aver difeso coi denti i beni della propria famiglia, dopo aver visto - a causa di quei beni che facevano gola alla n'drangheta - assassinare il fratello Antonio, dopo una battaglia lunga trent'anni e costellata di ben undici attentati, non avrebbe immaginato che quei beni, la casa degli avi col carico di affetti e ricordi, sarebbe stata messa in discussione oggi non dalla mafia, ma da quella stessa legge cui lei si rivolse per avere giustizia.


È atroce la storia della baronessa Cordopatri, eroina calabrese degli Anni Novanta e simbolo della resistenza all'illegalità della società civile. Fa una certa impressione sentirgliela raccontare, com'è avvenuto ieri durante un incontro coi giornalisti nella sede della “Stampa Estera”, come si trattasse di una "straniera" in cerca di asilo. Ha letto, donna Teresa, perchè l’emozione e la scarsa attitudine alla comunicazione le impedivano di andare a braccio. Ha letto a voce bassa, come parla chi ha ricevuto una buona educazione. Aveva accanto due professori di diritto, Giuseppe Bernardi e Francesco Petrino e, di fronte, in prima fila, Angelica Rago, la cugina rimasta l'unica a sostenerla.


La vicenda affonda le radici in un trentennio, nelle campagne, anzi nel feudo di Oppido Mamertino (Reggio Calabria), tra gli ulivi dei Cordopatri ambiti da un sovrastante particolare come poteva essere il boss Mammoliti. Voleva quegli ulivi, il mafioso. Ma Antonio Cordopatri opponeva un netto rifiuto a "vendere". Richieste sempre più pressanti, fino a quando lo "invitano" a "passare da un notaio" per formalizzare il passaggio di proprietà. Altro rifiuto, primo avvertimento: gli sparano e lo mancano. Al secondo tentativo, l'ammazzano. Il killer rivolge poi l'arma contro la sorella, Teresa, che assiste impotente all’agguato. Per fortuna la pistola s'inceppa e donna Teresa oggi può raccontare la storia. Era il 1991. La baronessa raccoglie l’eredità del fratello e giura sulla tomba di Antonio che mai e poi mai cederà al ricatto della mafia. Anzi denuncia il boss, riconosce il killer e lo fa arrestare.


Denuncia anche tutto il "contesto" che sta attorno allo strapotere dei mafiosi. Finge di non aver paura delle minacce e da allora vive sotto scorta e, in qualche modo, poco amata in patria. Per esempio, per anni non riesce a trovare operai per la raccolta delle olive, operazione che è costretta a portare avanti col solo aiuto di Angelica. La sua testimonianza fa decollare i processi, certo non speditissimi, ma tutto sommato favorevoli.


Quando declina la sua stella? Quando Teresa Cordopatri denuncia anche l'ignavia del sistema giudiziario in Calabria e lo fa quasi "preventivamente"per preservare il processo sulla morte del fratello da brutte sorprese. Ma non imbocca la strada del clamore e del protagonismo, la baronessa. No, scrive al Csm ("il massimo organo istituzionale della magistratura", spiega oggi) esponendo il contesto dentro cui era maturata la morte del fratello e chiedendo anche spiegazioni sui perchè di qualche disattenzione precedente, quando Antonio Cordopatri denunciava senza troppo successo. "Quell'esposto - dice donna Teresa - doveva rimanere riservato, mi era stato assicurato, e soltanto a disposizione del Csm. Le mie non erano accuse circostanziate, ma analisi che sottoponevo all'organo di autogoverno della magistratura per una valutazione". E invece, inspiegabilmente, il documento diventa di dominio pubblico, tanto che quattro magistrati (Giuseppe Viola, Francesco Punturieri, Giovanni Montera e Salvatore Di Landro) si ritengono calunniati e diffamati, fino ad intraprendere azione legale. In primo grado la Cordopatri è stata condannata con sentenza esecutiva: ciò vuol dire che deve risarcire quei magistrati. Non avendo, la baronessa, i soldi, il tribunale civile ha disposto la vendita dei beni mobili e immobili per risarcire i denuncianti. All'inizio di ottobre, la prima asta. Tutto ciò mentre non si è ancora concluso il processo a carico del killer che la baronessa ha fatto arrestare.


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Articolo tratto da iltamtam.it


http://www.iltamtam.it/ArticleDetail.aspx?articleId=8422

12/08/2008

Le accuse della baronessa anti n'drangheta saranno valutate dalla Procura di Perugia

La donna prosegue, dopo "ventotto assoluzioni dall'accusa di calunnia", la sua battaglia contro la mafia calabrese e mette nei guai anche un giudice di Catanzaro troppo scettico


Secondo la testimone di giustizia, baronessa Maria Giuseppina Cordopatri, le sue memorie difensive prodotte in un processo in cui era imputata e che si sarebbe concluso con “la ventottesima assoluzione in dieci anni 'perchè il fatto non sussiste' - pronunciata dal giudice monocratico di Roma, Mario Marotti, dopo un processo durato otto anni con l'imputazione di calunnia a danno del Servizio centrale di protezione - sarebbero state trasmesse alle Procure di Roma e Perugia, affinché si faccia luce sulla “persecuzione anche giudiziaria dei testimoni di giustizia e delle parti civili nei reati di mafia, attuata da parte degli organi preposti alla loro tutela".

Le vicende della baronessa Cordopatri hanno suscitato in passato grande attenzione, anche perché la donna appare come l'unica rappresentante di quella nobiltà dei vecchi feudi che si è "ribellata" ad una sorta di "spodestamento" che gli eredi dei feudatari hanno dovuto subire o accettare dalle costituite famiglie mafiose calabresi .
La sua ribellione e la costanza della lotta contro la “piovra” ne hanno però fatto un personaggio scomodo per molti, ivi compreso un giudice che ha disposto una perizia per valutare la capacità a testimoniare e l'attendibilità stessa della teste, costituita parte civile contro la "'ndrangheta" per le vessazioni subite sulle sue proprietà.

E’ accaduto in una recente udienza in quel di Catanzaro quando la difesa ha chiesto di non proseguire nel pomeriggio, per motivi medici (la baronessa è abbastanza avanti con gli anni) l'interrogatorio della donna già durato tre ore e mezza in mattinata oltre che reso in passato.
Ma anche qui la baronessa ha lasciato il segno: la Procura di Salerno ha già aperto, contro il giudice "un procedimento per valutarne l'operato per come ha inteso delegittimare la parte civile costituita".



il cannocchiale

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