Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe

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Sogno di un paese dove parole come cultura, leggi, rispetto, uguaglianza, civiltà, umanità e pietà non siano soltanto delle belle ma purtroppo inutili parole ma rappresentino invece le basi di un popolo che ha fatto di quel sogno, di quello stupendo sogno che si chiama Costituzione Italiana, le sue fondamenta.

"C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali". Paolo Borsellino da "Lezione sulla mafia" del 1989

"Il nostro è un Paese senza memoria e senza verità"
Pier Paolo Pasolini

martedì 9 giugno 2015

Ecco perché Nino Di Matteo rischia davvero la vita

di Saverio Lodato - 8 giugno 2015
Nino Di Matteo, il Pubblico Ministero di punta del processo sulla Trattativa Stato-Mafia che si sta celebrando a Palermo, meno di una settimana fa, è andato in televisione da Fabio Fazio, a "Che Tempo che fa", per presentare il suo ultimo libro: "Collusi", lunga intervista a Salvo Palazzolo, appena pubblicato dalla Bur.
Come spesso accade in casi del genere, il libro è rimasto sullo sfondo, trattandosi di materia, quella in discussione, non propriamente letteraria, ma di bruciante, rovente attualità.
Di Matteo ha fatto benissimo ad andare. A sottoporsi alle luci dei riflettori. A esporre di fronte a milioni di italiani il bilancio amaro di un magistrato il quale, indagando da anni, è giunto ad alcune conclusioni talmente evidenti, talmente inoppugnabili, talmente documentate, il cui elenco, da solo, basterebbe a far capire perché l’Italia è diventata quello che è.
E perché la previsione di Giovanni Falcone, sulla mafia che come tutte le cose della vita, avendo avuto un suo inizio avrebbe avuto anche una sua fine, non si è realizzata. E, almeno per ora, non si può realizzare.
Di Matteo, senza atteggiarsi a tribuno della plebe, senza rivolgersi a "società civili" che purtroppo, come avrebbe detto Machiavelli a proposito di certi "principati", ormai abbiamo capito "non essere in vero", senza unirsi al suono delle cianciane di quanti sognano "nuovi soggetti politici", senza violare i doveri di riservatezza che son propri di un magistrato, insomma senza strumentalizzare la materia, ha pronunciato un atto d’accusa che non avrebbe potuto essere più dirompente.
Di Matteo ha spiegato che da 150 anni Cosa Nostra ambisce ad avere rapporti stretti con il Potere e la Politica. Che da 150 anni il Potere e la Politica, non solo non si sottraggono all’abbraccio, ma anzi se ne sentono lusingati. Che il voto di scambio è la portata principale di quel banchetto avariato. Che la corruzione è linfa vitale per le Mafie di ogni tipo. Che la grande imprenditoria del Nord, appena sbarca in Sicilia, non subisce le imposizioni di Cosa Nostra, ma si presenta direttamente alla sua porta, sollecitando un accordo che sia preliminare alla realizzazione degli scopi imprenditoriali che si vogliono raggiungere. Che la "commissione antimafia" fa bene a stilare i suoi elenchi di "impresentabili", ma ancor meglio farebbero i partiti a sanzionare "politicamente" certi comportamenti, senza aspettare - e in proposito Di Matteo ha citato Paolo Borsellino - le definitive sentenze di "terzo grado" per correre ai ripari. Che il modo migliore di sanzionare gli "impresentabili" sarebbe quello di non "presentarli".
Che dietro i delitti Mattarella e la strage Chinnici, e le stragi del '92-'93, a Roma, Firenze, Milano, si intravedono zampini e zamponi di poteri occulti e servizi deviati, che hanno istigato, suggerito, favorito la mafia per poi depistare i processi che da quei fatti di sangue sarebbero scaturiti. Che, proprio per ciò, quelle pagine nere non andrebbero considerate "casi chiusi", come molti pretenderebbero. Che non bisogna neanche cercare un’"interlocuzione" con la mafia - altro che "trattare" -, se non si vuole che lo Stato appaia non credibile nel momento in cui si rivolge alle vittime dei taglieggiamenti spingendole a denunciare il racket del pizzo. Che nel caso di Marcello Dell’Utri, fondatore di Forza Italia, con sentenza passata in giudicato, si è accertato che un grande imprenditore ha fatto per più di vent’anni politica a livelli apicali, e continua a farla.
E ha concluso ammettendo, senza enfasi retorica, di "provare paura" di fronte alle ripetute condanne a morte espresse nei suoi confronti da Totò Riina, il macellaio, e alla notizia che in Sicilia ci sono in circolazione 200 chili di tritolo in vista della sua eliminazione. Ma, nonostante tutto, di "amare la verità".
Gli italiani, almeno quelli che hanno visto "Che tempo che fa", hanno potuto ascoltare le sue parole, farsi un’idea.
E’ un "giudice protagonista" Di Matteo? Si è lasciato scappare "opinioni" e "congetture"? Ha "ambizioni politiche"? E’ venuto meno al ruolo del "magistrato" che deve solo far rispettare la legge? O non ha forse parlato, come più volte ha precisato, "carte alla mano"? Intendendosi, per "carte alla mano", le responsabilità penali di soggetti e ambienti consacrate da verdetti definitivi.
E dopo le sue risposte alle domande di Fazio, che è successo? Assolutamente niente. O meglio.
E’ venuta giù la Tempesta Acida del Silenzio. Silenzio di tutte le massime autorità dello Stato, nessuna esclusa.
Silenzio del Consiglio Superiore della Magistratura.
Silenzio delle grandi firme del giornalismo di destra.
Silenzio delle grandi firme del giornalismo di sinistra.
Silenzio degli uomini politici di destra, di sinistra e di centro.
Silenzio del premier e dei ministri.
Silenzio di certe belle figurine dell’antimafia che non perdono occasione per dichiarare, ma, se il gioco si fa duro, mute e acqua in bocca, anche loro (purtroppo accade anche questo).
Ma la Pioggia Acida del Silenzio non può più nascondere tutta la malafede interessata, interessatissima, di quanti attaccano, a sproposito, Nino Di Matteo. E che, proprio per le cose che dice, Nino Di Matteo rischia la vita. 
Eccome se la rischia.

saverio.lodato@virgilio.it

giovedì 16 maggio 2013

D’Alema disse a Bersani: “Proponi Rodotà premier”. PRIMA DEL PRE-INCARICO IL LÌDER MAXIMO CHIESE ALL’EX SEGRETARIO DI RINUNCIARE


di Fabrizio d’Esposito, tratto da Il Fatto Quotidiano del 16 maggio 2013

Massimo D'Alema Ansa


   Pier Luigi Bersani ha sempre sostenuto, durante il suo preincarico, fatto di lunghi giorni sospesi nel vuoto e sul vuoto, che il tentativo di fare un governo di minoranza non era una “questione personale”, che per lui non cambiava fare “il comandante o il mozzo”. Eppure i frammenti di verità che emergono adesso che a Palazzo Chigi c’è Enrico Letta vanno nella direzione contraria a quella indicata dall’ex segretario del Pd. La conferma più autorevole arriva da Massimo D’Alema. Interpellato dal Fatto su una sua strategia dell’attenzione per Stefano Rodotà nei due funesti giorni del disastro democratico sul Quirinale (giovedì 18 e venerdì 19 aprile), l’ex premier e ultimo leader carismatico dei postcomunisti fa sapere che “qualcosa di vero” c’è. Ma non riguarda il Colle, bensì Palazzo Chigi.
   ECCO la ricostruzione della mossa di D’Alema, in cui si ritrovano i tratti tipici della sua abilità politica, impastata con quel metodo togliattiano (realismo e intelligenza) che ha contribuito alle fortune di Giorgio Napolitano, altro ex comunista. Tutto si consuma a ridosso dell’ultima decade di marzo, racchiusa tra due date limite: il preincarico al leader del Pd e la successiva decisione di Napolitano di “riassorbire il mandato” affidato a Bersani e di insediare una commissione di saggi per fare melina e arrivare all’elezione del nuovo capo dello Stato. D’Alema si muove alla vigilia delle consultazioni del Colle, quando capisce che Bersani non andrà da alcuna parte con i suoi calcoli impossibili sul governo di minoranza, basati su una spaccatura dei grillini e su una manciata di assenze pilotate del centrodestra. Calcoli più da amministratore che da politico, avrebbe detto sempre Togliatti, per il quale gli emiliani non dovevano guidare il “Partito” ma occuparsi solo delle feste dell’Unità. Il ragionamento dalemiano è lineare: serve un disegno vero per neutralizzare l’ostilità del Quirinale, per cui l’unica via d’uscita sono le larghe intese, e costringere Grillo a scoprire le sue carte.
   COSÌ D’Alema incontra Bersani riservatamente. Un colloquio teso tra due compagni-amici che sono ormai vicini alla rottura. Dice l’ex premier: “Caro Pier Luigi secondo me devi valutare anche un’altra possibilità”. “Pier Luigi” ascolta, tortura un mozzicone di sigaro tra i denti e intuisce dove “Massimo” vuole arrivare. Prosegue D’Alema: “Fai un passo indietro, vai dal capo dello Stato e proponi il nome di Stefano Rodotà come premier incaricato. Vediamo cosa fanno i grillini”. La risposta di Bersani è no: “Massimo io me la voglio giocare fino in fondo”. È qui che si apre la faglia tra la nomenklatura del Pd e il suo segretario e che porta al fallimento totale della “ditta” nel cupio dissolvi di aprile, quando i franchi tiratori bruciano nelle votazioni per il Quirinale prima Marini poi Prodi (che ieri ha peraltro lasciato intendere che non rinnoverà l’iscrizione al Pd). Una fase che i detrattori interni di Bersani indicano come “l’autismo di Pier Luigi”, con l’allora segretario rinchiuso sempre più nel suo “tortello magico”, al punto da chiudere i canali persino con quasi tutti i suoi fedelissimi, salvo Errani e Migliavacca.
   LA MOSSA del riformista e pragmatico D’Alema, che si ritrova sulle posizioni di Civati e della Puppato, farà comunque proseliti nel partito, soprattutto tra i giovani turchi come Andrea Orlando e Matteo Orfini. Ma sino alla fine non ci sarà nulla da fare. Anche se lo schema di Rodotà premier circolerà ancora, soprattutto nel M5S, durante gli scrutini per il Quirinale. Al Fatto, un’altra fonte vicinissima a D’Alema confida che “Massimo propose Rodotà per il Quirinale nella notte tra giovedì 18 e venerdì 19 aprile, prima che venisse ufficializzata la candidatura di Prodi”. Ma D’Alema, appunto, fornisce una versione diversa. Per lui la convergenza su Rodotà andava a fatta a monte (consultazioni per Palazzo Chigi) e non a valle (elezione del nuovo capo dello Stato). Una strategia, la sua, che rivela il vuoto bersaniano e culmina pure in uno scontro personale tra i due. Accade subito dopo il plebiscito per il Napolitano-bis. Di mattina presto, alle sette, un giornalista di “Piazzapulita”, programma di La7, ferma D’Alema per strada, che si lascia scappare: “Tutta questa vicenda è stata gestita male”. Bersani s’infuria e lo fa sapere a “Massimo”, che a sua volta scrive un biglietto e lo spedisce al segretario, per chiarirsi. Oggi, all’ex premier resta solo tanta amarezza, compresa quella di non aver fatto il ministro degli Esteri in un governo di larghe intese. Colpa del Pdl: quando Berlusconi ha visto il suo nome e ha proposto Brunetta e Schifani per riequilibrare un eventuale esecutivo di big, lui, D’Alema, si è tirato indietro: “Se andavo agli Esteri era per le mie competenze e la mia esperienza, a prescindere, non perché loro mettevano Brunetta”.

giovedì 25 aprile 2013

L'ultimo comunista, Achille Occhetto: "Altro che 101, l'inciucio arriva da lontano"




articolo di Enrico Fierro, tratto da Il Fatto Quotidiano del 25 aprile 2013

Ha ragione Michele Serra: i nemici della sinistra sono dentro la sinistra. Solo così si spiegano gli eventi di questi giorni, il tradimento di cui è stato vittima Romano Prodi, il no assurdo a Stefano Rodotà, la rielezione di Napolitano, il governo che chiamano delle larghe intese e la resurrezione politica di Silvio Berlusconi”. Parla Achille Occhetto, l’ultimo segretario del Partito comunista italiano, il regista della Bolognina, “un grande processo storico, altro che le cosette di questi giorni, il tentativo di uscire da sinistra dal crollo dell’impero sovietico e dalla crisi del comunismo” .

Onorevole, lei parla di resurrezione di Berlusconi, ma il potere del Cavaliere nasce nel 1994, quando sconfisse la sua“gioiosa macchina da guerra”.
Storicamente sbagliato, quella fu una vittoria di Pirro, il vero potere di Berlusconi nasce quando dall’interno dell’Ulivo viene distrutto l’Ulivo e inizia l’inciucio. Sono stanco di questa semplificazione. Presto leggerete tutta la verità su quei giorni in un mio libro, il titolo sarà proprio La gioiosa macchina da guerra.

Ma l’inciucio si materializza oggi.
Sì, ma viene coltivato da ampi settori del Pd. Quello che è avvenuto in queste settimane non è frutto del caso. Vista l’evoluzione degli eventi, posso dire che il tutto era preparato da tempo. Bersani riceve l’incarico ma ha un mandato limitato e non può sperimentare anche per il governo il metodo che ha portato all’elezione di Piero Grasso alla presidenza del Senato. Il secondo passaggio è la proposta di Franco Marini per il Quirinale, la personalità più adatta per arrivare a un governo col Pdl. Fallisce e spunta la soluzione Prodi, subito impallinato da 101 franchi tiratori del Pd. Non si tratta di cani sciolti, Bersani sbaglia quando denuncia l’anarchia dentro il suo partito, quei 101 sono il frutto di una organizzazione forte e con un obiettivo preciso: il governo con Berlusconi.

Praticamente il suicidio del Pd.
Chi ha innescato questi processi non ha affatto a cuore le sorti del Pd, della sinistra e del centrosinistra. Chi ha manovrato per un governo con Berlusconi sa che il Pd è destinato a perdere e a perdersi, ma non è preoccupato di questo. Perché ci sono interessi superiori, la conservazione di quote di potere personali o di corrente, lo stare dentro un sistema di potere forte.

C’è una parte del Pd ricattabile, ci faccia dei nomi?
I nomi me li tengo per me, diciamo che sono le stesse figure che storicamente hanno impedito, dopo la fine del Pci e la svolta della Bolognina, la creazione di un grande partito di sinistra. Gli stessi che nello scontro col
vecchio sistema hanno fatto da freno alla trasformazione dei partiti e della politica. É il male oscuro che ha accompagnato la storia della trasformazione del Pci.

Qualcuno paragona questa fase con quella del compromesso storico berlingueriano.
Ma mi faccia il piacere! Quello era un compromesso tra forze e culture diverse in una fase drammatica della vita del Paese, ma era limpido trasparente, chiaro, qui siamo all’opacità totale, al compromesso sotto banco.

Un nome, Beppe Grillo.
Grillo è la febbre del sistema, chi si lamenta della febbre dovrebbe curare la malattia. Noto che molti dei giovani che ha portato in Parlamento avrebbero potuto militare a sinistra, si battono per la giustizia, per l’equità sociale, per la pulizia della politica, temi nostri.

Altro nome, Matteo Renzi.
Lo vedo bene per la voglia di cambiare radicalmente i gruppi dirigenti, sono diffidente sulla sua visione politica tendenzialmente moderata.

Il Pd è finito?
Diciamo che è nato malissimo. Perché è stato il frutto della fusione di due apparati e non la contaminazione di
culture diverse.

E adesso Barca, Vendola, Cofferati, la sinistra riparte da qui?
Adesso si apra una fase costituente, facciamo le primarie sulle idee, confrontiamoci su quali devono essere i
pilastri di una nuova aggregazione politica. Solo così daremo una speranza a questo Paese. Per non affondare nell’inciucio e per non morire berlusconiani.

domenica 17 marzo 2013

Devo dire la verità, il video sono riuscita a vederlo sono fino a metà, dura pochissimo ma il mio stomaco non regge più a sentir parlare e con che faccia poi, certi politicanti...comunque posto lo stesso il video per i più coraggiosi e per tutti quelli che hanno uno stomaco meno delicato del mio! "Siete impresentabili" e Alfano sbrocca in diretta


«Siete impresentabili». Due parole di Lucia Annunziata scatenano la reazione del segretario del Pdl Angelino Alfano. Durante la trasmissione «In mezz'ora» in onda su Rai Tre la giornalista risponde all'ex ministro di Giustizia che il motivo per cui il Pd non vuole fare un governo di larghe coalizioni con il centrodestra è perché «Forse non siete presentabili». 

Pubblico con vero piacere il post scritto oggi da Alessandro Di Battista, neo eletto del M5S, perché chiarisce tutto quello che è accaduto ieri e soprattutto fa capire che per cambiare le cose bisogna guardare lontano e smetterla di pensarla nell'ottica del meno peggio a cui siamo stati abituati, me compresa, per così tanto tempo

post di Alessandro Di Battista (neo eletto del movimento 5 stelle alla Camera dei deputati), tratto dalla sua pagina facebook del 17 marzo 2013

definire "esempio dittatoriale" il post nel quale Beppe in modo duro (giustamente) invita al rispetto di alcune regole che abbiamo accettato liberamente e' una stronzata megagalattica (scusate il turpiloquio ma a volte solo certe parole rendo l'idea). Le regole del codice comportamentale io le ho accettate perche' le condivido, non per rimediare una poltrona. Le condividevo da cittadino elettore e le condivido ancor di piu' da cittadino eletto. Si puo' discutere sulle scelte che vengon prese miliradi di ore per carita' (per questo rispetto il pianto dei nostri senatori, per me un pianto bellissimo) ma quel che non si puo' discutere nel 5 stelle e' la sovranita' popolare. Noi siamo portavoce e basta e i cittadini devono conoscere per filo e per segno quel che succede nelle Istituzioni. E' vero, umanamente c'e' differenza tra Grasso e Schifani (per lo meno per me c'e') ma c'e' molta piu' differenza tra quel che vogliamo costruire con questo meraviglioso progetto a 5 stelle e quello che invece costruiremo se non verranno rispettate le regole e se ragioneremo con la logoca del "meno peggio". Vi invito sempre a ragionare per processi a lunga gittata e non soltanto per scelte giornaliere. Abbiamo la possibilita' di cambiare il mondo ma occorre coraggio e occorre non sottostare ai ricatti dell'emergenza (alla lunga tutte le scelte "emergenziali" si dimostrano errate perche' tolgono energia alla battaglie di sistema). Poi un'ultima cosa ragazzi, errori ne faremo, siamo umani (lo siete anche voi) quindi d'accordo, "siate duri, ma senza perdere la tenerezza". A riveder le stelle!

p.s. sto andando a lavorare, e' domenica ma lavoriamo. ve lo dico non per mostrarci bravi (lavorare e' un nostro DOVERE) ma solo per informarvi del fatto che stiamo dando tutto.